Dentro e fuori la testa

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Che poi starsene dentro la testa
non è nemmeno un sicuro rifugio:
mangiavo poco fa insalatina e pomodoro,
per dessert qualche biscotto imburrato:
sera dolce, chiara e tiepida: è passato
per la testa, giustappunto, un pensiero
antico, senza alcuna pertinenza:
m’ha turbato, tutto quanto ha disturbato.

A distorcere il corso d’una sera
pacata e dolce può essere a volte
un fatto esterno, sì, ma spesso è anche
un fatto nella testa, un nessun fatto.

Mai si ferma la corrente marina
di colpe o gioie o tenerezze andate
tanti anni fa o ieri, o domani sperate
o temute, o in nessun tempo immaginate:
scorre variando le scie in superficie:
cambia la luce, poi cambia di nuovo.

L’oceano al cui mutare si è indifesi
si muove dentro e fuori:
non esiste riparo.


Scritta nel 2020.

La scatola di latta

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La scatola di latta dei biscotti dell’In’s
comprata due settimane fa potrebbe durare
cento anni, anche di più, ma la devo
buttare, quante cianfrusaglie in casa.

Vorrei liberarmi dal ritmo
e dallo spiegare: raccontare con versi che non lo sembrano
come in lunghissime odi di Pessoa
questo passare, che non sembra, della vita.

Tutto ciò che svanisce è nel presente, non esiste il ricordo.

Tutti più grassi a stare chiusi in casa
in questa epidemia (con presunzione megalomane
immagino qui una nota a piè di pagina: «si tratta
dell’epidemia che colpì il mondo quattro secoli
fa, nel 2020, causando rivolgimenti
sociali che portarono…») – io nove chili
ho perso, bastian contrario, ma è che
s’è sovrapposta una pena d’amore, nel dilagare
del morbo dilagava l’accorgermi
giorno dopo giorno che l’abbandono
improvviso dopo un gennaio di quotidiana vicinanza
(nessun ritmo!) di una ragazza non era
uno scazzo provvisorio: permane.

Com’è sorprendente invecchiare e morire!
È tante cose, ma è anche sorprendente:
non posso crederci. È carta sbiadita
(sbiadita nel presente, non esiste il ricordo)
(questo «non esiste il ricordo»
non lo capisco io nemmeno, ma sento che è vero)
la sceneggiatura dei giorni
degli anni Settanta con i miei vent’anni
degli anni Venti con i miei settanta
– già troppo ritmo in questo chiasmo, fuorvìa.

Sì, nel tempo ho maturato consapevolezze
interessanti. Non utili, ma interessanti. Di utile
un poco di destrezza a non ferire
(a ferire di meno) le persone. Un poco
di abilità nel tenere le briglie: che gli zoccoli
dei miei sogni non calpestino
qualche cosa di tenero non visto. Questo
sì, forse sì. È qualcosa. Ma sbaglio molto ancora.

E il passaggio degli anni attenua
(il passaggio in corteo, sotto il balcone, degli anni)
alcune sensazioni, assopisce
chiarori, oscurità. Questo pertiene
al moto del ricordo, che dunque
esisterebbe? Mi posso contraddire, è contraddicendomi
che sento a volte il mio corpo aderire
a corpi altrui, nelle bocche angosciose delle camere.
Il ritmo e lo spiegare (le due cose vere)
mi scombaciano dal mondo: disgregandomi
mi ci posso insinuare. È una polvere sottile macinata
a superare il setaccio emato-encefalico
che regola le nostre solitudini:
le strutture aggregate non passano, se passano
è per squarcio, per stupro, dolore.

Una polvere sottile macinata o un liquido
distillato, non denso, può passare
fra due anime quando si accarezzano
con premura delicata.

Ma non entra una vita
in altra vita intatta: amare non è
buttare giù un tramezzo ma rifare
l’intera casa nuova, è spaventoso.

Vorrei dirlo meglio ma non sono
da ciò le mie penne e con viltà
ho temuto l’abisso, il fulgore.
Tutto ciò che svanisce è nel presente
e non è molto. È così sorprendente
invecchiare, morire. La scatola di latta
dei biscotti dell’In’s, la scatola di latta
dei biscotti al Plasmon che quand’ero bambino
conteneva piccole frastagliate fotografie
di antenati già ignoti.

Sarebbe, ancora, tutto da scoprire.


Scritta nel 2020.

Le lingue

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L’inglese, il francese, l’arabo, il tedesco,
il greco, lo spagnolo: siamo poco portati
noi italiani, si dice, alle lingue: le studiamo
poco, ce la caviamo malamente.

Credo sia vero. E poi non sono solo
queste «estere» le lingue da studiare
che noi poco studiamo. C’è la lingua
di chi ha vissuto una diversa infanzia,
di chi ha sofferto cose a noi ignote,
di chi ha amato in un diverso modo
o ha conosciuto entusiasmi che noi
non concepiamo o s’è immerso in angosce
difformi dalle nostre o ha sviluppato
idee in percorsi da noi non seguiti:
magari è dello stesso quartiere,
forse è nostro cugino addirittura
ma la sua lingua è altra, perché
altramente è nata ed è cresciuta:
si dovrebbe studiare, impegnarsi a studiare
per potersi parlare.


Scritta nel 2020.

Chomsky e Saussure

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Non essere immortali è il peccato originale:
lo formulammo quando ci rendemmo conto
della cosa: occorreva una colpa inevitabile
all’abisso inevitabile, che irreversibilmente
ci si era conosciuto, percepito. Peraltro
come né il significato né il significante
sono la cosa (si veda in Saussure) così
né il peccato né il peccante sono la cosa:
che intatta e indetta sguizza fra gli asintoti
dei nostri veli macabri o eleganti.

Però appunto: sono caduto in tentazione
di scrivere questo, che non vuol dire nulla.
L’odore del mio ventre alle mie nari
richiama l’estro animale, primario
degli odori mancanti, la grammatica
generativa (si veda in Chomsky) non genera
coiti a corpi dove un rewind violento
strappi la stringa, la vita trionfi
in schiuma sperma bava secrezione:
lo spàppolo d’un seme non descritto.


Scritta nel 2020.

I fidanzati

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I fidanzati non sono congiunti
– dice il bieco satrapo – eppure chi
più di loro si congiunge? Ragazze
e ragazzi, non perdetevi d’animo,
sfruttate tutti gli spazi possibili
(era uno slogan del mio Sessantotto):
l’attività motoria, almeno chi
abita nel medesimo comune
è consentita lontano da casa:
datevi appuntamento a camminare
a un metro di distanza, ma con passo
poco sportivo, se no i metri diventano
due: motoria uno sportiva due
dice il delirio del di pi ci emme.

Trovarsi almeno a un metro di distanza
è già meglio che niente. Date un tocco
se volete, d’evocazione storica:
io vecchio feci in tempo a vedere
ad Altamura (non ci crederete)
una ragazza che i suoi carcerieri
(i genitori) liberavano solo
per andare a prender l’acqua alla fontana
(lo giuro: ho due altri testimoni)
e il suo moroso da dietro un muretto
dieci minuti poteva parlarle:
fate il gioco di stare ad Altamura
qualche decennio fa – però un bel gioco
dura poco – se non la smetteranno
presto, i satrapi, sia rivoluzione.

Se poi vi scappa un bacio e un delatore
vi coglie, o un poliziotto, voi provate
a dirgli, con Prévert, che les enfants
qui s’aiment ne sont là pour personne.
Non vi crederà e vi multerà
(è gente che non vede le cose davvero)
e un giorno narrerete ai nipotini
la multa per un bacio. Pure questo
non è nuovo: al tempo dei trisavoli
passava la ronda al segnal – lo canta
una canzone – del rigido caporal:
«ecco una coppia che intesse un idillio
e in pose d’un certo ardimento:
no, tollerate o permesse
non son queste cose dal regolamento».
Ora passa di nuovo la ronda:
con la scusa di questa influenza
un po’ più grave, semina il terrore.

I fidanzati non sono congiunti
ma si congiungeranno, l’amore
rovescerà la babele d’una scienza
serva e proterva, i virologi narcisi,
i governanti che accusano voi
per coprire le loro malefatte.

Sfruttate tutti gli spazi possibili
oggi; domani faremo pulizia
(spero) delle menzogne, getteremo
sabbia negli ingranaggi della macchina
che produce nel nome del denaro
guerra fame deserto e malattia.

Presto, però, perché c’è poco tempo
e dilaga il veleno sul pianeta.
Baciatevi, esultate, ribellatevi:
congiunti forte, non fateli passare.


Scritta nel 2020.

Miserere

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Ci stiamo uccidendo per salvarci la vita:
quella vituccia con la v minuscola
che, morto dio, la scienza ha collocato
sul suo unico altare. Grandi uomini
han vissuto trent’anni ed è loro bastato
a darci meraviglie. Ora cediamo
la vita in cambio di rantoli di vita,
schiavi di chi ci butta come a cani
tozzi di giorni secchi, tempo rancido.

La morte osserva stupefatta il nostro
annetterci al suo regno, da vassalli.
Morire da già morti è più indolore?
Morire senza avere mai vissuto:
che lunga anestesia ci somministra
il buon dottore, il padre nostro che
sta in torri di cristallo oltre gli schermi
a cui volgiamo come a icone sacre
il timore degli occhi: miserere!


Scritta nel 2020.

Marmellata di fichi

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Seduto in cucina a mangiare
marmellata di fichi su un biscotto
noto la luce accesa in camera, qui
dalla cucina si vede la camera
di sbieco, una parte della porta
e c’è la luce là, come in certi film
c’è un buio prima e poi la luce là
in questa inquadratura. Chissà
poi perché certi film, succede
nella realtà, eppure… Ricordo
nella casa natale, spesso, dei tagli
così di luce, oltre un lungo buio
e restavo al di qua. C’è la morte
in questi scorci e c’è anche la vita
di riflesso, e le azioni, e le precisazioni:
così insensato è tutto. Confettura
si dice, di fichi, marmellata
è solo di agrumi, no, io dico
marmellata di fichi, sono libero
in queste cose minime, intanto
osservo inerte sdrucciolare il tempo
e non desidero roba da fare
per riempirlo, non ha bisogno il tempo
di riempimenti, il silenzio fortissimo
è già pieno da sé, come una bolla:
non so se mi contiene o se cammino
come una mosca su un vetro, da fuori.
Accade una miriade di cose
mentre mangio un biscotto e di là in camera
noto la luce accesa: si rovesciano
mondi, non so se mi trascinano
con loro, con qualcuno di loro
o se indenne rimango in altre attese
d’altri rovesci. Si potrebbe dipingere
su tela a olio il riquadro di luce
e immaginarci dentro l’infinito
attenuato dall’arte, immaginarlo
direttamente è pericoloso, ma
che importa l’infinito? Sono i tratti
di buio fra le luci, fra le stanze
il campo che sta a cuore. O nemmeno
è questo. Non lo so. Non so mai niente.
Potrei andare a spegnere la luce
in camera, da non so dove arriva
una voce metallica, ora un’auto
è passata, il rullo delle gomme
si perde in lontananza, dove andrà?
Non me ne importa nulla.


Scritta nel 2020.

Questo

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[Uno stilita coreano è su un palo
dal giugno del duemiladiciannove:
protesta contro un’azienda assassina:
lo lasciano stare, è pubblicità.]

Giunse in città, le strade deserte
lo sorpresero, domandò a una donna:
«Ma dove sono tutti?»

Tenendosi a distanza, sospettosa
gli rispose la donna: «Non lo sai?
C’è Questo che si aggira dappertutto
e ne abbiamo paura. È invisibile,
può annidarsi in ciascuno, c’è chi dice
che già s’annidi in tutti, ed è spietato:
ne moriamo, ci uccide».

«Ed è per Questo che tutti stanno in casa?»
«Sì, nella casa ti senti protetto,
si è più sicuri, così ci hanno detto:
io sono uscita solo per il cibo
da comprare al negozio».

«Ma il rombo che si sente oltre le case
cos’è?» «Sono le fabbriche, le fabbriche
non possono fermarsi, c’è bisogno
che le cose si facciano, gli eroici
operai stanno ogni giorno alle macchine».

«Perché la scuola è chiusa?» «Riunire
dentro le aule i ragazzi, i bambini
sarebbe un’esca per Questo, potrebbe
insinuarsi e dilagare, entrare
attraverso i bambini nelle case.
Tutto quello che serve sapere
lo dicono gli schermi dei computer:
non servono maestri o professori».

«Sono deserti i giardini, i lungofiume,
vuoti i sentieri che vanno in collina:
nessuno più si ferma a contemplare
la stagione che sboccia?» «C’è pericolo
a stare fuori, a contemplare i fiumi:
Questo è in agguato da chiunque incontri
in ogni luogo o tempo. Nella casa
si è più protetti, l’hanno detto, e se vuoi
ci sono fiumi da guardare in video
sugli schermi dei nostri computer».

«E nessuno si bacia, nessuno
s’innamora incrociando lo sguardo,
nessun corpo fremendo s’intreccia
ad altri corpi per l’estasi antica
che dà vita alla vita?» «Te l’ho detto:
c’è Questo che si annida dappertutto:
unire corpo a corpo non è ammesso:
Questo approfitterebbe, prenderebbe
l’un corpo e l’altro».

Guardò di nuovo le strade deserte,
esangue la città sotto un bel cielo
che nessuno vedeva. «Dunque»
disse alla donna «voi restate in casa
pallidi e tristi perché temete Questo.
Ma cosa è Questo? Perché tu lo chiami
con un neutro pronome
che non dimostra nulla? Non ha un nome?»

La donna fece un passo, solo uno
abbassando la voce: «Questo ha un nome
ma dal tempo dei tempi più nessuno
lo pronuncia: è di cattivo gusto
pronunciarlo, toglie reputazione
al pronunciante, gli dà cattiva luce».

«Ma tu lo sai quel nome?» «Io lo so
però non lo pronuncio». «Ma per me
che sono forestiero, non potresti
fare eccezione, rivelarmi il nome?»

La donna fece ancora un passo, alzando
davanti al volto un bavaglio di garza
e sussurrò: «Va bene, forestiero,
io ti dirò quel nome, però poi
allontànati, cerca un luogo chiuso
e sicuro, siamo stati già troppo
qui all’aperto a parlare, è vietato».

Il forestiero percepì l’immensa
paurosa tristezza che regnava
sulla città, rispose: «Va bene,
mi allontanerò, dimmi quel nome».

«Questo si chiama Morte. Ora vai via».
Fuggì la donna. Avrebbe voluto
lui dirle: «Dunque voi state qui morti
per tema della Morte, anticipandola»
ma nella via non c’era più nessuno.

Il forestiero non volle camminare
su fantasmi di strade fra le case
mute e serrate. Volse i passi indietro
verso paesaggi sconosciuti, verso
rischiose valli palpitanti, fragili
di morte e vita, da cui proveniva
senza sapere come. Sul confine
si tolse dalle scarpe un po’ di polvere.

[Uno stilita coreano è su un palo
dal giugno del duemiladiciannove:
protesta contro un’azienda assassina:
lo lasciano stare, è pubblicità.]


Scritta nel 2020.

Una legge fisica

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Un anno e mezzo, t’ho lasciata entrare
dove nessuna era arrivata mai:
quasi nulla di me restava fuori
dal nostro amore, avevi permeato
dell’anima le viscere e anche tu
parevi aperta, dicevi segreti
che nella vita tua a nessuno prima:
diventavamo lo stesso cortile,
la stessa scena d’infanzia, ogni cosa:
e i baci e i corpi intrecciati nel sesso
e l’infinito dialogo, seduta
sul mio grembo non ti staccavi mai,
cadevamo nel sonno sfiniti.

Ora, è una legge fisica. Chi resta
in superficie se va via si porta
un po’ di pelle, che presto guarisce.
Chi entra dove sei entrata tu
nell’abbandono lascia un guscio vuoto,
lo spazio frantumato: in un dolore
fuori controllo, indicibile, ho creduto
d’impazzire, provo adesso a riunire
dei pezzi, andare oltre, ma perché
tu non ritorni? Si era così belli!


Scritta nel 2020.

Il sogno non è sogno

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mezzo assopito sul letto dopo pranzo
(dopo pane e formaggio e un pomodoro)
in uno stato a cui mi abbandono
volentieri, io mi sentivo fiamma
mi sentivo fiamma sulla stoppa del corpo
dentro, fuori, su tutta la pelle
era piacevole, mi sentivo organismo
vivente, una volta tanto in pratica
mi sentivo ciò che sono, è rarissimo

mi sentivo piano bruciare, mi sentivo
consumare l’ossigeno benevolo, pensavo
che in pochi minuti senza lui
mi sarei spento, e così mi spegnerò
quando in presenza di danni al sistema
non più superabili né recuperabili
il capo farà un cenno: «è sufficiente,
la chiudiamo cosi» e lui, cioè io, svanirà
nel nulla o in qualcosa di cui non ho idea
mentre gli altri cominceranno a scomporsi
in armonia, tutto sommato: gli enzimi
e i batteri, fino a un attimo prima
coordinati, collaborativi, «liberi tutti»
grideranno, mangeranno, si mangeranno
i tessuti, le cellule, faranno qualcosa
di nuovo in cui io non avrò più parte:
l’insieme generato da un incontro
fra due cellule seminali seminerà
sfacendosi altre vite microscopiche

mezzo assopito sul letto dopo pranzo
ero in pace con il prima, con il dopo
e con l’adesso, poi mi sono riscosso
tornando alle consuete gioie e angosce
e le vaghe risposte a cui dare domande:
entra il sole dalla finestra aperta
faccio il caffè, sto un poco sul terrazzo


Scritta nel 2020.

Roma 2000

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Mi tengo in pizzeria sulle ginocchia
una fiorente giovane mignotta.
Dall’ampia scollatura della maglia
si sporgono le zinne seminude
nel solco fra le quali hanno sborrato
gli amanti numerosi e generosi
per tutto il pomeriggio – ma la sera
è riservata a me: dopo la cena
sul letto spargerà i biondi capelli
e tutta s’aprirà al mio penetrare
nell’abbraccio dolcissimo d’amore.


Scritta nel 2020.

Dovere morale

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Mi diceva un’antica
amica, giorni fa: «Non esporti
troppo, ti fai del male e non scalfisci
il pensiero delle masse e del potere».

Ma io adesso oppormi
lo sento un mio dovere.

Pur essendo vecchio
(così vecchio da più non sperare
in baci di ragazze, quasi unico
balsamo vero, non-mediato, al tragico
scivolo verso il nulla della vita)

pur essendo, dicevo, molto vecchio,
tuttavia nacqui che già da otto anni
era passato il venticinque aprile,
già sbiadivano le bandiere rosse
in stelle e strisce, in scudi crociati
(Stalin, lo so, sarebbe stato peggio:
c’erano idioti a invocare il baffone
quasi non fosse bastato il baffetto):
in schiene chine a produrre, produrre
smettendo di sognare, di pensare.

Nacqui al riparo da fucilazioni
e rastrellamenti, ebbi pure una casa
borghese, un bel giardino dove in pace
impazzire nei solitari sogni:
ebbi pane e molto più: gli studi
pagati fino alla laurea, poi
un lavoro, noioso ma un lavoro.

Mio padre due campi di prigionia,
la dieta di Kartoffeln, la fuga con l’amico
vero, coraggioso, dei tempi del paese,
i bagni nelle rogge fra le rane.

Anche per questo, io adesso oppormi
lo sento mio dovere. Un dovere morale.

Sparare al distanziamento sociale
e al riavviarsi del porco capitale:
spingere le persone ad abbracciarsi
bocca su bocca, a non credere ai nuovi
falsi profeti, a lavorare solo
quello che basta, a non fare carriera:
e fermarsi sul fiume a guardare
l’acqua che si fa d’oro nella sera.


Scritta nel 2020.

Il fiore non è sogno

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Né sa né sogna di essere fiore
il fiore, né gli importa d’esser frutto
domani, o nulla. Mi sono sognato
io senza sonno in un sogno di sogno
senza sapermi, toccandomi come
si tocca un altro sogno e un altro ancora
e ancora, incastonati, combaciati:
ha istanze ora la cosa che non so
di essere ma sono – non è fiore
né frutto né potrei mai disegnarla
eppure è e perché è svanisce.


Scritta nel 2020.

Realismo

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Forse nulla è accaduto davvero
tranne ciò di cui c’è scalfittura
su un oggetto, o c’è parola che
per bocca di qualcuno mi ritorna,
o cicatrice che sotto le dita
sul mio corpo la sento, però
in questo caso non è proprio certo
che io sappia cos’è. Forse nulla
è accaduto davvero tranne ciò
che mi racconti tu quando ti credo.


Scritta nel 2020.

Un odore dorato

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C’è un odore dorato che si spande
quando c’è il sole e una finestra è aperta:
lo prende anche la mia pelle, io
benché in un’altra stanza: è come uscisse
da sotto la camicia, da un abbraccio
che di certo ci fu, senza ricordo:
sigarette di adulti dietro un muro,
sugo d’erba schiacciata fra le dita
nella furtiva infanzia, già colpevole
di cose imprecisate, ma beate.


Scritta nel 2020.