L’orrendo febbraio

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viene fra poco l’orrendo febbraio
è un anniversario lungo un mese
dalle nostre telefonate al tuo volo
viene pieno di vuoto e rimorso indicibile
banalmente indicibile – non è tutto indicibile?

ma è più indicibile
ha senso “più indicibile”?
sì: perché non mancano solo i nomi
e i verbi e gli aggettivi: mancano
tempi e modi verbali, sintassi, un periodo
non-ipotetico dell’impossibilità dell’impossibilità

mancano, del linguaggio, quelle cose più profonde:
chi inventò dire il passato e il futuro
con una desinenza, una flessione?
è molto più del fuoco della ruota dell’atomo
chi lo inventò?

mi ci vorrebbero tempi verbali
che non esistono, li immagino semplici
senza ausiliari, soltanto suffissi
ma non esistono

filosofi dicono che il linguaggio crea il mondo
allora mi dia un dio un linguaggio per creare
il mondo in cui trovarci

no, ti
dedico le poesie che non mi riescono
quei grumi di noi insolubili in parole
che si bloccano nei vasi della mente:
forse lì dove sei tu li puoi ora disciogliere
nella materia d’un’altra dimensione
confessare di esistere esistendo
infinito silenzio musicale
non dovere morire


Scritta nel 2022.

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Il tempo scava e ti fa sempre più indicibile:
il ricordo depurato è vibrazione
a cui non oso associare parole.
La mancanza ha divorato la parte
decomponibile: rimane un guscio secco
d’insetto morto, leggero. Nel vuoto
ti muovi libera, che io ti veda o no:
corre un fresco di boschi, un dolore
seminale di frutti, primavere
d’occhi pietosi sorridono al boia
e le nozze di essere e non essere
ci rinascono oltre? È solo fantasia!
E dunque non so nulla e dentro il nulla
cado, senza appiglio né attrito:
trattengo fra le dita che non ho
l’amore che potrebbe ritrovarti
o solamente l’umile memoria
narrabile di te viva in un bar
o in riva al fiume o sulla panca rossa
della piazzetta, bellezza interminabile.


Scritta nel 2022.

1990-2021

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È finito l’anno che resterà scritto
accanto al troppo vicino novanta
sulla lapide, sui ricordini con foto.
Resterà scritto per un poco, poi
tutto si sbriciola, materia e linguaggio.

Sei viva in me (in me, non “nel ricordo”)
ma cosa conta? Non so nemmeno se
ti fa piacere. E la vita dei giorni
che restano, la devo vivere senza te
facendo le cose che vivendo si fanno
grosso modo. Sono vecchio, non rimane
più molto da aspettare, vorrei credere
di trovarti, nel posto che non c’è.

Ho negli occhi il tuo viso, nelle orecchie
la tua voce, sulla pelle i tuoi gesti
e più dentro ho il commosso comprendersi
delle anime, che in certi giorni parve:
ho dappertutto la tua bellezza in dono

ma tutto questo è in me, non è niente di te,
non è niente di niente, non è niente.


Scritta nel 2022.

E tutto era possibile

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Sulla linea per Savona
la prima galleria è poco dopo Mondovì.
Poi, ci sono mutamenti nel paesaggio:
case che hanno ciascuna il suo orto
quadrato, scuro, con teli di plastica
e già un pianto altisonante, impercettibile.

Alla stazione di Ceva
c’è un silenzio inconfessabile:
solo un ronzio, qualche cane
da lontano. Nessuno, nessuno.
La Cevetta è in magra, meno acqua che fango.
Dalle nuvole il sole
trapela faticando.

Sul piazzale
ti sento accompagnarmi, ma so
che è mio sogno e arbitrio. La corriera
è ancora gratis, perché è vietato fare
(causa covid che ancora si allunga)
i biglietti in vettura ma gli autisti
(esseri umani)
non ti lasciano a terra, ti fanno salire:
“tranquillo, va bene così”.

A Priola il cielo s’apre in un azzurro
precario ma reale. Salgo a piedi
verso Casario, lentamente, osservando
qualsiasi cosa con l’avidità
che dà la nostalgia.

Arrivato su, il cielo s’è proprio pulito:
sfavilla il sole dell’una, delle due
e chiaro nella valle il fiume appare.

Il lavatoio dove inizia l’abitato:
me ne avevi parlato. La casa
della tua infanzia. Il silenzio sale
a un parossismo, nemmeno vento né uccelli.
Una fontana, un’altra fontana:
un filo d’acqua urla come un torrente.

Dalla casa alla chiesa del funerale
è sempre la stessa via, sulla costa
dei monti. Il campanile batte
con violenza le due, le ripete
dopo qualche minuto
per conferma, perché tutti sappiano.

Sulla via del cimitero
finalmente incontro un vecchio:
lo saluto prima io, stranamente, esclamando:
buongiorno!
e lui: buongiorno – ricade
immediato il silenzio, benefico.

Vado al cimitero per dare al viaggio
un punto di arrivo, ma
è più per i tuoi boschi, i tuoi luoghi
e le tue strade. Il cimitero in sé
non mi piace, e ho sempre da ridire:
quella targa che hanno appiccicato al marmo
non è bella, dovevano scrivere con lettere
di metallo direttamente sul marmo,
anche la frase non mi piace,
e poi quei due cuori e le due rondinelle
cosa significano? coppia? idillio? e quando mai?
è stato un casino ogni tua relazione
– ma sono solo un vecchio brontolone
persino sulle lapidi ed epigrafi.

Passando per la chiesa ho visto in bacheca
che ti hanno dedicato in suffragio
la messa della notte di Natale:
a te sola! è un privilegio raro
– rispetto queste cose, non ci credo
ma le rispetto, è buono, è un ricordo
e a loro modo è un dono per te.
Ci fosse stato più suffragio prima…
Ma era difficile, forse impossibile.

Penso al paese, a te ragazzina, mi aggrappo
alle mie solite fantasie: nei paesi
a volte c’è qualcuno, un tipo pensieroso
che vede più vicino e più lontano,
vede più dentro ma anche più fuori
e può agganciare uno sguardo, e con mosse
leggere, impercettibili, salvare
il diverso, lo strano, il delicato.
C’è a volte. Fantasie. Fantasie
ormai vanissime. Tu sei volata via.

Scendo verso Priola, cammino
lentamente, in tempo per la corriera
del ritorno, scende presto la notte
in pieno inverno. Tracce di neve
al camposanto, De Andrè, le fontane.
Nel silenzio le fontane suonano forte:
sono la vita e sono il suo finire.

Col nuovo anno non potrò più nemmeno
prendere treni e corriere. Pazienza.
Tu sei in un posto per il quale non esiste
collegamento: anche se certo ci verrò
ti troverò? Vorrei crederlo ma
la scienza infame m’inquina, la ragione
idiota – ora la scaccio, ritorno all’infanzia
mia e dell’umanità, quando le folgori
le scagliava il signor Zeus
e tutto era possibile.


Scritta nel 2021.

Last show, perhaps never played

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Come un riflettore occhio di bue
acceso in un teatro abbandonato
il tempo stringe su una scena vuota
cerchi qualsiasi, uguali, polverosi.

Mi confortai con fantasie infantili
per difendermi dall’urlo dell’abisso
e ancora provo a farlo, ma non riesco.
“Hai visto troppo” dice l’assassino.

Fuggo in distanze dove la mancanza
non va colmata: è da prendere in sposa.
Mormora ancora, in platea, qualche larva
but the show will never more go on.


Scritta nel 2021.

Tre anni fa

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Nei giorni intorno all’Immacolata del ’18
facevamo l’amore, dormivamo abbracciati.
Accordavamo i peccati originari
in un disegno umano. Il tuo respiro
tranquillo accanto a me, restavo sveglio
per ascoltarlo. O cara speranza!
Era la vita, il nulla, era ciò che potevamo.
Brevi tregue: la terra era minata
da ordigni di una guerra interminabile
e tutto era ferito. Avrei voluto
portarti in salvo, medicarti, ma
non avevo né la mappa delle mine
né le garze pulite senza fango. Tu
sorridevi indulgente alla mia inettitudine:
così bella che penso che la morte
abbia dovuto distogliere gli occhi
dal tuo volto, per fare il suo mestiere.


Scritta nel 2021.

I giorni da ricordare

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Sentivo ieri per caso in un tratto di strada
Guccini: “è meglio poi un giorno solo da ricordare
che ricadere in una nuova realtà sempre identica”
bella frase, sarà vero? forse, ma che fai
il mattino dopo quel giorno, e quello dopo ancora?

E al termine del famoso giorno da leone, mentre muori
come vedi intorno a te le pecore, longeve, brucare?
Con un finale amore, o disprezzo, o nostalgia?
E se invece sopravvivi, ti metti a brucare
come loro e ricordi, ricordi, ricordi…?

Se confessare di esistere è una condanna a morte
– come tu dicevi – una scappatoia è nemmeno sapere
di esistere, perché se lo sai già lo confessi
a te stessa: il tribunale più severo. Mi hai lasciato
giorni con te da ricordare, ora mi sento svanire.

Per scrivere la tenerezza del tuo sguardo
non si può scrivere, bisogna cancellare
tutto ciò che è stato scritto su “tenerezza”
e su “sguardo”: la tua luce spietata sottile
mostra quanto sono sporche le parole.
Ma il silenzio è una paresi allucinata.
Se voglio (voglio?) non essere inghiottito
dal ronzio muto, forse posso narrare
come uno storico, certi dati oggettivi:
sorridevi nel lettino a Mondovì
le braccia alzate, il pensiero a qualcosa.


Scritta nel 2021.

Senza figure

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Mattino piovoso. Che cos’è la tristezza?
Le parole si sfuocano, e confuse
possono inerti giacere, o ferire
inutilmente, senza nulla dire.

Un esproprio di figure s’è aggiunto
all’antico indicibile profondo:
ha fatto confusione in superficie:
l’aruspice divina dei tatuaggi.

[“Aruspice” sostantivo maschile,
“divina” terza persona singolare
del verbo “divinare”, “dei” articolo
indeterminativo plurale. Spiegare.]

O come in certi costumi, le viscere
sono dipinte su un rivestimento:
non è scheletro, è stampa su tessuto;
non intestino, elastan misto cotone.

La tristezza non riesco più a dipingerla:
non ricordo se un tempo ci riuscivo.
Acqua dal legno marcio di una nave
che affonda? Era già marcia la sentina?

M’invade o la secerno? Forse come
(pieghiamo alla metafora i novissimi)
questi vaccini, penetra e istruisce
il mio corpo, o l’anima a secernerla.

Non ho figure, le hanno rubate:
non ho parole un minimo decenti.
Il vasto gorgo torbido zittisce
le cose umane, e il deserto cresce.


Scritta nel 2021.

Sulle sponde

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Fossimo nati sulle stesse sponde
fangose, le mie della Sesia o le tue
del Tanaro, è lo stesso, sono fiumi
i fiumi e i bambini botanici e ingegneri
fanno regioni con pietre e canaletti
e fili d’alghe pescate con bastoni.

Ci sogno insieme, in realtà siamo nati
in spazi e tempi diversi, in realtà
ci siamo trovati tu adulta e io vecchio
con i nostri bambini dentro noi
vivi e feriti – si sono parlati
ma è difficile così, così difficile.

Eppure sento te nelle mia infanzia:
fra le bambine che mi spaventavano
tu eri la bambina-che-non-c’era:
io ti vedevo se stavo in disparte
o fuggivo in campagne: con te sola
avevo confidenza, sulle sponde.


Scritta nel 2021.

L’aderenza del mostro

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Nessun mostro è così aderente da non lasciare
qualche interstizio, qualche piccola bolla
mentre ti schiaccia: e lì abbiamo respirato
quel poco, in brevi giorni o minuti. E lì
ci siamo amati, io credo, anche se
di questo non può esserci certezza.

Ma eravamo formiche rifugiate
negli incavi sotto la suola pesante:
l’assassino preme, muove il piede
finché l’insetto non è sfracellato.

Speravo in un cunicolo di fuga
per labirinti sotterranei fino
a un’emersione per acqua migliore.
Ma sono idilli di poesia, dicevi
tu che meglio sapevi il tuo dolore.

Due giorni prima di andartene hai tolto
dai “social” tutto, lasciando soltanto
una foto d’un cielo d’oppressione
in nera tempesta su rossi papaveri
inermi, docili, non innocenti.

Era invincibile il mostro? Domanda
ormai inutile. Per salvarti l’anima
hai valutato che l’unica strada
era toglierti la vita e l’hai fatto
lucidamente, imponendo rispetto.

E io? Mah, scrivo queste cazzate.
Tocco le cose e mi pare non esistano:
né le cose né il corpo che le tocca.
Come avessi preso qualche stupefacente
scivolo in varie illusorie dimensioni:
mi sveglio, mi perdo, non so, poi verrà
ciò che tu anticipando ti sei scelta:
la morte, la realtà. Ma dove sei?


Scritta nel 2021.

Le tue costole delicate

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mi sono steso un attimo, ti ho sentita
abbracciata, la tua schiena arcuata
solida sotto il mio braccio, il respiro
regolare, le tue costole delicate
contro il mio petto, il tuo viso
fra la mia spalla e il collo, ti ho sentita
sapendo che non è vero, non stavo
dormendo, sapevo tutto, ma eri
abbracciata, il mio petto e il collo
non erano informati sui fatti, sentivano
te tutta intera, forse addormentata
e ti muovevi, ti sistemavi meglio
accucciata, c’era felicità, poi subito
ho visualizzato il balcone, il cortile
la ringhiera scavalcata, un vajont
ha cancellato il paesaggio, carogne
di corpi morti nel nero dei flutti

ora mi alzo, vado a fare cose


Scritta nel 2021.

In bici

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In bici, stasera.
Non fa ancora freddo.
Ma è tempo di tirare fuori
dall’armadio i guanti da ciclista
che tu mi regalasti
con amorevolezza
sentendo le mie mani intirizzite
dopo le pedalate.

Non ce la faccio
con questo fatto che sei morta
non ce la faccio, no
– ma ce la faccio, dato
che sono qui, mi muovo
stasera, nella strada.

Si dicono le cose.
Ma ciò che è veramente
non è stato né è
né sarà detto, mai.


Scritta nel 2021.

Confusione, pioggia, 10 novembre 2021

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C’è una fase in cui il bambino certamente vuole che la madre sia sempre presente, però anche assente, vuole una madre con un interruttore, da accendere in caso di bisogno, per le carezze, per le rassicurazioni, da spegnere se critica indaga condiziona pone limiti – ma, anche spenta, che non si allontani. Dunque percepire l’altro come una cosa garantita di cui usufruire e poi riporre, e non come una persona con cui interagire alla pari, è la condizione di partenza, non una degenerazione successiva.

Condizione di partenza dalla quale ci si evolve, se ci si evolve, ma in che modo avviene questa evoluzione? Qui entrano in gioco le grandi parole fumose, quelle che nessuno ha mai davvero definito (“amore”, “sentimento”) e usare parole fumose è un buono stratagemma, comprensibile, per confondere il disegno intollerabile che inciso sul fondo rimane. Il fumo bene modellato può arrivare a creare un mondo nuovo sovrapposto, così denso da poterlo chiamare (inquietamente) reale.

Mi ha sempre colpito che a evolversi nella storia della lingua fino a indicare l’essere umano nella sua completezza sia stata la parola “persona”, una parola che nasce con il significato di “maschera”, il Calonghi dice dall’etrusco “φersu” ma è forte l’accostamento al verbo latino “personare” (intensivo di “sonare”) che vuol dire suonare forte, risuonare, amplificare il suono: nell’antichità la maschera in teatro serviva a coprire il volto ma anche (mediante una bene studiata forma e apertura) ad alzare, amplificare la voce, non c’erano i microfoni con le sofisticate apparecchiature elettriche di oggi.

Persona, copre il volto alza la voce.

Persona, copre il volto alza la voce.

Persona, copre il volto alza la voce.

Come ci si evolve dalla condizione primaria in cui l’altro è soltanto bisogno e paura, perché ti dà vita (ne hai bisogno) con una carezza ma ti uccide (ne hai paura) con un divieto, un limite? Ci si evolve davvero o è tutta una finzione, teatro, diventiamo persone cioè maschere, copriamo il volto (che incessantemente rivela) e alziamo la voce (che sa mentire)?

Quella sera ti chiudesti in camera stanca e addolorata, luce spenta e silenzio assoluto, per ore, sapevo che entrando o anche solo bussando ti avrei disturbata e infuriata, “lasciami stare”, così resistetti all’ansia e all’apprensione, me lo imposi, ma dopo ore spalancasti tu la porta con violenza: “mi lasci morire qui? non mi porti cibo buono e nutriente?”

Un frivolo direbbe: bambina capricciosa; invece era una tragedia ma forse è la stessa cosa, nella delicata e incerta (finta, reale) evoluzione possono saltare dei passaggi, qualcosa non si cementa, non si adatta, serpeggia un’inconscia pretesa (“pre-tesa”) di crescere in non-bambina senza indossare la persona, la pelle brucia, la pelle nemmeno c’è, come può la carne viva nella ferita illimitata ricevere carezze senza un urlo di dolore?

Quale orecchio può raccogliere la voce fioca che nessuna maschera articola né amplifica, la voce di prima dell’artificio del linguaggio, lamento lieve d’animale, fruscìo di foglie in una brezza impercettibile?

Se non hai pelle a ricevere carezze né parole da specchiare a conforto, in cambio di che cosa dovresti accettare i limiti imposti dall’architettura della società? Non compensati, essi restano la violenza che sono.

Confusione. Non c’è più fumo da modellare, una pioggia spietata fa brillare macerie nitide, reticoli spinati, inghiottitoi, dove sei?

Il deserto cresce

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Alterno Heidegger a video porno di gaping:
ho bisogno di trovare dello spazio che mi attragga.
Compare a tratti il sole fra le nuvole
alle sette e cinquantatré del nove novembre
duemilaventuno: ogni aurora è diversa
così come ogni fica, ma il deserto cresce
scrive Nietzsche e dedica a queste parole
lezioni Heidegger nel semestre invernale
1951-52 a Friburgo in Brisgovia, dove anche
insegnò filosofia Francesca, con cui feci l’amore
nella mansardina di via San Donato
e ne conservo foto nuda, belle, il deserto
– guai a colui che favorisce i deserti –
il deserto è l’inaridimento che impedisce
ogni crescita futura o costruzione.
Le modelle nei video porno di gaping
anche da sole, senza un partner, dilatano
quanto più possono il culo e la fica:
traendo con le dita si schiudono in voragine
rendendosi accoglienti come cortili
d’oratorî di periferia di prima delle norme
di sicurezza, come fresche umide grotte
larghe di luce che non nasconde trappole:
è una scena irreale, non è mai così
la vita, certo, ma è finzione che riposa
fiction si dice adesso, mentre il deserto cresce
con entusiasmo e un superuomo ancora
ottuso prende il controllo della Terra.
Sia Heidegger sia le modelle di porno
sanno di creare uno spazio/essere illusorio
per il pensiero, per il desiderio:
però lo creano e se tutto è linguaggio
può darsi che un tono o un’asserzione inceppino
la marcia del deserto, benché ciò non sia credibile.

Bibliografia
F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, 1883-1885
M. Heidegger, Che cosa significa pensare?, 1954
K. Slut, Look into my soul through the pussy, video, 2020


Scritta nel 2021.

Un filo strecciato

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tenere un filo strecciato dagli altri per seguirlo
bei colori d’autunno stamattina ieri pioggia
quelli che mi dicono che la tua malattia era insanabile
lo fanno per guarire me dai miei sensi di colpa
ma non è questo, non ero il tuo psichiatra
sulla schizofrenia fiumi d’inchiostro
un altro punto di vista più interno condividevamo
certo ti ho raccontato quel sogno a quattro anni
l’incubo in cui mia nonna mi tagliava in due
all’altezza della cintola con una sega da taglialegna
(tuo fratello taglialegna, il più grande, dicevi)
e mia madre guardava e approvava poi la nonna
“non riesco, c’è l’osso” non riusciva a dividermi
in due, resisteva la colonna vertebrale
mi svegliai terrorizzato ma rimasi nel letto in silenzio
non raccontai nulla a nessuno
a te il taglio arrivò a compimento? mia madre mia nonna
tua madre tua nonna le chiare foreste
le selve oscure sono poi lo stesso bosco
in luce diversa, può darsi
tenere un filo strecciato dagli altri per seguirlo
non ti convinsero a prendere farmaci adeguati
meglio la morte che una vita sedata
meglio l’anima salvata
se tutti applicassero, ahahah, ora sono io che rido
nelle ossa dilaniate, se tutti applicassero
quel principio, meglio morti che sedati
suicidio di massa, suicidio di massa!
quanti vedo già morti per ancora non morire
nei tuoi incubi ti davano merda, cibo infetto
distruggevano ogni cosa che facevi
ti strappavano, tu l’erbaccia, era incubo o realtà?
il dolore toglie nitidezza al confine
tenere un filo strecciato dagli altri per seguirlo
è difficile o impossibile, mi confondo
eri stata tagliata in minuscoli pezzetti
e che il vento li raccolga e che il regno dei ragni
cucia la pelle e la luna tessa i capelli e il viso
è solo una canzone di De Andrè
(forse ora il polline di Dio, di Dio il sorriso)
cercavo di stare attento io a non cucirti addosso
vesti improprie, miei sogni, eri bellissima
nel cappotto grigio al fiume o nuda sul letto
o sul limite del pianto davanti alla stazione
o abbracciata nel bosco o in attesa del bus
in corso Belgio, eri bellissima sempre
anche quando t’infuriavi eri bellissima
nei miei occhi ma i miei occhi
ti vedevano intera, innamorati componevano
ciò che invece restava non composto
le tue ferite sarebbero guarite, speravo
e ne abbiamo cercati di dottori della psiche
anche costosi, ma con nessuno è partito
il percorso di salvezza – era possibile?
tenere un filo strecciato dagli altri per seguirlo
ora non riesco, due anni fa eravamo al mare
di novembre, mi chiedevi cibo buono
io non so cucinare
ti guardavo spesso con sconsolata impotenza
però anche speranza e invece adesso, adesso…
tra bambini feriti tagliati a metà
ci si capisce ma non basta, il tuo sguardo
triste mi rimproverava di non essere un padre
che con autorevole amorevolezza ti guidasse
a comporre te stessa nel tuo modo (non l’altrui)
a riordinare ciò che s’era scompigliato, pulire
ciò che mani sporche avevano sporcato
e gioire con te della tua lucentezza
io solo un poco meno spezzato di te
(“non riesco, c’è l’osso”)
stupefatto da sogni da poesie illusioni
non potevo: “i tuoi quadretti, le tue
visioni idilliache… non mi vedi?” mi sgridavi
aguzzavo la vista ma continuavo a vedere
come vedono i bambini, in un misto d’incanto
com’eri bella e preziosa e la tua lucentezza
emergeva dai gorghi, le tue rare poesie
più belle delle mie, scrivevi bene
più chiara che tanti scrittori di successo
ma diosanto questo mondo è un tritatutto
schiaccia nobili destrieri, figuriamoci una farfalla
ferita che muove piano, debole, le ali
intessute di fratture, sottili, spolverate
d’immense meraviglie indecifrabili
tenere un filo strecciato dagli altri per seguirlo
ho avuto il dono di vederti ma vorrei
che tutto esplodesse, per lo spreco e il sopruso
per lo schifo, la merda, il cibo infetto
avvelenata soffocata schiacciata
sì, c’era in te una malattia della psiche
e troppa, troppa, troppa sofferenza
che non riuscivi più a controllare
sulla schizofrenia fiumi d’inchiostro
ma in uno sguardo più ampio, dallo spazio
in cui ora mi concedo di sognarti
(intera, lieta di tutta te stessa)
forse appare che al mondo i malati
sono i sani, i compatti, è chi come niente fosse
avvelenato soffocato schiacciato
ridacchia, spettegola, fa la coda al mercato
non t’ho salvata mentre tu mi hai salvato
c’è un bel sole, stamattina, dove sei?


Scritta nel 2021.