Piazza Chiaves

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Tavoli da picnic in piazza Chiaves:
mi siedo a uno, prendo un foglio e scrivo.
La gente come me son rarae aves:
non meglio o peggio: solamente vivo
a modo mio: por si tú no lo sabes
che farci? C’è un colombo che becchetta,
qualche ragazzo passa in bicicletta,
per terra un fiore ed un preservativo.


Scritta nel 2018.

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Vi amo ancora

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Vi preferivo quando prendevate
più cazzi nelle fiche: tu anche cinque
nel medesimo giorno, mi dicesti;
tu una decina nell’estate; tu
ogni sabato sera un cazzo nuovo;
tu sette amanti in aggiunta al marito;
tu quasi tutti i ragazzi del giro
per piacere e per gioco; tu qualcuno
anche per soldi e molti per amore;
tu tre uomini oltre il fidanzato;
tu avventori in locali di striptease;
tu fotografi senza fotocamera
in camere d’hotel, tu i musicisti
e i poeti nottambuli nei bar;
tu quindici compagni di liceo;
tu un po’ chiunque ti passasse a tiro
e avesse buono sguardo e buon odore.

Questa poesia d’amore collettivo
è dedicata a soavi mie ex
(fra i molti cazzi ci fu pure il mio)
e ad altre che ho soltanto vagheggiato
(fra i molti cazzi il mio non fu compreso).

Vi ho amate tutte d’amore entusiasta,
forse poco maturo ma entusiasta:
siete le cose buone della vita.

Vi preferivo quando prendevate
più cazzi nelle fiche: ora che siete
(salvo rare eccezioni) diventate
più sagge e caute e attente e riservate
e avete pochi cazzi o addirittura
uno soltanto, fidanzato o sposo,
vi amo ancora, perché siete belle
sempre e io sono un amante fedele.

Vi preferivo quando prendevate
più cazzi nelle fiche ma capisco
che la vita ha periodi, stagioni
– e vi amo ancora: che ci siate state
o non ci siate state, voi restate
tutte in eterno le mie fidanzate.


Scritta nel 2018.

Nightclub

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La ragazza sul palco spalanca le cosce
ad angolo piatto a formare un segmento
di retta che per punto medio ha la fica
e i ginocchi agli estremi. Una striscia di pelo
sta come una penna al di sopra del solco
glabro roseo. Appoggia le dita
sui grandi labbri e con mossa studiata
li tira aprendo il sipario su un varco
profondo e ombroso, poi tira di più
e il varco si rivela una voragine
a forma di losanga. È il compimento
d’uno striptease armonioso: danzando
la ragazza ha lasciato cadere una vestaglia
rossa, è scesa in sala a farsi togliere
da un uomo il reggiseno, è risalita
sinuosamente sul palco ad agitare
le grosse poppe con le grosse areole
brune sporgenti, è ridiscesa in sala
lasciando a un altro uomo il perizoma
e nuda tranne le calze e il reggicalze
e le scarpette a spillo è risalita
per il finale panoramico. Replica
le mosse sullo spigolo del palco
in tre punti diversi: vuole offrire
a molti spettatori la visione
ravvicinata della fica slargata.

Poi fa un inchino e sparisce fra gli applausi
dietro la quinta del piccolo teatro,
ma dopo due minuti ricompare
da un’altra porta, ha la vestaglia rossa,
va al banco del bar, due uomini l’abbordano,
parla e ride, con uno riscompare
nella porta, una porta che va
a camerini e camere, mentre
sul palco già appare un’altra ragazza.

Mi spiega un avventore: «Queste troie
fanno ognuna cinque numeri per notte
sul palco e cinque volte vanno in camera
se trovano chi paga. Io preferisco
stare a guardare, non ho soldi da spendere
e poi chiedono troppo, sono tutte
vacche sventrate, alla fine». Distratto
annuisco: «Sì, anch’io guardo soltanto».
Ma non ho voglia di conversazione,
lo pianto in asso, m’avvicino al bancone
per un cocktail analcolico e comunque
con la ragazza della vestaglia rossa
qualcosa ci farei, pare graziosa.

[lettura a voce qui]


Scritta nel 2018.

Mentre

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non basta dare forma
per trovare un senso

la circonferenza del mio pene potrebbe
dare fuggevole forma reale
alla tua rima vulvare e questo
sarebbe comunione di piaceri
e sogni forse, ma non senso, mentre

la forma che si dà con le parole
è un artifizio, una fantasticheria
credi, ne sono esperto:
al di fuori del delirio
non esiste concetto

sul tram tre è salita una triste
gozzuta giovane obesa incappucciata
trainante un greve fardello a rotelle
di roba del mercato

vorrei massacrare le suore e le islamiche
per aiutarle a fare più perfetto
il loro sacrifizio
ma siamo grumi nient’altro che grumi
basta il tempo a massacrarci, mentre

la bolla dell’anima
è sigillata in rossa ceralacca
dalla sua stessa citolisi, mentre
la nostra maculata concezione
s’autorizza previa firma
di dimissioni in bianco: dunque

in quest’ergastolo di libere parole
sputiamo nel piatto dove mangiamo
assaggiamo la saliva
che così benevoli dispensiamo:
facciamoci nausea, mentre
qualcosa di noi, indicibile, s’allaccia

le brune areole lustre di sperma
della puttana all’ottavo cliente
cinge il braccio del vento
a icone aurate di maternità,
a sgusci di farfalle da crisalidi
o viscere a coltelli d’assassini,
alle dita che non ti tratterranno
e a tutto il resto, tutto, tutto il resto

non basta dare un senso
per trovare forma


Scritta nel 2018.

Ruoli

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Queste piogge d’aprile fanno il Po
più tumultuoso, stamattina: i rami
bassi sfiorano l’onda, vi s’immergono.

Su una panchina accanto, una ragazza
disegna il fiume con una matita
sul foglio bianco ruvido d’un album.

Io con la penna disegno a parole
il fiume e lei. Non ritengo che lei
includa me nel suo disegno, invece.

Quanto al fiume, lui scorre e non disegna
altro che sé, scavando la pianura.


Scritta nel 2018.

Sulla panchina di pietra a Leinì

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Sulla panchina di pietra a Leinì
credo pian piano di capire il senso
di non scriverti più. Non c’è mai stato
nessun destinatario di nessun
mio scritto – scrivere è stato per me
camminare da solo in un paesaggio
da me creato, con speranza folle
che persone di carne s’incarnassero
nelle mie ombre fulgide e potessi
amarle come fossero me stesso
(secondo l’evangelico dettame).

Tu mi sei parsa buona incarnazione
ma avevi, giustamente, altro da fare
che riempire i miei calchi col tuo oro.

Continuerò con l’unico mestiere
che ho in dote: raccontare dei miei viaggi
in terre di fantasmi sfolgoranti
e oscuri numi: riconoscerete
talvolta (con inquieta sensazione)
frammenti vostri e mi direte «bravo»
– tenendomi a distanza di rispetto.


Scritta nel 2018.

Psycho

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mio padre a dodici anni per prendermi in giro
(souvent pour s’amuser les hommes)
(souvent pour s’amuser)
mi metteva davanti, da una rivista qualsiasi
due foto di ragazze
una bella e snella
l’altra goffa e cicciotta
e mi diceva: «se te ne intendi, qual è la più bella?»
io lo vedevo bene qual era
ma con il dito gli indicavo l’altra
per farmi dire
«tu non capisci niente»

mia madre in auto canticchiava una canzone del nonno
(c’est une chanson qui nous ressemble)
(qui vous ressemble)
una filastrocca che tradotta in italiano
diceva
quando piove è nuvolo
quando piove è nuvolo
quando piove è nuvolo
è nuvolo quando piove
io rannicchiato sul sedile posteriore
rimuginavo
e concludevo che sì, era vero
mentre non era vero il contrario
sempre quando piove è nuvolo
ma non sempre quando è nuvolo piove
e tratta questa esatta conclusione
cominciavo a cantare
quando è nuvolo piove
quando è nuvolo piove
quando è nuvolo piove
e mi interrompevano severi
«no, no, Carlo, non hai logica»
ma io lo facevo apposta

ahi quanto è dura e selvaggia e aspra e forte
la lotta per non essere voi
padre madre nonno
padri madri nonni
la vostra bellezza standard
(con il mio viso ben truccato con la maschera che ho)
la vostra logica aritmetica
(con tenerezza e con furore)
il vostro annuire
(fino a che sembri verità)
il vostro dileggiare
(perdonatemi se con nessuno di voi non ho niente in comune)

ancora oggi
ogni volta che parlo
ogni volta che sorrido
mi uscite da dentro come vermi

parlate cose che non parlo
sorridete cose che non sorrido
fate cose così orribili sul mio volto
che la ragazza che corteggio
ci dovrebbe sputare

ne deriva, signori, una qualche insicurezza
e un grandissimo dispendio di energia
nella lotta intestina
cosicché, perché ne avanzi da donare
è tripla la fatica
però non mollerò
io sono io non voi


Scritta nel 2015.

Esempi di felicità

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la voce d’un’amica o fidanzata
nell’androne, sapere che
sta per entrare, la palla
che rimbalza sul palo e supera
la linea bianca, è gol,
quattro righe d’un libro
che appena lette consuonano
a un mistero mio antico,
un referto di non malattia,
la rassicurazione d’un sorriso
in un incontro, il glande che scivola
in una fica desiderata, un sorso
d’acqua dopo una corsa
nel sole, una vaga sensazione
profumata in un autobus,
aver finito di lavare i piatti,
un inaspettato limonare
con la ragazza al parco, tre
versi scritti che suonano bene,
un semplice distendersi del corpo
nel pomeriggio, dopo uno yogurt
e infinite altre cose, tutte
piccole, brevi, trasognate, incerte
nessuna mai garantita
né ripetibile


Scritta nel 2018.

Dieci anni dopo

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La foto di te nuda nella stanza
è un file con la sua data, il sei di maggio
duemilaotto: fu un bel pomeriggio
d’amore, sesso, o come vuoi chiamarlo:
fu bello, solo questo ha importanza.

Ci trovammo all’albergo dopo un viaggio
desiderante: la voglia di farlo
e la certezza che l’avremmo fatto:
che vuoi di più? L’abbraccio, l’annusarci
e poi i baci, i corpi uniti: tutto
faceva primavera. Luccicavano
gli occhi d’entrambi mentre le tue cosce
mi cingevano i lombi. Poi scattammo
anche le foto e la data nel file
dice che dieci anni son passati
ma io non lo direi: sento le lisce
tue spalle nelle dita, sento il fiato
d’una ragazza maestosa, lieta
nell’afferrare un sogno di piacere
piccolo immenso che senza clamore
riuscì con agile semplicità
a trasformarsi, ecco, in realtà.

Non mi domando perché sia finito.
Che tutto passa, l’ho imparato ormai.
Ci si evolve, si cambia, πάντα ῥεῖ.
Ma se fosse per me, lo rifarei.


Scritta nel 2018.

 

Non mi ricordo più niente, Giorgio

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Al bar trattoria di via Oropa
bevo un chinotto. Il titolare alza
la tenda, perché il sole
non batte più sul vetro. Fa caldo.
Seduto a un tavolino
verso il chinotto dalla lattina
nel bicchiere. Due vecchi
giocano a scopa, una vecchia
è appena andata via. È un giorno
festivo, quieto. Non succede nulla
di particolare. Sono stato a Vercelli
al compleanno di mia sorella.

Al ritorno in auto con i figli
chiacchieravamo e sentivamo musica:
qualcosa di Caparezza, che non so,
e qualcosa di Guccini: «Black-Out»
che è molto bella, con il vecchio frigo
che è ripartito, e poi quella
dell’indù picchiettato, che lui va via
lasciando mancia e sogni: questa
mi fa sempre soffrire perché
per me è inconcepibile
che le bariste degli autogrill, che tutte
le bariste non fuggano con me:
non lo accetto così semplicemente.

«Hai una bella carta, Giorgio»
dice uno di quelli che giocano a scopa,
l’altro non so se capisce, ci sono
insidie nel linguaggio e nelle carte.

«Non mi ricordo più niente, Giorgio»
continua l’uomo e la malinconia
trabocca e non ha né avrà mai senso
che le bariste degli autogrill
non siano fuggite con me. Potremmo
stare qui insieme, loro e io, offrirei
a tutte del chinotto, sogneremmo
veloci sogni eterni sorseggiando
la bibita fresca. «Te ne fai quattro, Giorgio,
rotonde come una mela»
conclude l’uomo che non ricorda più:
è la frase più bella di questa
sera e non l’ho scritta io, non è scrivere
il mio mestiere, il mio mestiere è
bere chinotto con bariste salvate
dalla malinconia, ed è inconcepibile
che questo non accada.


Scritta nel 2018.

Non-recensione di «Basta che io non ci sia»

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Complessivamente non mi è piaciuto, a prima lettura, «Basta che io non ci sia», di Andrea De Alberti, implicitamente suggerìtomi da Simona De Salvo e acquistato alla Libreria Therese di corso Belgio. Trovo che il suo linguaggio sia incespicante, contorto, ma più che altro non riesco a entrare nei temi, non riesco a consuonare con la sua sensibilità. La poesia è una faccenda personale, come l’amore, piace o non piace e non sai perché, avvicina o allontana e non sai perché, puoi scoprire sintonie o restare indifferente, non c’è un motivo razionale.

La complicata prefazione di Cesare Segre contribuisce ad allontanarmi, dichiarando subito che non si possono leggere queste poesie ad apertura di pagina, bisogna andare dall’inizio alla fine. Difficilissimo per me, che persino i romanzi li leggo un po’ ad apertura di pagina, allergico come sono a qualsiasi storia. «Le memorie dei nonni sono quelle che raccontiamo più volentieri» è il primo verso della raccolta; nel frontespizio c’è la dedica al figlio Giacomo – un figlio ancora bambino o ragazzino, presumo, perché l’autore è del 1974 e il libro del 2010. Nonni, figli, niente di male per carità, ma nel reparto radici del mercato dell’essere ho sempre faticato a entrare – più che altro, non l’ho mai desiderato. Giro fra altri scaffali.

Certo, ho le mie turbe, associo
istintivamente la radice alla schiavitù:
la schiavitù dell’essere alimentato,
la schiavitù del trarre origine,
la schiavitù dell’essere ancorato a qualcosa.
Ed essere il tralcio d’una vite
è l’inferno peggiore che posso immaginare.
E sicuramente in tutto questo
gioca qualche sbaglio di mia psiche:
non so obbedire né comandare,
né essere respinto né respingere,
vorrei solo volteggiare.

Se proprio radici hanno da esserci, voglio inventarle io: in questi mesi mi radico in Vanchiglietta, quartiere tra fiume e fiume. Ho fatto amicizia con un barista di corso Brianza che mi ha raccontato di essere, prima che barista, un cantastorie, e allora gli ho regalato un mio libro e abbiamo parlato di ciclopi e continenti – mi ha anche offerto il caffè. Ci sono le nutrie alla passerella sul Po, e bei tramonti, c’è il bar cinese Cigno Azzurro dove gli operai romeni chiacchierano con le vecchie vedove piemontesi che vengono appoggiandosi al deambulatore a bere un tè. C’è via Oropa in asse fra Superga e la Mole, e in via Oropa una semplice vecchia buona trattoria che neanche ti accorgi, da fuori, e il giornalaio che gli amici gli hanno regalato una targa per i trent’anni dell’edicola, me l’ha raccontato. Ci sono vie traverse dove allargando le braccia quasi bagno una mano nel Po e l’altra nella Dora. C’è la libreria Therese che mi ha fatto arrivare il libro di De Alberti, c’è il molo di Lilith, ci sono bei tram e bei bus, il tre, il sei, il quindici, il sessantotto, e poi il settantasette e il diciannove che fanno capolinea insieme in corso Cadore davanti alla chiesa. E poi sì certo c’è la casa di E. che è motrice della mia radice, ma faccio in modo di non incontrarla per non disturbare. Bene. Parafrasando Pessoa: la vita sociale normale, dio patria famiglia storia popolo radici lavoro progetti appartenenze passioni correttezze e relazioni, è un modo servile, consolidato, di ossessionarsi. Ma se devo ossessionarmi, perché ossessionarmi di ossessioni non mie?

Però nel libro di De Alberti, a seconda lettura, prendendolo, con buona pace di Segre, ad apertura di pagina, qualche consonanza alla fine la trovo, qualche dialettica. Le risaie, i rimpianti, la terra:

Qui c’erano le marcite, campi di noci,
la curva enorme del Beretta.
Vorrei un giorno portarti a vedere
gli alberi dei gelsi nella neve.

La mia infanzia vercellese ha infiniti ricordi di risaie, tutti simili a sogni. Non è storia, non esiste la storia. Sono nato vent’anni prima di lui e il Po a Pavia (come a Torino) per me ha la fresca antichità del 2018, vorrei portarti a vedere sull’erba le studentesse e gli studenti, quindici giorni fa, domani.

Sto a guardare

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C’è un buon odore di merda nei campi
fra Mappano e Leinì. Mi porta in mente
lenzuola stese, pubi di ragazze,
fango di rogge. A Vercelli i rosai
hanno ripreso, all’improvviso, forma:
erano bronchi secchi appena ieri.
Oscilla al vento la capigliatura
di piante di cui non so dire il nome.
Passano camion sulla provinciale
fumosi e variopinti come navi.

Che faccio qui? Non fertilizzo i campi
né stendo le lenzuola né ricerco
chiavi d’accesso a pubi di ragazze
né pulisco le rogge né ho potato
rosai né guido camion. Sto a guardare.


Scritta nel 2018.

5 poesie alla Biennale

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Cinque poesie lette alla Biennale di Alessandria, nel Castello di Piovera, il 22 aprile 2018. La prima e la seconda già pubblicate in libri; la terza, la quarta e la quinta inedite.

GIOVANI ALCOLICI

Le sere di nebbia e inverno con l’amico
al Dopolavoro Ferroviario in corso Italia
a bere vino di scarsa qualità
per dimenticare ciò che neppure
s’era ancora vissuto: due ragazzi
in fuga tra quei vecchi ubriaconi lordi,
già vinti senza sapere neppure per che cosa
si sarebbe potuto combattere.
Era una tappa d’altre cinque o sei
osterie per cui ci avvelenavamo:
disposte a stella in un’ignobile Vercelli
dove il passato marciva col futuro
in una putrefazione calma, dove piccoli muri
sembravano invalicabili montagne,
e non sapevamo dove prendere il coraggio
per andare non sapevamo dove
a fare non sapevamo che cosa.
No, non sembrava vita buona, ma
altra fuga non c’era che il bicchiere.
Sento una tenerezza indispettita
– orfana persino del rimpianto –
per quella vecchiaia vissuta a sedici anni;
sono contento d’un po’ di precaria gioventù
trovato adesso in ben più tarda età.

IL GUARDIANO DEI SOGNI

Tu eri un sogno. T’ho sognata una notte
e m’hai riempito il sonno di colori.
Ma quella notte il guardiano dei sogni
– il guardiano che tiene chiuso l’uscio
fra sogno e realtà – s’è addormentato.
S’è addormentato lui! Tu sei sgusciata
lesta fuori e il mattino t’ho trovata
nel letto accanto a me. Che cosa fortunata!
Adesso tu sei la mia fidanzata.

POSTAMORE

Resti comunque la prima persona
che cerco se succede qualcosa
di brutto o bello, se c’è da condividere
qualcosa di bello o brutto
o solo di curioso.

Resti comunque l’unica persona
che se per un giorno non sento mi manca,
quella che se qualcuno mi confida un segreto
lo avverto che con te non garantisco.

Hai sempre avuto cento unicità
– tranne quella che forse tu volevi
(avevo, all’inizio, sperato di no):
l’unicità che vogliono tutte
e a me pare banale.

Così l’amore che straccia i capelli
(e i coglioni, e il cuore, e molto ancora)
s’è rarefatto, diradato, è finito:
non so se ancora io lo cercherò
in altre: sono vecchio, le ragazze
è meglio forse guardarle soltanto
sedute in treno o ai banconi dei bar:
sul ridicolo del baccaglio senile
c’è satira già ai tempi di Catullo.

Resti comunque la prima e l’unica donna
a cui parlo senz’ansia, io che verso le donne
non l’odio-amore del poeta su citato
ma un amore-terrore ho sempre avuto.

È finito o cambiato. Ma se noi
la teniamo da conto questa strana
preziosa relazione e ci diciamo
le cose e spesso ridiamo e all’occorrenza
con le mie dita di pranoterapeuta
tolgo il dolore al tuo collo e alla schiena,
siamo sicuri poi che sia di meno
che certe coppie nelle nozze d’oro?

SONETTO PER UN’ACCONCIATURA

Un po’ di pelo sopra e niente intorno
alla fessura: è il taglio prediletto
dalle modelle di Met Art o porno.
Quando a cosce slargate sopra un letto

si fan le foto, deve stare a giorno
il dolce solco rosa, in un effetto
di cesello e d’intaglio: che il contorno
si mostri in piena luce, aperto, netto.

Così anche Eva il pube s’acconciava
quando ai fotoamatori proponeva
nudo erotico in sala pose o alcova.

Era un lavoro che m’affascinava,
era una vita sua che mi piaceva
– ma amo lei in qualunque vita nuova.

NON SO FARE NECROLOGI

Non so fare necrologi. Di me
vorrei nessuno s’accorgesse: – Molinaro,
è da un po’ che non lo vedo. – È morto, non lo sai?
– Oh cazzo, ma dai!

E venissero alla spicciolata nei giorni
ai superstiti rari pensieri
spontanei

non valeva in fondo granché
era simpatico a volte, ma stronzo
non si ricordava i miei regali
s’è perso molte cose
parlar amb ell un cop, potser, al final
era molto disturbato, no?
quella volta nell’albergo sul fiume
he was my pen friend when I was young
troppe poesie, solo qualcuna bella
un bambino egoista
si lavava pochissimo i piedi e le ascelle
non ascoltava

pensieri spontanei che proprio in quanto tali
non posso immaginare

e qualche battuta: – L’avremmo saputo
tutti subito, se dalla bara si potesse
scrivere su Facebook…

Non so fare necrologi, né
moltissime altre cose.

A nozze

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Vieni con me, non avere paura.
Risaliremo fino a ritrovare
le nostre nozze, dove
saremo ciò che fummo:
una sola parola.

Farci una sola carne
sarà semplice: non ci serviranno
terrori di profeti né cassetti
segreti. Come vele
al nostro stesso vento schiuderemo
le anime incarnate, gli animati
corpi di vita aperta. Neanche un tono
di cielo resterà non combaciato.

Da una ferita un fiume
di luce svelerà che la catena
è inganno d’ombre, riprofonderemo
nell’odore degli occhi, creeremo
le stelle e gli alberi e nessun bisogno
di esserci, di dirci.

Ci parlerà la gioia, taceremo
senza ascoltare, presi
del nostro essere presi:
durerà, durerà un tempo, finché
una copula, una preposizione
vorrà legare o chiudere il periodo:
saremo nudi, dovremo coprirci
di frasi e di ricordi
come il primo mattino dopo un viaggio.


Scritta nel 2018.