Infinito, variante modesta

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Segue al tramonto del sole il tramonto
di una falce di luna, crescente.
È già luglio. Ho fatto i miei giri
poi non so, me ne sto nella sera
con inquietudine. Vedo meglio forse
con gli occhi chiusi, di modo che scorra
qualcosa che è tutto ed è nulla, non ha
valore né tempo né verbo né immagine:
non posso entrarci, mi lascio lambire
fingendo che sia dolce naufragare.


Scritta nel 2022.

Il canto delle valli

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Non pensarci, mi dicono. Non posso
non pensarci, ma poi perché
non pensarci? Ti vedo arrivare
sotto casa, scesa forse dal quindici
apri il portone, sali a piedi i cinque piani,
apri la porta del tuo appartamento,
entri e chiudi. Non la aprirai mai più.

Ti vedo, non lo so cosa tu faccia
e quanto tempo passi, ma ti vedo:
metti accanto alla ringhiera la scaletta
con le tue braccia agili. Scrivi
l’ultima frase a penna su un foglietto
e lo appoggi sul tavolo con cura.
Forse ormai calma, non ti trema la mano
e c’è silenzio. Ti vedo interamente
pur non vedendo, ti vedo senza il rumore
del flusso vano di immagini che ingozza
quest’epoca gommosa, solitaria.

Ti vedo come sul muretto nella piazza
dove aspettammo che ci mostrassero un alloggio
e si parlava di modeste, ordinarie
cose: ti vedo come la mattina presto
sul lungodora, o a mangiare ciliegie
nello slargo, sulla panca arcobaleno.

Ti vedo come nessuno ha rubato
né in parole né in foto, custodita
in un’aria sospesa dove il sole
svela senza intenzione gli sciami dei corpuscoli.

E vedo la mia assenza, l’impotenza:
gli istanti alla rovescia del salire
ancora quattro scalini di metallo
tu delicata, debole, dolcissima
nell’attimo reale irreversibile
cadere in volo, sciolta, immolata:
“nemmeno i capelli degli uccelli
hanno gli intrichi dei miei”.

Sia benedetto il dolore perché è vero:
il suo ago trapassa il vaneggiare
fatuo che ci stordisce in prigionie
irretite di suoni e di bagliori:
fa sanguinare le nostre parole
e riesce ancora a ricucire mondi.

Sii benedetta, nel dolore, tu
che hai donato penombra e brezza lieve:
ti vedo dove non si trova traccia
di nessuna di quelle che non eri
né di me che nemmeno so chi fossi:
dove c’è spazio in cui si può ascoltare
il canto delle valli, delle foglie,
delle nubi, degli angeli, di noi.


Scritta nel 2022.

Sera alla confluenza

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Se muore un uomo, una donna, un ragazzo
o anche un animale ben voluto
«fai buon viaggio, la terra ti sia lieve»
sento dire, ma non capisco bene.

Rimango al parco, per non rincasare.
Nel quasi buio giocano ragazzi
ancora, e fuma carne abbrustolita
da un braciere, fra voci ed una musica
registrata, melodica. C’è questo
che muore piano, mentre muore il giorno:
in una scia faticosa decolla
un’anatra dal fiume, ridiscende.

Gli alberi scuri lentamente oscillano
sull’agonia lucente del crepuscolo.
Se alzo gli occhi al cielo è così vuoto
e il pianto altro non riempie che i miei occhi.


Scritta nel 2022.

23 giugno, 32

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(avevi prenotato l’estrazione di un dente del giudizio
ti avevano trovato un posto per un anno dopo)

quando ti collego alle cose qui del tempo
mortale dei vivi
l’altro capo del filo di rame
è in […] che […] se […] *tu

a zigzag nelle lacune primordiali del testo
per la differenza di potenziale
una folgore violentissima

domani è, sarà, sarebbe, sarebbe stato, fu

(non così in principio era il verbo! rappezza
coniugazioni approssimate, arbitrarie
scappatoie di miseri mo[n]di inventati!)

il tuo compleanno, trentadue

«sei nata in uno dei giorni con più luce»
ha scritto Andrea una volta:
sono contento quando scrive di te
è quasi dividere un compito, un peso

ieri e stanotte mi sono arreso
sommerso
dall’onda di qualche ispirazione, sai
quando la poesia arriva, ha già delle parole
nitide, quelle, non altre:
un vento forte inatteso le porta, appaiono
chiare ma per poco, devi scrivere
subito o si richiude
la ferita di ciglia, di foglie, le palpebre
del bosco divaricate da un sussulto
di terra, d’aria

(il bosco, il tuo bosco)

non ho colto lo sfogo, mi sono rannicchiato
come un bambino muto, umido
del pianto del corpo:
ho lasciato passare

si farà a meno di quelle parole
di una manciata, forse, di versicoli
– servono? – non facciamola grossa, è
solo un mio piccolo lutto personale

[…]

ti vedo camminare con le gambe magre nude
sei la bambina nel fango della guerra
sei tutta la disperazione del mondo, di cui
io non sono all’altezza

(una cretina non ha disdetto l’appuntamento
la gente, così, ci fa perdere tempo)


Scritta nel 2022.

Versi in sogno

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Stanotte ti ho sognata, ed era un sogno simile ad altri di mesi fa, in cui tu cercavi di dirmi delle cose, o a voce, o scrivendole, o passandomi un libro, ma io non riuscivo mai a sentire né a leggere, perché non potevo avvicinarmi, ero bloccato, c’erano delle barriere.

Nel sogno di stanotte invece sei più tranquilla, cominci a indicarmi parole sulla pagina di un libro, poi spingi il libro verso di me e stavolta vedo, leggo. Leggo e capisco, però molto svanisce, ma tu mi rassicuri, e su quattro versi, che sono isolati su una pagina ma continuano il discorso di una pagina precedente, mi soffermo, li vedo proprio bene, e mi sveglio.

Nel dormiveglia ancora, scatto in piedi, penso “stavolta non li perdo”, mi fiondo a capogiro al tavolo dove per fortuna c’è carta e c’è biro, e li trascrivo.

nemmeno i capelli degli uccelli
hanno gli intrichi dei miei
e devo dare un colpo
al panato, procedendo oltre

Prendo fiato, sono contento di averli trascritti. Per mezz’ora ho le orecchie strane, come quando passi di colpo da un’aria rarefatta e una più pesante, mi agito, prendo qualche goccia, dopo un po’ mi tranquillizzo, rileggo.

Certo, “panato” potrebbe essere un errore per “passato”, che avrebbe senso: un colpo al passato. Però (i miei studi di linguistica e filologia) bisogna stare attenti alla trappola della “lectio facilior”. Ho visto e trascritto “panato”, sono sicuro.

Tu usavi spesso dei piemontesismi (di confine ligure) deliziosi: l’arbanella, barattolo per metterci le conserve, il brandone, rimprovero/sgridata che, raccontavi, tuo nonno faceva a tuo padre se sgarrava…

Panato in piemontese vuol dire qualcosa come “invischiato, caduto in trappola”, potrebbe essere legato alla “pania”, anche se ho visto che alcuni lo collegano alla cotoletta im-panata e dunque pronta per essere fritta. T’ses panà: sei preso, sei in trappola, sei fritto.

Forse un colpo ai tuoi intrichi invischianti – richiamati da quelli bellissimi dei capelli, parlava dei tuoi capelli la prima poesia che scrissi per te, ricordi? – mandarli via, procedendo oltre. Citi anche gli uccelli, che possono essere presi alla pania, in un tipo di caccia molto crudele che oggi credo sia vietata.

O forse sono io che non capisco mai bene (mai: in nessuna circostanza!) ed è “passato”, non “panato”, è la cosa più logica. Mah.

Comunque grazie per essere venuta a trovarmi. Mi è parso che tu stessi abbastanza bene. Grazie per avermi dato quattro tuoi versi nuovi su cui meditare.

Sì, lo lo, la scienza, la neuroscienza, non sei tu, sono i miei neuroni, ma insomma, vada un po’ a quel paese pure la scienza, ho visto te e quei versi me li hai dati tu. Se procedi oltre, tienimi informato… se vuoi. Ne sarei contento. Per dove t’incammini?

Domani sono quattro anni da quando ci siamo visti la prima volta, ma lì da te il tempo è diverso o addirittura non esiste, forse. Non si può sapere.


Scritto nel 2022.

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GRACILE
FRAGILE

ESILE
ESULE

Le parole civettano, sviano
per casuali suoni, fandonie.
Ti portano là dove vogliono loro
o là dove tu hai voluto che vogliano:
in sicure, per oggi, finzioni.

Ci siamo costruiti su un accomodante equivoco.
Esiste ciò che nomini.
Che scienza! Lo sapeva l’aborigeno:
dai un nome alle cose perché esse siano.

Un piccolo benevolo errore originale:
errata corrige:
dai un nome alle cose perché tu sia.

Può il tuo corpo essere stato
solo un gioco di ossa e di carne
vestito d’un peplo di parole insufficienti?

Né la pelle né il verbo contengono senso
eppure sento che è, che siamo, che sei.

Se tu sapessi come sono stanco.

Mi manca l’ombra nei tuoi occhi, il gesto
del tuo viso a guardarmi, la voce
stanca o impennata. Soprattutto manca
ciò che non so se sia mai stato: noi
non gli abbiamo dato nome:
non ci siamo fatti essere, ma
sento che è, che siamo, che sei.

È meglio chinarsi su cose mostrabili:
è fiorito esagerato il gladiolo sul balcone
e pende sul fico e su piante spontanee
infestanti – ma no, non le strappo, tranquilla.

Com’è delicata la tua mano sullo stelo.
Respiri bene, il polso è regolare.
Ti prendo il succo di frutta alla Coop.


Scritta nel 2022.

Ode agli odori

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In riva al fiume, erboso, fangoso.
L’odore arioso delle foglie, dei fiori.
Più in basso, un odore macerato
di cose morte – le stesse foglie, dopo.
Mi inebriano entrambi, con tutte
le sfumature intermedie, gridano:
muoviti, cazzo, grida, mordi!
Che cosa fai lì fermo? Osservi
lentamente il tuo cadavere passare?
Che cosa faccio! Mi scoppia nella gola
il mordere, il gridare – non esce.
A chi grido? Cosa mordo? Non vedete
il vuoto e il silenzio che, loro, mi divorano?
Odori di tutto, perché m’inebriate?
Perché eccitate i sensi di un fantasma?
Nuota un’anatra, s’immerge, quasi invidio
il cacciatore: pam! s’interrompe nel sangue
la placida scia. A che cosa eccitate
voi, odori di tutto? Alla preda e alla copula
che è una preda anch’essa: divorare
e rigenerare, nel cieco dolore
che non si sa dolore e si rinnova.
Io non uccido e non ingravido, mi scoppia
in gola un grido, un morso. Ho dato
alle cose dei nomi, per poterle perdere
e ora tutto manca e nulla torna:
ho inventato la morte assoluta, diversa
dal vostro innocuo gioco di molecole
e mi schiaccia, mi schiaccia… Dal mio ventre
anche salite, odori, indossate le bianche
tuniche degli amori, delle labbra
che nude si premettero creando
nel profondo dei corpi incorporei mondi
meravigliosi, arcobaleni illusi
di sopraesistere all’oscura pozza
che s’indurisce in un fango di larve.
Mi sono tolto lo spazio del grido
e del morso, sono un uomo, voi odori
che mi eccitate a vuoto non avete
facoltà di pensiero – se anche l’aveste
non potreste sapere come muoio.
Vi ringrazio, però: questo rivo strozzato
di sensazioni è diverso dal nulla
che nel baratro attende. In riva al fiume
erboso, fangoso, rimango per un poco
con voi, odori, vi parlo, sono matto:
ora torno alla strada, alle faccende.


Scritta nel 2022.

Il deserto cresce

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Alterno Heidegger a video porno di gaping:
ho bisogno di trovare dello spazio che mi attragga.
Compare a tratti il sole fra le nuvole
alle sette e cinquantatré del nove novembre
duemilaventuno: ogni aurora è diversa
così come ogni fica, ma il deserto cresce
scrive Nietzsche e dedica a queste parole
lezioni Heidegger nel semestre invernale
1951-52 a Friburgo in Brisgovia, dove anche
insegnò filosofia Francesca, con cui feci l’amore
nella mansardina di via San Donato
e ne conservo foto nuda, belle, il deserto
– guai a colui che favorisce i deserti –
il deserto è l’inaridimento che impedisce
ogni crescita futura o costruzione.
Le modelle nei video porno di gaping
anche da sole, senza un partner, dilatano
quanto più possono il culo e la fica:
traendo con le dita si schiudono in voragine
rendendosi accoglienti come cortili
d’oratorî di periferia di prima delle norme
di sicurezza, come fresche umide grotte
larghe di luce che non nasconde trappole:
è una scena irreale, non è mai così
la vita, certo, ma è finzione che riposa
fiction si dice adesso, mentre il deserto cresce
con entusiasmo e un superuomo ancora
ottuso prende il controllo della Terra.
Sia Heidegger sia le modelle di porno
sanno di creare uno spazio/essere illusorio
per il pensiero, per il desiderio:
però lo creano e se tutto è linguaggio
può darsi che un tono o un’asserzione inceppino
la marcia del deserto, benché ciò non sia credibile.

Bibliografia
F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, 1883-1885
M. Heidegger, Che cosa significa pensare?, 1954
K. Slut, Look into my soul through the pussy, video, 2020


Scritta nel 2022.

I bambini feriti

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Non vi avvicinate. I bambini feriti
stanno chiusi, piegati, non ci sono per nessuno
e non si raccontano. Li raccontano altri
per approssimazioni, è meglio non sentire.
Stanno chiusi, piegati, senza sapere sanno
che nessuno può dire né guarire
né risarcire né restituire
né consolare. Chi li tocca ripunge
le ferite. Non vi avvicinate.

Può accadere che due bambini feriti
si accorgano fra loro, per essersi guardati
senza parole. È un rischio. Lo corrono
talvolta, prima rapidi, guardinghi
pronti alla fuga. Ogni taglio è diverso:
genera lingue sue mutevoli. Senza
sapere sanno che non si può capire.
Inventano un gioco che li renda complici
e se va bene, in tregua, si sorridono.

Passano gli anni, se passano: cancrena
o cicatrice, dissanguano o rifanno
vene nuove, una pelle compatibile
con l’esistenza o no. Chi muore, muore.
Chi vive ha voglia di guardare avanti
in quel tratto di strada che percorrere
sembra ora si possa, con parti salvate.

Ricorda a strappi le mutilazioni
e il sanguinare. Se prova a raccontare
ciò che adesso gli pare di vedere
più chiaro, ode in sé un uomo parlare
per approssimazioni, è meglio non sentire.

Non vi avvicinate. Il bambino ferito
non alza il capo, non apre le mani:
nell’uomo adulto che è sopravvissuto
sta in un piccolo spazio, silenzioso.
Se ne avverti il respiro, non fare rumore:
ha pianto a lungo, lascialo dormire.

[tutto questo, sono approssimazioni
insoddisfacenti, per tirare avanti]


Scritta nel 2022.

Notturno sul Po a San Mauro

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Sotto la chioma dei rami di un tiglio
osservo nella corrente i fantasmi
di luce rovesciata dalle case
dell’altra sponda. Inquadro con le dita
porzioni della scena, cerco fughe
limitate, per sogni non dispersi.

Rinuncio. Ciò che manca, dove manca?
Che cosa è qui? Sento il suono di scia
d’un uccello staccarsi dall’acqua.
Ci sono uccelli acquatici notturni?
Non vedo molto: il fiume, le frange
dei rami colmi di fiori odorosi.

Serve altro? Dove posso trovarti?
Questa lanterna magica dei sensi
è la vita, è l’amore? Dietro i vetri
colorati c’è luce? Com’è fatta?
Si vede senza occhi, senza lenti?

Vorrei morire, non morire, stare
sospeso, forse arrivi col tuo passo
di trampoliera magra, dalla riva
mi prendi in giro, mi dici: ma dai!


Scritta nel 2022.

Disadorno

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È disadorno questo mondo senza te:
scarnificato, mostra uno scheletro
di tubi in lane di vetro, in cascami
marciti: a cosa servono, dissetano
o scaldano dei mostri? Qui è tutto
disordinato e guasto, la terra
scompare in pozze di sgretolata plastica
informe, indistruttibile, l’odore
delle pareti verdi degli ospizi
reca sfascio di vecchi, dolore
muto: la morte ha già portato via
ogni tregua di gioco, ogni parola
d’illusione o conforto, è disadorno
questo corteo di visi gonfi, tondi
terribili sorrisi scimuniti
a dondolare in vanità sui carri
senza nome delle tanatoforie
che rollano nei solchi del liquame:
dimmi tu, tu che sei andata via,
c’è erba ancora là sotto? Benché
lordata preme, avviluppa, stringe
la sozza bestia, la ricoprirà
di nuova primavera, asciugherà
le putride macerie, trasformando
questa nera palude in un giardino
mirabile di steli, sulla cima
dei quali possa fiorire il disegno
dei tuoi capelli adorni, rischiarati
dalla luce che nessun buio toglie?


Scritta nel 2022.

La domanda

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Guardo i tuoi denti bianchi in un sorriso
con in braccio il bambino di un’amica
a Mondovì, anche gli occhi sorridono
nella fotina al volo del telefono.

Agosto del ’18, ci eravamo
da poco conosciuti ma già lunga
era l’intimità, la confidenza.

So quanto stupida è questa domanda
eterna, universale:
ma ogni volta che brucia si rifà:
perché vince il male?


Scritta nel 2022.

Gelatina

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Anche le rocce si spaccano, ma
la vita è gelatina, delicata:
più è complessa, più è delicata.

Così come le macchine: un motore
elettrico si guasta più facilmente
che un martello o un pestello.

Più sei vivo – l’anima aperta in tutte
le sue lamelle – più sei delicato.
Chi è meno vivo – l’anima chiusa
come un sasso – è meno delicato.

Forse. Non si può giudicare. Lo pensavo
oggi parlando di cose importanti
con un’amica. Anche comunicare
se è più vivo è più fragile. Forse.

Che poi, fragile, delicato, sono parole
che non dicono bene. Ultimamente
mi scontro con mancanze di parole
e non è per sconfinamenti nell’ineffabile
sublime, no, è qualcosa più vicino.

Ora passo alla prosa. È scorretto? Sul mio foglio faccio come mi pare. Dico: in fondo il lessico è solo uno dei lessici possibili. Te ne accorgi confrontando lingue diverse. Non tutte distinguono le stesse cose, c’è chi scava più qui e chi più là. La collettività si mette d’accordo a maggioranza: a che cosa dare nome, che confini dare al nome. Di base, almeno. Poi, variano sfumature. Ci sono parole più dettagliate per le cose ritenute più importanti, probabilmente.

Ho sempre usato pochissimi aggettivi, me lo dicevano già i professori alle medie.
Avrò avuto le mie buone ragioni.
Ci litigo: fragile, delicato…

Una continuità con sezioni arbitrarie. L’arcobaleno non ha sette colori, ma si è deciso a maggioranza per quei sette. Si sono attaccate sette parole di colore sull’arcobaleno. Un altro sguardo ne può trovare solo cinque, oppure trentaquattro. Così, per dire.

Il ventaglio che contiene fragile e delicato ha tantissimi altri spicchi inosservati, innominati. Non sono sfumature di fragile e delicato. È altro, benché stia grosso modo sullo stesso ventaglio, ventaglio dove mi accontento delle parole che trovo, però non vanno bene.

E bravo poetuzzo, che genialata dare, della tua incapacità, la colpa al dizionario!

Sì, infatti, lasciamo stare. Ora provo a concludere la poesia. Dov’ero rimasto?
Ah sì, che anche comunicare
se è più vivo è più fragile. Forse.

Ma penso che valga la pena rischiare.


Scritta nel 2022.

Il vento nero

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Il vento nero
non dipende da me, non lo posso
evitare né causare.

Non viene dal pensiero: io posso pensare
a te intensamente, ricordare, persino
immaginarti, sognare – e non succede.

Di colpo succede, in qualsiasi momento:
parte forse da un minimo variare
di qualcosa di piccolo, si scatena, porta via
tutto da dentro.

Mi ritrovo – è difficile spiegare –
con la gabbia toracica vuota:
le costole come resti del fasciame
di una nave distrutta
dall’uragano.

Nessun organo più, né cuore né altro:
spazio deserto, mancanza
assoluta, mancanza di te
nel più intimo luogo, nel sacro del corpo
dove eri venuta ad abitare.

La pressione fa implodere in quel nulla
lo spirito, l’anima, il mondo, non so:
è solo buio, non esisto, cado
nel vento nero.

Il vento nero
finito il suo mestiere
si allenta, si calma, con spasimi ritorna
la pulsazione, il peso delle viscere
consueto: è il corpo di un vecchio che si mette
a sedere, si alza, compie azioni nel giorno
e pensa, sogna, spera di trovarti
per indulgenti varchi, si concede
la domanda del folle: dove sei?


Scritta nel 2022.