Su un treno una sera d’ottobre

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Che meraviglia sono i treni e la notte e il vento
Cristina, i vagoni merci carichi di cereali
a cigolare sul primo binario, in attesa, eppure
tutto questo non basta, nemmeno più conta.

Non so paradisi senz’erba e ferrovie, traversine
pregne di piscio, creofenina, radici:
non so luoghi vivi d’una vita che non sia
questa che vivo, che viviamo, che hai vissuto:
coglionate i nirvana, la perfezione immobile
dei teologi di tutti gli orizzonti. Sono in treno
stasera e manchi, manchi, ti vedo arrampicarti
sugli alberi o rubare una maglia al mercato
o ridere, piangere, correre: ma queste sono cose
di qui, sono le cose che scompaiono al corpo
quando la morte lo ferma e lo scioglie, la morte
è dunque davvero la fine di tutto, la sua cappa
di maga nera, ciò che è ritrascina nel nulla?
Non lo sopporto. Non di tutto! Sia la fine soltanto
di ciò che so pensare, immaginare! Merda!
Sia la fine di me solamente!

Contemplo gli occhi rotondi degli scambi
delle rotaie, Cristina, vorrei che fossi qui
tu dentro il limite in cui ci abbracciavamo
ma invece oltre, fuori c’è, ci sarà… che…

Queste poesie mi abortiscono tutte:
ne sono contento, è anchilosato il mio utero,
il seme caduto è d’un gene che trascende
ogni mia gestazione, tutto esplode più grande
e se muoio di parto è la morte migliore:
muoio di cose a me molto maggiori,
innascibili, immense: poterti trovare
in sagome di treni, dietro il vento.


Scritta nel 2021.

Fili di spazio e tempo

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Mentre un colombo camminava accanto ai piedi del bambino
sull’asfalto irregolare rugoso come un tronco del marciapiede
e il sole s’era appena spento dietro le cupole degli alberi
e sul marciapiede c’erano rametti spezzati e foglie accartocciate
e appoggiato su una panchina il bambino scortecciava con le unghie
un rametto raccolto a terra, meticolosamente, e lo osservavo
nell’attento lavoro, ho visto per un attimo i fili di spazio e di tempo
solitamente invisibili che tutto percorrono avviluppandoci:
assomigliavano ai fasci dei muscoli in certe illustrazioni anatomiche
o a lunghi capelli galleggianti su onde o a intrecci di ferro sottili
o a lunghe ragnatele fluttuanti o alle nasse in cui i pescatori
catturano per ucciderli pesci lucidi guizzanti o a tratteggi a matita
per simulare chiaroscuri in disegni su banchi di scuola, assomigliavano
a vasi capillari d’interscambio di qualcosa, non so dirlo preciso:
di certo ci tenevano e prendevano e sostenevano e imprigionavano
mentre il bambino finiva di ripulire il rametto dalle scorie
trasformandolo in un bastoncino nitido e io seduto osservavo:
poi passato l’attimo non li ho più visti perché sono invisibili
i fili di spazio e tempo, è stato un errore di un sistema o degli occhi,
il bambino era stanco, avevamo camminato molto a lungo
dalla scuola materna per il fiume verso il parco, cominciava
a ciondolare, a fare ostruzionismo e volere la mamma, perciò
ci siamo incamminati verso casa, ho sentito ancora un poco
sul viso i fili, come quelli dei ragni che volano in certe stagioni.


Scritta nel 2021.

Una sensazione sul bus

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Confusamente, annusando la pioggia
vivace e sul bus la gente viva, il ritmo
della strada, le strisce delle gocce
pensavo a come è tutto questo scorrere
e a ciò che c’è e a ciò che manca insieme
confusamente, che anche ciò che c’è
manca e anche ciò che manca c’è
in un gioco di vortici o di porte girevoli
ma sono inadeguate queste similitudini
meglio non provarci nemmeno, è solo
che ho sentito voglia di vivere e insieme
voglia di morire, quasi fosse lo stesso
ma non so spiegare, un baciarsi e inseguire
autobus nell’oltretomba, tenersi per mano
qui nella vita con la pace d’essere morti
un sorriderci oltrepassati i cimiteri
però di qui, osservando un vecchio al bar
che sfoglia un giornale, ma da un’altra parte
fantasmi uscire bambini vociando
da una scuola, sotto alberi mostruosi
che abbracciano universi accovacciarsi
fare pipì, guardarla tiepida fumare
– ma niente, no, non lo posso spiegare
è stato un attimo, una sensazione sul bus.


Scritta nel 2021.

Un momento quasi sopportabile

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La barista Elena, minigonna cortissima
a fiorellini antichi e scollatura generosa
su generose poppe, si china al tavolino
e mi dà il cappuccino sussurrando:
“Ti ho messo il cucchiaino piccolo
perché quelli grandi sono tutti occupati”.

Così all’aperto nel bar di periferia
penso alle cosce, alle poppe e ai cucchiaini
piccoli liberi e ai grandi occupati
(in che senso? non li avrà ancora lavati…)
ed è un momento quasi sopportabile.


Scritta nel 2021.

Il frastuono

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C’è mancanza di finezza nel disegno di oggi:
si salva qualche bustina di zucchero con alberi
tratteggiati in leggerezza. Persino Topolino
è più aggressivo: linee spesse, tinte forti, contrasto
e non sfumatura. I francobolli commemorativi
che ancora emettono benché più nessuno
spedisca lettere, sono orrende patacche
pubblicitarie. Non ricami ma strutture di tubi
grossi, protervi, è questo il disegno di oggi:
non discorso ma urlo, solo urlo, le automobili
di sera tengono gli anabbaglianti anche dove
è illuminato a giorno e le luci di posizione
basterebbero e in molti bar, non tutti per fortuna
ti inseguono musiche che sono colpi di martello.

E anche in questo non posso non pensare
(lo so, può diventare un’ossessione)
a te così fine e così fina, sussurravi sottovoce
parole precise come miniature d’amanuensi
o taglienti come lame di Toledo, tu nitida
pittura fiamminga su carta velina e insieme
dipinto impressionista tentato con gessetti
da un madonnaro su un lastrico scabroso:
tu filigrana fragile preziosa, tu altre cose
che non so dire e che nessuno ha detto:
tu elegante nel pianto e composta e severa
fino all’ultimo gesto dilaniato – i tuoi sorrisi
conservo nello scrigno provvisorio
del mio cuore, delicatissimi prodigi:
li difendo, per un poco, dal frastuono.


Scritta nel 2021.

Almenoché

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Ho ritrovato ancora messaggi, una videolettera
dell’aprile del duemiladiciannove:
mi sono accorto che in tutto il nostro tempo
non c’è mai stata nemmeno una bugia
né tua né mia.

Quel mattino eri andata in palestra:
ero contento se facevi qualsiasi cosa.

La vita è un compromesso, chi non lo sa?
Quel famoso io che sono guai se non è solido
cresce fra come è e come occorre che sia.

Non le piace studiare non le piace lavorare
e nemmeno fare la puttana
cos’è, un’artista? dobbiamo mantenerla?
crepi! – la piccola infelice borghesia
ringhia la sua saggezza:

se non ti piace, fingi almeno che ti piaccia
per il tuo bene! – starai meglio, sforbiciando
capelli alle signore – potrai chiamarti
non parrucchiera ma hair stylist, wow!

Oh, ragazza, credi di essere l’unica?
Lo sai che devi guadagnarti da vivere?
(loro ti sono dentro, sei tu stessa che ti parli)
(e ti condanni)
(“abbandonò il campo di battaglia
traditrice ingrata”)

Vuoi fare la barbona? finisci male…
L’artista? sei capace? a quanto vendi?
Ti piacciono succhi di frutta costosi.
Abbiamo tutti il peccato originale:
il peccato: l’alienazione, la finzione
l’accettarsi per come non si è.

Bella mia, chi ti credi di non essere?
Abbiamo tutti i nostri peccati
Abbiamo tutti i nostri
Abbiamo tutti
Abbiamo
Abbiamo
Abbiamo

La morte ma non i peccati!
(finsero detto i preti bastardi
da morti male poi santificati)

Scusa. Ti amo, deliro, svanisco.

Ho sperato in qualche modesta soluzione
(anch’io piccolo borghese
– il mio buonsenso piccolo del cazzo –
chi mi credo di non essere?)
modeste provvisorie soluzioni:
sai, quelle vite non proprio felici
(qualche carezza, qualche pastiglia)
dove un colpo di reni ogni tanto
ti solleva alla luce, costruisci
roba che crolla però non crolla subito:
ci sta in mezzo un respiro:
fingi che non sia finto, fingi tanto
che poi è vero, è davvero il tuo bene.

Ma non so. Che la vita è un compromesso
lo sanno tutti, non tutti però
sanno compromessare. Chi non sa…
Io quasi non so più nemmeno parlare.

Mi manchi
(due parole: sufficienti).

Forse davvero hai salvato la tua anima.

Ti ricordi quando dicevi
“almenoché” però poi lo sapevi
che si dice “ammenoché”
“ma mi viene così!” sorridevi

(…)


Scritta nel 2021.

Le due Mini

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Quando annotavi le due Mini uguali
e le suorine, per le strade in collina
erano forse tempi più leggeri
o è stato tutto sempre, in fondo, uguale?

Certe cose che bastavano, non bastano.
È un maturare, o è che la vita
chiede una dose crescente di droghe
per sopportarla, man mano che s’invecchia?

È un positivo evolversi, un conoscere
o uno stordirsi con sogni più astuti
per sostenere la consapevolezza
via via più forte del nulla che è in tutto?

Domande, domande… Ma sono, come allora
contento se ti vedo, se ci sei
e se sorridi o ridi. L’umore del mondo
è, come il nostro, un sottile mistero.


Scritta nel 2021.

Nella casa sul mare

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Sono tornato nella casa sul mare
due anni dopo. Tu stavi rannicchiata
nella poltrona, ti guardavo, parlavamo:
altre volte volevi stare sola
e allora uscivo in giro per la costa
cercando di distrarmi con visioni.
Niente era facile, mai. Però c’eri
e c’era la speranza, ed eri bella
ed eravamo in qualche modo uniti:
commilitoni d’una strana guerra
per i deserti e i nemici improvvisi.

Abbiamo fatto tante cose insieme:
più di quel che sembrasse, ora che osservo
quel tempo terminato. Terminato.
Osservo il mondo ora privo di te:
io che ci faccio? Mah, niente, direi:
tranquillamente la morte è vicina
senza ch’io debba cercarla o provocarla.
Che esista o non esista, verrò presto
nel luogo dove sei, saremo accanto
sapendo o non sapendo, come prima.


Scritta nel 2021.

Trasogno

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Nella breve visione d’un trasogno
– non è sonno né veglia, è sospensione –
fuori da un orto, un uscio di legno
s’è schiuso, siamo al limite d’un bosco
due bambini usciti all’avventura:
intenti e seri, disposti al cammino.

Tu più grande (mi pare) m’inviti
a seguirti, mi guidi nella selva
che s’apre chiara, domestica, docile:
ti sostengo, mi tieni per mano,
mi guardi, ti guardo: fiducioso
un pensiero dissolve la paura.

Poi torna la realtà come uno sbirro
appostato in un’ombra: chiede conto.
Tu non ci sei, io non ho documenti.

(Resta il tuo sguardo, uguale nel trasogno
a quando eri seduta in casa mia.
Qualche cosa d’eterno. Non so dire.)


Scritta nel 2021.

La tua voce

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L’autobus fino a Porta Susa, un treno
fino a Fossano, un altro per Ceva,
da Ceva la corriera per Priola,
a piedi da Priola la salita
fino a Casario, al tuo cimitero.

È stupido, lo so, tu non sei lì
(per fortuna) ma sono debolezze
concesse, piccoli segni rituali:
un riquadro di marmo da guardare,
la tua foto, le date. E nel percorso
la tua casa, i tuoi boschi, i tuoi prati.

È stato al ritorno, sulla corriera
che osservando i nomi dei paesi scorrere
li ho sentiti come quando li dicevi
tu raccontando: Pievetta, Nucetto
non che tu li dicessi con affetto
ma li ho sentiti nelle orecchie e c’era
qualcosa, non so cosa, qualcosa
che quasi mi spingeva a voler bene
a quei luoghi, per come li dicevi
e come sono impressi nel mio udito:
qualcosa di dolcissimo, commosso
e non so, non lo so che cosa fosse:
io di spiegarlo non sono capace,
forse era solo che era la tua voce.


Scritta nel 2021.

Appello agli amici artisti

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Allora, ecco, quello che sto per scrivere riguarda gli artisti, nel senso più ampio della parola, dalla narrativa alla musica, dalla pittura alla danza, dalla recitazione alla scultura, dalla poesia allo striptease, dal teatro alla giocoleria, dal cinema al rap, dall’ebanisteria alla canzone, dalla commedia alla mimica, dalla drammaturgia alla topiaria a tutte le altre cose il cui elenco è potenzialmente infinito.

È una faccenda difficile. Di solito scrivo di getto, con grande sventatezza, spinto da impulsi incontenibili – per le poesie è così sempre, ma lo è anche per la maggioranza delle prose.

Stavolta, invece, ci rimugino da un po’ di settimane. Quindi mi verrà pure scritto male, perché i testi su cui rimugino mi vengono più brutti di quelli che scaturiscono senza che io quasi me ne accorga. Sono fatto così, ognuno è diverso.

Ora faccio una premessa “autocritica” doverosa – anche perché se non me la facessi da solo mi verrebbe – giustamente – sparata contro a raffica da tutti. Ecco: la premessa è che per me è facile, sì. La mia arte è la poesia, che come da tradizione non mi ha mai fruttato il becco di un quattrino. Tradizione antichissima: già non era la “Commedia” a riempire di minestra il piatto dell’Alighieri, né i “Canti” offrivano la cena al Leopardi. Il poeta campa d’altro: qualcuno è ricco di famiglia, qualcuno è poeta-operaio o poeta-impiegato, molti (troppi) sono poeti docenti universitari (ah, l’accademia!) e altri vivono da barboni, semplicemente. Io sono stato un poeta-impiegato prima di diventare un poeta-pensionato. Bene.

Quindi se smetto di fare presentazioni del mio libro, letture di poesie, partecipazioni a convegni ed eventi vari, tale cessazione non mi arreca alcun danno economico, così come non mi ha mai arrecato alcun economico beneficio. Dunque, da quel punto di vista, mi è, come premettevo, facile.

Ma in altri rami del variegato mondo dell’arte c’è invece chi si sostenta – in parte o in tutto – del calcare un palco, del suonare uno strumento, del raccontare una storia, del danzare davanti a una platea e così via. Per loro “non farlo” diventa (anche) un problema di sopravvivenza materiale.

Allora, ecco, insomma. Fatta questa premessa, io – ora lo dico, sì, lo devo dire – francamente mi aspettavo che gli amici artisti, persone fantasiose, libere, sognanti, autonome, critiche, fuori dagli schemi, non si assoggettassero in così larga maggioranza al sopruso del green pass, alla violenta imposizione di un vaccino sperimentale su cui il potere racconta un sacco di panzane, alla discriminazione del loro pubblico stesso: tu puoi venire a vedermi/ascoltarmi/seguirmi, perché ti sottometti; tu no, perché la pensi diversamente. Amici artisti, possibile che non vi suoni orribile questa cosa? Convalidate il bollino del potere imposto al regno – per definizione – della libertà – l’arte, appunto.

Io lo trovo orribile. Finché le cose staranno così, non farò nessuna presentazione del libro, né lettura di poesie, né partecipazione a riunioni, convegni, insomma rifiuterò qualsiasi contesto dove ai partecipanti sia richiesta una (illegittimissima) certificazione delle loro scelte e della loro salute. Rifiuterò, punto e basta: nessuna scappatoia con il tampone quarantottore, sicuramente. Ok, ok, per me è facile – l’ho premesso, no?

Per chi d’arte vive (materialmente) è più difficile, lo capisco benissimo. Ma, ecco, se uno proprio non se la sente di rinunciare a fare il concerto o lo spettacolo, ecco, almeno una dissociazione, una dichiarazione da scrivere sulle locandine e da pronunciare solennemente all’inizio della serata: “sono addolorato dalla discriminazione a cui mi costringono, esprimo la mia solidarietà a chi è rimasto fuori perché dissente dalle scelte del governo e delle multinazionali”. Almeno questo, no?

Ecco, l’ho detto, amici artisti. Ora potete tranquillamente cancellarmi. Tanto, da questo mondo impazzito, mi sto già lentamente cancellando da solo, e quasi con un certo pacifico sollievo, in una sorta di serena naturale dissolvenza della fragile vita mortale. Ciao!

11 agosto 2021

Per i lungodora

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Ti immagino in in luogo ampio
dove però non ti perdi, un luogo pieno
d’un voler bene che non lega e non schiaccia:
un luogo dove tu puoi ricomporti
o se preferisci restare scomposta
perché è revocato il requisito dell’ordine
all’essere sé stessi, all’essere felici.

Questo luogo ovviamente non esiste
ed è quasi inimmaginabile, quasi:
quasi, dal momento che lo immagino
e ti ci immagino. Solo un dio schizofrenico
può esserci e non essere tiranno:
ogni altra idea di dio è un’angheria.

Mie vane fantasie. Da quando tu
– lucente realtà, limpido specchio –
sei nell’altrove che nessuno sa
io ti ascolto in silenzio, così tu
attraversi il mio corpo come fanno
le brezze forti: la pelle non le ferma
e arrivano a soffiare fino al cuore
se m’abbandono e lascio che sia terra
la schiena e rami gli ossi e fiori gli occhi.

Per un momento. Poi cammino fuori
nel mondo, che è confuso e sparpagliato.
Mie fantasie. Ma era bello davvero
averti accanto per i lungodora.


Scritta nel 2021.

Sceso dal treno

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Sono stanco di guardarvi negli occhi
attraverso le cornee antiproiettile:
è sempre conflitto, è disfatta senza lotta:
non sono interessato a sopravvivervi:
non trovo anime che in congiunzione
creino vita: e di fini arguzie sterili
non ho più desiderio. Continuate il viaggio
se vi pare, io mi fermo in stazioni dismesse
piccole, erbose, che cadono in macerie:
seguo file di insetti fragilissimi
che con le loro brevi antenne tremule
tentano le fessure, gli spiriti dei solchi.


Scritta nel 2021.