Nuda sulla pianta

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nuda sulla pianta
dice una canzonetta del ’72
e tu davvero nuda sull’albero
mi sorridevi

io da sotto un po’ in ansia
(a cinque o sei metri di altezza
i tuoi piedi nudi sui rami)
ti scattavo qualche foto

altro che canzonette
eri davvero nuda
eri davvero sull’albero
soprattutto eri contenta

sorridevi davvero contenta
era la primavera del ’19
audacemente nuda
al parco della Mandria

nuda i piedi le mani
le gambe il seno la fica
nuda tutta adagiata
nei gomiti dell’albero

è quasi un anno adesso
che non ti vedo più
guardo le foto
dove nuda sorridi

magra consolazione
le foto ci uniscono
non esisterebbero
se non le avessi scattate io a te

la domanda è
perché tu non puoi vivere sugli alberi?
tu stai così bene nei boschi
così a tuo agio

è una domanda poetica
è una domanda trabocchetto
che può intralciare
tanto lo sappiamo che non puoi

e giù dagli alberi
i problemi – come stai?
ti sei incamminata
per una vivibile vita?

ardo dal desiderio
di rivederti eppure forse
hai fatto bene a troncare
io sono uno che ti può intralciare

io che una vita vivibile
la cerco con chi capita
parlo a vanvera
di tutto m’innamoro e disamoro


Scritta nel 2021.

Il manovratore

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Al solstizio, il manovratore si dimenticò di invertire la marcia e le giornate continuarono ad allungarsi. Passato qualche mese, ormai il sole del lunedì tramontava martedì mattina, trovandosi in compagnia nel cielo con quello del martedì, che era sorto prestissimo. Se la direzione non fosse mai più cambiata, presto anche tre, quattro, cinque giorni si sarebbero sovrapposti, con tre, quattro, cinque soli nel cielo. In tutta quella luce perenne, la luna non si vedeva più, benché continuasse, nascosta, i suoi giri misteriosi.

Al principio ci fu allarme. Gli scienziati disegnarono un avvenire apocalittico di fame e arsura: con il sole perenne – i soli, anzi – tutta la vegetazione sarebbe scomparsa, e con essa ogni forma di vita. Il comitato tecnico scientifico, per intanto, suggerì al governo l’obbligo di creme solari per tutta la popolazione, e la forte raccomandazione di coprire il viso con una mascherina. Gli industriali litigavano con i sindacati sulla ridefinizione degli orari di lavoro in quella perenne luminosità.

Con il tempo, le cose non parvero però andare così male. Per qualche misterioso motivo, la luce dei soli non si sommava, né il loro calore si accumulava: era sempre estate, ma un’estate nemmeno troppo torrida. Qualcuno sentiva la mancanza della notte, certo. Ma c’erano locali con spesse tende alle finestre per i nostalgici dell’oscuro, e quanto a dormire, se hai sonno dormi anche nel chiaro. Il biglietto d’ingresso a certe grotte turistiche aumentò di venti volte, perché il commercio è commercio.

Tutti quei soli in giro per il cielo non intimidivano affatto le nuvole, anzi. C’erano turbini di nubi, temporali, piogge torrenziali che presto presero un ritmo quasi periodico. All’alternanza fra giorno e notte si sostituì quella fra sereno e pioggia. Qualche specie si estinse, sì, ma niente di che: da miliardi di anni se ne erano estinte. Nel complesso, piante e animali si adattarono bene alla nuova situazione.

I vecchi dicevano che loro già sapevano da prima che non sarebbe stato un problema: «Non è che dieci candele facciano tanto diverso da una». I giovani progettavano imprese adatte a un mondo perennemente illuminato. Gli amanti, quando erano stanchi dei corpi in piena luce, chiudevano gli occhi e si annusavano. I terrapiattisti, pur non potendo dimostrare nulla, ebbero la loro piccola rivincita: se i soli dei giorni si sovrapponevano, tutto Copernico diventava fuffa.

Triscian però aveva nostalgia della luna, e anche del buio dei boschi in cui era stata abituata a inoltrarsi cauta, attenta agli inciampi e agli animali selvatici. Perciò si mise in cammino. Voleva trovare il manovratore e chiedergli di invertire la marcia, anche rimproverandolo: come aveva potuto, per la prima volta da quando il mondo era stato partorito, dimenticarsi di spingere la leva?

Dunque Triscian camminò per giorni e giorni, quei giorni che gli orologi, per scongiurare il pericolo che le persone non avessero più età, si ostinavano a misurare come sempre. Attraversò città via via più piccole, poi villaggi, poi case sparse fra montagne. Alla sorgente d’un fiume vide un’ampia caverna e intuì che il manovratore abitava là dentro.

Senza alcun timore, s’incamminò nel buio, tastando con i piedi il terreno roccioso. Gli occhi impiegarono molto tempo ad adattarsi. Vide, in fondo alla caverna, un fuoco che ardeva su un sasso, senza nessun combustibile a nutrirlo. Accanto al fuoco un ragazzo dormiva, nudo. Triscian notò che era molto bello: di certo era lui il modello, mai conosciuto da nessuno, che certi scultori antichi avevano ritratto nel marmo.

Sicura che fosse lui il manovratore, Triscian lo svegliò toccandogli una spalla e gli domandò: «Come hai potuto dimenticarti di spingere la leva del solstizio? Si muovono in cielo decine di soli, e io ho nostalgia della luna». Il ragazzo si volse a lei e rispose: «Non mi sono dimenticato. Da miliardi di anni vivo qui da solo, restando sempre ragazzo, con il compito d’invertire, due volte all’anno, l’andamento del tempo del giorno e della notte. La solitudine e la noia mi erano divenute insopportabili, e allora ho smesso di azionare la leva: l’ho fatto d’estate, perché amo la luce più che il buio. L’ho fatto perché succedesse qualcosa. L’ho fatto perché arrivassi tu qui».

Triscian sorrise e lo abbracciò: abbracciò quel corpo nudo che per millenni era stato solo pensato, sognato, disegnato, dipinto e scritto. Parve al ragazzo di cominciare a vivere, parve alla ragazza di avere per la prima volta la pelle, il sangue, le membra disegnabili, pensabili. Si amarono.

«Vengo via con te» – le disse, preso di felicità.
«Ma se verrai via di qui dovrai diventare adulto e poi invecchiare e morire» – gli disse, e soggiunse ridendo con gli occhi: «E ti dovrai vestire!»
«Farò tutto questo con te, vivremo insieme».
«Ma chi manovrerà la leva dei solstizi? Non tornerà la luna mai più?»

Il ragazzo si avvicinò alla grossa leva, che stava poco oltre il fuoco, e la spinse, facendola pendere verso il lato opposto. I giorni, all’istante, cominciarono ad accorciarsi.

Abbracciò di nuovo Triscian e le spiegò: «Il capo manderà un sostituto, per il tempo che resta fino alla fine. Niente è eterno, lo sai, nemmeno i soli e le stelle e le lune».
«Lo so. Ma perché non hai chiesto subito di essere sostituito?»
«Perché prima dovevi arrivare tu qui».

Triscian e il manovratore, di cui non sappiamo il nome, vissero amandosi per il tempo che vissero. I giorni pian piano tornarono all’antica altalena, e la luna ricomparve in cielo, a crescere e calare alla maniera di sempre.

E credo che oggi di quel piccolo incidente di percorso nessuno, ma proprio nessuno si ricordi più.


Scritto nel 2021.

Trigonometria

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C’è una tua foto a cui sono affezionato.
Non è delle migliori, anzi.
È una di quelle foto al volo che scattano
i fotoamatori prima di passare
al “dopofoto” – conosco almeno tre
“modelle” che campano del “dopofoto”:
cioè puttane, non c’è nulla di male,
ci sono tanti malintesi su questo.

Il regista Nanni Loy una volta in un programma
televisivo di quando avevo la televisione
comunque prima del 1995 perché vedo
su Wikipedia che nel 1995 è morto
– era un programma con ospiti, interviste,
c’era appunto una “modella” di quel tipo
e parlava di “fotoamatori” e Loy
disse che erano “fottoamatori” – ciò
era arguto, in sé, ma fastidioso
perché di fatto moraleggiava/derideva
la giovane ospite puttana, Loy era
come suol dirsi “uomo non superiore ai suoi tempi”
non sono molti i superiori ai propri tempi.

Comunque: a questa tua foto, non so
da chi scattata, presumibilmente
prima di una scopata redditizia, mi sono
affezionato. Sei accovacciata
– integralmente nuda – sulla punta dei piedi
a cosce aperte, con il busto eretto
e anche le braccia aperte, appoggiate
a qualcosa, non si vede a che cosa
perché l’inquadratura ti taglia fuori le mani:
ciò che farebbe inorridire i veri fotografi,
mai tagliar via un pezzo del soggetto,
però anche i veri fotografi a volte
sono rompicoglioni, perché
non esiste una regola nell’arte,
dovrebbero saperlo. Dunque, sei presa
di fronte, lo sguardo fiero puntato
nell’obiettivo, sei eretta e tutta aperta:
sei bellissima come tu sai essere
in qualsiasi luce o angolazione:
trovo che tu sia, qui, la versione eccitante
dell’uomo vitruviano di Leonardo:
dunque questa foto è un involontario
capolavoro, Leonardo capirebbe.

Così nel mio talento di perdere tempo
faccio misure delle proporzioni
tue più che auree. Vediamo. In una foto
l’unità di misura è relativa, dipende
da in che formato è stampata la foto
ovviamente. Adotto dunque, invento
i “millimetri [in] questa stampa”: mqs.

Cominciamo con l’individuare un triangolo
che unisce i due capezzoli al punto
superiore della fica, cioè dove
comincia la rima vulvare e finisce
la strisciolina di pelo che hai lasciato
sopra – acconciatura da modella.

Abbiamo 38 mqs fra i due capezzoli,
80 mqs fra il capezzolo destro
(a sinistra nella foto) e la fica,
81 mqs fra la fica e il capezzolo sinistro:
per un solo mqs non sei isoscele.

La distanza fra le tue ginocchia
è 125 mqs. Nella mia giocosa
(o maniacale, è lo stesso) eroticometria
potrei inventare che la relazione
fra la distanza intercapezzolare
e la distanza interginocchiale
dà il coefficiente d’apertura di cosce:
in questo caso 125:38 = 3,29.

Possiamo immaginare che a gambe unite
le ginocchia starebbero all’incirca
sotto i capezzoli, coefficiente 1.
È suggestivo. Cosce aperte a 3,29
è una buona allargatura ma non esagerata.

Poi vediamo. La distanza fra l’ombelico
e la fica è 33 mqs, mentre la distanza
fra l’ombelico e ciascun capezzolo
è 50 mqs – in questo caso
perfettamente isoscele è il triangolo.

La verticale totale del tuo corpo
accovacciato, intesa come distanza
fra l’attaccatura dei capelli sulla fronte
e il limite inferiore della fica
(il punto sotto il quale c’è il vuoto,
in questa posizione accosciata)
è 156 mqs. Ma trovo più interessante
valutare la distanza fra la linea degli occhi,
la linea dei capezzoli, l’ombelico e la fica:
abbiamo nell’ordine 60, 44, 37.

I più attenti obietteranno: ma prima
hai detto 33 fra ombelico e fica,
adesso 37. Già, ma prima mi riferivo
al punto alto dove rosea comincia
la rima vulvare, adesso intendo
il limite inferiore. Eh, sono complesse
queste misurazioni! C’è anche
la strisciolina di pelo, che ci porta
ancora a 6 mqs più sopra. Non essendo
perfetta la depilazione (ho premesso
che in sé la foto non è riuscitissima
pur essendo, in sé, un capolavoro: chi
non lo capisce, è peggio per lui)
intuiamo che il pelo al naturale
andrebbe ancora 3 o 4 mqs più su.

Su questo tema esistono trattati,
“de tonsura vulvae”, ne ho scritto
in altri miei carmi, ora non divaghiamo.

Le tue areole hanno un diametro
di 4 mqs, le tue poppe 24 mqs,
6 mqs lo spazio interpoppe:
mammelle ben distinte, di media misura.

Sul lato destro della foto, il tuo sinistro,
il seno sporge oltre la linea del torso,
sull’altro lato no. Qui trovo interessante
il percorso limpido, lineare, fra braccio
e torso e fianco fino all’intersezione
con la coscia piegata (è difficile
descrivere le immagini): l’ascella
fa col torso un angolo di 128 gradi
(sono un po’ sollevate le tue braccia)
mentre il torso dove diventa fianco
(il punto vita) fa col fianco un angolo
di 144 gradi. Lo trovo armonioso.

La curva inferiore delle cosce
congiungendosi alla fica fa un angolo
di 128 gradi, come l’ascella:
ci pensi se il fotografo avesse chiesto
di metterti proprio così, per fare
coincidere questi angoli? Con prove
estenuanti? Non è stato così
ma è questo il bello.

La parte lunga, dritta della coscia
è invece perpendicolare
alla linea vulvare: verticale
questa, orizzontale quella, è perfetto.

E insomma. Bella sei. Sinceramente
preferirei stare nel letto con te
a misurarti tridimensionale
e calda, con le braccia, con le mani:
in mancanza, guardo la fotografia,
vado d’amore e trigonometria.


Scritta nel 2021.

Romantico

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Ma voi cosa intendete per romantico?

Una donna che piscia, cosce aperte
sul prato e sorridendo ti permette
d’osservare lo scroscio, la dischiusa
fica che lieve un filo d’erba vellica

forse è meno romantica del fonte
che dalla roccia sull’erta montana
scaturisce, zampilla, s’inruscella
fra i sassi scintillando e ruzzolando?

Ma voi cosa intendete per romantico?


Scritta nel 2021.

La videocamera bene orientata

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Calcolo col goniometro e la mappa
il punto dove sorgerà la luna.
Ma pioviggina, è nuvolo, è impossibile
(quasi) che la si veda. Eppure piazzo
la videocamera bene orientata
sul balcone. Tutto è sempre possibile.
Due ore dopo, non s’è visto nulla
com’era prevedibile. Riporto
in casa il cavalletto, stacco il filo.
Ma non sono pentito, io vivo così.


Scritta nel 2021.

Tiramisù cinese

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Stasera per un poco di malinconia
sono andato al cinese, mi piace
mangiare fuori da solo, in generale
mi piace più da solo che in compagnia
tranne se la compagnia è tratta da un numero
ristretto di persone, la metà delle quali
non cenerebbe con me neanche morta,
quindi ancora più ristretto. Dunque
sono andato al cinese ma adesso
non si può (per chi leggerà
questa poesia nel 2990
spero in note a piè di pagina
che spieghino il perché)
e quindi ho preso da asporto
spaghetti di soia con verdure
e un tiramisù. Le tre cameriere
disoccupate ma presenti, sedute
ai tavolini discorrevano fra loro
di non ottimo umore. Quello al banco
ha preso l’ordine, poi una ragazza
mi ha portato la roba. Pioveva.
Ho rallentato in Regio Parco il passo
per far finire il verde e godere il lungo rosso
di un semaforo, per stare ancora fuori:
i semafori di piazza Sofia sono snervanti
per chi ha premura, amici di chi
preferisce una pioggia leggera alla casa
talvolta almeno. Poi a casa ho mangiato
ed era tutto buono, il tiramisù
(a differenza della maggior parte dei cinesi)
è artigianale, lo fanno proprio loro
ed è particolare. Mi ha tirato su
e adesso scrivo, qui dentro la sera:
quest’anno, prima volta in vita mia
ho messo luci di natale alla ringhiera.


Scritta nel 2021.

Guardo un po’

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guardo un po’ il sole che sbuca
con forza e con fatica
dalle nuvole che s’aprono

guardo un po’ sullo schermo una modella
che s’apre con le dita una grotta
larga e scura fra i labbri della fica

guardo un po’ il fico che ha perso le foglie
nell’inverno sul nuovo balcone
e l’edera non si decide a crescere

guardo un po’ una matita e due forbici
infilate in un mattone forato
rosolato dal mare che ho reso portapenne

guardo un po’ le mie gambe
aperte sulla sedia
e il pavimento sotto

guardo un po’ il fumo che esce da un comignolo
di metallo lucente su un tetto di fronte
e si disperde dentro il paesaggio

avrei voluto disperdermi anch’io
in tutti questi varchi
m’è mancato il coraggio

solo ho guardato un po’


Scritta nel 2020.

Al dunque

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Scelgo con cura i francobolli
perché mi viene bene: per compensare
che non so cosa scrivere dentro la lettera:
compensazione scarsa.

Da ragazzino pensavo che
se non mi beccavano per un giorno
era scampata per sempre: un’idea
di prescrizione breve.

In fondo ho sempre sperato
che fra un ritmo, un colore bello
e qualche parola placebo
non s’arrivasse, mai, al dunque.


Scritta nel 2020.

In cesti fiduciosi

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Mentre cenavo da solo nel silenzio
ho pensato che credo di amarti
perché con tutti gli strazi – tu m’eri
aguzzina, m’accusavi di esserlo,
eravamo due bambini col bisogno
di scalciare e con l’altro bisogno
di rannicchiarci come gatti
in cesti fiduciosi che però
per nessuno di noi sono esistiti –
con tutti gli strazi, dicevo
dormirti accanto fu beatitudine
di quella che in qualsiasi vita è rara
e il sesso inconcepibile, la sagoma
vuota d’un taglio omicida o
mancante per agenesia, dicevi
(quel tuo mestiere intermittente)
“sto bene con il sesso a pagamento
perché almeno lo so che cosa accade”
ma non sarebbe stato un espediente
pagarti, che poi io peggio di te
nemmeno a pagamento so, però
dormirti accanto fu beatitudine,
irragionevole pace immaginaria
così reale, le tue braccia esili
sul mio collo, come complici o figli
o qualcos’altro di non insidioso,
di fido all’abbandono, gli occhi chiusi.
Furono belle quelle poche notti
pur con tutti gli strazi – ora nei mesi
di quest’assenza senza fine, credo
di amarti ma non chiedo a te di credermi:
sono iridi d’olio i miei pensieri
su pozze mobili, rilucenti a volte:
forse solo seccandosi, morendo
fissate in un disegno impercettibile.


Scritta nel 2020.

11 novembre

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San Martino, finestra spalancata
e termo spenti, ventiquattro gradi
qui nella stanza. Benché giustamente
brumoso e tenue, il sole scalda l’aria
con buon profumo d’umido e di foglie.
In fondo al parco ora più chiaro appare
il fiume a mano a mano che la fila
degli alberi si spoglia, lentamente
come una brava stripteaseuse sul palco.


Scritta nel 2020.

Programma

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Sono riusciti a far odiare la terra
come infetta: se ti cade il biscotto
non mangiarlo, non darlo al bambino:
è buono solo ciò che sta sigillato
nei nostri involucri, tonnellate
di plastica. Sono riusciti
a umiliarci in labirinti di uffici:
chini, come sudditi, alle porte.

Hanno indebolito il senso d’orientamento
con strade tutte uguali, decifrabili
solo con quei navigatori che vendono.
Sono riusciti a inchiodarci nelle case
con tivù di menzogne e d’idiozie
in facili torpori, come pere d’eroina.
Sono riusciti a vestirci da arlecchini
arancio e argento, sotto pena d’essere
schiacciati da auto, da camion.

Ci hanno ridotti a numeri in attesa
d’incerte cure a incerte malattie.
Ci hanno fatto accettare ricatti piccoli
come l’euro in ostaggio nel carrello
e ricatti grandi, niente scuola
se non sei vaccinato a nostro modo.
Ci hanno trattati da bambini ritardati
con obblighi di caschi, di cinture;
alla stazione ci fanno pisciare
soltanto a pagamento e in certe ore.

Ci fanno la morale: disdicevole
è andare con puttane, sdraiarsi sulle panche
o mangiare del pane nelle piazze;
sul video del computer la maestrina
social vieta capezzoli e parole:
mette concetti all’indice, strizzando
l’occhio agli inquisitori del Seicento.

Ma in compenso sei promosso anche se
non metti in fila due verbi senza errori:
che importa la grammatica, obbedisci
e a tutto il resto ci pensiamo noi:
ti sentirai come un piccolo dio
dentro il cosmo col codice a barre
che ti abbiamo riservato in esclusiva!

Corri al centro commerciale e in farmacia
e sarai bello! Ci hanno convinti
che ciò che non combacia al loro mondo
è malattia o delitto, ma ci curano
se stiamo a testa bassa, con premura.

A volte prendono qualcuno dalla strada
e lo portano nelle trasmissioni
per umiliarlo a recitar frasette
confezionate, lui tutto contento.

Non ci sono più i giullari di una volta
e bisogna arrangiarsi: il giullarato
è collettivo, molto democratico:
vieni, puoi essere scemo anche tu
alla corte del nostro benevolo re
che ti compenserà con un bel gadget!
Ballano professori come orsi
resi schiavi nel circo, chi si umilia
sarà esaltato dalla televisione.

Ora il capolavoro, tutti in maschera
obbligatoriamente in tutto il mondo:
il personaggio da rappresentare
per divertire il nuovo imperatore
non è un demone né un animale
né un deforme né un dio come soleva
fare il teatro antico: no, è per tutti
l’Imbavagliato, eroe del nostro tempo.

Reciti ciò che veramente sei
e non lo sai! Ti conosco mascherina
e tu non ti conosci. Abbi paura
ma la paura giusta, non pensare
alle guerre e alla fame, al pianeta che muore
o all’ingiustizia: l’orizzonte è un virus
al ballo mascherato della globalità
tataratatatta tattà.

[Detto questo, in chiave (auto)critica
mi pongo un problema: chi è
l’imperatore sadico annoiato
che si vuol divertire? Forse il re
come virus s’è scisso, è diventato
un re diffuso, un molto democratico
tiranno porta a porta: forse infine
siamo noi gli aguzzini di noi.

Se ci sia o non ci sia un manovratore
è una questione che lascio agli storici:
io non sono che un poeta vagheggino
narratore di vulve, di fiumi, d’aurore.]


Scritta nel 2020.

I pendolari di Chivasso

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Mi sono fatto una buona mappatura
dei punti da cui sbucano gli astri
in piazza Sofia, ho stampato un goniometro
perché a occhio, non credere, sbagli.

Ieri la luna l’avrei beccata in pieno
ma in lontananza le nuvole basse
l’hanno scoperta solo dopo sorta
per qualche istante, subito richiusa.

Io se facessi ciò che veramente
voglio, spaccherei tutti i vetri dei pullman
neri, che si stanno diffondendo:
pullman oscuri, forse pieni di alieni
con viscidi tentacoli, o di mafiosi in gita
e invece sono i pendolari di Chivasso
probabilmente, nascosti in quelle capsule
lucide e fredde che li rendono invisibili
e spaventosi.

Molto vivace il cielo stamattina:
il sole va e viene – per modo di dire:
sono le nubi a passargli davanti.

Ma il modo di dire è modo di essere:
in certi giorni il sole non c’è:
veramente non c’è, come nei pullman
neri ansiosi i pendolari di Chivasso.


Scritta nel 2020.

Il budino a cena

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«Il popolo esiste» disse il pazzo
«ed è per questo che sto bene qui
rinchiuso nella clinica, dottore.

Il popolo esiste, l’ho incontrato:
odia i froci e le lesbiche, i matti
e la danza, i saltimbanchi, gli immigrati,
le puttane e i poeti.
Il popolo esiste e vota Salvini
e Meloni, i fascisti, il popolo
esiste e mi ha picchiato.

Il popolo esiste, si rintana
in case fetide o in case di lusso:
case chiuse, non c’è differenza.
Il popolo esiste e sta in agguato:
tremila, mille, cento anni fa
esiste e mi ha picchiato».

Crescendo di tono, era una crisi
delle sue (il dottore chiamò
l’infermiera per la dose di calmante)
il pazzo continuò: «Io sono il servo
tradito e massacrato da altri servi
ossequienti al padrone, io sono il cristo
crocifisso dal popolo, io sono
il monatto seduto sui cadaveri
sopra il carro a Milano e grido evviva
il virus, la moria della marmaglia!»

Poi crollando, prendendo la pastiglia:
«Però non muore mai questa marmaglia,
non è mai morta, dall’età del ferro
o della pietra, da sempre, non so.
Sto bene qui, dottore, mi scende
quiete nel sangue. C’è il budino a cena?»


Scritta nel 2020.

L’ultimo amore

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Bella ma conflittuale
l’ultima volta, destinata temo
a rimanere eternamente tale.

Oh, una fortuna, da innamorati
(qualunque cosa questo voglia dire)
a io sessantasei, ventotto lei
anni, mi si può invidiare, ma
sono più complicati
(sono in fondo indescrivibili, sempre)
gli amori, tutti gli amori vissuti.

Ora è un anno abbondante che non scopo:
non succedeva da prima della prima
volta, a ventun anni, non precoce.

Tutt’altro che calante è il desiderio
ma non vedo all’orizzonte
possibilità. Ora l’unica donna
a toccarmi è la fisioterapista
per un dolore alla spalla destra.

Beh, normale! Sono vecchio. Potrei
dilapidare un poco di pensione
con una buona solida puttana,
non ci ho trovato mai nulla di male:
sono più complicate
(sono in fondo indescrivibili, sempre)
le relazioni umane, tutto vale.

Oh, sarebbe romantico pure
se rimanesse in assoluto l’ultima
quella di cui così assolutamente
due anni e mezzo fa
con la sapienza d’un adolescente
mi sono innamorato. Ma
tutt’altro che calante è il desiderio.

Quant’è bbello l’ultim’ammore,
ma si spera in un chiù bbell’ancora.
Te o nessuna mai più
Gianni Morandi cantava dal grammofono:
avremmo limonato con chiunque.

Da vecchi tutto diventa ridicolo,
bisogna fingere d’essere saggi,
fare gesti col braccio e con la testa
larghi, solenni, dir così e cosà.

O anche niente. Mah.


Scritta nel 2020.