Sole e piscio

Tag

Filmai in un bosco una donna pisciare
l’altr’anno in un giorno che parve d’amore,
ora filmo da un bosco il sole levare:
il disco del sole carezza il disegno
del bosco svelando l’intrico dei rami,
il fiotto dorato dal pube rimbalza
su sfoglie di foglie cadute dagli alberi.

Due video curati: ho studiato stamani
sul profilo dei colli il punto preciso
dove sarebbe apparso, per sorprenderlo;
con la ragazza studiammo posizioni
e luci migliori per dare rilievo
ai labbri rosa, al chiaro pelo, allo spruzzo:
arco splendente dalla terra alla fica.

È in un certo senso per me più prezioso
il filmato del piscio: l’amata donna
da mesi è lontana, non mi vuole più:
il sole mi accetta, si lascia guardare
finché gli occhi son capaci di vedere.
Però bando ai fatti miei: in sé e per sé
pari bellezza colgono i due filmati.

[Per due motivi, vi offro quello del sole
e non quello del piscio: mi capirete.]

da un bosco il sole levare


Scritta nel 2020.

Lenzuola

Tag

So piegare benissimo da solo le lenzuola
eppure stamattina facendolo
mi sei venuta in mente. Lo sai, pure io
vacillo in ogni gesto, mi assedia
l’immotivatezza: devo sempre inventare
sostegni da afferrare. Ritiro
nell’armadio che era riservato a te
le lenzuola piegate, chissà se
piegate giuste, al tuo giudizio severo.

Continuo a pensare che noi ci assomigliamo,
continuo a sapere che questo non basta.


Scritta nel 2020.

L’ibisco

Tag

,

Che cos’è questo amore di cui tutti parliamo?
E questa libertà, così impossibile in sé?
Che cos’è che ti muove, mi muove, ci muove?
Si finge, ogni tanto, di sapere – fra speranze
e sogni si finge, trepidando, di sapere
qualche perché, qualche affinché. Bisogna
allestire un rifugio, fare scudo alla mitraglia
dell’insensatezza. Quando torna a crollare
si ammette chini che no, non si sapeva.
Ma poi di nuovo, se ancora si è in vita
(che altro c’è da fare?) si imbastisce
la trama d’un’amaca, una tregua, un riposo
in sicurezze immaginarie, sentenze
su cui un poco dondolare, bambini
che si convincono a credere a madri
per dormire senza alcun fondamento
un sonno quieto, inventato nel buio.
Che cos’è questo amore che cerchiamo
come un ignoto oltreoceano, imbarcandoci
su deboli nostri scafi o traghetti prezzolati
di biechi trafficanti, persuasi a confidare?
Quando cedo a parlarne, mille voci
dentro e fuori di me con stridore di suoni
mi deridono, mi accusano, sbeffeggiano
le parole che ancora nemmeno ho pensato
e mi smarrisco. Che cos’è che ti muove?
Che cos’è che mi muove? Dove ha fine
e dove ha inizio lo spazio del moto?
Che cosa so di me stesso, di te?
Strepita nel tinello un televisore, un cane
abbaia in qualche luogo, dalla portafinestra
vedo oscillare nel vento un ibisco: ieri
mi ha detto mia madre: è l’ibisco
che hai piantato tu, però non mi ricordo
di averlo fatto, sarò stato distratto
e solo dai grossi fiori riconosco gli ibischi
da qualche anno in qua, ripeti e ripeti:
mai li distinguerei se non fioriti. Chissà se
porterà pioggia il vento, speriamo, fa caldo.
Qui nella casa natale, a Vercelli, disteso
su un letto che forse fu mio (non ricordo)
inquadro dettagli che non riconosco.
Che cos’è questo amore di cui tutti parliamo?
La libertà che cerco, indefinita? Cosa
ha detto e dice, e a chi, la mia vita?
Il cane tace. Gracchia da lontano
qualche cornacchia, il sole si riflette
sul pavimento. Osservo i tre fori
in fila verticale di una presa sul muro.
Da bambino, ricordo, erano due
soltanto i fori, sporgevano da dischi
di vetro opachi, sulla tappezzeria
verde e dorata, se ci mettevi il dito
era subito lì sotto il metallo, la morte,
nessun salvavita, bisognava essere
bambini furbi a sopravvivere. L’ibisco:
ammettiamo, non me ne frega un cazzo
dell’ibisco, né di tante altre cose.
Che cos’è questo amore di cui tutti parliamo?


Scritta nel 2020.

Oggi due anni fa

Tag

, ,

memoria di rete, facebook mi rimanda
in forma di ricordi poesie scritte per te
due estati fa, poesie che sono storie
forse nemmeno poesie, ma diario

oggi due anni fa eravamo in campi
della pianura del Monregalese
picchiava un sole implacabile come oggi
e noi a parlare a camminare a non cercare
ombra: parlavamo delle qualità di mais
e sparlavamo delle nostre madri
e puzzavamo di sudore, grondavamo
perdendoci su cigli di fossi seccati
fino a un gruppo di case, ricordo, da cui gente
ci guardò senza interloquire, siamo
in Piemonte, poco sotto le Langhe, Pavese
la bella estate? non so, era tutto
incredibilmente vero accanto a te

quante cose abbiamo fatto di quelle che in genere
solamente si leggono e scrivono! e quante
vissute più di come si possa
scrivere o dire! era tutto così vero
che forse era sogno
e non lo sapevamo: era quel sogno
così abissale che come la morte
nessun vivente lo può raccontare

eravamo scesi dall’altura
di Villanova, per dirti creatura
di bosco è necessario lavar via
la letteratura, lavare
i miei panni in te
creatura di bosco
semplice, increata
futura, primitiva
no, inutile, non ho
parole a dirti, forse nemmeno
tu le hai, e nessuno

[…e questo è un problema, nel mondo
che è tutto lingua e psiche
disturbo post traumatico da stress
personalità borderline
schizoide
creatura di bosco
io isterico istrionico poeta
noi… l’amore? parlavamo delle qualità di mais
e sparlavamo delle nostre madri
e puzzavamo di sudore
credevo che ce la potessimo fare]

avevi pianto fra gli alberi, poi
rasserenata, che cielo i tuoi occhi
scavati fra le nuvole, nei campi
roventi, persi, senza direzione

[ci volevano diagnosi, distacco, ma
ero tutto, di te tutta, innamorato:
avevi catturato
lo sciame sparso di tutti i miei frammenti
nella rete frangibile dei tuoi]

cercammo case e psicoterapie
non eravamo sventati
restavamo a parlarci e ad ascoltarci
per decine di ore
che cos’è la saggezza in amore?
forse noi… ho creduto
di potercela fare

oggi due anni fa eravamo in campi
della pianura del Monregalese
ed eravamo belli come il sole

è, come altri nostri, un ricordo
felice sub judice, dipende
da ora come stai, non ti vedo da mesi
e forse è bene, la massa ingombrante
che non posso non essere (potessi!)
ti zavorrava – mi condanna
il vizioso sillogismo: ogni uomo
è tuo persecutore, io sono un uomo
ergo… – non ho la forza di redimere
tutto un intero genere

ti troverai, amore, ti dirai
creatura di bosco e d’ogni luogo?
buona fortuna, buona
fortuna

oggi due anni fa eravamo in campi
della pianura del Monregalese
picchiava un sole implacabile, noi
eravamo più belli e più forti di lui


Scritta nel 2020.

Hai fatto bene

Tag

,

Per il mio compleanno, fra poco, saranno
sei mesi senza te. Vaghissime notizie:
come tu stia, non lo posso sapere.

Io cambio casa. Non so se è perché
qui rimangono, dei quadri colorati
che tu riempivi, le sagome di polvere
alle pareti e il tuo odore, diluito
in frazioni omeopatiche, non perde
efficacia. Ho perso, io sì, i miei poteri
fantasticanti, non trovo più immagini
per metafore né similitudini.

Specchi, pensavo poco fa, specchi
eravamo, di fronte: non le cose
specchiate: gli specchi, all’infinito
moltiplicando un disegno
non sappiamo da dove partito.

Ma non così funziona: nessuno
specchio crea, solamente riflette.

Esistono fantasmi che si svelano
solo specchiati? Era uno di questi
a danzare fra noi, prendendo vita
dal nostro disperato inarrestabile
mandarci la sua ombra, in teorie
profonde come abissi? Il parassita
ci illudeva che noi ci somigliassimo
e a lui somigliavamo.

                                 Hai fatto bene
a fuggire lontano – che dolore
ho nel dirlo… In qualche sconnessura
o crepa, dietro la facciata opaca
io t’ho vista nel buio, io t’ho amata.


Scritta nel 2020.

Paralipomeni alla fisioterapeuta

Tag

,

Ricordo il discorso che non le feci
trentotto anni fa, signora, la fisioterapia
dopo la polinevrite alcolica, a zero
l’elettromiogramma, lei diceva
stare su un piede solo, esercitare
la forza perduta della singola gamba
concentrandomi, risposi: «non sono
mai stato capace di stare in equilibrio
su un solo piede» e lei sorrise
non credendomi, disse: «ma come!
faccia come quando saltellava
da ragazzino giocando, come tutti».

Lei non mi credeva e io non le feci
questo discorso, signora
fisioterapeuta delle Molinette
nell’autunno dell’82, non spiegai
che negli anni Sessanta, quando erano
più giovani le nostre madri umili e fiere
e aveva la frutta un diverso sapore
e si lavorava sodo e i ragazzini
saltellavano e si picchiavano ed era
un mondo vero, ecco: non è vero.

Mia madre non così umile né fiera
non s’accorse mai che a qualsiasi età
barcollavo infilando i pantaloni
cercando un appoggio, al primo tentativo
spesso ricadevo col piede, riprovavo:
io, signora, su una gamba sola, mai
e non si sa il perché: non era un disturbo
diagnosticato, ero semplicemente
un pirla e un imbranato: saltellare?
no, non ho mai saltellato né picchiato
e mio padre lavorava duro per fondare
il consumismo, comprava le radio
e i mangianastri che non usava, qualsiasi
giocattolo, più bambino di me
giocava a essere diventato
stimato dottore da padri contadini
e anche lui, signora, non ammetteva
che io non saltellassi e non picchiassi:
non ammettendolo, non lo vedeva.

Quanto alla frutta, di tutto quel sapore
non mi ricordo e i compagni di scuola
come oggi l’i-phone compravano cose
quanto potevano: saltellare e picchiare
chi sì e chi no, non è che li spiassi
in questo, l’epopea raccontava
che gonfi di testosterone scopassero
non si sa chi, le ragazze dovendo
restare caste. Era una merda, signora
il mondo vero degli anni Sessanta:
mia madre ancora adesso a novant’anni
non lo sa e non sa che quanto a me
non saltellavo né picchiavo
e giunsi vergine e ansioso alla donna
che sposai e non è romantico, signora
era soltanto una disperazione
(mi rifeci poi dopo) era proprio
una disperazione tutte quelle cose
che andavano fatte, così tanto
che si credono fatte, da tutti:
e lei nel 1982
non ci credeva che io non avessi
mai saltellato e se qualcuno vedeva
mettermi i pantaloni, morivo di vergogna
cadendo e ricadendo. Ero un ragazzo
normale, nessun problema, bene a scuola
mai salito su un albero.

Ho i miei motivi, signora, per odiare
nel secolo ventunesimo, adesso
che sono vecchio ormai, le frasi fatte
nei bar, sulle quarte di copertina
dei libri, su Facebook, quando il mondo
era più vero, o che l’amore si redime
con l’abbandono e signor caporale
quante puttane e quante brave ragazze
e fiere e umili madri e il bollito
e l’occhiolino e il bosco e la frutta
ma cosa cazzo dite? cosa cazzo?

Già nell’ottantadue, sul lettino
paralizzato dall’alcol solitario
inerte lo sciatico popliteo interno
non meno che l’esterno
lei sorridendo signora negava
il mio non avere mai saltellato
su un piede solo, non avere picchiato
né scopato né virilmente ammiccato:
lei signora come un fiera madre
negava che io
fossi mai esistito.

Non ha colpa, signora, però
io quel sapore di frutta di una volta
io francamente no.

(Cammino bene, adesso, lo sa?)


Scritta nel 2020.

[De]scrivere

Tag

,

Sì, il troppo [de]scrivere
m’ha privato di vivere
non sempre, ma spesso.

Ma adesso
che ormai vecchio
ci penso, fu parecchio
una fuga in [de]scrivere
dal terrore di vivere.

Vivere: dove le storie
non sono mai canzoni
«con una fine mia
tu non andresti via»
come canta Vecchioni.

Qualcuno ha goduto
forse del mio [de]scrivere.
Qualcuno ha ringraziato.

Qualche donna gentile
presa in rete di versi
mi s’è data: in un gioco
di bambini (facciamo
che ero…) s’è prestata
a incarnare l’amore
in cui dentro i suoi occhi
io l’avevo inventata.

Ma è roba da poco:
non c’intessi una vita.

Viene ora di cena.
Ti chiamano, non hai
mai guardato in cucina.


Scritta nel 2020.

Poesie non scritte

Tag

,

In questi giorni
non ho scritto alcune poesie.
L’ansia che avevo decenni fa
«affèrrala, affèrrala, prima che svanisca»
s’è rovesciata: svuoto gli occhi, lascio
evaporare immagini, parole.

La vicinanza d’un nucleo
di verità incandescente, la chiara
intuizione. Il calore. Ma presbite
l’intelletto avvicinandosi
confonde, sfoca, ed ecco
percepisco i mezzucci
della mia fantasia, le pezze
dell’immaginazione.

Giro le lenti del linguaggio come
l’oculista alla visita: meglio
così? o così? o così?
No, le righe piccole
rimangono illeggibili.

Ieri a Vercelli in giardino le rose
e le ortensie, la brezza
tiepida, sotto la magnolia
l’ombra e intorno, abbacinante, il sole.
Buona scenografia, potrei cavarne
anche similitudini, metafore.
Cazzo, che noia.

Una finestra oltre la via muovendosi
incrina una porzione
di spazio, inghiotte
il suo tempo, il mio tempo.

Si possono scrivere versi scherzosi
uscendo da un macello:
non è che non si possa – non è
una cattiva azione. Si può
indossare il naso rosso, giocare
con i bambini al reparto oncologico:
è un’azione lodevole.

Ma tutto ciò che riesco a dire è finto:
lo è per me. Sono stato bravissimo
nell’inventare mondi
liberi dal reale: proprio questa
bravura (ho talento) mi condanna:
puoi convincere il semplice
che sotto il riflettore non c’è trucco:
ma convincere il mago!

Scriverò ancora poesie d’amore,
il vizio non si perde. C’è un margine
intontito, dove a tratti impreviste
voci d’infanzia rivelano
soltanto per un attimo il luogo
del contatto, il luogo
dove in silenzio, felici, cadere.


Scritta nel 2020.

To C.

Tag

Sapere che era nulla:
e rimanere intatto
l’amore: l’amore
non saputo, non detto.

[Primavera di settant’anni fa:
l’ultima sua: «To C. from C.»
guarda come, per caso, ci si adatta:
è di bosco il tuo sorriso, è
un intrico di rami nella valle.]

Mio sogno e arbitrio la profondità
dei tuoi occhi, non significa
non profondi i tuoi occhi, significa
il mio abbaglio, come chi osservando
di un torrente le ombre fra i sassi
si compiacesse di saper vedere
quel primo buio già inquietante ma
lungo il profilo ripido dei massi
ignorasse l’abisso.

Perdona il malinteso allucinato
dei nostri abbracci, la veste inadatta
cucita ai nostri baci, il volo improvvido
del mio cuore sul tuo.

Era nulla, ero nulla. Rimani
tu incantato ferito animaletto
che non so medicare:
e l’amore rimane, l’amore
non saputo, non detto.


Scritta nel 2020.

1-II

Tag

,

quella notte verso il primo febbraio
stetti male molto, gola chiusa
nel profondo, muco, fatica
a respirare, mi parve
mai così tanto prima, pensai
di chiamare la guardia medica, poi
non lo feci, resistetti, chissà
forse fu la còvide, se ne parlava
già vagamente, chi diceva
così e chi cosà, oggi ho visto
sul tavolo l’actifed comprato
dopo, il mattino, per provare
ad aprire le vie, ho pensato
che ancora non sapevo che il tuo blocco
di quella notte, «chiudo i canali»
e su whatsapp la tua foto trasformata
in sagoma grigia, sarebbe
stato ovunque e per sempre
(o almeno: è giugno, e duro dura)
e non c’è actifed per provare
a riaprire – e poche ore prima
ci parlavamo tranquilli in una stanza
della tua nuova casa, è stato
di colpo, senza ragione
ed è forse per questo che
il virus l’ho guardato con distacco
appena infastidito, tu
sei stata e sei il mio lockdown, tu
il mio distanziamento, cosa vuoi
che m’importi del resto


Scritta nel 2020.

Dentro e fuori la testa

Tag

,

Che poi starsene dentro la testa
non è nemmeno un sicuro rifugio:
mangiavo poco fa insalatina e pomodoro,
per dessert qualche biscotto imburrato:
sera dolce, chiara e tiepida: è passato
per la testa, giustappunto, un pensiero
antico, senza alcuna pertinenza:
m’ha turbato, tutto quanto ha disturbato.

A distorcere il corso d’una sera
pacata e dolce può essere a volte
un fatto esterno, sì, ma spesso è anche
un fatto nella testa, un nessun fatto.

Mai si ferma la corrente marina
di colpe o gioie o tenerezze andate
tanti anni fa o ieri, o domani sperate
o temute, o in nessun tempo immaginate:
scorre variando le scie in superficie:
cambia la luce, poi cambia di nuovo.

L’oceano al cui mutare si è indifesi
si muove dentro e fuori:
non esiste riparo.


Scritta nel 2020.

La scatola di latta

Tag

,

La scatola di latta dei biscotti dell’In’s
comprata due settimane fa potrebbe durare
cento anni, anche di più, ma la devo
buttare, quante cianfrusaglie in casa.

Vorrei liberarmi dal ritmo
e dallo spiegare: raccontare con versi che non lo sembrano
come in lunghissime odi di Pessoa
questo passare, che non sembra, della vita.

Tutto ciò che svanisce è nel presente, non esiste il ricordo.

Tutti più grassi a stare chiusi in casa
in questa epidemia (con presunzione megalomane
immagino qui una nota a piè di pagina: «si tratta
dell’epidemia che colpì il mondo quattro secoli
fa, nel 2020, causando rivolgimenti
sociali che portarono…») – io nove chili
ho perso, bastian contrario, ma è che
s’è sovrapposta una pena d’amore, nel dilagare
del morbo dilagava l’accorgermi
giorno dopo giorno che l’abbandono
improvviso dopo un gennaio di quotidiana vicinanza
(nessun ritmo!) di una ragazza non era
uno scazzo provvisorio: permane.

Com’è sorprendente invecchiare e morire!
È tante cose, ma è anche sorprendente:
non posso crederci. È carta sbiadita
(sbiadita nel presente, non esiste il ricordo)
(questo «non esiste il ricordo»
non lo capisco io nemmeno, ma sento che è vero)
la sceneggiatura dei giorni
degli anni Settanta con i miei vent’anni
degli anni Venti con i miei settanta
– già troppo ritmo in questo chiasmo, fuorvìa.

Sì, nel tempo ho maturato consapevolezze
interessanti. Non utili, ma interessanti. Di utile
un poco di destrezza a non ferire
(a ferire di meno) le persone. Un poco
di abilità nel tenere le briglie: che gli zoccoli
dei miei sogni non calpestino
qualche cosa di tenero non visto. Questo
sì, forse sì. È qualcosa. Ma sbaglio molto ancora.

E il passaggio degli anni attenua
(il passaggio in corteo, sotto il balcone, degli anni)
alcune sensazioni, assopisce
chiarori, oscurità. Questo pertiene
al moto del ricordo, che dunque
esisterebbe? Mi posso contraddire, è contraddicendomi
che sento a volte il mio corpo aderire
a corpi altrui, nelle bocche angosciose delle camere.
Il ritmo e lo spiegare (le due cose vere)
mi scombaciano dal mondo: disgregandomi
mi ci posso insinuare. È una polvere sottile macinata
a superare il setaccio emato-encefalico
che regola le nostre solitudini:
le strutture aggregate non passano, se passano
è per squarcio, per stupro, dolore.

Una polvere sottile macinata o un liquido
distillato, non denso, può passare
fra due anime quando si accarezzano
con premura delicata.

Ma non entra una vita
in altra vita intatta: amare non è
buttare giù un tramezzo ma rifare
l’intera casa nuova, è spaventoso.

Vorrei dirlo meglio ma non sono
da ciò le mie penne e con viltà
ho temuto l’abisso, il fulgore.
Tutto ciò che svanisce è nel presente
e non è molto. È così sorprendente
invecchiare, morire. La scatola di latta
dei biscotti dell’In’s, la scatola di latta
dei biscotti al Plasmon che quand’ero bambino
conteneva piccole frastagliate fotografie
di antenati già ignoti.

Sarebbe, ancora, tutto da scoprire.


Scritta nel 2020.

Le lingue

Tag

,

L’inglese, il francese, l’arabo, il tedesco,
il greco, lo spagnolo: siamo poco portati
noi italiani, si dice, alle lingue: le studiamo
poco, ce la caviamo malamente.

Credo sia vero. E poi non sono solo
queste «estere» le lingue da studiare
che noi poco studiamo. C’è la lingua
di chi ha vissuto una diversa infanzia,
di chi ha sofferto cose a noi ignote,
di chi ha amato in un diverso modo
o ha conosciuto entusiasmi che noi
non concepiamo o s’è immerso in angosce
difformi dalle nostre o ha sviluppato
idee in percorsi da noi non seguiti:
magari è dello stesso quartiere,
forse è nostro cugino addirittura
ma la sua lingua è altra, perché
altramente è nata ed è cresciuta:
si dovrebbe studiare, impegnarsi a studiare
per potersi parlare.


Scritta nel 2020.

Chomsky e Saussure

Tag

,

Non essere immortali è il peccato originale:
lo formulammo quando ci rendemmo conto
della cosa: occorreva una colpa inevitabile
all’abisso inevitabile, che irreversibilmente
ci si era conosciuto, percepito. Peraltro
come né il significato né il significante
sono la cosa (si veda in Saussure) così
né il peccato né il peccante sono la cosa:
che intatta e indetta sguizza fra gli asintoti
dei nostri veli macabri o eleganti.

Però appunto: sono caduto in tentazione
di scrivere questo, che non vuol dire nulla.
L’odore del mio ventre alle mie nari
richiama l’estro animale, primario
degli odori mancanti, la grammatica
generativa (si veda in Chomsky) non genera
coiti a corpi dove un rewind violento
strappi la stringa, la vita trionfi
in schiuma sperma bava secrezione:
lo spàppolo d’un seme non descritto.


Scritta nel 2020.

I fidanzati

Tag

I fidanzati non sono congiunti
– dice il bieco satrapo – eppure chi
più di loro si congiunge? Ragazze
e ragazzi, non perdetevi d’animo,
sfruttate tutti gli spazi possibili
(era uno slogan del mio Sessantotto):
l’attività motoria, almeno chi
abita nel medesimo comune
è consentita lontano da casa:
datevi appuntamento a camminare
a un metro di distanza, ma con passo
poco sportivo, se no i metri diventano
due: motoria uno sportiva due
dice il delirio del di pi ci emme.

Trovarsi almeno a un metro di distanza
è già meglio che niente. Date un tocco
se volete, d’evocazione storica:
io vecchio feci in tempo a vedere
ad Altamura (non ci crederete)
una ragazza che i suoi carcerieri
(i genitori) liberavano solo
per andare a prender l’acqua alla fontana
(lo giuro: ho due altri testimoni)
e il suo moroso da dietro un muretto
dieci minuti poteva parlarle:
fate il gioco di stare ad Altamura
qualche decennio fa – però un bel gioco
dura poco – se non la smetteranno
presto, i satrapi, sia rivoluzione.

Se poi vi scappa un bacio e un delatore
vi coglie, o un poliziotto, voi provate
a dirgli, con Prévert, che les enfants
qui s’aiment ne sont là pour personne.
Non vi crederà e vi multerà
(è gente che non vede le cose davvero)
e un giorno narrerete ai nipotini
la multa per un bacio. Pure questo
non è nuovo: al tempo dei trisavoli
passava la ronda al segnal – lo canta
una canzone – del rigido caporal:
«ecco una coppia che intesse un idillio
e in pose d’un certo ardimento:
no, tollerate o permesse
non son queste cose dal regolamento».
Ora passa di nuovo la ronda:
con la scusa di questa influenza
un po’ più grave, semina il terrore.

I fidanzati non sono congiunti
ma si congiungeranno, l’amore
rovescerà la babele d’una scienza
serva e proterva, i virologi narcisi,
i governanti che accusano voi
per coprire le loro malefatte.

Sfruttate tutti gli spazi possibili
oggi; domani faremo pulizia
(spero) delle menzogne, getteremo
sabbia negli ingranaggi della macchina
che produce nel nome del denaro
guerra fame deserto e malattia.

Presto, però, perché c’è poco tempo
e dilaga il veleno sul pianeta.
Baciatevi, esultate, ribellatevi:
congiunti forte, non fateli passare.


Scritta nel 2020.