Tutta la notte

Tag

,

“Starei con te tutta la notte”
è un buon saluto, all’abbraccio finale
sulla Rambla, anche se poi chissà
cosa vuol dire, vibravano le schiene
ma io non so mai bene interpretare,
non ho empatia, sono insicuro, temo
sempre di sopra- o sottovalutare:
sono contento, però, che abbia detto
“starei con te tutta la notte”
dopo le ore di parole fitte
al tavolo, con la candela e il succo
di pesca: è qualcosa di buono che porto
nel mio mondo, come porta uno scoiattolo
nella tana una noce: lei non so
cosa porti al suo mondo, alla dimora
di complesse preziose relazioni:
spero anche lei un retrogusto buono.

Tutta la notte avrei probabilmente
finito con l’annoiarla: meglio andare
per vicoli, per angoli, mischiare
miei pensieri con voci che m’incrociano,
delirare tranquillo, gesticolando un po’
d’amore verso tutti, come insegna
la saggezza dei matti. A Barcelona
servono succhi più abbondanti che da noi:
a che prezzo non so, perché ha pagato lei.


Scritta nel 2017.

Annunci

Facciamo che è

Tag

, , ,

Può essere un vantaggio
non avere più nulla da perdere:
capire che l’amore, ove mai esistesse
– il che non mi pare dimostrato –
non è né è mai stato
a mia portata.

Smettere di costruire, smettere
di scomporre, di studiare, d’indagare:
coltivare un caos garbato, curare
non fiori classificati
ma smilzi fili d’erba o strane
piante su orli di discariche
senza cercarne su lemmari il nome.

Tanto il nome sarebbe a me straniero:
la pianta che osservo, che annuso
seduto a terra sul margine
d’uno spazio di banlieue, fra rottami
d’ombrelli e passeggini e brandelli
di plastica bianca, non è
– anche affermasse una scienza che fosse –
la pianta battezzata da Linneo
o da altri dotti. Non lo è:
è la pianta a cui do nome io,
non è mai, mai spuntata né cresciuta
altrove che ora qui, ne sono certo.

Ci siamo ingannati. Non ho mai saputo
la vostra lingua, né voi la mia.
Abbiamo dato risposte
che non c’entrano: tutto
non è mai stato che un’ecolalia.

Ammesso questo, possiamo giocare
a guardare le barche sul fiume o a salvare
il mondo – che c’importa, alla fine
che non sia la medesima barca
ad alzare dall’acqua farfalle di luce,
che non uguale si disegni il mondo
negli occhi e nel pensiero?
Noi giochiamo. Facciamo che è.


Scritta nel 2017.

Le mie muse principali

Tag

, ,

Lo si desume benissimo da molte mie poesie, ma volendo analizzare la cosa in prosa razionale, ecco, in sostanza io sono particolarmente affascinato dalle donne che con serenità e naturalezza, senza angosce né conflitti, fanno l’amore con più uomini nello stesso arco di tempo, nello stesso giorno, nello stesso pomeriggio, nelle stesse ore.

I motivi per cui lo fanno non hanno importanza, se c’è serenità e naturalezza. Può essere che siano innamorate pazze di due uomini, o che gliene piacciano cinque, o che vogliano esplorarne tantissimi come si esplorano paesi, o che stiano bene nella varietà; può essere per forme svariate d’amore, può essere per gioco, piacere, gratificazione, può essere pure per vanità, o anche per denaro. Non importa il perché: ad affascinarmi è il fatto in sé, è una cosa che mi attrae e talvolta proprio m’innamora.

È una mia psicopatologia, collegata a traumi, mancanze, complessi, conflitti e blablabla? Ma probabilissimo, anzi direi sicuro, per carità. Ne ho a bizzeffe, nella vita, di cause da indagare, ogni tanto le indago. Certo che anche gli altri, tutti quelli con cui entro in confidenza e di cui quindi so qualcosa, e che hanno i comportamenti più svariati, scarsi proprio non sono, di traumi, mancanze, complessi, conflitti e blablabla. Quindi la patologia dove sta? Chissà.

Credo però che nel fascino che esercitano su di me le donne di libera multipla sessualità ci sia anche una componente ideologica, politica. Ebbene sì.

Provate a pensare un mondo dove la stragrande maggioranza delle donne, una maggioranza schiacciante, fa l’amore con più uomini insieme, negli stessi giorni, nelle stesse ore, nella stessa quotidianità: e non magari per un breve periodo giovanile scapigliato, ma sempre, come naturale condizione di vita.

È la rivoluzione più grande che si possa immaginare. Quasi non la si può nemmeno immaginare. Crolla il patriarcato che ha formato e dominato praticamente tutto il mondo da millenni. Crolla il possesso maschile, crolla la gelosia. Crollano le religioni monoteiste e non solo quelle, crollano sostanzialmente tutte le religioni. Crolla la famiglia tradizionale e di conseguenza muta tutta la società che su di essa si basa. Cambia lo Stato, cambiano le strutture, l’economia, la pedagogia, la scuola, cambiano le figure genitoriali, cambia la psicologia, cambia l’arcobaleno dei sentimenti. Cambia persino l’alimentazione, cambiano le strutture abitative, i nuclei di convivenza, cambia l’architettura, l’arte, i trasporti, tutto. Forse, forse, crolla persino il capitalismo, che è un osso duro.

È una rivoluzione che a me piacerebbe, è un mio utopico sogno. Ma a voi no, non piacerebbe, dai, siate sinceri che vi voglio bene lo stesso, a voi non piacerebbe, uomini e donne del mio tempo e del mio spazio, mie amati stranissimi compianetini. A voi non piacerebbe. Ed è per questo, in definitiva, che nel pensiero maschile ma anche femminile, nel sentire profondo radicato, la donna che fa l’amore con più uomini resta una brutta troiaccia.

Ma io vi capisco. Siete dei conservatori (non è un insulto). Le rivoluzioni sono pericolose e faticose. Chi lascia la via vecchia per la nuova… Dai, se si è sempre fatto così, vuol dire che è il modo (mondo) migliore. È così pieno di pace, di entusiasmo, d’amore, di fraternità, di giustizia, di felicità che trabocca da ogni angolo. Va tutto così meravigliosamente, cosa vuoi rivoluzionare?

Non cambierà nulla. Io però di mio sono particolarmente affascinato dalle donne con tanti uomini, ci faccio le poesie, ogni tanto me ne innamoro, con qualcuna ho avuto la fortuna di farci l’amore anch’io, altre le ho disperatamente corteggiate invano, che non è che sei stata con mille allora sei facile, come pensano gli idioti. Loro sono le mie muse principali.

Spero che non si offendano le altre, quelle che trovano inconcepibile fare l’amore con due nello stesso giorno, quelle che per passare da un uomo a un altro hanno bisogno di lunghi complicati percorsi, di esclusiva confidenza anteriore. Apprezzo anche loro, con la massima stima, con simpatia e amore quando c’è, che simpatia e amore non c’entrano nulla con i modi di vita, con i comportamenti. C’è splendore in tantissime diversissime persone, con differenti sensibilità, differenti caratteri, differenti idee. Però quelle con tanti uomini sono le mie muse principali, ecco tutto.

Quegli artisti ribelli

Tag

,

Scherzano sul porno, ironizzano su Dio,
s’irrigidiscono se parli del porno
che fa un’amica o amata o se dici
che anche Allah, naturalmente, è porco.
Lodano il trasgredire, s’imbarazzano
se trasgredisci in modi non previsti.

Affermano che l’arte, la poesia
è qualcosa staccato, un prodotto elaborato
che con la vita vissuta non c’entra.
Hanno vite riposte, riparate
da tende fitte al di là delle quali
non c’è da scherzare, poetare, ironizzare.

Io qui sempre mi confondo. Per me
è la vita che secerne la poesia
come un enzima la ghiandola, senza
nessun geniale trucco. Viceversa
– scusate il paradosso – molto spesso
è la vita che non c’entra con la vita.


Scritta nel 2017.

Quarantunesimo anniversario

Tag

, , ,

Mio padre non rispettava i limiti di velocità
né certe altre cose, sembrava
impacciato nelle sue sicurezze, forse
non si domandò mai cosa fosse la vita:
con gli oggetti era bambino, travolto
dall’esplosione economica, imbruttì
la vecchia casa con aggeggi di lusso
e lavorò, lavorò per fare soldi
moltissimo, morì con cinquantuno
anni forse d’infarto. Non ricordo da lui
insegnamenti profondi, parlava
del più e del meno, non ricordo
nemmeno esempi profondi di vita,
anzi alcune cose che direi deplorevoli.
Si penserà che sto mancando
di filiale rispetto, ma così non è:
penso con tenerezza a mio padre
che credo mai si concesse tenerezze
perché non erano cose da uomini.
Sono oggi quarantun anni che è morto.
Io non so se i miei genitori si amassero,
non lo sapevo da bambino
e non lo so ora: certe cose
si davano per scontate e nessuno
controllava che fossero vere.
Spesso gli adulti mi mostravano
altisonanti realtà, io guardavo
e vedevo noia, miseria, falsità:
ma tacevo e provavo a inventare
mondi miei dove meglio abitare.
Se esistesse un aldilà
potrei poi parlare con mio padre
di queste faccende, ma non credo.
Nella vita parlare non s’è fatto:
si era tutti fragilissimi e chiusi
in corazze apparenti. Ma patii
quando fece cambiare le porte
delle stanze, vecchie porte alla buona
con i vetri e mise porte più lussuose
di legno duro, senza vetri, mi mancò
percepire almeno nello sfocato
smeriglio dei riquadri qualcosa
che fosse un poco più ampio di me.


Scritta nel 2017.

Mattino immobile

Tag

,

Due uccelli che non identifico
hanno volteggiato intorno a un’antenna
e sono scesi oltre il tetto di fronte.
Un alzarsi di vento sulle cinque
m’ha svegliato, ho controllato gli ormeggi
d’alcuni oggetti sul terrazzo, poi
ho ridormito due ore. Adesso
c’è questo mattino di nuvole alte,
nessun segno di vita alle finestre
del cortile, c’è più silenzio che a mezzanotte
ed è forte il tic tac dell’orologio
che sta sul muro sopra lo scaffale.
Ondeggia piano una borsa di tela
appesa alla ringhiera del balcone.
Sembrerebbe un’attesa, ma di cosa?


Scritta nel 2017.

Quanti

Tag

,

Fra quanti glutei, su quanti ani, per quanti scroti
verso quanti glandi è dolcemente scorsa
la tua agile lingua? Quanti peni hanno varcato
della tua vulva le morbide labbra?
Quanti col pugno chiuso hanno slargato
la capiente vagina? Quanti spruzzi di sperma
hanno fatto ricami sul tuo viso?
Ha orinato qualcuno sul tuo seno?
E donne, quante donne hai baciato
su tutto il corpo? Hai provato due membri
insieme, nei due fori che separa
il breve perineo? Con quanti donne e uomini
hai dormito abbracciata, con quanti
hai camminato mano nella mano?
Non c’è nulla di morboso né geloso
in queste mie domande: c’è un’attenta
curiosità d’amante, c’è una voglia premurosa
di partecipare alla tua vita. Ma lo so
che non lo si capisce mai, mai, mai – perciò
queste domande non te le farò.


Scritta nel 2017.

Il volteggio

Tag

,

L’ultima volta che mi sono concesso
di passare in via Oropa
al tuo balcone dalla finestra aperta
volteggiava una tenda bianca
leggera nel vento leggero
(sarà stata davvero bianca? io deformo
i ricordi in un attimo, lo so)
volteggiava una tenda lunga e dentro
c’era una luce calda e ho pensato
una sera dolce, tu, il tuo uomo
di adesso, i tuoi bambini:
non ho visto nessuno, non c’era
nessuno sul balcone né ombre alla finestra,
non ho sentito nessun suono, ho visto
solo la tenda volteggiare morbida
elegante come una lunga veste
e ho pensato a una tua sera dolce
col tuo uomo di adesso, coi bambini
a fare qualsiasi domestica cosa.

Vedi, lo so che le tende volteggiano
indifferenti anche quando nelle stanze
c’è odio o tristezza o dolore o litigio,
ma io non credo: io ho immaginato
una tua sera dolce, col tuo uomo di adesso
e i bambini, qualcosa sul tavolo, forse
dei biscotti, un libro sfogliato lentamente
mostrando le figure.

Non mi sono fermato nemmeno un istante,
ho camminato dritto, tenendo negli occhi
l’attimo del volteggio della tenda
e l’eterno mio bisogno di parlarti.


Scritta nel 2017.

Cuori solitari

Tag

,

Slargare le cosce dovrebbero
alcune, mostrarmi la fica
aperta, odorosa, fragrante
offrirla ai miei sensi, al mio tatto.

Fluttuare le poppe dovrebbero
alcune, strisciarmi i capezzoli
sul viso: così sporgerei
le labbra e la lingua a lambire.

Dovrebbero accogliere alcune
il cazzo, i trepidi sogni,
lo slancio, lo sperma, la voglia
che ho nella carne e nell’anima.

Dovrebbero. Si obietterà:
perché poi dovrebbero? Mah,
così: per provare a creare
possibile felicità.


Scritta nel 2017.

γούνατα λύειν

Tag

,

Da tempo spari sui miei sogni, hai
buone ragioni per farlo, ma ormai
è uno sparare sulla croce rossa: la forza
dei miei sogni è sempre stata non esserlo:
chiamare sogno un sogno me lo uccide:
provvedo io, non c’è
bisogno di fucile.

Hai buone ragioni, ragioni forse
con radici d’amore – io ti voglio
bene uguale, mentre spari, ti capisco:
però cado, sento le ginocchia sciogliersi
come un guerriero ellenico sfinito
dalla battaglia, che fu epica e sonante
solo nei versi d’Omero: per terra
un ordinario marcire di sangue,
il dolore crudele, la paura.


Scritta nel 2017.

Scene d’arte

Tag

, ,

tre modelle affiancate
messe a quattro zampe
filmate da dietro
nude tranne il reggicalze
le calze e i tacchi a spillo
mostrano i glutei e le cosce
fra i glutei gli ani slargati
fra le cosce le bene aperte fiche
poi filmate di tre quarti
pendono grosse poppe
ondeggiano capezzoli in rilievo
con vaste areole scure
poi graziosi si volgono i visi
tra i fluenti capelli
a mostrare sorrisi
accattivanti
per me queste sono
scene d’arte bellissime importanti
ma voi pensatela come volete


Scritta nel 2017.

Il rumore

Tag

,

Quando cerchi di discernere un rumore
che ti sta a cuore
che è per te un segnale
è allora che t’accorgi di quanti
rumori ci sono nell’aria:
non ci avevi, prima, fatto caso,
non era che un sottofondo normale.

Ma quando cerchi di discernere un rumore
che ti sta a cuore
li senti tutti, anche i più sommessi,
i più deboli o lontani:
alcuni ti confondono, assomigliano
al tuo e allora vorresti
che tutti tacessero, tranne
il rumore che ti sta a cuore,
quello che tendi l’orecchio per sentire.


Scritta nel 2017.

 

Nudità e corsetteria

Tag

, ,

La nudità totale ninfale
è la mia preferita assoluta-
mente nelle fanciulle, però
mi piace pure qualche corsetteria,
qualche accessorio a volte.

Le scarpe col tacco appuntito
sono belle soprattutto se posso
osservarne le suole, se i tacchi
fendono l’aria rasente i miei lombi:
non sono scarpe da camminare, sono
ampolle da capovolgere
su altari di fresche odorose lenzuola.

E un reggicalze con le sue bretelline
congiunte all’orlo opaco delle calze
senza le mutandine
fa un tabernacolo per inquadrare
la soffice particola
che di tutto è l’origine e il fine.

La nudità totale ninfale
è però il massimo: è lo spirito
che scende non nel tempio celebrante
ma in un posto qualsiasi, imprevisto, improvviso
come un refolo d’aria da un valico:
gli uomini presi dai loro pensieri
non s’accorgono, ma spesso
si volta lesto, curioso, un bambino.


Scritta nel 2017.

Notte di Ferragosto

Tag

, ,

A Torino, notte di Ferragosto, i suoni
sono diradati: meno motori, più voci,
qualche tonfo, un aereo che passa, lo sciacquone
dei vicini di casa, più voci,
forse un uccello notturno al terrazzo,
un frullo m’è parso,
una radio da un’auto che apre la portiera
per far scendere una donna, più voci,
m’arriva persino il lusso
d’un suono di pianoforte da una finestra
aperta, gialla: ho mestiere abbastanza
per ambientarvi una notte in pochi versi,
volendo, ma
non m’interessa più. La domanda è che cosa
avvicina o allontana le persone,
qualcosa di mutevole che talvolta
allontana chi aveva avvicinato o
viceversa, benché il viceversa
mi sembri più raro. Prima, rincasando, ho visto
quattro neri all’angolo a far nulla, in piedi,
un quinto passa in bicicletta e li saluta
nella notte lucida, veloce: che cosa
li unisce? Ridono e domani
uno sgarbo potrebbe far luccicare coltelli,
la donna scesa dall’auto ha salutato
gaia, potrebbe già piangere stanotte
per un messaggio, per un malinteso. Che cosa
avvicina o allontana le persone, alterna
l’indifferenza all’ansia, il desiderio
alla repulsione? Quale ricercato valore
fa sopportare la monotona vicenda
dell’angosciosa quotidianità – e d’un tratto
non sopportarla più? Quale braccio di sentimenti
cinge le persone che chiacchierano, litigano,
si salutano in un intricato fibrillare
d’impulsi opposti, di capovolgimenti
accettati con rassegnata
serenità rabbiosa, come in natura lepri
che brucano l’erba e se scende il falco, scende
– ma contemporaneamente, contraddittoriamente
fanno progetti, mutui, promesse d’amore
quasi tutto fosse eterno e stabilissimo?

Notte di Ferragosto, ora più sommessa,
un rumore imprecisato, forse un portone
– sono molti i rumori indecifrabili
in qualsiasi notte o giorno – più voci
da lontano, forse un bambino
pone istanze a una madre, ma è
solo una congettura, una scena
da immaginare. Non so nulla delle vite
e dei loro perché, del prendere e lasciare
e gioire e soffrire di cose a me incomprensibili.

Una voce e un viso mi bastano per
costruire mille vite che tutte vivrei
veramente, interamente
– ma è che anche una poesia, se mi viene in mente
e scorrono le parole in testa ma non posso
scriverla subito, abortisce.
Così è dei sogni: anticipando
una realtà, la bruciano: nulla mai accadrà
di ciò che si sogna. Bisognerebbe non sognare,
forse è così che fanno le persone
che chiacchierano all’angolo in circolo:
nulla immaginano, nulla s’aspettano
e consentono dunque alle cose di avvenire
– però è strano, perché fanno i mutui, i progetti,
le promesse d’amore, io non capisco.

Fa niente. Ora è davvero silenziosa la notte,
mi metto a letto. Nel socchiudere gli occhi
è eterno ogni amore, senza alcuna promessa:
vivo ogni vita che davvero vivrei.


Scritta nel 2017.

Testimoni

Tag

, ,

Quando sbadiglio mi metti
l’alluce in bocca, poi sentiamo
il carillon che ti regalai, dici,
quando fingevo d’amarti.

Ma io non fingevo, t’amavo
e t’amo ancora. Domandalo
ai letti, alle case, alle panche, ai soffitti,
all’erba piegata dal vento, ai canali,
alle biciclette, ai jukebox, ai rondoni,
ai campanili, ai pullman, ai tubi,
alle tazze, alle strade sterrate,
ai vagoni, ai caffè, alle stazioni,
ai baci e agli abbracci: vedrai
che, unanimi, lo confermeranno.

Le cose vedono meglio di noi.


Scritta nel 2017.