Di sera

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Di sera
l’assalto è forte. Incredulo
della tua assenza irrevocabile
mangio in fretta, con il fastidio
di chi sa che sta perdendo un tempo
in cui dovrebbe fare qualcosa
di urgente, importante. Invece
nulla. Resto immobile. Il tempo
passa ancora, non so come possa:
qual è il suo movente?

Ieri un lapsus, parlando
di te con l’amico, dicevo
che benché la mia carne non sia spenta
può essere il migliore compimento
del mio tramonto
che tu rimanga volevo dire: l’ultima
ed è uscito dalla bocca: l’unica.

In me sei dilagata, adesso il vuoto
io non ho le parole per dirlo
né il corpo per toccarlo, ci scivolo
dentro, fuori, non distinguo spazio
né te né me.

Dove sei? Dove siamo?
Sale un blando rumore
dalla strada. Vorrei che si facesse più baccano
vorrei che si urlasse più forte di me.
O invece in un silenzio – ma è impossibile –
riudire la tua voce.

La tua voce. Perché quando scrivo
di te vorrei che fosse un’altra lingua
con altri suoni, per sentirci solo
musica, un ritmo, senza capire?


Scritta nel 2021.

Film

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In un film che ho visto ieri la protagonista
cita una poesia d’amore, un po’ americana
un po’ niente di speciale, dice
che lei, l’amata, vivrà per sempre
perché lui, l’amante, la farà vivere
nei suoi versi. Bella presunzione.

Io scrivo solo per non soffocare
e ugualmente soffoco, mi schiaccia
tutto ciò che t’ha schiacciata, cerco
di salvare sorrisi, ali di libellule
nel peso del tuo corpo dilaniato
ogni ricordo più luccica più taglia:
vetro spezzato che un sole abusivo
sfrutta per fare giochi di riflessi.

Farti vivere? Non ci sono riuscito
quando dovevo, ed è finito il tempo:
adesso sono solo un parassita
che sopravvive in tracce che hai lasciato
vergognoso strisciando nei rimpianti
sul campo che tu hai di te fiorito.


Scritta nel 2021.

L’innocenza dei bisonti

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se ferivi era perché
camminando nel tuo bosco di cristallo finissimo
succedeva
– volendo o non volendo –
che si rompesse un ramo, una foglia
e il cristallo spezzato è taglientissimo

alcuni dei colpevoli
sanguinando accusavano te
d’essere stronza, crudele

ma chi si inoltra in foreste frangibili
deve mettere in conto alcune cose
primo, camminare con infinita attenzione
con un passo più leggero di un passero
secondo, sapere che ciononostante
qualcosa spezzerà, ti farà male

ho provato a scendere, hai provato ad accogliermi
nel labirinto impervio degli abissi
dove il buio annodato alla luce
proibiva alla tua vita il dipanarsi

non per sciogliere quei nodi, soltanto
per starti accanto finché non si sciogliessero
per una terapia, per un miracolo

perché ero e sono innamorato di te

ho camminato più adagio che potevo
assottigliandomi in riva ai tuoi disegni
e se, maldestro, qualcosa spezzavo
il tuo sguardo e il rimorso mi colmavano
ogni minimo spazio, perciò
di sangue da miei tagli nemmeno m’accorgevo

il mio fine, il progetto, il desiderio era
che tu trovassi intatta una tua gioia
da cui partire, un tuo spazio invogliante
dove sgranchire le tue braccia magre
a toccare, spostare, modellare, vivere
vivere, vivere, vivere, vivere

ma per minimo che sia e involontario
un errore imprevisto dell’attento
in cui tu provi ad avere fiducia
delude più della mandria di bisonti
che tutto tritura nel modo previsto


Scritta nel 2021.

Cose di poco prima

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affiorano cose, molte, è naturale
di gennaio, di febbraio, un disegno
lasciato su una sedia, un foglio scritto
o un oggetto, una riga richiamata
in rete, affiorano cose di giorni
in cui tu respiravi e il dolce lume
entrava nei tuoi occhi, giorni che
erano gli ultimi e non lo sapevo
ed è ridicolo, a questo affiorare
ho l’impulso di muovermi di scatto
come a bloccare una biro che rotola
verso lo spigolo del tavolo, o correre
in cucina a spegnere il fuoco
sotto il caffè che trabocca: fare
qualcosa, impedire la caduta
come se ancora non fosse compiuta
è una frazione d’attimo, è ridicolo
ricado dentro il mio corpo impotente
per l’ennesima volta ripasso
la lezione irrevocabile, non c’è
più nessun compito, preme
nel petto, inutile, un’onda di pianto


Scritta nel 2021.

Nei suoi versi

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Mi piace ritrovarti nei suoi versi:
riconoscerti in un disegno nitido
senza l’ansia di mie sbavature

(mi hai detto quell’ultima volta al telefono:
“Carlo, spesso ricordi a modo tuo”)

I suoi versi sono bellissimi
limpidi anche nei punti crudeli
dove io invece mi confondo e intorbido.

Ce ne sono tre che ho imparato a memoria
chiudono una poesia di salire le scale
scale che anch’io ho salito con te

«Come un passero senza nessuna madre,
sei stata in quel nido a cibarti di solitudine,
fino a quando hai deciso di prendere il volo.»

È bravo, quel «nessuna» è magistrale,
parola chiave fra parole semplici
come elementi chimici periodici
che fanno tutto ciò che il mondo è.

La stessa Musa in due, credo che sia
poco frequente – però ti piaceva
essere nelle poesie d’entrambi:
t’è successo persino di confondere
l’uno con l’altro e io, il meno amato
sono lieto che tu ci confondessi.

Infine entrambi hai condannato a scrivere
poesie di dopo il volo, non avremmo
voluto mai, voluto mai. Non so
vivere adesso, adesso dopo te.

Mi piace ritrovarti nei suoi versi:
t’abbiamo amata come s’è potuto:
niente è mai stato facile, lo sai.


Scritta nel 2021.

Un garbo libero, un libro

Oggi pomeriggio mi sono accucciato in riva al fiume, proprio vicino all’acqua, fra l’erba alta e le canne, con il culo in umido. Il culo in umido: infatti non mi sono accucciato, mi sono seduto. Non so stare accucciato, non ero capace neanche da bambino. Perché allora, di getto, ho scritto accucciato? Perché è un’immagine, un quadretto. Perché il linguaggio ha i suoi solchi e anche se cerchi di camminare di traverso ci finisci dentro, come la ruota della bici nella scanalatura del tram se non c’è angolo abbastanza, e cadi.

Guardavo il fiume, il colore di poco prima che vada via il colore, nella sera. Sull’altra sponda passavano ancora camminatori e ciclisti. L’aria prendeva sapore. Il mio fiume, la mia aria, i miei ciclisti. Però no, invece: nulla di mio.

Ogni sguardo cattura, trasforma, possiede. Ciò che attraversa le cornee dei miei occhi, i timpani delle mie orecchie, la pelle delle mie dita, prende vita dentro me. E diventa ciò che so, tutto ciò che so del mondo. E invece non lo posso sapere. È solo il mio sguardo, la mia sensazione. Roba piccola, limitata, chiusa in me. Questo, di per sé, sarebbe un problema di scarsa importanza. Ma se la roba la tiro fuori in una relazione, va a toccare il contenuto di altri sguardi, il filtro di altre cornee, la sensazione di altri polpastrelli, allora ci sono scintille come di una mola su una lama, il mondo è da ricostruire ogni momento. È faticoso. Ma è bello. Si chiama condivisione, unione. Forse, portato all’estremo, si potrebbe chiamare persino amore.

Impararlo da piccoli aiuta a vivere in armonia. Non impararlo, forse, fa diventare assassini, oppure scrivere poesie. L’arte proietta quell’esasperato egocentrismo del sentire, quel confondere il cielo con la fotografia scattata al cielo. Le fotografie sono bugiarde. Eppure a tratti, raramente, una fotografia coglie qualcosa che non sarebbe mai stato colto nella sana dialettica degli sguardi. Da una profondità autistica, lancia un dettaglio, piccolo, di cielo che, misteriosamente, va a illuminare meglio, per tutti, il cielo. Allora è utile. Raramente.

Ma il rischio è forte, la responsabilità è alta. I poeti più cauti le Muse se le inventano, così non c’è problema. Non risulta che Beatrice abbia passato lunghe notti a confidarsi con Dante, né gli abbia corretto qualche verso. Nella Commedia, è un personaggio di fantasia, come Catone, come Farinata degli Uberti, come Francesca da Rimini: che siano veramente esistite, quelle persone, è irrilevante.

Chi come me non sa inventare ma soltanto sognare – e anche il sogno può essere un sopruso – incappa in una Musa più attiva, più forte – forte in un’inquietudine senza tregua, in una tragica fatale fragilità – non c’è contraddizione – capace di fracassare i quadretti, di imporre e difendere sé stessa, di chiedere cura per lei tutta vera e intera, non per un vano vagheggiare – difendendo, alla fine, anche l’autonomia del fiume, del colore, della sera – sfrondando l’ego ai poeti che scrivono, scrivono: rivelando a loro stessi, come a sé stessa, di che lacrime grondi, e di che sangue. Un’operazione dolorosissima, salutare.

“Se lo sai senza poterlo sapere, se lo sai ma non è tuo… potresti averne cura. Non è necessaria facoltà d’amore per questo ma è sufficiente il senso della lealtà e una minimale intelligenza. Io credo che tu sia intelligente, Carlo, che tu sia molto intelligente. Avrai modo di mostrare la tua cura” (messaggi di C., 2 febbraio 2021).

Del libro che avevo preparato a dicembre, ho buttato via la metà. L’altra metà uscirà, è deciso, nella collana Sonar delle Edizioni del Faro. Grazie alla proposta gentile di Paolo Agrati, e alle cure di Adriano Cataldo. Non è possibile dare ancora una tempistica, ma è deciso, e perciò lo annuncio. È una collana bellissima, non bulimica, tre libri in tre anni, tre libri che ho letto e che mi hanno colpito, è un onore essere il quarto. Tre autori nati nel 1984, 1985 e 1992. Mi sento bene con loro, io che sono per sempre un poeta, più che emergente, annaspante, uno che non sa ancora bene cosa dire, percepisce stonature in ogni verso e china il capo davanti all’immensità del fiume, dei colori, della Musa, di tutte le cose vere, di tutte le cose sul serio. Un’emersione (emergenza?) continua – che poi, una volta che fossi emerso, non saprei più neanche cosa fare. Guardo, vivo, lentissimamente imparo, poi andrò via, non importa.

Ah, ecco, dimentico sempre qualcosa: il titolo del libro sarà Un garbo libero. Conterrà una nota, o prefazione, che mi ha scritto il bravo Alfredo Rienzi. C’è altro da dire? Adesso, mi pare di no. Poi vi terrò aggiornati.

Accanto a un albero

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Era meglio seppellirti accanto a un albero
tu che li amavi e ti ci arrampicavi
così in alto da farmi paura, guardavo
– animale pesante – da sotto
te che agile salivi. Era meglio seppellirti
fra le radici, che l’albero potesse
in rami e foglie trasformarti, primavera.

Abbiamo strane usanze deplorevoli:
casse di morto legno duro e zinco
a prolungare decomposizioni
non fertili, inutili, in muri di loculi.

Ma tu – io credo – in luoghi che nessuno
può sapere né dire, fiorisci.


Scritta nel 2021.

C’era la luna piena

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mi sento il corpo soffocato di pietrisco
come un topo schiacciato da ruote
su una carreggiata friabile a cui
si mischia, s’impasta – non è interessante

scrivo per aggrapparmi a qualcosa
ma ha sempre meno senso, si allarga
lo spettro infrarosso o ultravioletto
il fischio che solo certi cani odono

non assomigli alle fotografie
somigli all’amore tenuto fra le braccia

(per comunicarmi come ti sentivi
quando eri lontana, mandavi
raffiche di foto sul telefono
anche in lacrime, disperata
da nessuno ti saresti fatta vedere
così – con me eri spudorata)

dio santo, lo so che è tutto un nodo
so che tutto è il rovescio di tutto, ma
se non ci siamo amati l’amore non esiste

(mi dicevi che riuscivo sempre
ad arginare le tue angosce – ma poi
non me l’hai più permesso

ti fossi stato accanto
afferrarti, tenerti
tenerti, tenerti, finché passa, bambina)

ho sempre pensato che i tuoi baci
sarebbero stati gli ultimi
di questa mia vita
ma ultimi i miei della tua no
no, no, no, non doveva
finire così

sciocchezze, scrivo per tenermi
non so nemmeno perché voglio tenermi
s’è spezzato l’anello
ho visto Nina cadere
fra le corde dell’altalena

il vento non l’ha presa
c’era la luna piena


Scritta nel 2021.

Aspettami se vuoi

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stamattina mi sono svegliato fra le tue ossa dilaniate
circondato dalla tua gabbia toracica sottile
un organo abusivo
un feto morto in un utero di costole

è stato, più che un sogno, un sentire nel risveglio
poi la sensazione si è dissolta
lasciando il vuoto

quest’impotenza così definitiva
ieri scrivendo contro i vaccini obbligatori
ho pensato che con un TSO
i farmaci psichiatrici che non volevi prendere
forse…

no

tutto si sovrappone, il piccolo fico
che t’incuriosiva sul nostro terrazzo

[il “nostro” terrazzo: curavi la casa
come una sposa – sapevamo
che era un gioco provvisorio
però che meraviglia]

traslocato qui in piazza Sofia è rigoglioso
è rigoglioso, lui, bastardo
– no, scusa, fico, non volevo, è un delirio

vive in un vaso, vive dove lo si porta
e se invece fosse nato in un bosco
sarebbe rimasto tutta la vita nel bosco
come fanno gli alberi

però la sua storia è diversa, te l’avevo raccontata
a Vercelli mia madre mi aveva detto:
togli quel rampollo di fico
che infesta l’aiuola dove non deve essere
e buttalo nella roggia

invece me l’ero portato in treno a Torino
ed è qui, rigoglioso, affacciato
su piazza Sofia, adesso

avrei voluto tenerti sempre con me
tu erba strappata
curarti, proteggerti, innaffiarti
è un discorso cretino lo so
ogni persona è un mondo indescrivibile
inconoscibile

[non ho imparato ad annaffiarmi da sola
– dice un verso d’una tua poesia]

ma ci siamo mescolati così
da non poter più staccare certi pezzi
pezzi di me si sono schiantati
nello schianto delle tue ossa sottili
si sono spenti nel tuo corpo inquieto

trasformarli in ricordi è un palliativo difficile
e poi perché, per farli
rimorire con me? anche i ricordi muoiono
sono così confuso, così perso

ci siamo a lungo mescolati ma
c’erano parti insolubili, dure
ghiaccio tagliente
che gelava e straziava il tuo mare

nessun abbraccio né mio né di nessuno
poteva scioglierlo

[anche il mio cuore è pieno di sassi
qualcuno tu l’hai tenuto nelle mani
con amore]

adesso
ho comunque messo la videocamera a filmare l’aurora
forse faccio il caffè
e viene primavera
vita immensa leggera
se esiste un luogo, aspettami
aspettami se vuoi


Scritta nel 2021.

Questo buio

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Umiltà. Faccio il bravo poeta:
ci giro intorno, scavo dentro
i ricordi, le cose, agghindo
meglio che posso. Poi la sera
a descrivermi tutto
bastano canzonette:
freddo al cuore, tristezza, dolore,
come posso stare una vita senza te,
stasera pago io.

Agghindo. Chissà che vestito
t’hanno messo nella bara.
Ho saputo tardi dov’eri.
Forse meglio così.
È lo stesso ospedale, qui vicino
dove fui ricoverato
tantissimi anni fa.

Umiltà. Fu pieno di conflitti,
non facciamo quadretti:
forse chiamarlo amore
è un abuso: chi sa amare, di noi?
Abbiamo condiviso la ferita.
È stata, questo sì
la cosa più bella di tutta la mia vita.

Qualche illusione: “attraverso te
sto imparando ad amare me stessa”
m’ha fatto sentire – io inetto – capace
di salvare chi amavo: che è
la sensazione più bella del mondo.
Umiltà. Non era vero. Se lo fosse
stato, non sarebbe finita così.

È sera, è buio, sono qui da solo
e il tuo corpo è in un loculo
all’entrata di un minuscolo
camposanto fra i monti. La realtà
è tutta qui, si descrive in due righe.
Una riga è la lama e l’altra il ceppo.

Umiltà. Sognerò da ignorante
un paradiso accogliente
dove nulla si perde, con angeli attenti
a capire ogni cosa, a rassicurarti:
corri e gioca tranquilla
bambina, non ci sono mostri qui
ma boschi nuovi, boschi da scoprire.

Intanto è buio, ma è naturale
questo buio.


Scritta nel 2021.

I canti in chiesa

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Ti accolgano gli angeli
con cautela, che so io cosa vuol dire
sbagliare mezza parola con te

Ricorda Signore che l’uomo è come l’erba
“se ne ricorda, se ne ricorda”
– mi pare di sentirti mormorare

Quest’anima che hai chiamato
“ma che chiamato, l’ho deciso io
almeno questo”
– mi pare di sentirti gridare

come gridavi a me le mille volte
che non capivo
piccole cose o più grandi
“io t’ho amato, coglione”
furiosa, la tua dichiarazione

la mia voce era debole, fragile
“anch’io ma tu non vuoi”
chissà cos’era, cos’è, cos’è mai stata
la verità

però Gesù ti piaceva: “un tipo in gamba
e così maltrattato”

io non lo credo, Cri, ma se per caso
esistesse e lo trovi
diglielo, che è in gamba
e che sai com’è stato maltrattato

e che non dubiti che lui si ricordi
dell’uomo e dell’erba:
forse è solo, in paradisi di teologi
potrebbe avere bisogno di te


Scritta nel 2021.

Un limite

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c’è un limite

oltre il quale nulla
si può dire né dipingere
solo a volte qualcosa
in parte ricordare
ma confusi, in angoscia

i poeti finti
a distanza di sicurezza
se lo inventano, sono ridicoli
buffoni

quelli veri lo rasentano
con cautela, bisogna
salvare la pellaccia
e pubblicare i versi

c’è, al di là, un infinito oscuro
inutile ai nostri bei costrutti
una luce per cui le parole
sbiadiscono davvero

una luce o un buio, non si distingue
le parole si dileguano
davvero
non ne avrai nessuna gloria

se ti sporgi, in quello spazio
senza parole qualcosa ti chiama
qualcosa di molto importante
tu

ti chiama con un grido d’amore
muto, incessante
ma senza le parole ti sgretoli
in frammenti che non possono rispondere

se mai c’è stata una bussola
per una rotta su mari di non lingua
l’abbiamo persa: è spago di parole
a imbastirci, ci sfilacciamo senza

c’è un limite

e lo spazio al di qua
è quello della vita: non si può
tracimare: ci devi stare dentro

crescere è rimpicciolire
e diventare grandi
è diventare piccoli
abbastanza per non soffocare

ogni madre lo sa: per istinto
educa a muoverti meglio che puoi
nello spazio al di qua
così una leonessa insegna ai cuccioli
una donna ai bambini

ma qualcuno si affaccia
o è spinto a guardare, forse gli pare o sa
di venire da là
dall’infinito privo di parole

può essere un poeta ardimentoso
o un bimbo a cui il castello dei sensi
non viene bene: le carte
gli cadono, vede e rivede quel prima
che non si può né dire né dipingere

o può essere altro, non conosco le vie
ma qualunque sia il motivo c’è chi
sta male qua, è monco: da oltre
il limite sente sé stesso chiamare

forse un trauma, una ferita, d’altronde
le ferite sono porte, passaggi
labbra aperte su un vuoto che chiede
in silenzio di non essere vuoto

tu sei qui, qui dove non puoi essere
sussurra forse (ma è solo un’illazione
per il mistero che resta mistero)

qualcuno si sporge, riporta
(se si è tenuto saldo)
di qua un suono, un bagliore
che prova a evocare, trasportare
in parole, con esito modesto

ad altri non basta, è tutto più in là
più in là
chiama

c’è un limite, non lo posso descrivere
se non con grossolana
approssimazione

un filo d’acciaio a traverso degli occhi
un muro in fondo all’orto
la ringhiera d’un balcone


Scritta nel 2021.

Ciao Cri

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Il portapenne che tenevi sul tuo tavolo
quando avevi un tuo tavolo a casa mia
quando stavamo insieme
è un barattolo di vetro di un succo di frutta
che ti piaceva, tolta l’etichetta
e messa, al posto, una tua fotografia.

Quando sei andata a stare altrove
l’hai lasciato da me. Ci sono dentro penne
nere, rosse, verdi, pennarelli,
un accendino, un rasoio per depilazione,
un tampax non usato… L’ho tenuto
così intatto, sperando in un ritorno
o in qualcosa, non so nemmeno cosa.

Dopo un anno di silenzio tre settimane fa
mi hai telefonato, parlato di cose
profonde o futili, m’hai confidato
ancora altri pensieri, ma hai ribadito
che non volevi vedere né me né nessuno.
Ho sperato che fosse un aprirsi,
m’hai detto dell’iscrizione all’università,
uno spiraglio, una possibilità.

Ora capisco che era un saluto:
prima di andare via, concedermi di udire
ancora la tua voce. Hai parlato
della promessa di non perderci mai,
hai detto che io non ricordavo bene:
tu non me l’avevi proprio fatta,
solo accennata come possibilità.

Hai passato un anno in totale solitudine:
neanche i giri ai tavolini dei bar
a parlare a sconosciuti, ti piaceva.
Ma non daremo la colpa al Governo
né ti chiedo perché non m’hai chiamato
sull’orlo degli abissi, in minuti
sarei stato da te. Il perché lo intuisco
con dolore e rispetto. Il dolore va bene:
non desidero che passi, sei tu.

Ora accanto al portapenne ho messo qualcosa
che mai avrei voluto, mai vedere:
l’ho preso ieri in chiesa nel tuo piccolo paese
nell’estremo saluto: se davvero ci credessero
non direbbero estremo, io che non credo in nulla
continuo a salutarti: senza nessuna fede
penso spazi dove poterci sorridere
ancora, dove amare non sia l’intricato
groviglio che è qui: dove l’amore basti.

Ciao Cri. Ora, non soffrire più.


Scritta nel 2021.

Cinema Corso

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…c’era sempre un uomo con le caramelle in mano
e una fanciulla di un’altra età, smarrita in quella sala
che ti parlava di giostre…

Milo De Angelis

Mia madre è vecchia e grossa, dorme nell’ultima
di un labirinto di stanze al pianterreno
della casa ove nacqui. Al cinema Corso
nei primi anni Sessanta non c’erano
ragazze, ch’io vedessi, né per strada
che io ricordi: c’era un plastico di cose
ai lati della bici, pedalando, alcune
cose erano sagome, forse persone.

Qualche bambino sì, ma raro, irraggiungibile:
maschio o femmina m’era indifferente
purché bello – e fuori dalla cinta
urbana i fossi, la terra, gli insetti:
in acqua linda pescai sanguisughe
e attento le osservai, poi le lasciai
morire piano, disseccate al sole.

Ma non è che ricordo tanto bene.
Al cinema Corso, cento lire per Maciste,
dovevano pur esserci ragazze
e militari, lo raccontano tutti:
forse anche l’uomo con le caramelle
che dice il Milo: però non ricordo.

Sullo schermo ricordo una scena:
volevano schiacciare Maciste
(credo fosse Maciste, in ogni caso
un eroe nudo il torso, luccicante
d’olio o sudore) fra pietre-pareti
che lentamente spostavano, mosse
da decine di uomini con corde:
Maciste gonfia i muscoli, spinge
con le braccia, uno spasmo, le corde
il corso invertono, tutti gli uomini
cadono, si ribaltano, s’intende
che lui li ucciderà perché è più forte.

Un’altra scena ricordo che uno
messo alla ruota, tirato, moriva:
gli usciva un filo di sangue alla bocca
nel reclinare il capo. Erano film
per bambini-soldato, le ragazze
se c’erano, forse, non guardavano, baciavano
i militari, questo non lo so:
ricordo a terra le cicche, le carte
e gli odori di corpi, di fumo, d’estate
questo sì: ne uscivo silenzioso.

Dice mia madre che sua madre, mia nonna
metteva da giovane al collo la volpe
intera, conciata, coi denti e la coda:
ci teneva, era salita di classe
sposando l’avvocato, le signore
di classe avevano al collo la volpe
come le prede i cacciatori antichi.

Dell’uomo sulla ruota più che il sangue
mal pitturato dalla bocca alla guancia
vedevo spezzarsi, distaccarsi gli organi
dentro, il fegato creparsi, scricchiolare
le cartilagini, svellersi il cuore
e cedere le arterie: in bianco e nero
nella scena abbozzata, approssimata
senza effetti speciali, vedevo
quello sfacelo dentro il corpo, la morte:
non lo so se ci fossero ragazze
a baciare soldati, così narrano
che fosse, non ricordo, non lo so.

Mia madre è vecchia e grossa, si rintana
nella stanza più in fondo, le ragazze
sono rimaste nelle cartoline
a baciare i soldati. Mia madre, invadente
dice – sempre un poco beffarda – che è difficile
scrivere l’ultimo verso, non lo so?


Scritta nel 2021.

Nuda sulla pianta

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nuda sulla pianta
dice una canzonetta del ’72
e tu davvero nuda sull’albero
mi sorridevi

io da sotto un po’ in ansia
(a cinque o sei metri di altezza
i tuoi piedi nudi sui rami)
ti scattavo qualche foto

altro che canzonette
eri davvero nuda
eri davvero sull’albero
soprattutto eri contenta

sorridevi davvero contenta
era la primavera del ’19
audacemente nuda
al parco della Mandria

nuda i piedi le mani
le gambe il seno la fica
nuda tutta adagiata
nei gomiti dell’albero

è quasi un anno adesso
che non ti vedo più
guardo le foto
dove nuda sorridi

magra consolazione
le foto ci uniscono
non esisterebbero
se non le avessi scattate io a te

la domanda è
perché tu non puoi vivere sugli alberi?
tu stai così bene nei boschi
così a tuo agio

è una domanda poetica
è una domanda trabocchetto
che può intralciare
tanto lo sappiamo che non puoi

e giù dagli alberi
i problemi – come stai?
ti sei incamminata
per una vivibile vita?

ardo dal desiderio
di rivederti eppure forse
hai fatto bene a troncare
io sono uno che ti può intralciare

io che una vita vivibile
la cerco con chi capita
parlo a vanvera
di tutto m’innamoro e disamoro


Scritta nel 2021.