QUALCHE TIGLIO

Qualche tiglio comincia, ma poco.
Un vento moderato porta tracce
vaghe. Sono in ritardo? Non ricordo
le date dei tigli degli anni passati.
Fra poco esploderanno, dovrebbero:
oggi è l’ultimo giorno di maggio.

Seduto su una panca nello slargo
fra via Sempione e via Bologna, erboso
e ombroso senza pretese, pratoline
e fazzolettini e stecchi di ghiaccioli
e cicche e qualche bottiglia contorta
e una siepe quasi incolta intorno a un chiosco
attendo non so cosa – non l’ho mai
saputo, in fondo. Alla sacra dell’ego
(la più importante: è lui che sta seduto
adesso qui) servirebbero ancora
ragazze, amori, corpi che teneramente
rispondano ad abbracci. Le altre sacre
fra santi e giostre e spettacoli (eventi!)
per famiglie o militari o antagonisti
mi confondono, disgustano talvolta.

Infine è l’ego il più mite: gli bastano
abbracci, amori e se no si rassegna
senza nessuna guerra, non corre
a vanità di vittorie o di premi – se poi
la perversa vecchiezza vieta ormai
calori d’adiacenze a seni e fianchi fragranti
aspetta i tigli, anch’essi imprevedibili
(ma vengono) e qualche sorprendente
parola umana o amichevole gesto.

Un colombo cammina sulle gobbe
del terreno, per lui sono colline
da esplorare e anche per me: ci sono filtri
di sigarette rollate, chissà
fra quali labbra sono state, e del tarassaco, e
neanche più bado a che cosa sto dicendo.

5 GIUGNO 2025, 3:30

Dicevi: non puoi sapere
in che posizione dormi, soltanto
in che posizione ti metti a dormire:
perché ci si muove, dormendo!

È vero, rispondevo, poi
ci stendevamo, in posizione composta
sul grande letto, tu verso la finestra
e ti addormentavi e ti guardavo
dormire.

Dormire tranquilla. E di giorno
mi appoggiavi le braccia sulle spalle
mentre ero al tavolo, guardavi
che cosa stavo scrivendo, poi
a volte mi tiravi sul divano
per abbracci.

Non è stato per molto: il nemico
concedeva soltanto delle tregue:
forse sapeva d’essere invincibile.

Ma è stato, e ora quasi non ci credo
quel respiro disteso, e gli abbracci:
tu così bella, così bella, così bella.

Non ci sei sul grande letto, non mi appoggi
le braccia sulle spalle, non ci sei
in questo mondo di tempo e materia
provvisoria.
È giugno, il mese del tuo compleanno
e il mese in cui ci siamo conosciuti.

Notte piovosa, sono passati anni.
Il letto è qui, mezzo coperto di cose
del mio disordine, mi basta poco spazio:
ma non riesco a dormire, così ho scritto.
Tu manchi dappertutto.

IN OGNI CASO

Le nazioni hanno confini
ed è male, io credo, o almeno
non li ho mai amati, i confini
delle nazioni. Le persone
hanno confini ed è necessario:
una pelle: essere senza pelle
(lo diceva talvolta Cristina di sé)
non permette di vivere o almeno
rende vivere molto difficile: dunque
per le persone i confini sono
buoni, poi dipende, io sono
stato molto devastato, deportato
ma in modi impercettibili, così
impercettibili che nemmeno io
li ho percepiti, e ho difficoltà
con i confini tutti, questo porta
a incidenti di frontiera o di assenza
di frontiera, indefinito
è il mio terreno, ci sono molte enclave
di altri, amici o nemici, mi spingo
ogni tanto oltre linee di fuoco
senza accorgermi, non ho
né capitale né quartier generale
e poi non so, sarà subito sera
in ogni caso.

(Vercelli, sera del 12 giugno 2025)

FUORI TUTTO

Il massacro, la crudeltà e queste
tifoserie, mi sconfortano, il bisogno
di “stare con” – ma astratto, che se fosse
amore almeno, sarebbe concepibile
e invece è un risiko di narcisismi:
se condanno Sion devo esaltare
il ginecofobo Iran? Il potere
fa questo gioco maneggiando idioti:
“stare con” – io nemmeno con Gaza
sto, nessuna terra è di nessuno:
difendo come posso (pochissimo)
chi è oppresso, chi è diseredato:
ma so che è un attimo e l’oppresso
diventerà oppressore, il diseredato
erediterà ed eccolo padrone
spietato. Un mondo migliore
si può sognare, compatibilmente
con la natura umana che di base
l’ingiustizia la adora, se ne nutre:
soffri tu, così posso godere.
Che stanchezza. “Stare con”! Io al massimo
con una ragazza, nel caso improbabile
che mi volesse. Ma l’appartenenza
non m’appartiene, non sono cittadino
nemmeno del mondo: quand’è che ho chiesto
la cittadinanza del mondo? Nemmeno
quella dell’Italia, peraltro: è successo
come quando ti battezzano da piccolo
e poi pretendono che significhi qualcosa.
Libertà vo cercando ma anche questa
soggiace a interpretazioni, limiti
che ciascuno decide e vuole imporre.
Ma basta, poi. C’è un nucleo più semplice
che percepisco ma non riesco a dire:
sforzandomi mi sbrodolo, prolisso:
da solo mi do nausea. Beati
forse voi che pontificate, oh quanto
pontificate le vostre verità
prese al mercato dei soldi o di dio
o d’una scienza o una filosofia
o qualche buono sdegno o sentimento
dato all’outlet, venite, fuori tutto!

CAFFÈ ALL’OST BARRIERA

Stasera solo due passi nei dintorni:
prendo un caffè all’Ost Barriera:
parlo con la ragazza che me lo fa:
di viaggi, di ostelli, è simpatica:
stasera chiudono prima, a mezzanotte:
partono con il bus notturno per Roma:
vanno alla manifestazione
contro il riarmo e la guerra e il genocidio.

È un respiro: c’è quiete, il caffè
costa ottanta centesimi, compreso
un bicchier d’acqua grande con il ghiaccio
e compreso un capirsi, quel poco
che non è poco. Riprendo
la notte, via Gallina, via Sempione,
via Bologna, piazza Sofia, salgo a piedi
perché ci sono continue interruzioni
di corrente, mica voglio restar chiuso
nell’ascensore, otto piani è salute.

Prima dell’alba il solstizio d’estate:
se valga la pena vivere non so:
penso a volte di sì, altre volte di no:
intanto ci rimango ancora un po’.

IL VESTITINO GIALLO

ricchi avidissimi distruggono il mondo
aiutati dai vili che li invidiano e li ammirano
è uscita dal computer una piccola foto
che t’eri scattata in macchina a Mondovì
pochi minuti prima del nostro primo incontro
(ma solo dopo mesi me l’avevi mostrata)
ben pettinata, con un vestitino giallo
ti controllavi che fosse tutto a posto
(anche se a me poi sei sempre piaciuta
un poco scompigliata e spettinata)
io arrivavo da un treno forno che avevano lasciato
per ore sotto il sole, nessun condizionatore
e avevo un fortissimo odore di sudore
e t’ho trovata così tutta curata
e agitata, agitata dall’incontro
con un uomo che ancora non sapevi bene
e nel pomeriggio caldissimo ci siamo trattati
con delicatezza, già quasi come d’amore
e ansia e attenzione e cautela e desiderio
di scoprire e d’essere scoperti anche
con un poco di paura, con le nostre ferite
come piccoli animali nascosti in cunicoli
che s’intrecciano in complicati labirinti
mentre sopra passano rombando i cingolati
dei ricchi avidissimi che distruggono il mondo
e non sanno niente, se vedono un monticello
di terra più soffice ci girano sopra
per schiacciarlo, temono sempre le insidie
di noi inermi, di te che per l’incontro
ti pettini bene, metti il vestitino giallo

GIOVANI ESPLORATORI

Con giovani, andiamo a esplorare
un recinto abbandonato, una boscaglia
urbana, superato un cancelletto
rotto. È bello, di notte, nel buio
«il verde vigor rude ci allaccia
i malleoli, c’intrica i ginocchi»:
le erbe altissime, quasi alberi
si piegano, sostengono, ci toccano
con sensazioni diverse sulla pelle
di ruvido, di liscio, di viscoso
e con gli odori, la miscela degli odori
delle foglie, del terreno, di noi.

Sul percorso per arrivare là
un’amica mi offre di provare
la sua bicicletta, ma non riesco
a salirci, ho bisogno di un telaio
più basso, sono debole e malfermo:
devo fare più ginnastica, ma
contro il tempo, hai voglia, la ginnastica.

La vecchiaia, ci si lamenta eppure
la si vive, di solito, finché
si resiste (ha senso?) – per alcuni
del resto, è così tutta la vita:
appena adulti o neanche ancora
si lamentano ogni giorno, campano
fino a cent’anni lamentandosi ogni giorno.

Qui no, questi no, qui c’è lottare
per i diritti, contro tutte le guerre
e raccontare i sogni e le visioni
e smarrirsi, ma non troppo
e giocare a esplorare le selve
dietro i cancelli rotti, e abbracciare
e vedere le bellezze negli scorci:
e io benché insicuro e traballante
e benché nessuno di loro, credo, arrivi
alla metà dei miei anni, mi sento
bene, è una lingua che capisco
di corpi e di parole, poi sarà
come sarà.

LE IMPOSTE

Non capisco la claustrofilia di mia madre
e di milioni di altre persone: fuori
c’è un buio quieto, perché chiudere le imposte?
D’inverno, dicono che preservi calore:
non so se sia vero, dipende dagli infissi, in Olanda
ho visto case senza tapparelle. Ma d’estate?
Perché separare buio da buio, impedire
che i due bui, esterno e interno, si facciano compagnia?

Forse una questione di privatezza, intimità? Però
non lo capisco lo stesso. Oggi dal televisore
che berciava nell’altra stanza ho sentito una pubblicità
che diceva: “se ti senti osservato in casa tua
noi abbiamo la soluzione” – non vedendo lo schermo
non ho capito che tipo di soluzione: tendaggi?
A me ascoltando la frase è venuto, come soluzione
spontanea: “divorzia”. S’intendono tante cose diverse.

Confusione. Ma quando la novantacinquenne
madre si metterà a dormire e finalmente
si spegnerà il televisore, io, mi autodenuncio, le imposte
le riapro. Quando poi sarò morto chiuderete
tutto ciò che vorrete.

RESET

Confusione, viene da dire
che c’è confusione. Ma questa confusione
è uno svelamento. Lo sentivo
da bambino, che tutti
nascondevano qualcosa, era il prezzo
per credere, per essere, per credere di essere.
I genitori, gli adulti, anche i ragazzi, gli amici.
Poi più avanti, i capitalisti nascondevano
qualcosa, e così i borghesi, e così
i comunisti e i religiosi, qualcuno
forse nascondeva così bene
che nemmeno lo sapeva di nascondere, ma
tutti nascondevano qualcosa
e qualcosa di proposito ignoravano.
Consciamente o inconsciamente lo sapevano
che incisioni e amputazioni erano il prezzo:
entri nel regno se ti stacchi un occhio, una mano:
lo diceva lo stesso vangelo
copiato da amanuensi in mille lingue.

Ero a disagio, bevevo, mi adattavo:
non ero bravo a nascondere, piuttosto
inventavo miei mondi, in disparte.

Confusione, viene da dire
che c’è confusione, non ne sono affatto indenne
e scrivo poco lindo, scrivo male.
Cosa riesco a vedere? Che qualcuno
vuole ancora nascondere, mentire
ma si riduce a una caricatura. Qualcuno
inscimunisce, per riuscire a credere.
Qualcuno cerca di tenere insieme
frammenti di un intero che un intero
non è mai stato, impazzisce, è una guerra
senza patria né quartiere né riparo.

Macerie che lo erano da sempre.
Idioti ancora provano a coprire
e tracciare, sul telo, divisioni
rassicuranti.

Io che cosa difendo? Difendo
chi soffre e chi soccombe, difendo
una complessa mia idea di libertà
di anime e di corpi, è un po’ astratto:
forse nascondo anch’io e non lo so
o lo so un poco, nella confusione.
Cammino, provo, ci provo, respiro.

Confusione, viene da dire
che c’è confusione. Ma questa confusione
è uno svelamento. Mi pare
di vedere dei giovani, qualcuno, che osserva
tutta la polvere, il groviglio d’intrichi
mai sciolti, camuffati dai tappeti
di varie civiltà e non civiltà.
E salpa, naviga senza un appoggio
né un riferimento, a vista, cessato
ogni radar, denunciato l’inganno delle carte
nautiche, si deve fidare
d’intuizioni da odori del vento
e scrivere daccapo
com’era nel principio, o nemmeno…

Non so, forse è un sogno o al contrario
è un risveglio: ci sono le cose?
Io ho fatto il mio tempo, sono arido
ma qualcuno, credo, ancora inumidisce
la terra quel che basta perché un’erba
risalga a carezzare – se qualcuno
mi vuole abbracciare può farlo, però
non ho niente da offrire.

A A. DALLE PARTI DI ORTA

Non voglio che tu mi consideri
qualcuno da tenere a bada. È fiorita stanotte
sul balcone la bella di notte:
la prima dell’estate. Vorrei
invitarti a vederla, ma forse
sarebbe una scusa, forse tutto
è una scusa – di che cosa
ci si deve scusare? Ho creduto, lo ammetto,
un rapporto più stretto (come quando
si ha voglia ogni volta di ancora scoprire)
però va bene, dai. L’acqua del lago
m’ha sempre messo tristezza
così prigioniera: nel mare
c’è più infinito, per quanto illusorio.
Ieri dopo che sei partita
hanno messo musica degli anni Settanta:
testi un po’ patriarcali, però Benedetta
dice che è buona musica.
Salvare qualche cosa in ogni cosa:
forse anche in noi. Si potrebbe tornare
alla chiesetta abbandonata o andare
da qualche parte a fare un giro in treno.
Vedi, non riesco a non fare proposte:
sono anch’io un testo degli anni Settanta
probabilmente – benché già allora
notassi cose che non mi piacevano.
Poi s’è parlato di talee e di ascelle
con Benedetta e con un paraguayano
ed è sorta la luna, ancora quasi piena:
niente di strano, succede, il tempo va.

IL FIORE DELLA MIRABILIS

Le belle di notte poi vivono un giorno
come le rose e un po’ tutte le cose:
il volo in cielo è una strana fantasia:
di concreto c’è la putrefazione
e un riciclarsi d’atomi o molecole
del tutto impersonali.

Il letamaio fuma nell’inverno
calori d’erba marcia ed escremento:
son pur sempre calori.

E noi, le nostre anime, gli amori?
Già sarebbe d’aiuto nella sera
dimenticare, credere in qualcosa
di spirituale, vago – per la pelle
mescolare dei gusti, dei sudori
con una ἑταίρα o anche solo πόρνη
un po’ felice: ormai le disadorne
stringono il cerchio, però non si dice.

“Il fiore della mirabilis” è un romanzo di Bacchelli del 1942, il buon vecchio Bacchelli a cui la legge omonima non fece in tempo ad arrivare. Nella rima πόρνη / disadorne ci sono infinite cose: il tentativo narcisistico di superare la Nietzsche / camicie di Gozzano, un omaggio contraddittorio a Milo De Angelis, l’espressione di una dialettica problematica fra il nudo lavoro sessuale e la ghirlanda brillante (Gödel, Escher, Bach) che forse adorna e forse no questo mozzato albero dei natali, “e molto altro”, come scrivono adesso nelle insegne di tutti i negozi che non sanno nemmeno che cosa vendono e perché. Ma questo non c’entra, sono spiegazioni che non devo dare, a volte le do perché sono stupido.

UN VICOLO

Che cosa rende affascinante un vicolo?
Il piscio, certo, il piscio
animale o umano, acre, pungente.
Nelle ore la luce, che taglia o s’insinua
o si alza sui muri. I muri, umidi
con l’intonaco fiorito, le erbe
che ne spuntano e si affacciano
verso altre erbe che bucano il selciato.
Qualche resto colorato, un pacchetto
di sigarette, un preservativo, un tampax.
Qualche finestra, poco usata perché
dà sullo stretto, con o senza inferriate
sverniciate, rugginose. Su spazi
liberi qualche scritta, di rabbia, d’amore.
Non troppo lungo, per non fare paura.
Non troppo corto, per dare un momento
d’intimità: poterti, contro una porta
chiusa da anni, dopo che ti sei
accucciata a fare un rivo, quando
torni in piedi e m’abbracci, baciare.

ERBE (NUDE) CHE DAI MURI SPUNTANO

chi ruba un telefono su un bus
ha un comportamento antisociale
tecnicamente sì
però molto meno, a mio avviso
dei palazzinari che tengono
gli alloggi vuoti

chi li occupa fa bene

e c’è pure chi dice
che il Leoncavallo da decenni
è asservito al sistema:
sì, chissà, c’era una volta una battuta
probabilmente d’un satirico d’epoca
che cantilenava mia madre:
viiiisto da destra, viiiisto da sinistra!
(anche allora era tutto noioso
ciò che proveniva dagli adulti)

e poi questo smegma di moralismo
che ancora intrude, intride
a volte travestito
pericolosamente da femminismo
e non vedete che il pissing
è mille volte più «morale» del dissing
e del trading e d’altri -ing patriarcali

al kissing se aggiungi un -er
diventa uno dei maggiori criminali
della storia, ma sono giochi di parole
a cui è meglio non indulgere benché
il gioco sia importante

io se non gioco un po’, muoio
cioè muoio prima
che poi muoio comunque

giochi:
spedire lettere
prendere bus
fotografare donne nude
scrivere versi
scoprire androni
guardare cosce dalle minigonne
innaffiare le piante
fare il giro da Settimo
ma soprattutto cose
che non mi vengono in mente
perché sono una tantum
o persino indicibili, indicibili!

giocare nonostante
i massacri, le guerre
un parrucchiere di periferia
ha l’insegna: «tagliàti per il successo»

che cosa insegna? ne abbiamo
fin sopra i capelli
del successo, delle gare
«tàgliati per l’insuccesso»
potrebbe essere la versione autoles…

si può dire? qui s’insinua
censura non solo sui capezzoli, anche
sui pensieri, d’altronde
vuoi fare la rivoluzione
seduto nella limousine del padrone?

i centri sociali
è meglio se sono illegali
poi ci si adatta, certo
allo spazio
comunque ottenuto

gli assassini globali muovono
le pedine lucrose
sulle varie scacchiere insanguinate
e sabotano ogni conoscenza
niente di nuovo dal fronte mondiale
creperemo discettando sul nulla

meglio muoversi coprendosi di colpe
che restare immobili dentro un’innocenza
preservativa – qualche giovane
io credo che lo stia cominciando a capire

ed è battaglia, su un campo così screpolato
da cambiare orizzonte
a ogni solco, a ogni cicatrice

sia benedetto il ragazzo
di cui nessuno sa capire un cazzo
sia benedetta la ragazza
di cui nessuno capisce una mazza

io sono stanco, mangio yogurt, scrivo,
faccio giri, guardo fiumi, se trovo
qualcuna disposta la fotografo nuda
ma più spesso fotografo scritte sui muri
ed erbe (nude) che dai muri spuntano
e sembra che mi dicano: si può

UN MAGGESE

Già l’Eden credo che fosse un imbroglio
con il suo brand delle mele e i serpenti
e guai a uscire o chiedere qualcosa:
Eva curiosa subito punita

ma adesso questi centri commerciali
mostruosi
e questo gridare, gridare nullezza
però tutti intenti a correre, correre
per rimanere almeno fermi al riparo
della sgarbata Regina Rossa

e Alice che più nemmeno risponde
è avanti o indietro, signor controllore?

Chi non corre esce veloce di scena
come una quercia dal vetro di un treno:
chi corre doppio, con truffe e cocaina
tende agguati alla prossima stazione.

Ma io ormai sono caduto fuori
e non so più che cosa dire e a chi:
cammino in campi dietro i capannoni
dove si è perso in qualche cappelletta
Santino Madonnina Cristino Cristina
si sporge qualche pianta ad abbracciare
ma tutto scivola, scivola giù.

E non so più come dire e perché:
vorrei dar fuoco ai centri commerciali
e ai paradisi e alle cappellette

fare di tutta la terra un maggese:
non coltivare più.


CORSO BELGIO 140

…fino alla casupola vicino al fiume, dove finiremo
attenti a non sporcare nulla di sangue,
costringeremo il nulla a svelarsi.

Milo De Angelis, L’ora inestesa,
in Linea intera, linea spezzata, gennaio 2021.

È lì, il palazzo, fra altri
adiacenti, su un lato del corso:
trecento metri dalla Dora
trecento dal Po
solo venti dal balcone al cortile:
è lì l’appartamento, già due
inquilini dopo, prima un arabo, poi
uno col cognome di un mio compagno
delle elementari e delle medie
e di una pornomodella
persa di vista a Parigi, un cognome
del Sud. È lì
il bar Cigno Azzurro dove siamo
stati insieme, dove dopo hai regalato
al barista un libro di Andrea
che ti avevo regalato. È lì
la fermata Pallanza, dove per sempre
manchi tu in piedi col braccio a fare cenno
al quindici di fermarsi.
È lì la panchina sull’orlo della riva
dove sei stata seduta a parlarmi
dopo la prima notte, chissà
perché proprio lì la passeggiata
quel mattino, era un posto qualsiasi.
Poi anche questa specie di penisola
che era un acquitrino qualche secolo
fa poi un borgo di pescatori
e lavandai, poi qualche fabbrica, poi
un quartiere residenziale
sparirà, travolta. E sai quanti morti
nel frattempo, e prima, e dopo, e sempre?
Ho un piccolo tratto ancora
per vederti nella sciarpa, nel cappotto all’antica
grigio sotto l’oro che spandeva il tuo viso
fermare il quindici col cenno della mano.
Un piccolo tratto ancora, abusivo
per trattenerti in questo tempo
gracile di macelli, poi l’uscita
banale, moscerini schiacciati
che nessuno vede né conta, non so
se avrà qualcosa da svelare il nulla.


RICÒRDATI

La rosa centifolia è l’arte dell’uomo
che piega la natura, la modella
ma ne resta in potere, nel rapido appassire:
come certi conigli piccoli con le orecchie
abbassate, simpatici, guardano
miti, rispondono – è per questo
che sono progettati – alle carezze
e t’innamorano, e muoiono dopo
averti preso, in un certo senso vendicano
i conigli selvatici su cui nessuno veglia
quando la volpe o il cacciatore
li recidono, così la rosa di macchia
nascosta nel rovo partecipa
al cadere dei petali carnosi di velluto
nei giardini di ville malinconiche:
sarà lei alla fine in su la cima, ricòrdati.

NIENTE MUSICA

Stasera all’Ost Barriera
non hanno suonato perché non c’era gente:
mi dispiace per i musicanti
e per la ragazza e il ragazzo del bar

lì accanto, di fronte, dai coabitanti
due finestre illuminate, una sagoma
in controluce, ma non è che posso
suonare il campanello, alla fine
ci sono distanze, ci sono stanze
di ciascuno – stamattina ho restituito
due libri in biblioteca e già che ero
in zona ho fatto un giro nel quartiere
di prima e ho guardato la panchina
dove mangiammo albicocche io e Cristina
e poi un caffè, la gente no, non so
se ho guardato la gente, non ricordo:
nel pomeriggio un giro a Venaria
con Andrea, è bello il borgo, è bella
la Ceronda che scorre, i bagolari
occhiuti sulla riva – sulla riva,
si cammina sulla riva, poi il treno:
una giornata, dunque, neanche male
e di sera al telefono un’amica
coi suoi problemi, e ancora
per prendere del tempo nella notte
un deca al bar di via Cravero, è piovuto
ma solo qualche goccia, vorrei
descrivere, riagganciare parole
e cose, ma c’è un senso di mancanza
e distanza, forse quell’inquieta quiete
di prima di tempeste che magari
saranno solo nulla.

STURA, BICI, PONTE, STRIP

Giunta alla fine del ponte la ciclista
(s’è alzato intanto il sole)
scende di sella e si toglie la maglia
(ha il reggiseno, non esageriamo)
e si lega la maglia intorno ai fianchi
e prosegue sull’argine. Questo
così mattutino bellissimo gesto
almeno un po’ la giornata l’aggiusta:
non è frequente sulla Stura all’alba
un fresco spogliarello di fanciulla.

PII BUOI

Si può avere nostalgia dei bovini castrati
che in esistenze di dolore tiravano
carri ed aratri? O degli operai che spinti
alla prole nel tugurio muovevano leve
con gesti sempre uguali, inebetiti?

Pur con tutta tenerezza, non si può.
Ma la mietitrebbia e il trattore ritornino
in mani umane, e le fabbriche robotiche
liberino il tempo per gioire
di bellezza e godere e imparare
la vita.

Si lasci con benevolenza il ricordo
del passato sui quadri, nelle foto.
Si salvi il buono che c’era o che c’è.

Ma il futuro sia un foglio senza righe
tracciate, dove possa la penna
correre libera a scrivere, in ogni
lingua o forma o direzione
la storia nuova.

UN CONCERTINO DAL BALCONCINO

Preliminari del concerto, uno
si fa la barba all’ultimo momento
con prolungata occupazione del bagno, intanto
uno racconta del Marocco
dove ha vissuto, è bello e conveniente
e appena raggiunta la pensione
pensa di stabilirsi là – io in pensione
ci sono già, ma non potrei mai vivere
in un Paese islamico, è troppa
l’incompatibilità, meglio pane e cipolla
ma donne nude e libere. Si fa
la prova strumenti, la radio col citofono
per richiamare gente, si schiude
il portone, come al solito mi tocca
aprire con una poesia, chi lo sa
se una poesia dal balcone si capisce qualcosa
però è bello farla, recitarla.
E parte il quartetto, uno torna da Tenerife
dove ora vive, un altro è il migliore
secondo me di Torino e dintorni
e sta in campagna e con la musica
si guadagna, come può, da vivere, è quasi
impossibile ciò, ma non del tutto – sono eroi
fuori dal meccanismo. Poi la donna
del collettivo racconta i soprusi
contro il dissenso, la polizia, il carcere:
è importante dirlo a voce, non solo
sui social, sui social, sui social…
Qualche cosa si muove. La cantante
arriva sulla scena con gli acuti
e il suo compagno ha la chitarra e in due
fanno un’orchestra, cantano l’inno rom
e infine una delle mie preferite
“ribelliamoci, facciamogli sentire dolore”
e poi un poco sto, parlo, saluto
ma poco, ho i miei dolori che abbisognano
di pause, di silenzi lunghi, andare
nell’ombra delle strade, saltare
dall’euforia all’inedia cento volte al minuto.

CORTEO

Ammetto che non pensavo si formasse un corteo:
che ci fosse ancora gente sufficiente
dopo tutti questi giorni in movimento.
Invece sì, dopo discorsi intelligenti
in piazza Castello, si è partiti per via Po
ed è sembrato si fosse man mano di più.

All’imbocco di via Po è arrivata un’ambulanza
e il corteo lungo tutta la strada s’è aperto
come un’onda ordinata, raccogliendosi ai lati
e richiudendosi dopo come l’acqua del mar Rosso:
quasi un danza, senza servizio d’ordine.

In via Po è uscito da una chiesa un addetto
con faccia cattiva a rimetter cavalletti
che aveva tolto in via precauzionale
(credo servano a difendere la sosta
riservata, matrimoni, funerali…)
e parlava al telefono e ho sentito:
c’è un corteo, sono quattro cretini…

Poi ci si è allargati per la piazza Vittorio
e lungo il fiume verso corso Vittorio
(non sono omonimi, la piazza è Veneto, il corso
Emanuele secondo): canti musica e discorsi
di persone diverse per colore, per lingua
e per altri dettagli, ragazze coll’hijab,
ragazze con la minigonna e il top,
e biciclette e carrozzine e bandiere.

Mi dà speranza, dilaga, contagia
e spero non si fermi, che di certo
ci sono anche tutt’intorno gli ostili,
gli infastiditi, gli indifferenti, i torvi
ma forse poi capiranno: il sagrestano
cupo in via Po impari almeno a contare.

IL CAPPUCCINO

Misuro la pressione, guardo un video di pissing
poi faccio colazione, frollini dell’In’s
pucciati in tazza di latte di soia, poi
non resisto e do uno sguardo agli schermini
deve il delirio rancoroso del mondo
fluttua immenso, come se un pozzo nero
si fosse trasformato in oceano, quindi
ho un attimo di nostalgia per quando
le notizie non mi entravano in casa
(monolocale al pianterreno, né radio
né tivù né telefono né internet, stavo
abbastanza bene) e se scrivevo una cosa
la mettevo in un cassetto o nel cestino
e solo mesi o anni dopo a qualcuno
la davo, magari, da leggere – ma
non si può tornare là e nemmeno
in fondo lo vorrei, tutto cambia.

E viene la vecchiaia che dissolve, e viene
il momento quotidiano del ricordo
di lei, del suo volo che non può
essere vero, sul cemento d’un cortile, un macello
che non si stempera nel macello del mondo:
il particolare conta, non l’universale:
chi non darebbe tutte le galassie del cosmo
in cambio di un minuto con l’amata?

Forse qualcuno non le darebbe, chissà:
ci sono grandi donne e grandi uomini
filantropi, filocosmici, io vado
alle manifestazioni e do una mano
a chi posso, dove posso, ma in camera
siamo io e il nulla a tu per tu, due nulla
ma lui, quello grosso, è contento di esserlo

ecco, mi sto perdendo, sono stanco.

Viene l’ora delle decisioni gravi: lo prendo
un cappuccino, e se sì dove? al chiosco
di corso Taranto o al chiosco delle Stelle
vicino al Trincerone? Però l’universale
c’entra col particolare, a spingerla giù
vedo in visioni quei bestioni – ho interrotto
per andare a cagare, mi sono portato
il telefono al cesso non per guardarlo ma
per eventuali soccorsi, una mia proproprozia
stitica come me morì sul cesso per lo sforzo
e questa è l’unica cosa che si sa di lei –
bestioni, dicevo, l’ha uccisa anche Trump
e i vicini di casa e i parenti e le guardie
dei supermercati e i parrucchieri del
“lavora con noi mostrerai quanto vali”
e poi anch’io, certamente, anch’io:
Gaza è dappertutto, ci sono certi muri
di plastica e qui la gente anziché buttarli giù
se la prende con chi di libertà ci scrive su.

Al chiosco delle Stelle ho preso ad andare
perché abita non lontano di lì una tipa
che insomma mi piace, non ch’io speri d’incontrarla
ma già un respirare l’aria, respirare
un’aria di sua zona, è così, ricordo
che a sedici anni cercai di spiegare
questa cosa a una tipa che insomma
mi piaceva, e mi rispose: ti accontenti di poco.

Accontentarmi… Viene la vecchiaia che dissolve
ciò che non s’è mai composto, quindi cosa
dissolve? Respirare: ciò che porto
con me per perderlo è odore di rogge
e di pozzi e di ragazze, anche solo
d’erba o catrame, posteggi di camion, credo
che la mia “mission” (!) sia stata cercare
di udirlo e dirlo ed è fallita in pieno.

L’amore però sì poi però l’ho incontrato
e questo non è poco, guardando
(guardando come posso, con sghembi
occhi e sghembi nervi) le persone
percepisco che molti non l’hanno conosciuto:
altrimenti non sarebbero così
inerti dentro il male.

Sì, perché io invece… Niente, niente, il cappuccino
(che fa le veci del pranzo, si capisce)
oggi magari lo prendo più lontano:
mi spingo fino a San Mauro, oltre i fiumi

ma non so, non ho ancora deciso.

VEDI

Vedi, c’è chi
se difendi la Palestina da un genocidio
ti accusa di stare con chi manda spose le bambine
e insacca le donne nelle tonache nere
vietando loro il lavoro e la scuola, vedi
c’è chi se critichi l’espansione della Nato
ti accusa di stare con Putin lo zar e c’è chi
se ti preoccupi del disastro climatico
ti considera al soldo delle multinazionali green
e se difendi le libertà sessuali
ribatte: e i salari? e le pensioni?

e c’è anche chi, molto spesso gli stessi
odiano ogni disadattamento, ogni rifiuto
del lavoro e della normalità, ogni anelito
a vite diverse, foss’anchero impossibili:
ed è per questo che di te
preferisco dire soltanto con poesie:
dove sono tranquillo, perché non le capiscono.

[Quel “foss’anchero” che trovo rileggendo è frutto del mio rincoglionire di getto, però ha un suo fascino, si capisce benissimo che sta per “fossero anche”, non sto dicendo che va bene o è corretto, però il meccanismo ha sue radici, emerse chissà come, nel portoghese antico per esempio esistono casi di scissione di una forma verbale con inserimento di un pronome o altro, ne avevo discusso da giovane con un’amica di penna brasiliana. Tipo “cantar-a-he” per “a cantaré”. Vero che in quel caso la formazione verbale, un futuro, è più tarda ed è originariamente scissa, nelle lingue neolatine il futuro e il condizionale derivano da infinito più forme del verbo avere, “crederò” è da “credere-ho”, ve ne sarete certo accorti tutti. Ma insomma. Sotto l’effetto di droghe (e la vecchiaia è una droga potente) saltano fuori cose interessanti.]

SEELENMÜDIGKEIT

Uno stonato che canta in falsetto:
così mi pare il sonoro del mondo.
Un goffo sforzo per stare un’ottava
più su o più giù, pur che non sia la propria.
E m’entra dentro, come quando provi
a studiare, ma nenie ti distolgono.
Nenie che sono rombi che t’invadono
e al pensiero, già debole, s’incollano.
Mi sento decompormi, andare via
senza aver mai significato nulla.

ALCUN*/TUN

La maggior parte sono orribili, alcun*
già da giovani. Fiamme
di odio, qualche volta, li risvegliano
e orribilmente ringhiano. Dico, lo dico:
erotico eretico erratico fingendomi
immateriale, vo – benché gioverebbe
un pur seriale pompino, mi fingo
immorteriale ed ergo non inzacchero, non
inzucchero: scende questa
sottospecie di sera, dell’ultime a prescindere
e ne evito il ritmo – basta: già finisce
qui questa breccia dichiarativa:
non si resiste al montare del tun
tun tun tun tun tun
tun.

[il «pur seriale» è connesso all’«user friendly» di diāvoli, Neutopia XIX, p. 56]

IN-GIAL-LI-SCO-NO

Ecco, nel grigio, le foglie ingialliscono
ed è il giorno dei morti, di cui a nessuno importa:
cioè di noi, che provvisoriamente…
È tutto qui? Davvero è tutto qui?
Già pare troppo, per come si ripetono
le idee e le cose, questo breve tempo
da cui qualcuno è voluto fuggire
ancora prima… Non tutto è compiuto
né si può compiere. Certe foglie cadono
al primo vento e sullo stesso albero
altre restano, secche, fino a marzo:
forse per dare un presagio alle gemme.

Mi sento un mestierante, un giocoliere
che sul margine – ma prima che il pendio
s’incurvi a rischio d’inghiottirlo – gira
viso e voce all’indietro: guardate
cosa so fare, come dell’arte ho parte!

Allevio un po’ la mia e la vostra noia
toccando fili sull’arpa del cuore:
contribuisco all’inganno che svia
per qualche istante la morte, il dolore:
collaborazionista del malvagio
dio che non pago delle pene inflitte
vuole la controfirma, un così sia.

Perché sono innamorato di tutte le stagioni?
Ne ripeto le lodi che sbiadiscono:
in-gial-li-sco-no le sillabe usurate
e usuraie nel chiedere il tributo:
non sei foglia, ora sai, hai imparato
oltre il concesso: sei condannato a chiederti:
È tutto qui? Davvero è tutto qui?

Nelle casse di zinco le ossa
mostruose con le chiome imputridite
o nell’urna le ceneri, o disperse
le spoglie nella terra, o queste righe
appese a un ritmo di canto illusorio:
férmati, saltimbanco, non cercare
una chiusa d’effetto: non esiste.

ESSERE, MI CONFONDO

poi ti vedo, la sera, mentre
non dormo e neanche voglio dormire
affiorano momenti, qualcuno
favorevole, stasera ho visto
la volta che sono corso a prenderti a Casario
per la tua improvvisa chiamata
avevo a disposizione un’automobile
cosa rara, una fortuna
e ti ho presa e ti ho portata da me
dalla casa di tuo padre, che non c’era:
un rapimento, quasi, bello

e lascio scorrere il pianosequenza
che non ha i requisiti del ricordo
pur essendolo – è qui, è ora, ma
c’è dentro me qualcuno, un estraneo
che però sono io, che mi guarda
da fuori, sono io, e che mi critica
o peggio mi compiace, falsifica
il sentire trasformandolo in una scena
artificiale come se la scrivessi
io, come fosse la mia mente
a crearla con un’arte valutabile

e insozza il vero, il vero che sei tu
che sali in auto, e giù per via
della Costa e poi la statale, Ceva
e l’autostrada deserta e Torino
a riposarci, riprenderci, è
un corpo, un’anima, non un racconto
e nemmeno un dipinto: perché
un io rozzo e saccente parla, dipinge
imbratta, imbroglia? se ne vada da me
quest’io che io non sono ma non ho
modo di uscire, non ho modo di sopprimere
la volontà e la rappresentazione
che questo mondo offuscano
e trovarti – non è permesso, eppure
sento che c’è, dietro, oltre, più in là
forse uno spazio iconoclasta e logoclasta
dove vederci, ragionare insieme
la bellezza del viso e dell’abbraccio
essere

mi confondo
perdona
dove sei?

DELLA MENTE, DEL PAESAGGIO E DELL’ANIMA
(poesia civile)

la mente è una sottile corteccia
su un cervello selvaggio, il paesaggio
della vita è una sottile crosticina
su un fuoco d’inferno (ma fuoco
d’inferno e cervello selvaggio sono
un sostegno indispensabile, l’origine)

e l’anima forse, chiamiamola anima
è un velo sottile di bolla sul nulla
(ma è soltanto una supposizione)

e la storia, la storia è una tripla
fragile sottigliezza costruita
sul contorno, sul margine, se cede
implode nell’abisso delle tenebre

(ma il bisogno di luce è un’invenzione
della mente, del paesaggio e dell’anima
in autoreferenza irrinunciabile
e dura, che poi tanto si precipita
nel buio della morte illacrimabile)

non perdiamoci in questo, ragazze, ragazzi
ricarichiamoci in coiti, in abbracci
che riuniscono tutto, o almeno sembra
e il sembrare è già molto, dà forza
per il sorriso e per il pugno chiuso

contro il male: un amico poco fa
mi ha scritto del pericolo di un
nazifascismo intercontinentale
e ha ragione, è ciò che rischiamo

e ci si muova dunque, che la lotta continui
per la preziosa crosta del paesaggio
per la corteccia lieve del pensiero
per la bolla dell’anima sottile
per il nulla che è tutto e che ci chiama
per un’idea, un essere, un dovere

GEOMETRI

Mi danno fastidio i giardini ordinati,
i salotti borghesi, lo stalinismo, i geometri
con le loro villette tutte uguali
che della terra comprendono nulla
proprio come certi uomini delle donne
che pretendono amare, cementificandole.

Se sei libera ti strappano, erbaccia
che cresci dove è giusto che tu cresca
perché il vento lo sa dove portare
i semi: i giardinieri non lo sanno
ma impongono le loro geometrie,
il capitalismo, i centri commerciali.

Dio se ci fosse starebbe in un ragno
vegetariano a tessere ghirlande
di luce in gocce tra fiori per caso.
Ma non c’è. E il geometra oggi
a misurar lo cerchio non s’affige:
decide lui com’è: di nulla indige.

6 DICEMBRE

Sei dicembre, ecco, il sei dicembre di sette anni fa cominciava il nostro abitare insieme.
Che sarebbe durato solo un inverno e una primavera, con tempeste.
È stato il tempo più bello di tutta la mia vita.
6-12-18 una tabellina in crescita la data di quel giorno.
Arrivasti verso sera con la tua Peugeot, poi subito venduta, in città non serve e non ci sono soldi.
Arrivasti come previsto, ma io tutto il giorno in ansia.
Temevo che tu cambiassi idea all’ultimo momento.
Sono molto insicuro, lo sai.
Arrivasti con la macchina piena di scatole ordinate, un trasloco minimo, l’essenziale.
Io avevo pulito tutto, messo tutto pulito dappertutto, che non è il mio forte.
Una sera bella. Sistemammo le cose, parlammo.
Ti dissi che potevo dormire nel soppalco, lasciando a te il lettone.
Rispondesti che volevi che dormissimo insieme.
Così facemmo l’amore e poi tu ti addormentasti tranquilla.
Io rimasi a lungo sveglio a guardarti.
Il paradiso, se esistesse, sarebbe qualcosa come guardarti dormire tranquilla.
Andò bene, per un tempo.
Arrivasti a dire che ti stavo insegnando con il mio amore ad amare te stessa.
Se ci fossi riuscito davvero, era un buon motivo per essere nato.
Alla fine, invece, no.
Ma che giorni, quei giorni.
Pieni di cose che neanche mille anni.

Ma sono passati invece piccoli anni scivolosi.
La tua morte, la morte che ti sei data, non si colloca, non può essere.
Provo a misurare il tempo, come adesso quest’anniversario dell’abitare insieme.
Sarebbe la crisi del settimo anno? Magari!
La sensazione fisica è di avere la gabbia toracica vuota.
Tu nel letto mi appoggiavi l’orecchio al petto per ascoltarmi il cuore.
È così.

Mi sa che disapproveresti questa commemorazione.
Ma scusami, qualche cosa devo ben fare
intanto che mi hai lasciato qui da questa parte:
in questa vita che per la scienza e i materialisti è l’unica
ma io non lo credo. Non so come, non so niente, ma
ci rivediamo, vero?

Intanto annoto questo settennale d’un sei dicembre
luminoso. Il mondo non sta girando bene.
…«tra le ossa fini
dilaniate non potevo
respirare senza ridere» – hai scritto – è davvero così
ma si prova a lottare per un mondo migliore
perché non sia solamente un macello
«partecipo coi resti
a un’indicibile
disperazione» – hai scritto – però
non sopportavi i soprusi, aiutavi
le persone, ti veniva spontaneo
quando il buio lasciava uno spiraglio.

Passeremo in fessure, intercapedini
fra le cartilagini del mostro
ci passeremo ancora, romperemo
quest’assedio, uccideremo il mostro
che ha vinto, che vince, che sembra invincibile.

Ti vedo scettica. Ma lasciami sperare, lo dicevi
che sono un bambino come te, quel sei dicembre
di sette anni fa fu un abbraccio trascendente
ogni misura e natura, io così sento, tu adesso
già vieni a trovarmi, in deliri o visioni, come puoi
e come vuoi, nei sogni, come va, dove sei?

IL MINIMO PER NON SPRECARE IL TEMPO

Ma in paradiso, ipoteticamente
c’è qualcuno che mi vuole un po’ di bene?
L’amor di dio, non me ne frega niente:
roba generica, da grande distribuzione.

Il voler bene è piccolo, di carne:
tocca, ti abbraccia in intervalli, torna.
La questione è poco trattata
dai paradisògrafi: certo, loro
devono per contratto puntare all’assoluto:
il dissoluto assoluto:
se no non li pagano.

Ma l’infinito? παράδεισος
è tutt’altro, è un recinto. Coglioni!
Un bene infinito in un recinto!
Il contrario io direi e vorrei:
un piccolo bene pulsante all’infinito.

Fantasia. Nel frattempo cerchiamo
abbracci di braccia e abbracci di pensieri
che quantomeno rovescino il mondo:
il minimo per non sprecare il tempo.

TU SEI RIMASTA ESILE E GENTILE

per te ruberei i colori all’arcobaleno
dice il poeta cretino
tu a volte rubavi un fondotinta
o un acrilico per un dipinto

è bene rubare nei lustri negozi
riduce d’un minimo un turpe squilibrio

da quando sei partita
il mondo è peggiorato
ti schiaccerebbero ancora di più

neanche sanno d’avere partecipato
al macello premeditato
di te e d’altre anime
(io almeno so di non essere innocente)

schiacciano qualsiasi cosa
si sentono giusti
lavorano il giusto
pagano il giusto
uccidono il giusto

giusto giusto giusto giusto, quella roba
che in un vecchio libraccio
qualcuno, forse un dio, non trova
c’è uno che mercanteggia
dieci, cinque giusti, ma niente
dà fuoco alla città

adesso invece senzapeccato a bizzeffe
la lapidata non avrebbe scampo

da quando sei partita
è aumentato lo scempio
aveva solo da non rubare
aveva solo da non migrare
aveva solo da non impazzire
aveva solo da essere come noi
aveva solo da non esistere

crucifige crucifige
il mondo predilige
lo sconcio perbene, l’ignavo incensurato
il non fesso ma nemmeno brillante
l’ignorante giudicante
dedito ai cazzi suoi

da quando sei partita
è faticosa la vita
ma lo so, lo sai, lo era già prima
ti ha così triturata

e questi infelici con i loro grossi culi
ondeggiano, calpestano
erbe, fiori, riflessi di pozzanghere
secernono il veleno che li riempie

tu sei rimasta esile e gentile

LA TUA VOCE CHE BASTAVA

Il due del primo verso
che già era un ricordare
ora va corretto in sette.

Continua il tempo
come niente fosse
come dicesse: niente è.

Continua a mancare
nel silenzio della casa
la tua voce che bastava.

(Natale 2018 – Natale 2020 – Natale 2025)

AHI LULE ANCORA AHI LULE

c’è tutto questo brusìo, punteggiato
da qualche urlo sùbito dimenticato
brusìo con dentro confus’odio e odietto e oddìo
e rancore e animæcore e terrore
amore, comunque declinato, non mi pare

ma che ne so, certo è furente
l’indifferenza per la sofferenza, così furente
da far sospettare che aumenti
la fatica di nascondere la colpa, dunque
un più alto berciare, coprire

ma poi, gli aiuti sono sempre o quasi sempre
sopraffacenti, con scadenza e condizioni
è più usura che aiuto, anche
nei sentimenti

chi è meno usuraio spesso muore da sé
e nemmeno sa
se è stato vero

il carro armato è l’evoluzione vincente
dell’ominide che impugnò una pietra
e il suo linguaggio è un codice crudele
di battute – ma questo è già un sentenziare, m’avvito
nel materiale che vorrei spezzare
e mi trasformo in un nemico comodo

ma almeno in piazza ci vado lo stesso
e ti porto con me invisibile se vuoi
col tuo sussurro che è che è eccome
il grido! altissimo e feroce!
di te senza voce
e perciò limpida, immensa, stentorea

hanno ferrato ancora meglio i cavalli di ferro
di nascosto, hanno maniscalchi scaltri
in botteghe con stemmi

e un nero di formiche laboriose
li sostiene, scampa ai cingoli
seguendo le istruzioni

“e poi il mondo è così gretto
che ci faranno guerra”
dice una canzone di Brel che non trovo
“e allora verrò per davvero
a dormire ne tuo cimitero”
forse l’avrò sognata

un mio amico scrive di un amore finito
io finisco a cercare di scrivere
di un amore che resta non finito
oltre la fradicia decomposizione
e il volo via della polvere

così però
faccio solo una bara di parole
una bara, bara ancora
che anche quella, per risorgere se mai
si dovrà scoperchiare

ahi lule lule lule lule lule
più combatto più mi punto un fucile
fra le scapole, esecuzione
capitale alle spalle, collaborazionista

ho comprato tre flaconi
di colori acrilici
voglio fare finta di giocare
come fosse con te

(25 dicembre 2025)

I DISEGNI DI ANDREA

Tratti a china sottili, colori mescolati
in rapide velature, macchie
e contorni in movimento, osservo
l’amico artista che rapidamente
fa schizzi su fogli che tiene appoggiati
sulle ginocchia, nel disordine
della stanza, dei mobili, dei muri.

Sono ritratti di donne immaginarie
o ricordate, appaiono sul bianco
come riguadagnando una figura
che già avevano, in attesa
che una mano la svelasse.

Gli occhi soprattutto mi colpiscono:
quasi un unico tocco, una chiazza
sbadata di pennello e invece
l’iride ha forma e luce, la pupilla
osserva e interroga. Come è possibile?

Poi, dopo un bicchier d’acqua, prova a fare
uno studio in inchiostro da una foto
che è un prodigio inquadrato, pornografica
fra un estintore, una tenda, una calcina
di ripostiglio, una ragazza spalancata
in offerta, in domanda, racconta una storia.

Ritira le chine, gli acquerelli e gli acrilici
e finiamo a parlare di lei, che a vent’anni
aveva padronanza ed entusiasmo
e conoscenza e virtù d’arti e di stili:
lui cita Francesca Woodman, io dico
che non sapremo che cosa abbia impedito.

Prima, un cappuccino nell’unico bar
aperto in questo strascico di festa
qui su un confine di conurbazioni:
poi in casa, con gli echi dei miei versi
(«gli occhi sono voragini di luce»)
e gli scaffali con le piante verdi
e i suoi quadri e i disegni, qualcuno
forse per quindici euro glielo acquistano
ma non è facile e sarà vero poi
che c’è qualcosa che vale qualcosa
per la pericolosa compravendita
di anime e talenti e vite e amori?
Lei si volle salvare, stare fuori.

Meglio tuffarsi nel gomitolo di strade:
è bello respirare la penombra
verso l’ingresso di metrò Bengasi.

La barista cinese sulla porta
parla con due ragazzi, qualche uomo
passa svelto, la luna illimpidita
è crescente, i cantieri sono fermi,
una ragazza e un ragazzo
giù dalle scale mobili si baciano.

IL PUBE ESISTE

Nessuna età dell’oro nel passato
però è nuovo questo mondo unito
nella visione ma diviso in guerre
e confini tragici, irreali. I conservatori
oggi sono quelli che difendono
«la civiltà europea» come potesse
stare chiusa ammodino in un’ampolla
galleggiante su un mare d’ignorabile inferno

ma anche i palestinesi che chiamano martiri
i bambini vittime, straziati:
essere martiri richiede un consenso
di cui peraltro le religioni e non solo
se ne fregano, ti segnano alla nascita.

E c’è questa corsa a un oro immateriale
sterminatore, ben peggio
che Paperone nel Klondike – peraltro
anche in quel caso la terra era altrui.

Il re del Belgio faceva tagliare le mani
ai bambini africani che non producevano
a sufficienza, ma le signore fiamminghe
ritratte nei ritratti, eleganti, vaste
non lo vedevano su Instagram: era forse
tutta lì la differenza? Adesso solo certi
schizofrenici funzionali possono
non vedere i bambini morti in miniera
per fare i telefoni: la malattia mentale
è necessaria alla normalità del macello:
chi ne è indenne viene preso e curato
perché si ammali come tutti, o muoia.

D’altronde è da sempre che tutti inseguiamo
felicità difettose, le uniche possibili
nel divenire, nello scorrere del tempo
che è la vita: pause, lampi, tregue.
Il fermarsi del tempo è l’orribile morte
senza respiro, non c’è soluzione.

Tant’è che ci è difficile immaginare paradisi
(siamo più bravi con gli inferni): il male
è necessario, come al nero il bianco
o al giallo il rosso, per dipingere un quadro.

«Ces nymphes, je les veux perpétuer»
dice il fauno, mi sono sempre domandato
se prima di quest’abnorme pretesa infinita
ci avesse scopato. Per me è fondamentale.
Sul congedo, adesso, ricordo gli amplessi
molto più che i miei versi sugli stessi.
Il linguaggio non esiste, il pube sì:
brevemente, ma esiste, dunque sta
in una ruota celeste superiore al linguaggio.
Ma questa cosa non l’ho mai saputa
bene spiegare e poi che c’entra? Dicevo
dei confini tragici, irreali del mondo
e poi divago, o forse tutto c’entra.

Uso anch’io strumenti costati sangue innocente
(o anche fosse colpevole è lo stesso)
e godo certi residui benefìci
di questa raffinata vampira civiltà.

Ma percepisco che tutto sta crollando
ed è anche giusto. Chi vivrà vedrà

bella chiusa, ma falsa, non è detto:
c’è tanta gente che vive e non vede.

PONTETTO

Sul treno lento rivierasco
che ferma persino a Pontetto
due ragazze chiacchierano, una
che compirà diciott’anni fra poco
dice: “Sono stata con diciassette
ragazzi, tu solo cinque, sei una
donna di buoni costumi! Ma io
non mi sono mai fidanzata”

poi parlano del compleanno
di quella dei solo cinque, stanno
organizzando una festa, una madre
al telefono chiede “dove siete?”
contratta un’ora di ritorno serale
“ma domani è ancora vacanza da scuola!”
“sì però dove vai con questo freddo?”
“vado in giro con Elena” – poi
discutono di un ragazzo, che ha
paura delle donne, scappa sempre
da tutte – ma non è gay, ha paura
“io anche solo per curiosità
vorrei provare a fargliela passare:
è carino” – poi una dice “non vorrei
perdere mai la tua amicizia, è troppo
importante” – e se la confermano
e sono amiche davvero sul treno
le due prossimamente diciottenni
ancora due giorni in vacanza da scuola:
mi piace ascoltare le ragazze sui treni
lenti, questi che fermano persino
a Pontetto dove l’altoparlante invita
chi vuol scendere a mettersi
nei vagoni di testa, è corta la stazione.

Forse ieri quei versi di Montale
incisi a Monterosso
mi hanno colpito perché pensavo
che della salvezza del mondo
m’importa meno:

“forse solo chi vuole s’infinita,
e questo tu potrai, chissà”
tu, è sufficiente.

Il mondo si avvita nella sua
paura del diverso, cioè della vita:
perché mai si dovrebbe salvare?

Non è solo il diritto internazionale
(da sempre vago) a sgretolarsi, è tutta
la visione dell’altro, sul vicino
e sul lontano cigola egoismo:
salvate il nio rantolo, non il futuro!

Nemmeno io sono tanto diverso:
ho solo, forse, un udito più fine
nell’anima e non è detto che sia un bene.

Ora sono in una casa sul mare
con l’amico, siamo due per così dire artisti
(lui poco fa dipingeva volti a china
su pagine di riviste) e siamo due
che forse in qualche modo ci hai amati
e che che ti abbiamo amata: non è
questo un miracolo, un miracolo
infinito?

“forse solo chi vuole s’infinita,
e questo tu potrai, chissà”:
tu piccola nei margini di luce
di questa foschia enorme, di questo
omicidante suicidio di bestioni.

Cosa ne so? Niente ne so, ma sento
ciò che sento, oggi forse faremo
un giro a Genova di mare e di odori.

(4 gennaio 2026)

MENTRE BEVEVO UN CAPPUCCINO

«L’unico modo per allentare il male
è alleviare il dolore. Il dolore
del massacrato come quello
del massacrante, uguale.

ὕβρις, la ferita, si cura con unguenti
e garze e forse baci, è naturale.
Non con i colpi di nέμεσις, creata
dagli dei e dai re, per scopi loschi.

Ma anche gli dei e i re, fu per dolore:
se no perché? Non dà gioia il potere
né toglie tristezza – è una droga
banale, è meno che l’odore di un fiore.

Però questo discorso è impopolare:
il bimbo opaco ha bisogno di un gioco
che a turno gli uomini chiamano giustizia
e procurano in guerre, prigionie, torture.

Il vecchio cacciatore di nazisti
non è diverso dal nazista che insegue:
nessuno avrà mai pace. Però questo
discorso è inaccettabile, non farlo.

Ci sei dentro anche tu, non fare storie:
abbraccia il modo che ti sembra meglio
perché ci sia qualche felicità
nella tragica vita del pianeta».

Così mi disse il mio spirito guida
mentre bevevo un cappuccino, mi alzai
per aprire la porta alla barista
che con due tazze in mano non riusciva.

NOME DI BATTAGLIA

Mi sono accorto un attimo fa
che nel tempo della vita insieme
t’ho vista in ansia, angoscia, pianto
e rabbia, però mai – ci sto pensando: mai –
t’ho vista aver paura.

Sottile combattente, alta nel passo
di scrutare e stupire, e di spietato amore
bionda senza farti accorgere
come una partigiana dei tuoi monti sul Tanaro
piemontese d’un’epoca invisibile
caduta dentro un quadro incomprensibile, mai
t’ho vista aver paura:
nemmeno della morte, che hai tenuto
sempre accanto, come opzione plausibile.

E io così vigliacco, qui vecchio, da solo
a perdermi nei modi in cui mi manchi.

RACCOGLIMENTO

Attenta e parsimoniosa
di parole rigorose, tu non sopportavi
chi gridava, chi non ascoltava:
io mi stupivo del tuo ricordare
ogni minimo dettaglio
dei nostri lunghi discorsi
privilegiati, preziosi.

Per istinto difendevi i più deboli,
trovavi consonanze
nei più indifesi, qualche volta rubavi
un cosmetico o un succo di frutta
in un negozio, per te stessa.

Oppure t’infuriavi, ferivi
e ti ferivi prima che tornasse
negli occhi il vago
sorriso scettico, tenue
come la luce di un’abside: dai
non è niente – parevi
comprensiva con un mondo
feroce e inconsapevole.

Da quando sei partita, è peggiorato:
eri e sei precisamente
il bersaglio ideale per questi
sordi urlatori ottusi.

Mi pare, in sfocature, di vedere
il tuo profilo nei perseguitati:
come se ancora fossi tu a soffrirne.

E vorrei che rubassero, prendessero
di forza e di sberleffo
ciò che nega la bella società.

Ho provato a tenerti
accanto, in alleanza:
non è stato abbastanza.

E temo sia un sopruso
quando estenuato, stanco
sconfortato, confuso
mi rannicchio in qualcosa
che penso essere tu.

I CAPELLI FRA DUE DITA

Ti ricordi? Mi prendevi
i capelli fra due dita.

[Poi adesso mi partiva
tutta una poesia su mondo e mondi
arrivando pure a Gaza e all’Iran
alla sopraffazione
all’idiozia
ai lavoratori BRT licenziati
per uno sciopero
e non è che non c’entrasse
perché tutto è collegato
ma così inutile, così inutile…]

Mi prendevi i capelli
fra due dita, senza peso
era il corpo, ti ricordi?