I giorni da ricordare

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Sentivo ieri per caso in un tratto di strada
Guccini: “è meglio poi un giorno solo da ricordare
che ricadere in una nuova realtà sempre identica”
bella frase, sarà vero? forse, ma che fai
il mattino dopo quel giorno, e quello dopo ancora?

E al termine del famoso giorno da leone, mentre muori
come vedi intorno a te le pecore, longeve, brucare?
Con un finale amore, o disprezzo, o nostalgia?
E se invece sopravvivi, ti metti a brucare
come loro e ricordi, ricordi, ricordi…?

Se confessare di esistere è una condanna a morte
– come tu dicevi – una scappatoia è nemmeno sapere
di esistere, perché se lo sai già lo confessi
a te stessa: il tribunale più severo. Mi hai lasciato
giorni con te da ricordare, ora mi sento svanire.

Per scrivere la tenerezza del tuo sguardo
non si può scrivere, bisogna cancellare
tutto ciò che è stato scritto su “tenerezza”
e su “sguardo”: la tua luce spietata sottile
mostra quanto sono sporche le parole.
Ma il silenzio è una paresi allucinata.
Se voglio (voglio?) non essere inghiottito
dal ronzio muto, forse posso narrare
come uno storico, certi dati oggettivi:
sorridevi nel lettino a Mondovì
le braccia alzate, il pensiero a qualcosa.


Scritta nel 2021.

Senza figure

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Mattino piovoso. Che cos’è la tristezza?
Le parole si sfuocano, e confuse
possono inerti giacere, o ferire
inutilmente, senza nulla dire.

Un esproprio di figure s’è aggiunto
all’antico indicibile profondo:
ha fatto confusione in superficie:
l’aruspice divina dei tatuaggi.

[“Aruspice” sostantivo maschile,
“divina” terza persona singolare
del verbo “divinare”, “dei” articolo
indeterminativo plurale. Spiegare.]

O come in certi costumi, le viscere
sono dipinte su un rivestimento:
non è scheletro, è stampa su tessuto;
non intestino, elastan misto cotone.

La tristezza non riesco più a dipingerla:
non ricordo se un tempo ci riuscivo.
Acqua dal legno marcio di una nave
che affonda? Era già marcia la sentina?

M’invade o la secerno? Forse come
(pieghiamo alla metafora i novissimi)
questi vaccini, penetra e istruisce
il mio corpo, o l’anima a secernerla.

Non ho figure, le hanno rubate:
non ho parole un minimo decenti.
Il vasto gorgo torbido zittisce
le cose umane, e il deserto cresce.


Scritta nel 2021.

Sulle sponde

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Fossimo nati sulle stesse sponde
fangose, le mie della Sesia o le tue
del Tanaro, è lo stesso, sono fiumi
i fiumi e i bambini botanici e ingegneri
fanno regioni con pietre e canaletti
e fili d’alghe pescate con bastoni.

Ci sogno insieme, in realtà siamo nati
in spazi e tempi diversi, in realtà
ci siamo trovati tu adulta e io vecchio
con i nostri bambini dentro noi
vivi e feriti – si sono parlati
ma è difficile così, così difficile.

Eppure sento te nelle mia infanzia:
fra le bambine che mi spaventavano
tu eri la bambina-che-non-c’era:
io ti vedevo se stavo in disparte
o fuggivo in campagne: con te sola
avevo confidenza, sulle sponde.


Scritta nel 2021.

L’aderenza del mostro

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Nessun mostro è così aderente da non lasciare
qualche interstizio, qualche piccola bolla
mentre ti schiaccia: e lì abbiamo respirato
quel poco, in brevi giorni o minuti. E lì
ci siamo amati, io credo, anche se
di questo non può esserci certezza.

Ma eravamo formiche rifugiate
negli incavi sotto la suola pesante:
l’assassino preme, muove il piede
finché l’insetto non è sfracellato.

Speravo in un cunicolo di fuga
per labirinti sotterranei fino
a un’emersione per acqua migliore.
Ma sono idilli di poesia, dicevi
tu che meglio sapevi il tuo dolore.

Due giorni prima di andartene hai tolto
dai “social” tutto, lasciando soltanto
una foto d’un cielo d’oppressione
in nera tempesta su rossi papaveri
inermi, docili, non innocenti.

Era invincibile il mostro? Domanda
ormai inutile. Per salvarti l’anima
hai valutato che l’unica strada
era toglierti la vita e l’hai fatto
lucidamente, imponendo rispetto.

E io? Mah, scrivo queste cazzate.
Tocco le cose e mi pare non esistano:
né le cose né il corpo che le tocca.
Come avessi preso qualche stupefacente
scivolo in varie illusorie dimensioni:
mi sveglio, mi perdo, non so, poi verrà
ciò che tu anticipando ti sei scelta:
la morte, la realtà. Ma dove sei?


Scritta nel 2021.

Le tue costole delicate

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mi sono steso un attimo, ti ho sentita
abbracciata, la tua schiena arcuata
solida sotto il mio braccio, il respiro
regolare, le tue costole delicate
contro il mio petto, il tuo viso
fra la mia spalla e il collo, ti ho sentita
sapendo che non è vero, non stavo
dormendo, sapevo tutto, ma eri
abbracciata, il mio petto e il collo
non erano informati sui fatti, sentivano
te tutta intera, forse addormentata
e ti muovevi, ti sistemavi meglio
accucciata, c’era felicità, poi subito
ho visualizzato il balcone, il cortile
la ringhiera scavalcata, un vajont
ha cancellato il paesaggio, carogne
di corpi morti nel nero dei flutti

ora mi alzo, vado a fare cose


Scritta nel 2021.

In bici

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In bici, stasera.
Non fa ancora freddo.
Ma è tempo di tirare fuori
dall’armadio i guanti da ciclista
che tu mi regalasti
con amorevolezza
sentendo le mie mani intirizzite
dopo le pedalate.

Non ce la faccio
con questo fatto che sei morta
non ce la faccio, no
– ma ce la faccio, dato
che sono qui, mi muovo
stasera, nella strada.

Si dicono le cose.
Ma ciò che è veramente
non è stato né è
né sarà detto, mai.


Scritta nel 2021.

Confusione, pioggia, 10 novembre 2021

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C’è una fase in cui il bambino certamente vuole che la madre sia sempre presente, però anche assente, vuole una madre con un interruttore, da accendere in caso di bisogno, per le carezze, per le rassicurazioni, da spegnere se critica indaga condiziona pone limiti – ma, anche spenta, che non si allontani. Dunque percepire l’altro come una cosa garantita di cui usufruire e poi riporre, e non come una persona con cui interagire alla pari, è la condizione di partenza, non una degenerazione successiva.

Condizione di partenza dalla quale ci si evolve, se ci si evolve, ma in che modo avviene questa evoluzione? Qui entrano in gioco le grandi parole fumose, quelle che nessuno ha mai davvero definito (“amore”, “sentimento”) e usare parole fumose è un buono stratagemma, comprensibile, per confondere il disegno intollerabile che inciso sul fondo rimane. Il fumo bene modellato può arrivare a creare un mondo nuovo sovrapposto, così denso da poterlo chiamare (inquietamente) reale.

Mi ha sempre colpito che a evolversi nella storia della lingua fino a indicare l’essere umano nella sua completezza sia stata la parola “persona”, una parola che nasce con il significato di “maschera”, il Calonghi dice dall’etrusco “φersu” ma è forte l’accostamento al verbo latino “personare” (intensivo di “sonare”) che vuol dire suonare forte, risuonare, amplificare il suono: nell’antichità la maschera in teatro serviva a coprire il volto ma anche (mediante una bene studiata forma e apertura) ad alzare, amplificare la voce, non c’erano i microfoni con le sofisticate apparecchiature elettriche di oggi.

Persona, copre il volto alza la voce.

Persona, copre il volto alza la voce.

Persona, copre il volto alza la voce.

Come ci si evolve dalla condizione primaria in cui l’altro è soltanto bisogno e paura, perché ti dà vita (ne hai bisogno) con una carezza ma ti uccide (ne hai paura) con un divieto, un limite? Ci si evolve davvero o è tutta una finzione, teatro, diventiamo persone cioè maschere, copriamo il volto (che incessantemente rivela) e alziamo la voce (che sa mentire)?

Quella sera ti chiudesti in camera stanca e addolorata, luce spenta e silenzio assoluto, per ore, sapevo che entrando o anche solo bussando ti avrei disturbata e infuriata, “lasciami stare”, così resistetti all’ansia e all’apprensione, me lo imposi, ma dopo ore spalancasti tu la porta con violenza: “mi lasci morire qui? non mi porti cibo buono e nutriente?”

Un frivolo direbbe: bambina capricciosa; invece era una tragedia ma forse è la stessa cosa, nella delicata e incerta (finta, reale) evoluzione possono saltare dei passaggi, qualcosa non si cementa, non si adatta, serpeggia un’inconscia pretesa (“pre-tesa”) di crescere in non-bambina senza indossare la persona, la pelle brucia, la pelle nemmeno c’è, come può la carne viva nella ferita illimitata ricevere carezze senza un urlo di dolore?

Quale orecchio può raccogliere la voce fioca che nessuna maschera articola né amplifica, la voce di prima dell’artificio del linguaggio, lamento lieve d’animale, fruscìo di foglie in una brezza impercettibile?

Se non hai pelle a ricevere carezze né parole da specchiare a conforto, in cambio di che cosa dovresti accettare i limiti imposti dall’architettura della società? Non compensati, essi restano la violenza che sono.

Confusione. Non c’è più fumo da modellare, una pioggia spietata fa brillare macerie nitide, reticoli spinati, inghiottitoi, dove sei?

Il deserto cresce

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Alterno Heidegger a video porno di gaping:
ho bisogno di trovare dello spazio che mi attragga.
Compare a tratti il sole fra le nuvole
alle sette e cinquantatré del nove novembre
duemilaventuno: ogni aurora è diversa
così come ogni fica, ma il deserto cresce
scrive Nietzsche e dedica a queste parole
lezioni Heidegger nel semestre invernale
1951-52 a Friburgo in Brisgovia, dove anche
insegnò filosofia Francesca, con cui feci l’amore
nella mansardina di via San Donato
e ne conservo foto nuda, belle, il deserto
– guai a colui che favorisce i deserti –
il deserto è l’inaridimento che impedisce
ogni crescita futura o costruzione.
Le modelle nei video porno di gaping
anche da sole, senza un partner, dilatano
quanto più possono il culo e la fica:
traendo con le dita si schiudono in voragine
rendendosi accoglienti come cortili
d’oratorî di periferia di prima delle norme
di sicurezza, come fresche umide grotte
larghe di luce che non nasconde trappole:
è una scena irreale, non è mai così
la vita, certo, ma è finzione che riposa
fiction si dice adesso, mentre il deserto cresce
con entusiasmo e un superuomo ancora
ottuso prende il controllo della Terra.
Sia Heidegger sia le modelle di porno
sanno di creare uno spazio/essere illusorio
per il pensiero, per il desiderio:
però lo creano e se tutto è linguaggio
può darsi che un tono o un’asserzione inceppino
la marcia del deserto, benché ciò non sia credibile.

Bibliografia
F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, 1883-1885
M. Heidegger, Che cosa significa pensare?, 1954
K. Slut, Look into my soul through the pussy, video, 2020


Scritta nel 2021.

Un filo strecciato

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tenere un filo strecciato dagli altri per seguirlo
bei colori d’autunno stamattina ieri pioggia
quelli che mi dicono che la tua malattia era insanabile
lo fanno per guarire me dai miei sensi di colpa
ma non è questo, non ero il tuo psichiatra
sulla schizofrenia fiumi d’inchiostro
un altro punto di vista più interno condividevamo
certo ti ho raccontato quel sogno a quattro anni
l’incubo in cui mia nonna mi tagliava in due
all’altezza della cintola con una sega da taglialegna
(tuo fratello taglialegna, il più grande, dicevi)
e mia madre guardava e approvava poi la nonna
“non riesco, c’è l’osso” non riusciva a dividermi
in due, resisteva la colonna vertebrale
mi svegliai terrorizzato ma rimasi nel letto in silenzio
non raccontai nulla a nessuno
a te il taglio arrivò a compimento? mia madre mia nonna
tua madre tua nonna le chiare foreste
le selve oscure sono poi lo stesso bosco
in luce diversa, può darsi
tenere un filo strecciato dagli altri per seguirlo
non ti convinsero a prendere farmaci adeguati
meglio la morte che una vita sedata
meglio l’anima salvata
se tutti applicassero, ahahah, ora sono io che rido
nelle ossa dilaniate, se tutti applicassero
quel principio, meglio morti che sedati
suicidio di massa, suicidio di massa!
quanti vedo già morti per ancora non morire
nei tuoi incubi ti davano merda, cibo infetto
distruggevano ogni cosa che facevi
ti strappavano, tu l’erbaccia, era incubo o realtà?
il dolore toglie nitidezza al confine
tenere un filo strecciato dagli altri per seguirlo
è difficile o impossibile, mi confondo
eri stata tagliata in minuscoli pezzetti
e che il vento li raccolga e che il regno dei ragni
cucia la pelle e la luna tessa i capelli e il viso
è solo una canzone di De Andrè
(forse ora il polline di Dio, di Dio il sorriso)
cercavo di stare attento io a non cucirti addosso
vesti improprie, miei sogni, eri bellissima
nel cappotto grigio al fiume o nuda sul letto
o sul limite del pianto davanti alla stazione
o abbracciata nel bosco o in attesa del bus
in corso Belgio, eri bellissima sempre
anche quando t’infuriavi eri bellissima
nei miei occhi ma i miei occhi
ti vedevano intera, innamorati componevano
ciò che invece restava non composto
le tue ferite sarebbero guarite, speravo
e ne abbiamo cercati di dottori della psiche
anche costosi, ma con nessuno è partito
il percorso di salvezza – era possibile?
tenere un filo strecciato dagli altri per seguirlo
ora non riesco, due anni fa eravamo al mare
di novembre, mi chiedevi cibo buono
io non so cucinare
ti guardavo spesso con sconsolata impotenza
però anche speranza e invece adesso, adesso…
tra bambini feriti tagliati a metà
ci si capisce ma non basta, il tuo sguardo
triste mi rimproverava di non essere un padre
che con autorevole amorevolezza ti guidasse
a comporre te stessa nel tuo modo (non l’altrui)
a riordinare ciò che s’era scompigliato, pulire
ciò che mani sporche avevano sporcato
e gioire con te della tua lucentezza
io solo un poco meno spezzato di te
(“non riesco, c’è l’osso”)
stupefatto da sogni da poesie illusioni
non potevo: “i tuoi quadretti, le tue
visioni idilliache… non mi vedi?” mi sgridavi
aguzzavo la vista ma continuavo a vedere
come vedono i bambini, in un misto d’incanto
com’eri bella e preziosa e la tua lucentezza
emergeva dai gorghi, le tue rare poesie
più belle delle mie, scrivevi bene
più chiara che tanti scrittori di successo
ma diosanto questo mondo è un tritatutto
schiaccia nobili destrieri, figuriamoci una farfalla
ferita che muove piano, debole, le ali
intessute di fratture, sottili, spolverate
d’immense meraviglie indecifrabili
tenere un filo strecciato dagli altri per seguirlo
ho avuto il dono di vederti ma vorrei
che tutto esplodesse, per lo spreco e il sopruso
per lo schifo, la merda, il cibo infetto
avvelenata soffocata schiacciata
sì, c’era in te una malattia della psiche
e troppa, troppa, troppa sofferenza
che non riuscivi più a controllare
sulla schizofrenia fiumi d’inchiostro
ma in uno sguardo più ampio, dallo spazio
in cui ora mi concedo di sognarti
(intera, lieta di tutta te stessa)
forse appare che al mondo i malati
sono i sani, i compatti, è chi come niente fosse
avvelenato soffocato schiacciato
ridacchia, spettegola, fa la coda al mercato
non t’ho salvata mentre tu mi hai salvato
c’è un bel sole, stamattina, dove sei?


Scritta nel 2021.

Un aroma di appena sfornato

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Sul marciapiede, stanco, qualche goccia
di pioggia. Da una panetteria
un aroma di appena sfornato, e tu
sei dentro e sei dappertutto
in una tenerezza insopportabile.
Non ce la faccio, c’è una lisi dell’anima
del pensiero, del linguaggio:
la luce è scissa in fotoni disgregati
che polverizzano appigli, profili.
Ogni forma possibile ferisce
ciò che tu sei ovunque tu sia.
Per non cadere, lavoro questi gusci
d’insetti predati, disseccati o marci.
Ma perché non cadere? Vorrei porgerti
il pane che preferivi. Dove sei?


Scritta nel 2021.

SUL COMPLOTTISMO

Un mio scritto pubblicato su un blog amico.

Epidemia di Vita

di Carlo Molinaro

Rubano il tuo pane, poi te ne danno un pezzettino, poi ti ordinano di ringraziarli per la loro generosità. Quant’è grande la loro insolenza!
Ghassan Kanafani, Poeta Palestinese

Si è derisi se si parla di poteri forti, si è derisi se si parla di complotto. Beh, proviamo a cambiare le parole: al posto dei poteri forti mettiamo un’oligarchia mondiale, e al posto del complotto mettiamo l’andamento della situazione geopolitica planetaria. È all’incirca la stessa cosa.

A voi pare davvero un’ipotesi da manicomio che in un secolo in cui i governi, tutti i governi del mondo, devono chiedere il permesso all’alta finanza e all’alta economia anche per fare una scorreggia, ci sia una cabina di regia (più o meno coesa, più o meno organizzata) al di sopra di tutto?

A me, sinceramente, sembra l’ipotesi più probabile, la più scientificamente adatta a spiegare lo “stato delle cose” nell’epoca in…

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La superficialità e la disattenzione. Queste
erano due fra le cose che odiavi di più.
Ma non come le odiano a parole
gli snob che ostentano in ogni salotto
(portano come un distintivo sul petto)
la loro presunta profondità e attenzione.

Tu le odiavi soffrendone in silenzio:
sulla tua pelle le ferite invisibili
aderivano ai traumi nei tessuti interni
a te stessa incomprensibili, remoti
e vicinissimi, urlanti: un sussurro
ti passava solo, negli occhi, di rimprovero.

M’arrivano nei cuori delle notti
rivelazioni d’attimi con te
come frammenti di poemi sacri
tardivamente intesi, ricomposti:
sul limite del sogno mi risvegli
e ci parliamo ancora. Dove sei?


Scritta nel 2021.

30 ottobre, sera

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(sono seduto in casa davanti alla tastiera e allo schermo
che hanno sostituito la penna e il foglio
fuori il grigio si fa più scuro e penetrante
viene la sera, è già sera)

mi sento accadere dentro quel percorso inesorabile
che accresce la solitudine nel volgere del tempo
non è colpa né di altri né mia
almeno su questo, nessuna fazione

un’inquietudine immobile, in un certo senso quieta
lascia indietro il pregio del silenzio e delle voci
in svariate finzioni per un’arte di vivere
chiusa, in realtà, fra copertine o sipari

apre al ballatoio di una casa abbandonata
dove altre leggende, scritte o tramandate
dicono di feste abbozzate, di corpi
conciliati da aromi, da musiche, vini

ma la sola verità della commedia è l’inserviente
che con aspro rumore ripone le sagome
che formavano, combinate, sotto i fari un salotto
con pareti di libri, o mestoli, o tendine

per non disilludere è meglio scivolare
da una porta di lato, quelle che aprono alla fine
su vicoli stretti, nascosti alla facciata
qui carezzare muri ruvidi, sognare

(forse esco ancora, magari al chiosco un caffè
se è ancora aperto, uno dei ragazzi è via
e gli altri due chiudono prima perché
quando si è in meno, si fa come si può)


Scritta nel 2021.

La festa dei morti

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Già s’avvicina la festa dei morti – i morti,
questa strana parola: se esistono ancora
non sono morti, se non esistono più
perché dar loro un nome? Due vecchie
al chiosco di corso Taranto discutono
di fiori: “la rosa dura troppo poco, meglio
il crisantemo o la margherita”. Valutano
la durata di un vaso di fiori
davanti al nulla o all’eterno o a chissà.

Forse cederò a ritornare al cimitero:
per fare qualcosa, aggrapparmi a un’usanza.
Ma tu, se sei, non sei lì certamente
e di ciò che sta nella bara zincata
ho orrore e terrore: la tomba murata
(follìa!) allunga la putrefazione:
meglio sarebbe la nuda terra, o il fuoco.
E i loculi… T’hanno messa al quarto piano:
dove li attacco i fiori, eventualmente?

Anche nel piccolo cimitero di montagna
(in sé quasi bello) han fatto i condominî.
S’avvicina la festa dei morti – e i nati
provvisoriamente ancora non morti
fanno cose, da mostrare a sé e agli altri.
È umano. Io però ti sono accanto
in ogni istante e mai, non credo nulla
e credo che nel nulla che non credo
ci troveremo, amore. Dove sei?


Scritta nel 2021.

La mantide, la scolopendra e il ragno

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Quando s’incontrano una mantide e una scolopendra, l’esito è incerto.
Scatto, potenza, velocità, fortuna.

Talvolta la mantide riesce con le sue potenti tenaglie a bloccare la scolopendra, impedendole il morso velenoso, e con le fauci la taglia in due, e la svuota, mangiando come da un vasetto aperto la tenera polpa bianca che stava sotto le squame. La mantide si sazia e sul terreno resta della scolopendra un guscio secco spezzettato.

Talvolta invece la scolopendra resiste alla presa e contorcendosi raggiunge con la bocca il ventre molle e grasso della mantide, vi inietta il veleno, lo perfora, lo apre, ed è lei a mangiare dal buco aperto la tenera polpa bianca. La scolopendra si sazia e sul terreno resta della mantide un guscio secco spezzettato.

Se l’incontro è fra una mantide e un ragno, la questione è differente. Il ragno, anche piccolo, è vittorioso sempre se la mantide, volando, s’impiglia nella sua tela: in un attimo viene avvolta di fili, ripiegata, immobilizzata, e poi lentamente succhiata viva fino all’ultima goccia di umore. Se invece l’incontro avviene a terra, solo ragni molto grossi e velenosi hanno qualche possibilità di cibarsi di carne di mantide – altrimenti, è il ragno a diventare cibo.

Ada, la fidanzatina del ricco rampollo beota, era una scattante piccola scolopendra che bene difendeva il suo amore, ossia la sua fonte di sostentamento. Da pochi mesi una mantide, una gran figa che era partita all’attacco per accaparrarsi il generoso principino, era stata intercettata e, dopo una breve lotta, spolpata. Il pettegolezzo aveva rapidamente portato in giro l’immagine del guscio secco della mantide abbattuta, e Ada la scolopendra ne era uscita rafforzata: altre pretendenti ci avrebbero pensato bene, prima di provarci.

Tuttavia Asia, una modella di rara bellezza nonché abilissima porca d’alto bordo, ritenne di potercela fare. Gli affari non andavano bene, pochi e avari erano sia i fotoamatori sia i clienti d’alcova. Il ricco rampollo era un’ottima occasione: spremerlo bene, per qualche mese almeno, onde risollevare il bilancio. La mantide Asia si fece sotto, cominciò a strusciarsi sul rampollo, e a piacergli.

Ada immediatamente le fu addosso. La velocissima scolopendra puntò al ventre della mantide, che però fu più fulminea, bloccandola fra le chele. La centipede, esercitando tutta la sua forza, riuscì ugualmente ad avvicinare le fauci all’addome dell’avversaria. Furono attimi drammatici: la scolopendra si contorceva, si divincolava, la mantide non riusciva a immobilizzarla del tutto. Il rostro dell’irta scorpioncina sfiorava la pelle della verde predatrice, la quale a sua volta cercava di infilare la bocca tagliente fra i segmenti del corpo squamato.

Prevalse infine la potenza della mantide: lentamente dilaniata, la scolopendra si divise in due monconi. Era finita: la mantide se la divorò con gusto. Asia aveva tolto di mezzo la tenace fidanzatina a lungo mantenuta dal rampollo; non le restava che volare sul principino, e ricavarne il massimo, grazie alla sua bellezza e alla sua sensualità di navigata puttana.

Ma un’altra pretendente aveva seguito fin dall’inizio tutto l’evolversi della faccenda, tifando per la mantide. Michela, una donna ragnetto, una giovane studentessa molto interessata al rampollo, odiava Ada, ma sapeva di essere troppo piccola per poterla affrontare direttamente e sottrarle la preda. Un ragnetto nulla può contro una scolopendra.

Così Michela, sul percorso che necessariamente portava al principino, tessé una potente ragnatela: inutile contro le scolopendre, ma molto efficace contro le mantidi, insetti alati. La divoratrice Asia certo non se l’aspettava, né avrebbe potuto vederla. Spiccando il volo dal terreno dove erano rimasti segmenti secchi della spolpata Ada, puntando veloce sull’ormai conquistato rampollo, la mantide s’impigliò nei viscosi fili e ne fu avviluppata. Lesta la donna ragnetto la avvolse in trame sempre più strette, schiacciandola. Poi, con calma, la svuotò, aprendole il ventre, e riducendola a spezzettati frammenti sparsi.

Fra la ragazza scolopendra, la ragazza mantide e la ragazza ragno, vinse dunque quest’ultima. La morale non c’è, perché questi intrecci d’interessi sono tutti immorali, ovviamente. Il ricco rampollo beota farebbe meglio a svegliarsi, e innamorarsi di un’innamorata davvero, magari donando ai poveri tutti i suoi beni così è più tranquillo. Ma che l’amore esista non è un dato sicuro, e poi è più divertente la lotta fra insetti e altri piccoli animaletti.