La vita è bella

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Non c’è solo il limite. C’è la deformazione.
Sono le cose da accettare, le cose
a cui devi sottometterti per vivere.

Che in un limite chiuso si deformi
ogni cosa che esprimi o che ti è espressa.
Così o niente – solo un buio e un silenzio
in cui l’anima esplode.

Ma neanche stare in silenzio a pensare
serve: il pensiero si maschera, si fa caricatura:
lo guardi e non lo riconosci, è un mostro.

In certi attimi, poi, tutto sembra
illimpidirsi: è un’anestesia
breve. In altri attimi
s’incontra un bellezza che trascende
i corpi, la materia in cui risiede:
è un’altra anestesia.

Anestesia ingannevole, espediente
per indurti a proseguire
nel gioco dei dolori travestiti:
per indurti a tenere lontana
fino a termini estremi
l’uscita certa, l’unica possibile.

Se non funziona, invece, può accadere
che la si cerchi prima, che si apra
con un gesto deciso quella porta
che dà sul nulla, così nulla che aprendosi
svanisce anch’essa con il tuo svanire.

Scusate, è solo un attimo confuso
da una pena che l’argine non tiene.

La vita è bella, si nasce, si cresce
e ci si forma, si lotta per qualcosa
che è buono o pare buono, qualche volta
si è immortali o di più, si sorride.

Ma ciò che scrivo non è più ciò che scrivo.


Scritta nel 2022.

Un grido

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Accadeva che negli occhi ti si unissero
un piangere e un sorridere. Dalla combinazione
dei due elementi si generava un grido
lontano, acuto, senza suono né parole
ma un grido. Per miracolo riuscivo
a udirlo, forte e chiaro, distinto
da tutte le altre cose della scena.

Dai tuoi occhi si è impresso nei miei
dove lo custodisco, è un tesoro e un rimorso
che affiora quando affiora: riuscivo
a udirlo, non riuscivo a rispondere,
ti guardavo così, fra bambini sconsolati.


Scritta nel 2022.

Nel divertimento

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mentre tra le ossa fini
dilaniate non potevo
respirare senza ridere

Cristina Paolino

Con le consuete approssimazioni, è come se
dentro la cassa toracica non ci fosse niente.
Le mani, le braccia, il collo, anche il cazzo
e le gambe, benché indebolite, ci sono.
La testa, insomma, la mia testa non l’ho mai
percepita molto, d’altronde è una parte che
non puoi vedere direttamente: in assenza
di specchi d’acqua, la storia di Narciso
sarebbe stata un’altra. Però insomma, la testa
in qualche modo c’è. Ma nella cassa toracica
niente – almeno non mi fa male, volendo
vedere un lato positivo. È un guscio
simile a ciò che resta di certi grossi insetti
se un parassita o un predatore li svuotano:
un involucro secco. È una sensazione, certo
ho scritto “come se” – ma è così: tutti gli organi
si sono vaporizzati, come al centro
dell’esplosione di una bomba atomica.

Tu che precipiti dentro il cortile.

Non è interessante, e in questi tempi
frettolosi non sarebbe proprio da raccontare
al medico di base, servono sintomi semplici
per ricette mandate via mail.

Sono confuso. Il mondo non è mai stato
granché, ma adesso si è slogato in parti
che non combaciano. Se racconto una cosa
sento violentemente che non è quella cosa:
ci rovinano dentro pezzetti accostati
con faciloneria, fingendo sia un mosaico
dotato di senso, mentre invece è caos.

Scatto qualche foto. La foto è una delega, inquadro
una porzione che vedo e scelgo del reale
e non ne dico nulla: faccia lei, signorina realtà;
fate voi, signori che eventualmente guardate.

ma invece scattando tu significhi eccome
bla bla gne gne perché dici trasmetti
gne gne bla bla – m’hanno scassato il cazzo
tutti gli artisti e tutti i pensatori:
non lo vedete quanto siete inutili?

Ma più inutile io. Quante scemenze
fastidiose. Ho frantumato dei biscotti
dentro lo yogurt, per pranzo mi basta.
Il rosmarino, il fico, la calandiva, l’edera
e alcune altre piante imprecisate
sul balcone verdeggiano nell’undici novembre.

Prenderò treni per Vercelli. Le scene
dei treni posso raccontarle, è uno sfogo infantile
ed è gente in transito, di cui so così poco
e così poco dico da non sentirmi in colpa
se ciò che dico non è ciò che è.

Tu che precipiti dentro il cortile.
Non è concessa nessuna imprecisione:
tu non le concedevi. Un ideale alto
di vita è un disturbo che toglie la vita:
lo dico ma non è proprio così
o forse sì, l’incrinatura spinge
i vili a riva e i non vili all’abisso
(traggo spunto da un carme di Gozzano
signori della giuria, non è questa la poesia?)

Un cappuccino in strada San Mauro
in riva al traffico, una longitudinale
profondità modesta da guardare
mentre a un tavolo accanto «non siamo razzisti
– dice una racchia – ma ci fanno diventare».

Racchia è scorretto! Andate a cagare.
Anzi ci vado io, che mi scappa, poi esco
per bus e treni, nel divertimento.


Scritta nel 2022.

Io poi non so che dire

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Le porte degli ospedali, degli ospizi
sono porte infelici: se chiuse
mettono tristezza, se aperte tristezza:
sull’angoscia che vaga in corridoio
o stagna chiusa dentro. Le visite
sono spesso irritanti o se gradite
è irritante lo svanire oltre gli spigoli
con inutili saluti inadeguati.

Qui si rimarca l’assurdo del mondo
che però è dappertutto, nelle case
e nelle vie, nell’affanno dei negozi
e nel tedio degli ozi. Qui è più esplicito
l’ergastolo a cui siamo destinati
che però è dal nascere, da sempre.

Ci si abitua, lo si rende normale
in una ipnosi né agra né dolce:
chi si sveglia urla o corre ed è matto
e lo si lega o fugge, vola via:
vola senza speranza di volo
perché in un’evoluzione adattativa
un’atrofia fino all’agenesia
ha, delle ali, lasciato un ricordo
vago che si confonde con il sogno.

È un inganno letale il disinganno.

Io poi non so che dire. Sto vivendo,
mi manchi, guardo foglie nella brezza
d’autunno vorticare verso terra
nel destino ordinario, incomprensibile.


Scritta nel 2022.

A una porta non chiusa

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Le lampadine consumano poco, dicevi:
non è quello che incide sulla bolletta.
Come saresti stata più avanti negli anni
da matura, da anziana, da vecchia?

Pensavo di morire molti decenni prima di te:
magari sposarti per lasciarti a lungo
in barba all’Inps, la reversibilità.
Invece…

(Sono disegnini di bambini i nostri aldilà:
si possono guardare con benevolenza
purché non generino potere al di qua.
Nell’altro mondo, che età si ha?)

Rinuncio a ogni fantasia, mi basta
la entrañable transparencia
de tu querida presencia

che scivola in qualche modo nella stanza
o in altri luoghi, in momenti qualsiasi.

Stiamo ancora a parlare, dicevi, non importa
che ora è: in braccio, la bocca vicina
dava al mio orecchio il suon della tua voce
e un vago incerto sogno d’avvenire
brevemente appariva, vacillava.

Dammi qualcosa di buono da mangiare
dicevi in notti di pianto e di rimprovero:
nutrire bene è già amare, dicevi
ma, dicevi, amare non esiste.

E niente, niente, non è stato niente
ed è tutto: una fioca luce vieta
al buio il suo trionfo, ti richiama
a un grembo ancora, a una porta non chiusa.


Scritta nel 2022.

Quotidianità, cataratta

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Bene dunque l’operazione di cataratta.
Cataratta insorta rapidamente, il decorso
coincide al tempo della tua mancanza
e in due hanno avanzato persino l’ipotesi
di una componente psicosomatica:
tu luce dei miei occhi è metafora, ma…

Però mi sono operato, dunque voglio
vederci ancora, per questo tempo che resta.
Che resta… Sai, mi terrorizza l’idea
(la quasi certezza che respingo con forza)
che sia tutto qui, che il tuo tempo sia finito
e tu più non esista, e al finire del mio
non poterti raggiungere, perché nel nulla
nulla raggiunge nulla: il nulla è nulla.
Ed è probabile… No, non lo è:
andate tutti quanti a fare in culo.

Scrivo così, di quotidianità.
Un’operazione, un caffè al bar Sophie.
È tutto irrilevante: il mondo spinge
in direzione schiacciante: forza ai forti
e morte ai deboli è il motto di tutti.
I forti, poi, che vita fanno non so.
Forti di non pensare e sperperare
la paga fissa al centro commerciale;
qualcuno poi è politicamente corretto
e s’indigna per una pacca di Memo Remigi
(l’hai mai sentito? suona come Topo Gigio!)
ma non per gli sfruttati o le armi all’Ucraina.

Verrebbe voglia di rincoglionire del tutto
e ciondolare su una panchina ripetendo
il mondo è matto, il mondo è matto
fra un assistente sociale e un infermiere.
Ma sarebbe tradimento: tu è proprio da questo
che sei volata via: la tua grande paura
era impazzire, molto più che morire:
lasciare l’anima nelle mani d’altri.

E dunque, quindi, quindi, dunque? Niente.
Mi sono operato di cataratta per vedere
ancora dei colori, qui, nel mondo qui.
È un’esperienza psichedelica, mentre operano
vedi nuvole, rettangoli, parallelepipedi
rossi, gialli, blu, disegni geometrici
e sullo sfondo fantasmi di attrezzi e chirurghi.
A me almeno è successo così, poi non so.
Molto liquido fresco mi colava sulle guance.

Ancora dei colori… Ma dove sei? È possibile
non ritrovarsi più? Se è così, sia maledetto
l’inventore del mondo. Ho mangiato
pan bauletto integrale, ho pensato
a quando dicevi che lo fanno aggiungendo
robaccia a pane bianco, non usano di farina
né la due né la uno, ma la zero o zero zero,
è un integrale finto. Il tuo intenderti di pane
mi commuove, tutte commozioni vane.
Ora metto il collirio antibiotico
che va tenuto in frigo, lo sapevi?

Quando ti parlo ci vedo così giovani,
il mondo sembra un contorno evanescente,
una conchiglia che i nostri piedi generano.


Scritta nel 2022.

Bla

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Non sono grandi poesie, vado a capo per pudore.
Come, per pudore? Così, non so: perché
la poesia ha veli, anche per finta;
o per altri motivi. Ieri tua madre
mi ha mandato un messaggio: hai portato tu
un’orchidea e un lumino sulla tomba?
No, è da un po’ che non ci vado, in quel piccolo
cimitero. Vedi! Hai ammiratori ignoti.

Al cimitero vado poco, ma a te
(ovunque al non mondo tu sia o non sia)
penso ogni giorno, mi fai compagnia
e dal pensiero di te, di noi, si sviluppano
altri pensieri. Sarà perché domani
mi opero di cataratta, ma ho pensato
a cose mediche od ospedaliere
e da lì ho pensato agli schemi, tu dicevi
«mi schiacciano le aspettative di tutti»:
gli schemi sono un principale delitto
dell’umanità. Da bambino mi portavano
(ho sempre avuto denti pessimi) da un dentista
che riteneva che l’anestesia
danneggiasse le gengive, perciò non la faceva.

E trapanava profondo! Era un omone
zitello che nel tempo libero andava
a scalare le montagne, forse era lo yeti.
Resistevo, ma una volta m’è scappato
un lieve gemito e ho battuto piano la mano
sul bracciolo, e mia madre, che assisteva
alla scena: «Vergógnati!» mi sibila subito
e tornando a casa ha ribadito: «Meglio
morire che far vedere il dolore».
Nello schema, un poco militare
per il maschio è così, o così era.

Molti anni dopo fui ricoverato
per una polinevrite alcolica e va bene
che era colpa mia e andavo punito
in quanto sbevazzone, però
la sera del primo giorno di ricovero
telefonai a casa, col gettone, e mia moglie:
«Ma telefoni già?» come a dire: hai paura
dell’ospedale? Non è cosa virile…
Comunque poi non avevo paura
volevo solo fare due parole.

Sto alternando passato prossimo e remoto
un po’ a cazzo, non so perché, lascio così.

E dunque? E dunque niente, le aspettative
degli altri schiacciavano te e schiacciavano me
però io, trasognato, quasi non mi accorgevo
tu invece sì e soffrivi di più
forse, non so. Ti sei fermata a trent’anni
e io la vita l’ho svoltata sui quaranta
(svoltata: un poco: quello che si può)
sono problematiche diverse, lo so
ma non potevi aspettare ancora un po’?

Non puntiamo il dito, madri e mogli sono vittime
a loro volta delle aspettative, gli schemi
sono il delitto più grande che c’è.
Tu potevi essere una tranquilla parrucchiera?
La storia dice: chiaramente no.
Io non so nemmeno, nemmeno oggi che cosa
sarei voluto essere, so solo
che non ero ciò che ero, la vita
è un complesso arzigogolo. Con te
ci si capiva, però non è bastato
a rimanere insieme, né t’è stato d’aiuto
per salvarti dall’abisso, e invece stanno insieme
coppie che manco sanno l’uno l’altro chi siano
festeggiano le nozze di diamante
senza mai nemmeno una piccola confidenza:
forse hanno ragione, è la scelta vincente.

Noi non avendo un’uniforme, sul campo
di battaglia ci sparano tutti
e noi, se sparassimo, spareremmo a caso:
perciò occorre disertare, stare in margini
di fiumi o boschi o quartieri o marciapiedi
o bla, bla, bla
non lo so cosa occorre, blatero, bla.

L’avevo premesso che non sono grandi poesie,
non è una scusante, lo so, non dovevo
lasciar trapelare un dolore dal dentista
e tante cose, cose, tante cose.


Scritta nel 2022.

Senza fine

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Ho chiamato “assenza senza fine”
(Un garbo libero, pagina 86)
quella che m’imponevi vivendo
a un paio di chilometri di distanza
e poi fu interrotta da una tua telefonata.

Spreco di parole di poeta buffone:
così poi si rimane senza, quando
l’assenza è davvero, in questo mondo, senza fine:
muto nelle notti è l’abisso oltre il quale…

Nelle tue brevi rare poesie mai nessuna
parola di troppo, invece, tagli limpidi
di feroce chiarezza – portavi il miracolo.

Eri fra noi tu il poeta, non io.
Tu il poeta che oltrepassa, che deve oltrepassare
per vocazione irrevocabile il limite
del recinto in cui si permette la vita.


Scritta nel 2022.

Il denaro, la vecchia Peugeot

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Il denaro, il denaro. Quando sei venuta
ad abitare a Torino da me
hai venduto la macchina, era insostenibile
tenerla, e ci siamo detti che a Torino
se ne può fare a meno, ci sono i bus:
nella valle di boschi dove sei nata, no:
tre chilometri a piedi la corriera più vicina
che passa poi cinque o sei volte al giorno.

M’ero affezionato alla tua vecchia Peugeot
ammaccata: andava ancora bene.
Ma un’auto costa, chi ce l’ha lo sa.
La si sarebbe potuta anche tenere
se ci fosse stato il denaro, il denaro.

Ho amici costretti a vendere casa
e altri che casa non l’hanno mai avuta
costretti ad affannarsi, il denaro, il denaro:
affannarsi per vivere e la vita
scorre così, indicibile spreco.

I soldi non danno la felicità:
certo che no, si buttano dai ponti
anche figli d’industriali e divi di successo.
I soldi non danno la felicità
ma la loro mancanza dà problemi.

Dopo varie peripezie avevi ottenuto
il reddito di cittadinanza, qualche gracula borghese
avrebbe pure da obiettare, io vorrei
ritrovare la carabina di mio nonno
per sparare alle gracule borghesi.

Per carità, ci sono sempre stati
i ricchi e i poveri, ma si poteva sperare
in un progresso, invece mi pare
che il solco si allarghi. Il denaro, il denaro:
tutte le guerre si fanno per denaro
e anche lo yogurt lo compro con denaro,
il denaro mette il naso dappertutto.

Quando vado a fare i miei giri per l’urbe e la suburbe
due euro in tasca controllo che ci siano
nel caso che mi scappi da pisciare:
pisciare in città ti costa un caffè.

Che cosa è gratis? Forse respirare
(se non pretendi aria pulita) e l’amore
– ma un tetto e un letto per farlo, già no.
Pare che indietro non si possa tornare:
una volta inventato, il denaro
ha occupato ogni spazio.

Che merda! È così, dai secoli dei secoli.
Non era male la vecchia Peugeot:
l’ho guidata qualche volta, andava bene.
La sera che sei arrivata, piena di borse e scatole
per traslocare a casa mia… Poi, per il tempo
che l’abbiamo tenuta, la posteggiavamo
oltre corso Regina, fuori dalla zona blu
naturalmente. Era solo un’automobile
ma era tua…

Crepino i soldi e le borghesi gracule.


Scritta nel 2022.

Posta

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La tua assenza, combinata
con la crescente ottusa violenza del mondo
e con somme di problemi di persone a me care
fa, come dicono, la tempesta perfetta.

Provo a distrarmi con roba erotica banale
(la più banale è la più efficace
a questo scopo) o filmando soli o lune
da mettere sui social.

Ma ogni cosa riconduce a te
che non ci sei, irrevocabilmente
e dunque togli a ogni cosa l’essere
sostanziale: rimane una recita
che annoia. Non c’è voglia né energia.

La recita è dei crudelissimi potenti
sostenuti dal coro dei rozzi ignoranti.
Quelli che se esci un millimetro dal solco
fanno: uò, uò, ma che, ciài problemi?

E certo che ne ho, deficiente, tu no?

Ma sì, ma no, poi c’è dell’altro, lo so.
Sono arrivate le cartoline
della figlia e del figlio
e un bel pacchetto da Leda Gheriglio:
la Posta qualche volta può salvare.

Provvisoriamente! Ma provvisoria
è ogni salvezza, e in generale tutto.


Scritta nel 2022.

Discorsi al chiosco in un mattino d’ottobre

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Al chiosco di corso Taranto nel tavolo accanto
dice una giovane donna: “Due e ottanta
euro all’ora mi davano, neanche il biglietto
per andarci mi pagavo. Adesso prendo cinque
ma senza un giorno di ferie né permessi
né malattia, e quello se mi vede piegata
in due dal dolore neanche mi dice
di sedermi un attimo, niente, per adesso
resisto, perché la voglio una paga per me”.

“E per un lavoro un po’ migliore
sono in alto in graduatoria
ma non mi chiamano, eppure
non ho figli e nemmeno sono incinta”.

“Al mio amico hanno respinto la domanda
del reddito di cittadinanza perché
s’era dimesso lui dal lavoro, bisogna
che ti caccino via, se vai via tu non vale”.

Io per chi scrivo? Per la cornacchia borghese
che direbbe: “cra, cra, cra, cra, cra
prende due e ottanta ma si beve il caffè
al tavolino, cra, cra, cra, e quell’altro
ha un lavoro e lo lascia e poi vuole
che gli paghiamo noi la vita, cra cra?
Adesso i poveri pretendono di scegliere?”

Non lo so per chi scrivo, ma tu muori
cornacchia borghese dei telegiornali:
che un predato cadavere ti strozzi.

Due euro e ottanta, e non avere figli
e se vai via da un lavoro di merda
poi non chiedere aiuti, fannullone
che sperperi un euro al bar per un caffè.

Discorsi seri si fanno qui al chiosco:
le donne soprattutto, gli uomini
un po’ meno, loro dedicano tempo
a un Allegri, credo uno del calcio
però poi anche alle bollette del gas.


Scritta nel 2022.

È bene che nella notte ci sia un bar

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Le mille pagine dei messaggi salvati
sono un promemoria di errori, miei:
tu li vedevi prima che accadessero
e li lasciavi accadere, mi guardavi
come un cretino o un bambino che è così.

Severa un giorno, poi benevolente,
poi di nuovo severa, disperata.

C’è anche dell’altro, sicuro, persino
dell’amore, in momenti di luce
in cui i bambini-che-erano-così
si facevano complici, negli occhi.

Ma questa sera, in un sabato grigio
sento il peso degli errori sulle spalle.
Metto la testa sul tavolo, come
a scuola per riposo o per castigo
sulle braccia conserte. Se tu fossi
in questa stanza, a toccarmi una spalla!

Non ci sei. Non c’è nulla né prima
che si nasca né dopo che si muore,
è logico, che vuoi? Ma ti parlo.
La logica è un’invenzione contorta
che inceppa un grande mistero infinito.

Avevi antenne più sensibili di quanto
sia normalmente nella specie umana:
vedevi chiaro e dicevi o scrivevi
precisa come il filo di una spada.

Poi a te stessa soccombevi e tutto
s’offuscava, perché non è possibile
guardare così tanto oltre il confine
che recitiamo per sopravvivenza.

Io recito che credo che tu sia
in un bel posto, ad aspettarmi forse.
Guardo i messaggi con i baci e i cuori
ma stasera prevalgono gli errori
di mia colpa, grandissima colpa.

Perché non posso messaggiarti adesso?
Ci sarebbe da dire ancora tanto!
Quante volte non ho capito un cazzo…

E tu capivi così tanto che
non lo potevi con altri condividere
e nemmeno con te. Psicanalisti
dicono che capire è già guarire:
ma è vero solo se a ciò che si è capito
ci s’incastona o ci si sottomette.

Dove sta scritto che vivere è bene?
È una sceneggiatura di commedia
che ci sostiene. Fuori dal teatro
è buio, è pieno di bestie feroci.

No? Non lo so. Non voglio sapere. Non so.

Che cosa importa… Tu sei volata via
e io sto qui davanti a una tastiera
a scrivere, forse per rimandare
la nube nera. Che cosa ridicola.

Calma, calma. Adesso leggo qualche pagina
di autori buoni, mi guardo qualche foto
di donne nude, potrei farmi una tisana
ma è faticoso, magari scendo al bar
di via Cravero, aperto tutta la notte:
è bene che nella notte ci sia un bar.

Perché le cose non si aggiustano in poesie.


Scritta nel 2022.