Mondi perduti

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È che la famosa frase
d’un film di fantascienza
citata qua e là
«ho visto cose che voi umani»
in punto di morte, io credo
la potrebbe dire chiunque
il genio come lo scimunito
come un passero, un albero forse:
abbiamo tutti visto cose
che soltanto noi, soltanto noi
– ed è un rimorso strano, scomparendo
non averle sapute raccontare
davvero bene, così bene che l’altro
le vedesse anche lui.


Scritta nel 2017.

Overflow

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Ogni parola gliene evoca un’altra,
almeno un’altra ma più spesso
tre, cinque, dieci a cascata
e no, non è ricchezza, è un pandemonio
in cui si perde, in cui tutto
perde significato, per il troppo pieno
– significato sono le caselle vuote
ben disposte, senso è ciò che manca –
si perde, si gonfia, dalle strette pareti
dei vicoli del labirinto
scendono voci d’assassinî lenti:
stoiche sirene per motivi incomprensibili
servono sugo a tritoni in mutande
e i muri quasi si piegano a dire:
sei tu che sei voluto stare fuori.

Arranca, cerca un angolo più scuro
in cui pisciare senz’essere additato,
lo distrae per un attimo fra i ciottoli
un fiore giallo, basso, innominato.


Scritta nel 2017.

Disse

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tutto mi spaventa quindi sono tranquillo, disse
l’abisso della libertà
m’angoscia meno dell’abbraccio
del determinismo: se tutto va in nulla
è a modo mio che mi voglio divertire

toccare con la lingua la volontà d’un dio
toccare con la psiche la vulva d’una donna
sono modi di cessare il viaggio, disse
ma il viaggio cessa anche senza che si faccia
nulla di tutto questo

diamo un poco di ritmo, diamo
un poco di ritmo a questi sobbalzi, disse
è a modo mio che mi voglio divertire
mentre siamo sul carro diretti al cimitero
creo mondi fantastici

signorina, lo vuole un mondo fresco
intanto che aspettiamo qui in quest’afa
che il nostro numero appaia sul pannello?
ci so fare, vedrà, glielo modello
su misura, le calzerà a pennello

tutto mi spaventa quindi sono tranquillo, disse
non ho cortili di cui avere nostalgia
né radici rassicuranti: mia madre pianse
nel vedermi innamorare
dell’abisso, io non la consolai

viaggio talmente scombinato, disse
che se pure decidessi di voltarmi
non saprei verso dove; scenderò
a una fermata imprevista qualsiasi
senza idea di che strada ho percorso

ma contento, abbastanza contento
d’aver fatto donne con odori di donne
e città con ombre di città e sentieri
con suoni di sentieri e me stesso
con strisce luminose di me stesso

e amori distillati come essenze
da vite di bellissime ragazze
da restituire: ne mettano due gocce
sul collo, si respirino, diventino
l’infinità che sono


Scritta nel 2017.

T’estimo

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probabilmente non leggi nemmeno
ciò che ti scrivo
e se leggi penserai com’è prevedibile
che ti scrivo
subito dopo averti incrociata
stamattina in corso Belgio
5 luglio 2017 ore 10 circa

lo porti ancora nel marsupio
a un anno e due mesi
sì lo so
i bambini anche quando camminano
a un tratto si stancano
e rischi di doverlo trascinare

sei sempre bellissima

tutto quello che t’ho scritto
in quasi nove anni
l’avrai buttato via
o forse lo conservi in un dossier
per un’eventuale denuncia per stalking

sai che stalking
ammetto che da quando
qualcuno m’ha detto dove abiti
ho un poco spostato il baricentro
delle mie contemplanti passeggiate
(fin da bambino ho amato girare
trasognato da solo, guardare
il mondo con amore)
dal Valentino verso la penisola
fra lungopò Antonelli e la Colletta
(ho sempre amato la Dora Riparia
grigia, selvatica)

ma non mi sono mai appostato
(inglese to stalk, «appostarsi»)
né mai mi sognerei
di suonare al tuo citofono

che tu non mi voglia sposare lo capisco
ci sono mille validissimi motivi
che tu non mi voglia parlare
lo capisco di meno

tu con me
sei peggio dell’embargo degli USA su Cuba
nella guerra fredda
¿qué he hecho yo para merecer esto?
non lo so

sei sempre bellissima

ti penso senza quasi più parole
non so che lingua usare
de toute façon
mi querida
t’estimo


La poesiuola è stata scritta subito dopo la fugacissima visione. Ripensandoci, forse è difficile che il bambino nel marsupio avesse un anno e due mesi. Sembrava più piccolo. Forse è il bambino di una tua amica. Ma non ho potuto osservare bene. Sto cercando di rassegnarmi all’idea che tu non vorrai mai passare del tempo con me. Ma è una rassegnazione difficilissima, forse impossibile.

 

Scritta nel 2017.

Ciò che si vede adesso

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anche nelle cose più semplici
non si finisce mai di penetrare
c’è sempre un senso oltre

talvolta ho intuizioni
su versi di canzoni
dopo decenni che le ascolto

e questo è un esempio banale
immagina le vite
immagina le persone

d’altronde l’universo finirà
eppure a un certo punto
fa bene amare odiare innamorarsi

così proclamando eterno
senza ieri né domani
ciò che si vede adesso


Scritta nel 2017.

L’intima trasparenza

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Sotto il piccolo triangolo di pelo
il doppio nastro di carne fa un riccio
distratto, casuale, come i nastri
per legare le tende se, slegati,
pendono da un chiodo e in un punto
si scostano segnando una figura
d’ampolla o di losanga.

Quella piccola asola, quel varco
fu aperto da lingue, dita, cazzi
in quantità notabile, da uomini
e qualche donna, persone svariate
in svariate situazioni. Ne uscirono anche
due bambini, finora, da semi
di due privilegiati.

Io la tua fica la posso osservare
solo in fotografia, come chiunque altro
nei tuoi servizi di modella erotica:
i tuoi occhi e le tue spalle invece,
il tuo collo, le mani, il tuo seno
li ho guardati intento, restandoti accanto
nei minuti concessi.

Anch’io, non lo nego, vorrei penetrare
fra le labbra, varcare la porta
del tuo ventre di donna. Ma so
che già sarebbe gioia di miracolo
se guardandoci in viso tu scorgessi
di quest’amore che ti dico e scrivo
l’intima trasparenza.


Scritta nel 2017.

La Venere degli stracci

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La sala è già piena, non posso sedermi nelle prime file, allora scelgo un posto molto laterale, l’ultima poltroncina a destra guardando il palco. Da lì potrò alzarmi in piedi e spostarmi contro il muro per fare le mie riprese video dello spettacolo di burlesque: da seduto inquadrerei solo le teste degli spettatori davanti a me. So che il mio video amatoriale è gradito alle due ragazze che organizzano la serata, dove si esibiranno decine di artiste, con diversi stili.

E così faccio: cominciano i primi numeri e mi alzo in piedi, appoggiandomi alla parete per riuscire a tenere più ferma la videocamera. Lo spettacolo è bello e cerco di fare del mio meglio: ho regolato la distanza fissa sui dieci metri, perché l’automatico, con la poca luce che si alterna al buio, sfocherebbe continuamente.

A un certo punto, ma solo a un certo punto, non subito, mi accorgo che dalla mia posizione ho la visuale di un paravento aperto, staccato forse un metro dal muro, che dà sullo spazio dietro le quinte, nei segreti che il pubblico non deve conoscere.

Non ho nemmeno per un istante la tentazione di puntare lì la videocamera: non mi permetterei mai. Sono un documentatore serio e ciò che voglio fissare nel mio archivio di ricordi, a disposizione della collettività, è lo spettacolo, non qualche impropria sbirciatina furtiva.

La videocamera no, ma la coda dell’occhio, insomma, alcune cose le vede. Fra attaccapanni che reggono sgargianti e succinti abiti di scena, tre o quattro ragazze si cambiano, restando per qualche attimo serenamente e completamente nude. Bene. Sono immagini radiose, semplici, che trasmettono gioia.

Una in particolare mi colpisce. In piedi di profilo, un poco china su un mucchio di panni colorati, si toglie le mutande, l’unico indumento che indossa: probabilmente si toglie le mutande di scena per indossare quelle della vita normale.

Il gesto è molto armonioso, lei è liscia come una statua, e così perfettamente nuda, piegata sui panni colorati, si trasforma nella Venere degli stracci di Michelangelo Pistoletto che c’è nel Museo di Rivoli: mi dà una sensazione di pace olimpica, di naturalezza vittoriosa.

Intendiamoci: il significato dell’opera di Pistoletto, quello che si trova nei saggi critici, che dicono perlopiù che vi si rappresenta la contrapposizione dell’arte classica con il disordine consumistico della vita moderna, che a me poi sembra una banale sciocchezza, non c’entra nulla. Io vedo la pura bellezza del corpo femminile alle prese con il gioco variopinto della quotidianità, senza alcuna contrapposizione – mi perdoneranno i critici e lo stesso Pistoletto.

Dunque mi godo il bell’insieme che dura per un attimo: sul palco, ragazze seminude danzano in lodevoli elaborate coreografie; dietro le quinte, una ragazza è nuda semplicemente, come fosse in camera sua, accanto a un armadio di colori messi a caso.

Oh, spero non dispiaccia il mio sguardo fuggitivo. Su quel metro di spazio fra muro e paravento si poteva forse appendere una tenda, però sarebbe stato un intralcio alle ragazze che entravano e uscivano frequentemente, trovo giusto non metterla. E poi, mica c’era nulla di brutto o cattivo o vergognoso, al di là: solo qualche piccolo riverbero di meraviglia, a saperla cogliere.


Scritto nel 2017.

Il bene

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Il bene, rondoni al cornicione, due ragazze
che ridono scendendo per via Saccarelli, un refolo
di brezza nella sera calda, dimenticare
che tragedia è l’esito di tutto. Sul 46
un ragazzo parlava all’autista, diceva
che sua sorella deve stare ancora
sei mesi in comunità, per un furto
in un negozio, ma il venerdì
le concedono due ore di permesso,
ha ventun anni, è divorziata, l’autista
diceva che si vive meglio di notte, lui
prende volentieri l’ultimo turno,
si guida meglio, riporta il mezzo al deposito
alle due, due e mezza, poi resta
ancora alzato a fumare. La ragazza
del ragazzo che parlava all’autista
taceva, annuiva, aveva un seno bellissimo
in un vestito bianco, una famiglia di neri
è scesa in piazza Baldissera, altri due neri
massicci, tarchiati, a lungodora Napoli,
io due fermate dopo, verso casa, incrociando
in via Saccarelli le due ragazze di cui sopra,
che ora forse sono stanche o rabbiose
ma ridevano in quell’attimo, il bene,
rondoni al cornicione, non stare a pensare.


Scritta nel 2017.

Vita nuova

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Un po’ di pelo sopra e niente intorno
alla fessura: è il taglio prediletto
dalle modelle di Met Art o porno.
Quando a cosce slargate sopra un letto

si fan le foto, deve stare a giorno
il dolce solco rosa, in un effetto
di cesello e d’intaglio: che il contorno
si mostri in piena luce, aperto, netto.

Così anche Eva il pube s’acconciava
quando ai fotoamatori proponeva
nudo erotico in sala pose o alcova.

Era un lavoro che m’affascinava,
era una vita sua che mi piaceva
– ma amo lei in qualunque vita nuova.


Scritta nel 2017.

Dormire abbracciati è una gioia durante

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Dormire abbracciati
è una gioia durante:
è importante
per uno come me che le cose
quasi sempre le gode più dopo:
perché durante c’è ansia,
ansia di dire, fare, capire, ascoltare.

Dormire abbracciati
se sento il tuo respiro
regolare, sereno, un respiro
contento, e se sono
contento io di sentirlo
c’è dentro tutto, non c’è nulla
da dire, fare, capire, ascoltare:
è felicità in atto.

Non importa nemmeno
chi sei tu, chi sono io, e questo
non importare chi si sia
è meraviglioso, eppure
per molti è orribile: molti
ci tengono troppo a essere sé.

Forse è
che io ho un io così fragile
che gode a non dover essere qualcuno,
forse è
che altri hanno un io così fragile
da voler essere sé in ogni momento
senza eccezione alcuna,
forse è, forse è,
ma mi annoia la psicologia, quel che so
è che dormire abbracciati
è una gioia durante.

Poche sono le cose che so.


Scritta nel 2017.

Lounge

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Calici di liquido ambrato,
ragazze in sottoveste,
strano posto.
Tu e io qui per caso, fuori luogo
e in luogo, tu e io
lontani, vicini.

Concordano gli opposti,
discordano i composti:
occorre sorpresa,
la noia sorprende,
si guizza, s’attende.

Domineranno le parole
– di cui non m’importa.
Tu mi metti una mano su una spalla,
dici «povero Moli»
e ci si sente soli, ma in fondo
non più che altrove,
non più che dappertutto.

Cappelli di paglia,
zainetti colorati,
piedi nudi
ma attenta – dice – poco fa
s’è rotta una lampadina:
la ragazza osserva cauta il pavimento,
non rimette le scarpe.

Gonne a strisce verticali
su tacchi sottili, abat-jour:
non ho nulla da stare a badare,
non ho nulla che debba spiegare.

Una puttana mi domandò
perché scrivo così piccolo,
disse che non sembro avaro
da voler risparmiare sulla carta:
non sono avaro, infatti, è che
mi sono abituato da piccolo
a scrivere così piccolo
che l’essenziale rimanga segreto
pur dicendo, sinceramente, tutto.

Abiti verdi trasparenti,
biglie di vetro in fragili bicchieri,
certe cose di ieri
si sfilano dai quadri di crepuscolo
del moderno quartiere.

Io abdico
al mio trono di carte:
non ho nulla da stare a badare,
non ho nulla che debba spiegare.

Una cravatta rossa,
una fetta d’arancia,
mi metti in bocca della cioccolata:
sui risi, sui bronci
noi voliamo a sideree distanze.

Una frangia tagliata di sbieco,
una lieve catena su un seno
che si offre soltanto per gioco
da uno scollo elegante.

Tu la più seria, la più sorridente,
io m’arrendo, mi sciolgo dall’ansia
del mio ingenuo comprendere niente:
sotto il trono di carte disegno
un nuovo regno.

Scende una lunga treccia
al centro d’una schiena:
non c’è voglia né pena
e quieto, benevolo, osservo.

Sono sempre per caso le cose migliori,
una donna discorre in spagnolo,
serenamente solo
tocco finalmente con le mani
il mio corpo ribelle, sento chiara
nelle dita la forma di me.

Un ragazzo in marsina e canottiera,
una nerovestita cameriera,
non mi serve furore né macello:
il mio detonatore innesca il bello
che c’è in te, benché tu non lo creda.

Le luci si sono attenuate,
fra poco la scena va in scena,
c’è chi porta una maschera rossa,
chi una bianca cintura.

Tu e io traversiamo
il palco variopinto:
per anni luce che ci allontanassimo
ci troveremmo accanto.

Io confuso, di quasi nulla accorto,
tu intenta a sviscerare ogni dettaglio,
mescoleremo i quaderni di bordo:
vedrai quanto impiegheranno
tutti gli altri
a smaltire l’abbaglio.


Scritta nel 2017.

Carme preadamita

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il mio peccato, Dio,
è che in Eva desidero Eva
non simboli né lingue né scritture:
so che ciò è d’inaudita violenza
– è mia natura

il mio peccato è che
non che mangiare quel frutto
vomiterei tutti i frutti precedenti:
tornerei puro com’ero
prima che tu, Dio stronzo, mi creassi

Eva ne ha preso come tu volevi
Dio pagliaccio travestito da serpe:
ti s’è consacrata
ha diverse esigenze
– è tua schiava

io resto solo
bestia ferita a latrare per selve:
ma che dal profondo
a te, Dio astratto, si levi il mio latrato
scòrdatelo


Scritta nel 2017.

Manchester, May 22, 2017

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Guardo un breve porno artigianale, Sonia
con arguta ginnastica espelle dalla fica
un telefonino anni Novanta, è bella,
ammicca e sa muovere bene i muscoli
pelvici, ha una vagina tonica, poi guardo
le immagini del massacro di Manchester,
sono molte le divisioni improprie
fra incanti, sentori, la colomba della pace
schitta guano anche lei, se ne può concimare
con accortezza la pianta che a maggio
avrà la rosa in su la cima e dolci
saranno a giugno nel cadere i petali,
se osservi o immagini al mirabile orizzonte
le vette brulicare, svettare i lombrichi
morbidi, e becchi d’uccelli li tagliano
in nutrienti mozziconi, sì, ma noi
queste migliaia di anni da uomini,
è sacrosanto dovere e piacere
alzare gli occhi, portare i sensi e l’anima
dove si smorza il sibilo, dove inutile
è la lama che avida fruga, dove il pane
è diritto d’una natura nuova
che non nega, dove è bello
per tutti il cielo a sufficienza, dove
è bella Sonia che sinuosa mostra
la fica aperta come un aquilone,
dove nella pur piccola vigilia
qualche sorriso s’avvera, disarma.


Scritta nel 2017.

La valigia stipata

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Sulla panchina il pensionato parla
all’altro pensionato, dice
la sua preoccupazione: «Mia figlia
ha un contratto per un anno, ma poi?»

Poi
la vita è una valigia che stipiamo
di cose per il viaggio, per essere sicuri:
scarpe pesanti, dovesse mai piovere,
tre paia di mutande, meglio quattro
che magari si suda, due maglioni
perché è estate però non si sa mai.

Poi
in qualche fessura rimasta, infiliamo
(talvolta con senso di frivola colpa)
ciò che conta davvero.


Scritta nel 2017.