L’incarnarsi del sogno della carne

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L’incarnarsi del sogno della carne
è lento, ansioso: ruotavano in sfere
celesti le fiche sfondate, apertissime
che m’eccitavano bambino, giovane:
vulve aperte come grotte di sibille
accoglievano il mio fantasticare
come le lune gli ippogrifi: in paradisi
ritmati e lucenti versavo il mio sperma:
ma toccavo soltanto me stesso
– e pure questo con lo sguardo altrove.

È lento, problematico il discendere
di qualche troia beatrice dal sommo
del mio poema, il pulsante svelarsi
del mio problema, dell’ingovernabile
calda complessità dell’imperfetto
groviglio d’anime in corpi esitanti
o perentori di donne, lo scompiglio
di tutto ciò che ero: il disturbo
che la gran macchina relazionale
fa irrompere nell’alta fantasia
che perde possa, sospinta ad ignoti
inferni seducenti – inadeguata.

E forse cerco ancora la sublime
puttana che ha le cosce come portici
d’una piazza pisciosa, maestosa,
percorsa da viandanti trasognati:
la mia Musa bambina. Ma ho imparato
(almeno un poco) a smarrire la via
nelle stazioni dove adulte donne
camminano nervose e risolute
a binari che sanno, verso viaggi
terrestri, poco aromatici ma
concreti di stazioni, di giornate.

L’incarnarsi del sogno della carne
è perdita, è la vita, è qualchecosa
che non arriverò a sapere dire.

 

coport


Scritta nel 2018.

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Non stai nemmeno negli endecasillabi

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Sarà anche vero, come dici, che
la forma irregolare del tuo viso
crea un’ombra intorno ai tuoi occhi, ma quando
li allarghi e guardi, come si rischiarano!

Sei fatta come un passero, il torace
carenato, i piedi lunghi che quasi
potresti appollaiarti sopra un ramo
sottile: sei leggera, forse voli.

I capelli non sai come girarli:
s’increstano in conflussi di ruscelli.
Non stai nemmeno negli endecasillabi:
sei tutta bella di bellezza tua.


Scritta nel 2018.

Un garbo libero

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Ti muovi sul letto delicata come
l’ingegno di zampe d’una cavalletta,
le mutandine blu sullo spigolo del fianco
son taglio d’ombra in un vicolo di sole:
risalti tutta sul bianco del lenzuolo,
appoggi il capo ai cinque asciugamani
appena lavati, piegati, che ti ho dato
perché non ho un cuscino, questa casa
è come è: «Sono buoni, profumati»
– dici e continui: «Mia madre non m’ha
abbracciata mai, nemmeno da bambina,
e la tua?» Guardo i cerchi di colore nell’iride
dei tuoi occhi: «Nemmeno la mia».
Fai un gesto del capo come un pesce
che affiora, hai le labbra sottili:
«Siamo a letto insieme». Ne convengo:
«Di fatto, sì». «Vorresti fare sesso?»
mi domandi allargando le palpebre.
«È una domanda difficile» – provo
a svicolare, ma tu sei perentoria:
«È difficile però non mi hai risposto».
«Mi mancano dei passi ad arrivarci».
«Allora questa notte non si può».
Sei bellissima, stesa su un fianco,
una spallina del reggiseno scivolata
sul braccio, l’ombelico, i capelli
d’un biondo ventilato di cortili.
«No» – ti confermo. «Cosa pensi?» – chiedi
cogliendo astuta un mio silenzio. «Niente».
«Impossibile» – ridi. «Va bene, pensavo
al tuo corpo mirabile e al mio
che troppo stona accanto». Mi fai
una smorfia: «Sono tutt’altro che perfetta».
«La perfezione è astratta, tu sei viva».
Mediti un attimo: «Sono a letto con te
e non sono a disagio». «Ne sono contento»
ti rispondo tenendoti la mano. Tu guardi
la finestra: «È già la luce del mattino?»
«Non so, forse è la luna che si scopre
da nuvole» (l’usignolo, l’allodola
mi viene in mente ma tengo per me
in quanto totalmente fuori luogo).
«Dormiamo un paio d’ore». Ti rannicchi
di spalle, il tuo collo fragrante a portata
della mia bocca. Non lo bacio ma lo venero
come dono prezioso. Mancano dei passi,
le madri non abbracciarono eppure
siamo bravi lo stesso, possiamo stare qua
sull’orlo che sappiamo: né fuggire
né approfittare: con un garbo libero
inedito, nuovo, rivoluzionario
medicare d’amore la fragilità.


Scritta nel 2018.

Fontanella di periferia

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Una ragazza in calzoncini e reggiseno
morbida, rinascimentale
a una fontanella in uno slargo
beve come i passeri, si rinfresca
il viso, si lava le ascelle e un poco
si spruzza d’acqua i capelli.

Questa scena bellissima
questa visione d’oro
gente triste la chiama
un’offesa al decoro.

Io vado un po’ più in là
per non essere indiscreto:
me la ripasso negli occhi, mi siedo
su una panchina, scrivo.


Scritta nel 2018.

Le gengive

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Quando sorridi mostri le gengive,
non è un difetto grave. Quando penso
che sono dieci anni che mi stai
nella mente, io ancora ti desidero
intensamente, ed è un difetto grave
però limito i danni: cerco a volte
tue notizie sul web, mi siedo a volte
su panchine del lungopò Antonelli
nel tuo quartiere, però scelgo quelle
rivolte al fiume, osservo la corrente,
le anatre, le nutrie, qualche topo
fra l’acqua e l’erba, m’assopisco in sogni.


Scritta nel 2018.

Sono queste

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Sono i fantasmi dell’incerta infanzia,
gli improvvisi sgomenti, gli affetti rifiutati,
gli amori persi per vigliaccheria
o sbadataggine, i sordi rimorsi
per le gioie mancate, lo stridere cupo
dei giorni a capo chino, l’incomprendere
e l’essere incompresi, gli agguati
del nulla che instancabile c’insegue:
sono queste le cose che aprono squarci
d’inattesa paura, capogiri
su orli di abissi, sono queste
le cose a cui non puoi chiudere i porti.


Scritta nel 2018.

Fragile

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Perché fragile? Lasciamo da parte
l’aggettivo da psicoterapeuti
e brave signorine. Tu sei bella,
questo sì – tu dovresti ricordartene.

Hai curve di parole e sinuosi
pensieri lindi, che non stanno comodi
nel castone del mondo, si distaccano
e volano pericolosamente.

Teniamo il filo di questi aquiloni.
E se qualcosa sfugge, tornerà
in altre forme o nelle stesse. Tu
sei bella – tu dovresti ricordartene.


Scritta nel 2018.

Il contatto

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Quando scivolai la prima volta
con la lingua giù verso la sua fica
nel tardo autunno del novantaquattro
disse Diletta: «Attento che io
non mi lavo mai». «Mai» era iperbolico
però aveva davvero un sapore
alquanto forte, che tutto mi gustai.

Era il crepuscolo del tempo dei fiori
e del relato necessario fertile
letame: un tempo che m’ero perduto,
in giovinezza, per motivi miei.

Oggi persino presso i benzinai
self service sono disponibili guanti
di plastica usa e getta, come se
anche la benzina fosse infetta.

Non ci sommergeranno gli immigrati,
sappiàtelo, razza d’idioti,
ma l’assenza d’odore, i detergenti,
i detersivi, l’igiene e la plastica
che toglie al dito il tatto delle cose
sporche e vere, il contatto con la vita.


Scritta nel 2018.

Posso scrivere

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Certo, posso scrivere
del confine fra due colori diversi
dell’asfalto d’un marciapiede,
o fra i due colori diversi
dell’areola e della pelle
in vetta a un seno. Posso scrivere
di quest’odore di tigli tardivi
che in via Monte Rosa si mescola
a qualcosa di farina, di forno;
o delle scritte sui muri
qui per tutto il quartiere, variopinte.

Posso scrivere, posso descrivere:
non c’è un passo di via
che non contenga storie inebrianti,
geografie di brecce, resoconti
di capelli ventosi, di chiazze di piscio
divinamente odorose d’abisso.

La realtà genera il sogno e lo distrugge
nello stesso minuto: ha indosso
ogni donna una nuvola grigia
sugli occhi, sul corpo – e quando t’accorgi
ti dice: «La porto da sempre,
tu non la vedevi».

Posso scrivere, posso descrivere
e farlo con perizia, come un mastro
di restauro posso togliere con garbo
le incrostazioni, mostrare
percentuali dell’intima lucente
molata superficie delle cose.

(Certe volte vorrei morderti l’anima
come un hamburger, come fanno tutti
squarciando, divorando, lacerando
con goduria bestiale
il perfetto disegno di te
per bere il sangue, vivere, morire.)

Rallento con la Vespa in corso Belgio,
sfioro l’onda dell’erba che si sporge
sui binari del tram e su di me
con voglia di carezza.


Scritta nel 2018.

Lidl

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Alla Lidl giovani fragili, duri,
avevano tatuaggi e bambini
e ragazze che a una certa distanza
discutevano di cose, avevano
canottiere sgargianti, ridicole
con scritte inappropriate
e musi chiusi tra sfottò e disagio:
avevo la sensazione che potessero
spaccarmi il naso con un pugno
per futili motivi o cadere
per caso lì fra i banchi, come nulla
fosse: i bambini su passeggini
abarth con marmitte sfondate, c’era
una tensione infelice, su qualsiasi
argomento sembravano pronti
a inveire, scongiurare.

Ho pagato alla cassa, attaccato la borsa
al gancio della Vespa. A un semaforo
un giovane in un’auto affiancata
dal finestrino aperto mi ha chiesto:
«Sei italiano, vero?» «Sì» ho risposto
e lui: «Si vede dalla pelle
che non sei marocchino». Avrei
voluto approfondire il senso
di questa strana osservazione, ma
il rosso di corso Tortona non dura così tanto.

Non sono andato a casa ma a sedermi
su una panca del lungopò, non avevo
alcuna fretta che venisse sera.

Qui sulla panca con urgente calma
scrivo – e osservo un’anatra sul fiume
che si fa portare dalla corrente in retromarcia:
guarda il fiume che la insegue.

È gonfio e ondoso il fiume nel colore
giallo dell’ultimo sole sugli alberi.
«Poldo, guai a te se mangi le porcherie
sulla riva del Po, brutto maiale» grida
una vecchia sgraziata a un cane bianco e nero.

Alla Lidl ho comprato i cornetti all’albicocca,
sei pezzi a zero e novantanove e la spremuta
cento per cento arancia. Forse
ho male interpretato quei giovani
con tatuaggi e bambini, non c’era
infelice tensione, facevano la spesa
e poi a casa ai bambini, magari, una carezza.

È che sono vecchio. Lascio scendere la notte
poi riprendo la Vespa e filando
col mio fanale acceso per i viali
già quasi vuoti, vado a casa anch’io.


Scritta nel 2018.

Non diremo mai

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Siamo giusti: non possiamo certo dire
che siano fascisti, anche se un po’
ce l’hanno con gli ebrei, questi ebrei
tutti un po’ banchieri, un po’ tedeschi,
le lobby, si sa. Ma non possiamo
certo dire che siano fascisti, anche se
per prima cosa vogliono chiudere
i campi rom e bloccare l’accoglienza
ai dannati dell’Africa, insomma
un po’ ce l’hanno con i negri
e con gli zingari. Però non possiamo
– siamo giusti – certo dire
che siano fascisti, anche se
hanno un ministro della famiglia
che ama il patriarcato e odia
i gay, le lesbiche, i diversi: insomma,
un po’ ce l’hanno con gli omosessuali.
Ma – siamo giusti – non possiamo certo dire
che siano fascisti, anche se mostrano
simpatie per Paesi che imbavagliano
intellettuali e giornalisti scomodi,
insomma, un po’ ce l’hanno
con i dissidenti. Ma noi siamo corretti
e no, non possiamo certo dire
che siano fascisti, anche se
ce l’hanno con gli ebrei, i negri,
gli zingari, gli omosessuali,
i diversi e i dissidenti: è tutta
una coincidenza, siamo in tempi
postmoderni, stimolanti, ricchi
di grandi novità, perciò – siamo giusti –
non diremo mai che siano fascisti.


Scritta nel 2018.

Nell’acquata

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La chioma densa degli alberi gonfia
il vento, ed è forte l’odore dei tigli
in piazzetta Vigliardi Paravia.
Piove. Fuggono vecchie affannose
sulle stampelle, va adagio nell’acquata
una ragazza vestita di rosso,
nude le gambe. S’impenna primavera
in questa larga dolcezza tumultuosa
così ovunque, così velocemente
che ciò che il cuore sente
si chiama, dal principio, nostalgia.


Scritta nel 2015.

Quotidianità

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In questo postamore stamattina
– che non ti vedo da una settimana –
volevo giocare a ricordare la nostra
quotidianità: è importante, dicono,
la quotidianità, e noi ne abbiamo
avute, di giornate quotidiane:
dopo il lavoro, in una casa insieme,
cenare, dormire, preparare
la colazione, leggere qualcosa
o solo stare vicini, tranquilli.

Eppure non mi viene in mente niente.
La casella «quotidianità» – in tanti
anni – rimane vuota. La volevo ricordare
e non sono riuscito.

Come si spiega questo? Un’ipotesi
è che tutto con te sia stato eccezionale:
un po’ sopra le righe, ma non priva
di fondamento. Però tu che sei saggia
smorzando i toni farai riferimento
al vizio mio d’ammantare di gloria
ogni cosa che m’è piaciuto fare
– ma anche in questa versione
è un’ipotesi forte, vuole dire
che con te tutto m’è piaciuto fare
– non annoiarsi al Brico è vero amore.

Non so. Comunque, niente quotidianità.
Forse l’unica cosa collegabile
a sedimenti di quotidianità
è che a volte (ma abbastanza spesso)
se non ci sei mi manchi.


Scritta nel 2018.