Mattino immobile

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Due uccelli che non identifico
hanno volteggiato intorno a un’antenna
e sono scesi oltre il tetto di fronte.
Un alzarsi di vento sulle cinque
m’ha svegliato, ho controllato gli ormeggi
d’alcuni oggetti sul terrazzo, poi
ho ridormito due ore. Adesso
c’è questo mattino di nuvole alte,
nessun segno di vita alle finestre
del cortile, c’è più silenzio che a mezzanotte
ed è forte il tic tac dell’orologio
che sta sul muro sopra lo scaffale.
Ondeggia piano una borsa di tela
appesa alla ringhiera del balcone.
Sembrerebbe un’attesa, ma di cosa?


Scritta nel 2017.

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Quanti

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,

Fra quanti glutei, su quanti ani, per quanti scroti
verso quanti glandi è dolcemente scorsa
la tua agile lingua? Quanti peni hanno varcato
della tua vulva le morbide labbra?
Quanti col pugno chiuso hanno slargato
la capiente vagina? Quanti spruzzi di sperma
hanno fatto ricami sul tuo viso?
Ha orinato qualcuno sul tuo seno?
E donne, quante donne hai baciato
su tutto il corpo? Hai provato due membri
insieme, nei due fori che separa
il breve perineo? Con quanti donne e uomini
hai dormito abbracciata, con quanti
hai camminato mano nella mano?
Non c’è nulla di morboso né geloso
in queste mie domande: c’è un’attenta
curiosità d’amante, c’è una voglia premurosa
di partecipare alla tua vita. Ma lo so
che non lo si capisce mai, mai, mai – perciò
queste domande non te le farò.


Scritta nel 2017.

Il volteggio

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L’ultima volta che mi sono concesso
di passare in via Oropa
al tuo balcone dalla finestra aperta
volteggiava una tenda bianca
leggera nel vento leggero
(sarà stata davvero bianca? io deformo
i ricordi in un attimo, lo so)
volteggiava una tenda lunga e dentro
c’era una luce calda e ho pensato
una sera dolce, tu, il tuo uomo
di adesso, i tuoi bambini:
non ho visto nessuno, non c’era
nessuno sul balcone né ombre alla finestra,
non ho sentito nessun suono, ho visto
solo la tenda volteggiare morbida
elegante come una lunga veste
e ho pensato a una tua sera dolce
col tuo uomo di adesso, coi bambini
a fare qualsiasi domestica cosa.

Vedi, lo so che le tende volteggiano
indifferenti anche quando nelle stanze
c’è odio o tristezza o dolore o litigio,
ma io non credo: io ho immaginato
una tua sera dolce, col tuo uomo di adesso
e i bambini, qualcosa sul tavolo, forse
dei biscotti, un libro sfogliato lentamente
mostrando le figure.

Non mi sono fermato nemmeno un istante,
ho camminato dritto, tenendo negli occhi
l’attimo del volteggio della tenda
e l’eterno mio bisogno di parlarti.


Scritta nel 2017.

Cuori solitari

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Slargare le cosce dovrebbero
alcune, mostrarmi la fica
aperta, odorosa, fragrante
offrirla ai miei sensi, al mio tatto.

Fluttuare le poppe dovrebbero
alcune, strisciarmi i capezzoli
sul viso: così sporgerei
le labbra e la lingua a lambire.

Dovrebbero accogliere alcune
il cazzo, i trepidi sogni,
lo slancio, lo sperma, la voglia
che ho nella carne e nell’anima.

Dovrebbero. Si obietterà:
perché poi dovrebbero? Mah,
così: per provare a creare
possibile felicità.


Scritta nel 2017.

γούνατα λύειν

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Da tempo spari sui miei sogni, hai
buone ragioni per farlo, ma ormai
è uno sparare sulla croce rossa: la forza
dei miei sogni è sempre stata non esserlo:
chiamare sogno un sogno me lo uccide:
provvedo io, non c’è
bisogno di fucile.

Hai buone ragioni, ragioni forse
con radici d’amore – io ti voglio
bene uguale, mentre spari, ti capisco:
però cado, sento le ginocchia sciogliersi
come un guerriero ellenico sfinito
dalla battaglia, che fu epica e sonante
solo nei versi d’Omero: per terra
un ordinario marcire di sangue,
il dolore crudele, la paura.


Scritta nel 2017.

Scene d’arte

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, ,

tre modelle affiancate
messe a quattro zampe
filmate da dietro
nude tranne il reggicalze
le calze e i tacchi a spillo
mostrano i glutei e le cosce
fra i glutei gli ani slargati
fra le cosce le bene aperte fiche
poi filmate di tre quarti
pendono grosse poppe
ondeggiano capezzoli in rilievo
con vaste areole scure
poi graziosi si volgono i visi
tra i fluenti capelli
a mostrare sorrisi
accattivanti
per me queste sono
scene d’arte bellissime importanti
ma voi pensatela come volete


Scritta nel 2017.

Il rumore

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,

Quando cerchi di discernere un rumore
che ti sta a cuore
che è per te un segnale
è allora che t’accorgi di quanti
rumori ci sono nell’aria:
non ci avevi, prima, fatto caso,
non era che un sottofondo normale.

Ma quando cerchi di discernere un rumore
che ti sta a cuore
li senti tutti, anche i più sommessi,
i più deboli o lontani:
alcuni ti confondono, assomigliano
al tuo e allora vorresti
che tutti tacessero, tranne
il rumore che ti sta a cuore,
quello che tendi l’orecchio per sentire.


Scritta nel 2017.

 

Nudità e corsetteria

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La nudità totale ninfale
è la mia preferita assoluta-
mente nelle fanciulle, però
mi piace pure qualche corsetteria,
qualche accessorio a volte.

Le scarpe col tacco appuntito
sono belle soprattutto se posso
osservarne le suole, se i tacchi
fendono l’aria rasente i miei lombi:
non sono scarpe da camminare, sono
ampolle da capovolgere
su altari di fresche odorose lenzuola.

E un reggicalze con le sue bretelline
congiunte all’orlo opaco delle calze
senza le mutandine
fa un tabernacolo per inquadrare
la soffice particola
che di tutto è l’origine e il fine.

La nudità totale ninfale
è però il massimo: è lo spirito
che scende non nel tempio celebrante
ma in un posto qualsiasi, imprevisto, improvviso
come un refolo d’aria da un valico:
gli uomini presi dai loro pensieri
non s’accorgono, ma spesso
si volta lesto, curioso, un bambino.


Scritta nel 2017.

Notte di Ferragosto

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A Torino, notte di Ferragosto, i suoni
sono diradati: meno motori, più voci,
qualche tonfo, un aereo che passa, lo sciacquone
dei vicini di casa, più voci,
forse un uccello notturno al terrazzo,
un frullo m’è parso,
una radio da un’auto che apre la portiera
per far scendere una donna, più voci,
m’arriva persino il lusso
d’un suono di pianoforte da una finestra
aperta, gialla: ho mestiere abbastanza
per ambientarvi una notte in pochi versi,
volendo, ma
non m’interessa più. La domanda è che cosa
avvicina o allontana le persone,
qualcosa di mutevole che talvolta
allontana chi aveva avvicinato o
viceversa, benché il viceversa
mi sembri più raro. Prima, rincasando, ho visto
quattro neri all’angolo a far nulla, in piedi,
un quinto passa in bicicletta e li saluta
nella notte lucida, veloce: che cosa
li unisce? Ridono e domani
uno sgarbo potrebbe far luccicare coltelli,
la donna scesa dall’auto ha salutato
gaia, potrebbe già piangere stanotte
per un messaggio, per un malinteso. Che cosa
avvicina o allontana le persone, alterna
l’indifferenza all’ansia, il desiderio
alla repulsione? Quale ricercato valore
fa sopportare la monotona vicenda
dell’angosciosa quotidianità – e d’un tratto
non sopportarla più? Quale braccio di sentimenti
cinge le persone che chiacchierano, litigano,
si salutano in un intricato fibrillare
d’impulsi opposti, di capovolgimenti
accettati con rassegnata
serenità rabbiosa, come in natura lepri
che brucano l’erba e se scende il falco, scende
– ma contemporaneamente, contraddittoriamente
fanno progetti, mutui, promesse d’amore
quasi tutto fosse eterno e stabilissimo?

Notte di Ferragosto, ora più sommessa,
un rumore imprecisato, forse un portone
– sono molti i rumori indecifrabili
in qualsiasi notte o giorno – più voci
da lontano, forse un bambino
pone istanze a una madre, ma è
solo una congettura, una scena
da immaginare. Non so nulla delle vite
e dei loro perché, del prendere e lasciare
e gioire e soffrire di cose a me incomprensibili.

Una voce e un viso mi bastano per
costruire mille vite che tutte vivrei
veramente, interamente
– ma è che anche una poesia, se mi viene in mente
e scorrono le parole in testa ma non posso
scriverla subito, abortisce.
Così è dei sogni: anticipando
una realtà, la bruciano: nulla mai accadrà
di ciò che si sogna. Bisognerebbe non sognare,
forse è così che fanno le persone
che chiacchierano all’angolo in circolo:
nulla immaginano, nulla s’aspettano
e consentono dunque alle cose di avvenire
– però è strano, perché fanno i mutui, i progetti,
le promesse d’amore, io non capisco.

Fa niente. Ora è davvero silenziosa la notte,
mi metto a letto. Nel socchiudere gli occhi
è eterno ogni amore, senza alcuna promessa:
vivo ogni vita che davvero vivrei.


Scritta nel 2017.

Testimoni

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Quando sbadiglio mi metti
l’alluce in bocca, poi sentiamo
il carillon che ti regalai, dici,
quando fingevo d’amarti.

Ma io non fingevo, t’amavo
e t’amo ancora. Domandalo
ai letti, alle case, alle panche, ai soffitti,
all’erba piegata dal vento, ai canali,
alle biciclette, ai jukebox, ai rondoni,
ai campanili, ai pullman, ai tubi,
alle tazze, alle strade sterrate,
ai vagoni, ai caffè, alle stazioni,
ai baci e agli abbracci: vedrai
che, unanimi, lo confermeranno.

Le cose vedono meglio di noi.


Scritta nel 2017.

Bell’amore

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Una ragazza – non imparziale, lo ammetto, perché
mi vuole bene e gliene voglio – guardando
una tua foto ha detto:
«Bella Eva e bello il tuo amore per lei».

Ecco, ho pensato in un breve sospeso
commosso sogno o delirio: se tu
trovassi bello non me – che è impossibile – ma
il mio amore per te, che gioia sarebbe!

Se tu trovassi bello questo amarti
che ha preso in me misura di respiro
ti ci potresti specchiare, sorridere:
non ricambiare l’amore, sorridere.

Sorrideremmo, ed è tanto. Non credere
a chi dice che non avrebbe senso.
Nella muta vacuità dell’universo
l’unico senso lo creiamo noi.


Scritta nel 2017.

Mamma mi prude la schiena

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sul tram tre una bambina dice
mamma mi prude la schiena
lo dice benissimo, non in bambinese
né in affettato adultese
né in televisionese, no, dice proprio
semplicemente
mamma mi prude la schiena
lo dice come è naturale che sia detto

con tutto che è vestita da bambina borghese
{borghese è tutto, tranne qualche
emarginato [ma (solo) qualche]}
con gonnella rossa sbuffante
e maglietta con principessa bionda

assomiglia moltissimo alla madre
sono belle le bambine che assomigliano alla madre
cioè, non è che siano belle
ma è bello <è divertente> che assomiglino
e possono poi essere anche belle

al padre no, non è così divertente
per una femmina assomigliare troppo al padre
è controproducente, può avere
tratti troppo virili, grossolani

assomigliano al padre le tre sorelle E.S.
in particolare la più piccola, T.
ma anche E. sta sviluppando con il tempo
un germe in tale direzione
non però in modo preoccupante

non dovrei andare a parare sempre lì
perché non dovrei?
paro dove mi pare
e divago quanto voglio divagare
[con tutte le parentesi che voglio]

maledetta tastiera che resta indietro al mio pensiero
le lente tastiere di Dover
ascoltando la bambina sul tram tre
mamma mi prude la schiena
ho pensato che vorrei rinascere
con un’altra lingua
e un altro corpo e un’altra voce

ho assimilato così tanti accenti e sintagmi
che le parole non mi sembrano mie
[le decido io, eppure]

ecco per esempio questo «eppure»
io da ragazzino non dicevo «eppure»
così come inciso, «eppure»-punto
e poi ho cominciato a sentirlo
e poi a dirlo
è ciò che voglio veramente?

anche
«è ciò che voglio veramente?»
è frase non del tutto mia
l’ho assorbita da qualche gergo

vorrei raschiare via tutte le parole
e come un giardiniere
liberate le aiuole
farle ricrescere dai semi,
dai semi antichi, farle rigermogliare
dalla loro preistoria
come sono veramente

dev’essere un mio problema remoto
perché da ragazzino m’ero inventato una lingua
– dico da ragazzino per evitare il TSO
ma a essere sincero
ci lavoravo su ancora verso i trent’anni –
una lingua solo mia, perfettamente inutile
ma perfettamente aderente
a me

poi ho smesso, per fortuna
ho smesso per via del <perfettamente inutile>
era però divertente
era complicatissima e affascinante

l’inverso del sempliciotto esperanto
non una lingua per comunicare con tutti
ma una lingua per comunicare con nessuno
difficile, inutile, divertente

poi ho voluto farmi capire
e sono pieno delle parole vostre
dei vostri accenti, delle vostre inflessioni
mi sono rivolto all’esterno
un poco

un caffettino, relazionarsi
si faccia attenzione
la mancanza d’empatia si manifesta

certe volte che capogiri, che capogiri
cade in vertigine il mio scheletro muto
spolpato

com’era Cenerentola, che le sorellastre
quello è mio, quell’altro è mio, ladra
la lasciano nuda
(nuda di un nudo disneycompatibile)
perché s’era vestita di roba scartata da loro
ma pur sempre loro

voi tutti potreste spogliarmi
delle parole che vi ho rubato:
io ne ho di mie, di veramente mie?
non lo so più

le parole, razionalmente lo so, dovrebbero essere
di tutti e di nessuno
come la donna di malaffare
(dio mio quanto amo le donne di malaffare)
di Max Manfredi:
di tutti e di nessuno,
come una lingua, come un altare

però non so
nella donna mi ritrovo se la abbraccio
avesse anche abbracciato e abbracciasse
un milione di altri uomini
fra le sue cosce riconosco me:
lei, di tutti e di nessuno, fa esistere me

la parola se non la riconosco
come generata da me in millenaria ontogenesi
non la so decifrare in voi, in te
nell’improbata filogenesi
parallela (parallela? come verificarlo?)
<difficile spiegare, difficile>
ed è capogiro, abisso, decomposizione
oltre che ovviamente
incomunicazione

{psichiatricamente potrebbe essere un io fragile il mio:
l’io forte avrà forse – che cazzo ne so? – un nucleo
invariante [plasticamente invariante? (è sensato?)]
che permane “io” nel sansebastianico martorio
di verbifrecce altrui, schizzi di carne e sangue, permane
– no, non lo visualizzo, è una cazzata}

{pure, come dicevo, se potessi rinascere
con un’altra lingua, un altro corpo,
altre parole, altra voce, altro tutto, sarei io, iissimo:
ho allora un mio solido nucleo
preverbale, prelinguistico, preformale,
precarnale, prepsichico, preontologico, lasciamo stare, boh}

nello smottare rovinoso dei sociali sintagmi
m’annovero disperso, smateriato:
è troppo abile il nemico
nell’espropriarmi l’anima
avocandola al suo lessico deviato

la palla candida che voglio lanciare
me l’annerisce mentre ancora ce l’ho in mano:
la lascio, inutile, cadere

mamma mi prude la schiena
l’ha detto bene però la bambina
sul tram tre, ho sentito quella schiena
prudere, normale, come fosse
prima d’ogni linguaggio
schiena davvero

poi cambierà anche lei, ma per oggi
è stato così


Scritta nel 2017.

Lode

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[…] se ne dai a lui quanto è a bastanza
non si vuol gettar via quel che t’avanza.

Angelo Poliziano, Rispetti, XVI

Lodata sia la donna ch’offre i baci
e i toccamenti e le carezze e il conno
aperto a molti, senza parsimonia:
accresce al mondo la felicità.

Lodata sia la donna che si fa
chiavare sì ma non chiudere a chiave:
decide lei con chi, quando e perché:
accresce al mondo la fraternità.

Lodata sia la donna che si dà
spazio e tempo a godere ed esplorare
la vita in sorridente libertà:
accresce a sé medesima la gioia.


Scritta nel 2017.

Variante del pazzo su Catullo

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( disse il pazzo: )

T’amo e t’odio. T’amo perché sei tu,
meravigliosamente tu. T’odio
perché non sei una fragrante ventenne
appena sbocciata a primavera
e dunque distorci l’immagine
in doloranti contraddizioni.

M’amo e m’odio. M’amo perché son io,
presuntuoso ed egocentrico. M’odio
per il ventre gonfio, il petto floscio,
il disagile barcollare
con cui distorco l’immagine
in doloranti contraddizioni.

La bestemmia della vecchiaia
non la so accettare
– e con essa non accetto
il mondo, gli dei eventuali,
la realtà, le cose.

(La luna e la vita non sono mai piene:
terminato di crescere, declinano.
La luna ogni mese rifà il giro,
la vita no.)

Bene. Detto questo, viviamo.
Respiriamo l’odore che mandano gli spigoli,
l’apparizione d’un colore all’angolo,
il tepore che sa restituire
la notte in piena estate.

( :disse il pazzo )


Scritta nel 2017.

Mondi perduti

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È che la famosa frase
d’un film di fantascienza
citata qua e là
«ho visto cose che voi umani»
in punto di morte, io credo
la potrebbe dire chiunque
il genio come lo scimunito
come un passero, un albero forse:
abbiamo tutti visto cose
che soltanto noi, soltanto noi
– ed è un rimorso strano, scomparendo
non averle sapute raccontare
davvero bene, così bene che l’altro
le vedesse anche lui.


Scritta nel 2017.