Si potrebbe essere

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Si potrebbe essere in amore
non le due mezze mele che combaciano
o qualche altra sciocchezza
– non esiste l’interezza –
ma i due lembi, i due labbri, i due bordi
d’una ferita da rimarginare:
labbri che congiungendosi
rifanno pelle dove c’era taglio:
pelle tenera e nuova
col segno fiero della cicatrice:
pelle vera, che protegge ma sente:
difende ma percepisce e risponde:
pelle, non ottusa fasciatura, pelle
sana – guarigione
dove c’era infezione, emorragia.

È spaventosa ed è meravigliosa
questa ipotesi su ciò
che si potrebbe essere in amore.

Non ci badare, non ti spaventare
– è solo un frutto della fantasia.


Scritta nel 2018.

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Bellezza di cielo

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Quando un viso ha bellezza di cielo
non importa che sia sereno o nuvolo:
il cielo è cielo sempre, nell’azzurra
quiete o nel sabba dei lampi: è sincero
con tutti – ma non svela il suo mistero.

Quando un viso ha bellezza di cielo
uno lo benedice, uno bestemmia:
secondo l’estro, secondo l’umore.
Gente sanguigna. Io muto spingo avanti,
a illuminarsi, un’anima di polvere.


Scritta nel 2018.

Bellezza fiera

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Con le mammelle lucide di sperma
spalmato appena con le dita, dopo
la svelta prestazione alla spagnola,
tirava su il corpetto del vestito
macchiandolo, ne regolava il bordo
perché la scollatura confinasse
con la circonferenza delle areole,
tornava nella sala delle danze.
«Di certo non mi lavo dopo ognuno»
– ma non era pigrizia, le piaceva
che le presunte caste sibilassero
ai fidanzati indotti in tentazione:
«Bel décolleté, ma puzza come un cesso».


Scritta nel 2018.

(…)

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Anima che rispondi
Ti dedico la pioggia
Che scende sui binari
Ti dedico i colori
Tenui di questa sera

Ti dedico i pensieri
Che mi soffiano in testa
Come fra panni stesi
Le onde di batticuori
Che mi salgono in gola

Finite le parole
Ti dedico le cose
Il corpo il viaggio il senso
Del mio muto guardare
Di non saper parlare


Scritta nel 2018.

Densità

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È così denso e concreto
ciò che abbiamo scambiato
e ogni giorno ci scambiamo.
Non posso sapere
come finirà. Forse
ci perdiamo domani, scopriamo
che non c’è una possibilità
– ma sarebbe un delitto
buttare via tutto. Comunque
di una cosa sono certo: tu non sei
la donna dei miei sogni, tu sei
la donna della mia realtà.


Scritta nel 2018.

Gli occhi

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Passerei minuti e minuti e minuti
a guardarti negli occhi. Mi rende felice
guardarti negli occhi. Ed è la prima volta
in vita mia: ho avuto paura,
sempre, degli occhi puntati della gente.

Gli occhi sono voragini di luce
abbacinante e buio: dietro il buio
come dietro la luce si appostano cecchini
pronti allo sparo. Ma i tuoi mi riconoscono:
con un cenno che so, mi lasciano passare.

Cammino cauto fra i tuoi fiori fragili.
Evito, come un uomo, i trabocchetti.
Tengo per mano te e l’insicurezza
che ci accompagna ammansita. Potremmo
cadere, certo, ma rischiamo insieme

e forse è questo, vivere la vita.


Scritta nel 2018.

Fotine serali

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Qualche sera tu prima di dormire
mi mandi con Whatsapp alcune foto
di te nel letto o intorno al letto. Ieri
volevo ricambiare, mi sono scattato
una foto, poi un’altra, in luce spietata
e ho visto qualcosa di terribile, un vecchio
con le pieghe sul collo, il viso sfatto.

Allora ho spento la lampada più forte,
quella appesa al soffitto, e t’ho mandato
quasi soltanto un’ombra. Oh, mi vedo
ogni mattino in bagno a lavarmi la faccia
e farmi la barba, non è che non so
come sono. Ma il contrasto, mio Dio,
con te che sei così tanto più giovane
di me e per peggiorare le cose
sembri ancora più giovane, sembri
una bambina e sei bellissima e
m’innamori e parliamo ore e ore
e camminiamo ore e ore, stanno bene
le nostre anime insieme, i corpi
mica tanto, mica tanto, ma come
non volerti abbracciare, baciare
e tutto? Mi coglie un po’ di sorpresa
questo deteriorarsi dell’involucro
esterno in cui resta chiuso il ragazzo
che da ragazzo ti guarda ragazza.

Insomma, non esiste soluzione
per me, tu sei bellissima, è meglio
parlare di te, convincere te
di ciò che è vero: che tu sei bellissima,
hai mondi che ti brillano negli occhi
con città dove sì, fuori dal tempo
troviamo posti visitati insieme
prima che tutto fosse ciò che è:
condividiamo ricordi di viaggio
in pianure di demoni mansueti
e sorridi talvolta, prendi forza
per il bel viaggio che è ancora da fare.


Scritta nel 2018.

Pecetta creativa

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Mia madre diceva
che la donna anche nuda
è coperta dal triangolo di pelo;
oggi tale triangolo è tolto del tutto
o è molto ridotto
soprattutto di sotto;
belle sono le nude modelle ma
sui lavori di rete sociali
(social networks)
copre il solco la pecetta
che scoprì la ceretta
e pure la tetta
nel generale rimbigottimento
va soggetta
a nascondimento
sui lavori di rete sociali.

Ci si può certo spostare
in siti meno limitati
e meno frequentati
però se vuoi postare
un bel nudo su un social network
Facebook YouTube Instagram
e compagnia bella
su fica e mammella
ci va il nero francobollo:
per non parlar del cazzo
che agli animi gentili
dà ancora più imbarazzo.

Ho inventato un cancelletto
#pecettacreativa
fermo restando
che odio la censura
che odio la pecetta
mi sono detto:
«Perché non giocarci un po’?»
Ed ecco la pecetta creativa
per prendere in giro la pecetta
e per prendere in giro, anche, i creativi.

Ora mi volgo in prosa, cioè smetto di andare a capo a cazzo, per spiegare le opinabilissime e personalissime e flessibilissime regole del gioco.

La pecetta creativa è una pecetta diversa dai quadratini neri che coprono le parti che non si possono mostrare sui social network. Questo è chiaro.

Però ci si deve impegnare un po’, dai. Sostituire semplicemente il quadratino nero con una stellina, un fiorellino o un cuoricino, non vale. Non cambia la sostanza.

Soluzioni fotoscioppose si possono accettare se un po’ fantasiose, tipo così.

Ma io direi che è meglio rivolgersi a soluzioni fisiche, materiche, non elettroniche, agendo su foto stampate da rifotografare, appoggiandoci sopra per esempio del temperamento di pastello o delle matite o dell’erba per tisana o una bustina di preservativo – e infinite altre possibilità.

Oppure piazzando le foto nei meandri di una bicicletta, o in infiniti altri luoghi, modi, situazioni.

Oppure, se si ha la possibilità, si può coprire direttamente la modella, per esempio con un libro  – e qui la fantasia può sbizzarrirsi.

Direi che però, a livello di modella, non valgono come pecetta creativa capi di abbigliamento: non è pecetta creativa fotografare una ragazza con un ridottissimo bikini, diciamo.

Anche se esistono pure accessori d’abbigliamento che sono vere e proprie pecette creative, perché sono stati studiati apposta per ingannare la censura, come i tassellini del burlesque.

Insomma, le possibilità sono infinite.

Divertiamoci e creiamo, mettiamo in ridicolo la censura con la #pecettacreativa.

000calq

Quasi niente

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Schiudendo le gambe, rilascia
un profumo che non è di fiore schiuso,
sciocca similitudine, ma
di sé, dell’utero, del macero
dolce che ha principio in primavera
rovesciandosi in brecce di cortili.

«Rilascia» in questa accezione
è neologismo d’un lessico scientifico
inglese, non avrei potuto scriverlo
quarant’anni fa. Ma è sciocco arroccarsi,
è meglio schiudersi a contaminazioni
fertili, come le gambe accoglienti.

Rilascia o emana, dunque, un odore
che nel mio olfatto si mescola al mio
e m’eccita e m’attrae – ma
non è detto che avvenga il medesimo
in lei: ogni cosa è diversa
secondo le diverse ricezioni.

«Ricezione» in questa accezione
l’ho imparato lavorando all’Atlante
del Cristianesimo della Utet.
Lo usano per le encicliche: un conto
è come scrive il papa, un altro conto
come chi di dovere lo riceve.

Ho imparato parole lentamente.
Alla laurea ero quasi analfabeta.
Parole. Buoni attrezzi. Ma non servono
a far sì che l’odore di noi
ecciti lei come eccita me.
Dunque servono a poco, quasi niente.


Scritta nel 2018.

Casa

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Prendiamo casa insieme,
anch’io lascio la mia, ci sto
da quasi vent’anni, è troppo,
a me piace cambiare.

Due grandi camere luminose,
possibilmente un terrazzino
e una cucina abitabile.

Due bagni non so se ci sta
dentro un affitto accettabile
ma m’impegno a tenere pulito,
ne sono capace se voglio
e con te voglio.

In ogni camera mettiamo
un letto grande
sia per eventuali ospiti,
(tuoi amanti, mie amanti,
la seconda che ho detto
è poco probabile ma
non si sa mai)
sia
se ci viene l’idea
di starci accanto, assopirci,
dormirci nel respiro, altro non dico.

In quartieri gradevoli di Torino
con cinquecento euro
la troviamo una casa così,
dividiamo l’affitto a metà
o come si può
e va,
non pensi che va?


Scritta nel 2018.

L’amore e tutto

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L’amore e tutto
vorrei fare con te
sono in un eterno apprendistato
non ho mai imparato un mestiere.

Voglio sgozzare le scarmigliate che gridano
uccidete il Barbarossa
a te invece ricucire le ferite.

Non è vero che
l’amore è tutto
ci vuole
l’amore e tutto.

Ho avuto la sensazione che entrambe le cameriere
al ristorante cinese
non riuscissero a staccare le dita dai piatti
la realtà ha densità variabile.

L’altro giorno mi sono tolto dal naso
una caccola elegante
fatta come un veliero
avrei voluto offrirtela
come una farfalla posata sul polpastrello.

Mi rovesci il cuore ho extradiastoli
bivaccano quattro ragazze
sotto una pioggia che esita.

Dormi troppo e mangi poco
vieni a stare con me.


Scritta nel 2018.

Sei stupide terzine

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Sei bella di variabile bellezza
come il cielo se soffia un vento forte
scompigliando le nuvole sul blu.

Sei bella, anche, come un letamaio
che nell’inverno affida al vento un caldo
fumo di paglia macerata e sterco.

Sei bella come lo spazio che abbiamo
e che ci fa paura, questa vita
che non sappiamo vivere e perdiamo.

Cerchiamo fughe al di sopra del cielo,
fughe al di sotto dello sterco, e invece
tutta la meraviglia sta nel mezzo.

Ma è meraviglia breve e non ci riesce
d’accettare questa mortalità:
vogliamo eterni paradisi o inferni.

Così ci laceriamo nell’ascesi
o ci anneghiamo in abissi di merda
o scriviamo sei stupide terzine.


Scritta nel 2018.

Dialogo

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Una mia giovane appassionata lettrice
mentre tengo in braccio il suo bambino di un mese
mi dice: «Sai perché la gente non capisce
nelle tue poesie la tua visione dell’amore?
È perché tu in amore non vuoi l’esclusiva
ma al tempo stesso cerchi un vincolo eterno:
ed è questo che spiazza. Quasi tutti
associano il vincolo eterno all’esclusiva:
se non vuoi l’esclusiva, sei da una botta e via
senza dolore; se invece soffri la perdita
devi per forza volere l’esclusiva. Così
pensano quasi tutti: e tu li spiazzi perché
parli d’amore libero ma il tuo amore libero
non è senza lacci, anzi è con molti lacci
che sono tutti, quale più e quale meno,
dolorosi a slacciarsi, come mutilazioni.
Io ti capisco: assomiglio più a te
che a cento coppie fedeli che conosco
possessive, insicure, insoddisfatte:
ho un amore solo, ma è come i tuoi
felice d’esserci, non importa cosa accade».

Mi commuove il suo cogliere bene
qualcosa che spesso nemmeno a me stesso
è chiaro davvero. Le confido che infatti
anche adesso in una fragile ragazza
(di sette anni più piccola di lei)
conosciuta da meno di tre mesi
ho già deposto parti del mio cuore
e già sarebbe, se s’allontanasse,
una mutilazione. La mia giovane lettrice
sorride, mi augura che non s’allontani
quella ragazza. Fuori piove, è una bella
sera, siamo contenti perché
è uno degli atti più dolci della vita
chiacchierare in confidenza e libertà.
«Ce l’hai un ombrello, papà?»
«No. Me ne presti uno?» le rispondo
passando alle sue braccia il nipotino.
Esco e mi porto un’allegrezza sul metrò.


Scritta nel 2018.

Poi tornano i ronzii

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Mentre il tuo corpo delicato è nudo
accanto al mio
scruto con ansia le ombre e le luci
nell’arco dei tuoi occhi
e torno agli occhi anche mentre t’esploro
con la lingua le piccole tette
l’ombelico, la fica.

È necessario che il tuo sguardo s’illumini
per un salvacondotto all’esile bellezza
di tutta te – è necessario per me,
d’altri adesso non c’importa.

Non riesco a perdermi intero nell’odore
della tua pelle – tu mi chiedi se lo sento –
sei come un prato morbidissimo ma
da premere in cauta accortezza, benché
non esista distendersi sull’erba
senza schiacciare dei fiori nascosti.

Poi, mentre mi succhi il cazzo
delicatamente
ti metti obliqua
ti sposti in modo
che io possa vedere
– hai capito che mi piace guardare –
e addirittura
con una mano butti indietro i capelli
come fanno le attrici del porno
perché lo spettatore
possa seguire il muoversi del viso
in un ritmo armonioso
dalla punta alle palle
– è sublime il tuo gesto
d’attenzione, d’amore.

Ancora nudi restiamo abbracciati
sui cuscini, ti sfioro l’orecchio
con il naso, mi ascolti il cuore «è vero,
batte veloce» sussurri, ci assopiamo
in quieta ebbrezza fra sonno e pensiero
e per un lungo momento restiamo
insieme forse nel chiaro interstizio
dove tutto combacia, dove tutto
è ciò che è senza conflitto e abbiamo
valore noi per ogni spazio e tempo,
è ignota l’ansia e non c’è mai bisogno
di sensi, pentimenti, spiegazioni.

Poi tornano i ronzii – così è la vita.


Scritta nel 2018.

Dall’alto

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Guardo Torino dall’alto d’un colle.

Allo spigolo del nulla
rimpiangeremo anche i giorni peggiori.

Carpe diem, allora? Non è questo:
è inutile tentare il fermo immagine.

È altro ciò che fugge: è un’impronta
non nitida, è una traccia
vaga a cui non si seppe o non si volle
disegnare un contorno – è qualcosa
che definire è mutilare.

Ci accompagna a distanza
così lontano che non lo conosciamo
così vicino che lo perderemo.

Guardo Torino dall’alto d’un colle
poi scendo lentamente verso valle.


Scritta nel 2018.