Programma

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Sono riusciti a far odiare la terra
come infetta: se ti cade il biscotto
non mangiarlo, non darlo al bambino:
è buono solo ciò che sta sigillato
nei nostri involucri, tonnellate
di plastica. Sono riusciti
a umiliarci in labirinti di uffici:
chini, come sudditi, alle porte.

Hanno indebolito il senso d’orientamento
con strade tutte uguali, decifrabili
solo con quei navigatori che vendono.
Sono riusciti a inchiodarci nelle case
con tivù di menzogne e d’idiozie
in facili torpori, come pere d’eroina.
Sono riusciti a vestirci da arlecchini
arancio e argento, sotto pena d’essere
schiacciati da auto, da camion.

Ci hanno ridotti a numeri in attesa
d’incerte cure a incerte malattie.
Ci hanno fatto accettare ricatti piccoli
come l’euro in ostaggio nel carrello
e ricatti grandi, niente scuola
se non sei vaccinato a nostro modo.
Ci hanno trattati da bambini ritardati
con obblighi di caschi, di cinture;
alla stazione ci fanno pisciare
soltanto a pagamento e in certe ore.

Ci fanno la morale: disdicevole
è andare con puttane, sdraiarsi sulle panche
o mangiare del pane nelle piazze;
sul video del computer la maestrina
social vieta capezzoli e parole:
mette concetti all’indice, strizzando
l’occhio agli inquisitori del Seicento.

Ma in compenso sei promosso anche se
non metti in fila due verbi senza errori:
che importa la grammatica, obbedisci
e a tutto il resto ci pensiamo noi:
ti sentirai come un piccolo dio
dentro il cosmo col codice a barre
che ti abbiamo riservato in esclusiva!

Corri al centro commerciale e in farmacia
e sarai bello! Ci hanno convinti
che ciò che non combacia al loro mondo
è malattia o delitto, ma ci curano
se stiamo a testa bassa, con premura.

A volte prendono qualcuno dalla strada
e lo portano nelle trasmissioni
per umiliarlo a recitar frasette
confezionate, lui tutto contento.

Non ci sono più i giullari di una volta
e bisogna arrangiarsi: il giullarato
è collettivo, molto democratico:
vieni, puoi essere scemo anche tu
alla corte del nostro benevolo re
che ti compenserà con un bel gadget!
Ballano professori come orsi
resi schiavi nel circo, chi si umilia
sarà esaltato dalla televisione.

Ora il capolavoro, tutti in maschera
obbligatoriamente in tutto il mondo:
il personaggio da rappresentare
per divertire il nuovo imperatore
non è un demone né un animale
né un deforme né un dio come soleva
fare il teatro antico: no, è per tutti
l’Imbavagliato, eroe del nostro tempo.

Reciti ciò che veramente sei
e non lo sai! Ti conosco mascherina
e tu non ti conosci. Abbi paura
ma la paura giusta, non pensare
alle guerre e alla fame, al pianeta che muore
o all’ingiustizia: l’orizzonte è un virus
al ballo mascherato della globalità
tataratatatta tattà.

[Detto questo, in chiave (auto)critica
mi pongo un problema: chi è
l’imperatore sadico annoiato
che si vuol divertire? Forse il re
come virus s’è scisso, è diventato
un re diffuso, un molto democratico
tiranno porta a porta: forse infine
siamo noi gli aguzzini di noi.

Se ci sia o non ci sia un manovratore
è una questione che lascio agli storici:
io non sono che un poeta vagheggino
narratore di vulve, di fiumi, d’aurore.]


Scritta nel 2020.

I pendolari di Chivasso

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Mi sono fatto una buona mappatura
dei punti da cui sbucano gli astri
in piazza Sofia, ho stampato un goniometro
perché a occhio, non credere, sbagli.

Ieri la luna l’avrei beccata in pieno
ma in lontananza le nuvole basse
l’hanno scoperta solo dopo sorta
per qualche istante, subito richiusa.

Io se facessi ciò che veramente
voglio, spaccherei tutti i vetri dei pullman
neri, che si stanno diffondendo:
pullman oscuri, forse pieni di alieni
con viscidi tentacoli, o di mafiosi in gita
e invece sono i pendolari di Chivasso
probabilmente, nascosti in quelle capsule
lucide e fredde che li rendono invisibili
e spaventosi.

Molto vivace il cielo stamattina:
il sole va e viene – per modo di dire:
sono le nubi a passargli davanti.

Ma il modo di dire è modo di essere:
in certi giorni il sole non c’è:
veramente non c’è, come nei pullman
neri ansiosi i pendolari di Chivasso.


Scritta nel 2020.

Il budino a cena

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«Il popolo esiste» disse il pazzo
«ed è per questo che sto bene qui
rinchiuso nella clinica, dottore.

Il popolo esiste, l’ho incontrato:
odia i froci e le lesbiche, i matti
e la danza, i saltimbanchi, gli immigrati,
le puttane e i poeti.
Il popolo esiste e vota Salvini
e Meloni, i fascisti, il popolo
esiste e mi ha picchiato.

Il popolo esiste, si rintana
in case fetide o in case di lusso:
case chiuse, non c’è differenza.
Il popolo esiste e sta in agguato:
tremila, mille, cento anni fa
esiste e mi ha picchiato».

Crescendo di tono, era una crisi
delle sue (il dottore chiamò
l’infermiera per la dose di calmante)
il pazzo continuò: «Io sono il servo
tradito e massacrato da altri servi
ossequienti al padrone, io sono il cristo
crocifisso dal popolo, io sono
il monatto seduto sui cadaveri
sopra il carro a Milano e grido evviva
il virus, la moria della marmaglia!»

Poi crollando, prendendo la pastiglia:
«Però non muore mai questa marmaglia,
non è mai morta, dall’età del ferro
o della pietra, da sempre, non so.
Sto bene qui, dottore, mi scende
quiete nel sangue. C’è il budino a cena?»


Scritta nel 2020.

L’ultimo amore

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Bella ma conflittuale
l’ultima volta, destinata temo
a rimanere eternamente tale.

Oh, una fortuna, da innamorati
(qualunque cosa questo voglia dire)
a io sessantasei, ventotto lei
anni, mi si può invidiare, ma
sono più complicati
(sono in fondo indescrivibili, sempre)
gli amori, tutti gli amori vissuti.

Ora è un anno abbondante che non scopo:
non succedeva da prima della prima
volta, a ventun anni, non precoce.

Tutt’altro che calante è il desiderio
ma non vedo all’orizzonte
possibilità. Ora l’unica donna
a toccarmi è la fisioterapista
per un dolore alla spalla destra.

Beh, normale! Sono vecchio. Potrei
dilapidare un poco di pensione
con una buona solida puttana,
non ci ho trovato mai nulla di male:
sono più complicate
(sono in fondo indescrivibili, sempre)
le relazioni umane, tutto vale.

Oh, sarebbe romantico pure
se rimanesse in assoluto l’ultima
quella di cui così assolutamente
due anni e mezzo fa
con la sapienza d’un adolescente
mi sono innamorato. Ma
tutt’altro che calante è il desiderio.

Quant’è bbello l’ultim’ammore,
ma si spera in un chiù bbell’ancora.
Te o nessuna mai più
Gianni Morandi cantava dal grammofono:
avremmo limonato con chiunque.

Da vecchi tutto diventa ridicolo,
bisogna fingere d’essere saggi,
fare gesti col braccio e con la testa
larghi, solenni, dir così e cosà.

O anche niente. Mah.


Scritta nel 2020.

Pubi

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M’attrassero, m’attraggono pubi di donna
incolti o depilati, più spesso
bene acconciati, come prati di giardini
disegnati in triangoli o strisce, l’erba
più alta o meno alta, regolata
o non regolata, folta o rada, rimossa
intorno al solco: il solco fa da stelo
alla corolla a ventaglio del pelo
o prosegue la striscia: il sentiero
erboso affonda dopo un ciuffo rosa
in una gora lucida odorosa, o invece
niente di questo, soltanto una brughiera
lasciata a sé, col rivolo che scorre
al di sotto della vegetazione
spontanea. Tutte queste varianti
sono buone. M’attrassero, m’attraggono
quelle arature umide, più umide
se le dita d’un sogno nelle specie
delle maldestre mie, vi richiamano
falde d’acque profonde. È sogno
la carne e non è sogno, è terra
celestialmente marcita ed è aria:
nei rari viaggi in cascina bambino
il fieno sì, per i tuffi, ma più
m’eccitava lo strame macerato
levato col tridente dalle stalle.
Dio mio, dio mio, com’è tutto bello
e finisce! Conservo il ricordo
d’occhi fuggenti, schiene magre, colli
che ho massaggiato, seni, fianchi, natiche
e inquietanti illeggibili respiri
(mi senti, amore? ti sento? ci siamo
in quest’incanto o miraggio di fiumi?)
e pubi che una sorte favorevole
concesse, con stupore, alle mie mani
e alla mia lingua e all’insicuro pene.
Poi pure queste nubi di memoria
si sfanno, come in cielo disinvolte
si fanno e sfanno, nel vento, le nubi.


Scritta nel 2020.

Sole e piscio

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Filmai in un bosco una donna pisciare
l’altr’anno in un giorno che parve d’amore,
ora filmo da un bosco il sole levare:
il disco del sole carezza il disegno
del bosco svelando l’intrico dei rami,
il fiotto dorato dal pube rimbalza
su sfoglie di foglie cadute dagli alberi.

Due video curati: ho studiato stamani
sul profilo dei colli il punto preciso
dove sarebbe apparso, per sorprenderlo;
con la ragazza studiammo posizioni
e luci migliori per dare rilievo
ai labbri rosa, al chiaro pelo, allo spruzzo:
arco splendente dalla terra alla fica.

È in un certo senso per me più prezioso
il filmato del piscio: l’amata donna
da mesi è lontana, non mi vuole più:
il sole mi accetta, si lascia guardare
finché gli occhi son capaci di vedere.
Però bando ai fatti miei: in sé e per sé
pari bellezza colgono i due filmati.

[Per due motivi, vi offro quello del sole
e non quello del piscio: mi capirete.]

da un bosco il sole levare


Scritta nel 2020.

Lenzuola

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So piegare benissimo da solo le lenzuola
eppure stamattina facendolo
mi sei venuta in mente. Lo sai, pure io
vacillo in ogni gesto, mi assedia
l’immotivatezza: devo sempre inventare
sostegni da afferrare. Ritiro
nell’armadio che era riservato a te
le lenzuola piegate, chissà se
piegate giuste, al tuo giudizio severo.

Continuo a pensare che noi ci assomigliamo,
continuo a sapere che questo non basta.


Scritta nel 2020.

L’ibisco

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Che cos’è questo amore di cui tutti parliamo?
E questa libertà, così impossibile in sé?
Che cos’è che ti muove, mi muove, ci muove?
Si finge, ogni tanto, di sapere – fra speranze
e sogni si finge, trepidando, di sapere
qualche perché, qualche affinché. Bisogna
allestire un rifugio, fare scudo alla mitraglia
dell’insensatezza. Quando torna a crollare
si ammette chini che no, non si sapeva.
Ma poi di nuovo, se ancora si è in vita
(che altro c’è da fare?) si imbastisce
la trama d’un’amaca, una tregua, un riposo
in sicurezze immaginarie, sentenze
su cui un poco dondolare, bambini
che si convincono a credere a madri
per dormire senza alcun fondamento
un sonno quieto, inventato nel buio.
Che cos’è questo amore che cerchiamo
come un ignoto oltreoceano, imbarcandoci
su deboli nostri scafi o traghetti prezzolati
di biechi trafficanti, persuasi a confidare?
Quando cedo a parlarne, mille voci
dentro e fuori di me con stridore di suoni
mi deridono, mi accusano, sbeffeggiano
le parole che ancora nemmeno ho pensato
e mi smarrisco. Che cos’è che ti muove?
Che cos’è che mi muove? Dove ha fine
e dove ha inizio lo spazio del moto?
Che cosa so di me stesso, di te?
Strepita nel tinello un televisore, un cane
abbaia in qualche luogo, dalla portafinestra
vedo oscillare nel vento un ibisco: ieri
mi ha detto mia madre: è l’ibisco
che hai piantato tu, però non mi ricordo
di averlo fatto, sarò stato distratto
e solo dai grossi fiori riconosco gli ibischi
da qualche anno in qua, ripeti e ripeti:
mai li distinguerei se non fioriti. Chissà se
porterà pioggia il vento, speriamo, fa caldo.
Qui nella casa natale, a Vercelli, disteso
su un letto che forse fu mio (non ricordo)
inquadro dettagli che non riconosco.
Che cos’è questo amore di cui tutti parliamo?
La libertà che cerco, indefinita? Cosa
ha detto e dice, e a chi, la mia vita?
Il cane tace. Gracchia da lontano
qualche cornacchia, il sole si riflette
sul pavimento. Osservo i tre fori
in fila verticale di una presa sul muro.
Da bambino, ricordo, erano due
soltanto i fori, sporgevano da dischi
di vetro opachi, sulla tappezzeria
verde e dorata, se ci mettevi il dito
era subito lì sotto il metallo, la morte,
nessun salvavita, bisognava essere
bambini furbi a sopravvivere. L’ibisco:
ammettiamo, non me ne frega un cazzo
dell’ibisco, né di tante altre cose.
Che cos’è questo amore di cui tutti parliamo?


Scritta nel 2020.

Oggi due anni fa

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memoria di rete, facebook mi rimanda
in forma di ricordi poesie scritte per te
due estati fa, poesie che sono storie
forse nemmeno poesie, ma diario

oggi due anni fa eravamo in campi
della pianura del Monregalese
picchiava un sole implacabile come oggi
e noi a parlare a camminare a non cercare
ombra: parlavamo delle qualità di mais
e sparlavamo delle nostre madri
e puzzavamo di sudore, grondavamo
perdendoci su cigli di fossi seccati
fino a un gruppo di case, ricordo, da cui gente
ci guardò senza interloquire, siamo
in Piemonte, poco sotto le Langhe, Pavese
la bella estate? non so, era tutto
incredibilmente vero accanto a te

quante cose abbiamo fatto di quelle che in genere
solamente si leggono e scrivono! e quante
vissute più di come si possa
scrivere o dire! era tutto così vero
che forse era sogno
e non lo sapevamo: era quel sogno
così abissale che come la morte
nessun vivente lo può raccontare

eravamo scesi dall’altura
di Villanova, per dirti creatura
di bosco è necessario lavar via
la letteratura, lavare
i miei panni in te
creatura di bosco
semplice, increata
futura, primitiva
no, inutile, non ho
parole a dirti, forse nemmeno
tu le hai, e nessuno

[…e questo è un problema, nel mondo
che è tutto lingua e psiche
disturbo post traumatico da stress
personalità borderline
schizoide
creatura di bosco
io isterico istrionico poeta
noi… l’amore? parlavamo delle qualità di mais
e sparlavamo delle nostre madri
e puzzavamo di sudore
credevo che ce la potessimo fare]

avevi pianto fra gli alberi, poi
rasserenata, che cielo i tuoi occhi
scavati fra le nuvole, nei campi
roventi, persi, senza direzione

[ci volevano diagnosi, distacco, ma
ero tutto, di te tutta, innamorato:
avevi catturato
lo sciame sparso di tutti i miei frammenti
nella rete frangibile dei tuoi]

cercammo case e psicoterapie
non eravamo sventati
restavamo a parlarci e ad ascoltarci
per decine di ore
che cos’è la saggezza in amore?
forse noi… ho creduto
di potercela fare

oggi due anni fa eravamo in campi
della pianura del Monregalese
ed eravamo belli come il sole

è, come altri nostri, un ricordo
felice sub judice, dipende
da ora come stai, non ti vedo da mesi
e forse è bene, la massa ingombrante
che non posso non essere (potessi!)
ti zavorrava – mi condanna
il vizioso sillogismo: ogni uomo
è tuo persecutore, io sono un uomo
ergo… – non ho la forza di redimere
tutto un intero genere

ti troverai, amore, ti dirai
creatura di bosco e d’ogni luogo?
buona fortuna, buona
fortuna

oggi due anni fa eravamo in campi
della pianura del Monregalese
picchiava un sole implacabile, noi
eravamo più belli e più forti di lui


Scritta nel 2020.

Hai fatto bene

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Per il mio compleanno, fra poco, saranno
sei mesi senza te. Vaghissime notizie:
come tu stia, non lo posso sapere.

Io cambio casa. Non so se è perché
qui rimangono, dei quadri colorati
che tu riempivi, le sagome di polvere
alle pareti e il tuo odore, diluito
in frazioni omeopatiche, non perde
efficacia. Ho perso, io sì, i miei poteri
fantasticanti, non trovo più immagini
per metafore né similitudini.

Specchi, pensavo poco fa, specchi
eravamo, di fronte: non le cose
specchiate: gli specchi, all’infinito
moltiplicando un disegno
non sappiamo da dove partito.

Ma non così funziona: nessuno
specchio crea, solamente riflette.

Esistono fantasmi che si svelano
solo specchiati? Era uno di questi
a danzare fra noi, prendendo vita
dal nostro disperato inarrestabile
mandarci la sua ombra, in teorie
profonde come abissi? Il parassita
ci illudeva che noi ci somigliassimo
e a lui somigliavamo.

                                 Hai fatto bene
a fuggire lontano – che dolore
ho nel dirlo… In qualche sconnessura
o crepa, dietro la facciata opaca
io t’ho vista nel buio, io t’ho amata.


Scritta nel 2020.

Paralipomeni alla fisioterapeuta

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Ricordo il discorso che non le feci
trentotto anni fa, signora, la fisioterapia
dopo la polinevrite alcolica, a zero
l’elettromiogramma, lei diceva
stare su un piede solo, esercitare
la forza perduta della singola gamba
concentrandomi, risposi: «non sono
mai stato capace di stare in equilibrio
su un solo piede» e lei sorrise
non credendomi, disse: «ma come!
faccia come quando saltellava
da ragazzino giocando, come tutti».

Lei non mi credeva e io non le feci
questo discorso, signora
fisioterapeuta delle Molinette
nell’autunno dell’82, non spiegai
che negli anni Sessanta, quando erano
più giovani le nostre madri umili e fiere
e aveva la frutta un diverso sapore
e si lavorava sodo e i ragazzini
saltellavano e si picchiavano ed era
un mondo vero, ecco: non è vero.

Mia madre non così umile né fiera
non s’accorse mai che a qualsiasi età
barcollavo infilando i pantaloni
cercando un appoggio, al primo tentativo
spesso ricadevo col piede, riprovavo:
io, signora, su una gamba sola, mai
e non si sa il perché: non era un disturbo
diagnosticato, ero semplicemente
un pirla e un imbranato: saltellare?
no, non ho mai saltellato né picchiato
e mio padre lavorava duro per fondare
il consumismo, comprava le radio
e i mangianastri che non usava, qualsiasi
giocattolo, più bambino di me
giocava a essere diventato
stimato dottore da padri contadini
e anche lui, signora, non ammetteva
che io non saltellassi e non picchiassi:
non ammettendolo, non lo vedeva.

Quanto alla frutta, di tutto quel sapore
non mi ricordo e i compagni di scuola
come oggi l’i-phone compravano cose
quanto potevano: saltellare e picchiare
chi sì e chi no, non è che li spiassi
in questo, l’epopea raccontava
che gonfi di testosterone scopassero
non si sa chi, le ragazze dovendo
restare caste. Era una merda, signora
il mondo vero degli anni Sessanta:
mia madre ancora adesso a novant’anni
non lo sa e non sa che quanto a me
non saltellavo né picchiavo
e giunsi vergine e ansioso alla donna
che sposai e non è romantico, signora
era soltanto una disperazione
(mi rifeci poi dopo) era proprio
una disperazione tutte quelle cose
che andavano fatte, così tanto
che si credono fatte, da tutti:
e lei nel 1982
non ci credeva che io non avessi
mai saltellato e se qualcuno vedeva
mettermi i pantaloni, morivo di vergogna
cadendo e ricadendo. Ero un ragazzo
normale, nessun problema, bene a scuola
mai salito su un albero.

Ho i miei motivi, signora, per odiare
nel secolo ventunesimo, adesso
che sono vecchio ormai, le frasi fatte
nei bar, sulle quarte di copertina
dei libri, su Facebook, quando il mondo
era più vero, o che l’amore si redime
con l’abbandono e signor caporale
quante puttane e quante brave ragazze
e fiere e umili madri e il bollito
e l’occhiolino e il bosco e la frutta
ma cosa cazzo dite? cosa cazzo?

Già nell’ottantadue, sul lettino
paralizzato dall’alcol solitario
inerte lo sciatico popliteo interno
non meno che l’esterno
lei sorridendo signora negava
il mio non avere mai saltellato
su un piede solo, non avere picchiato
né scopato né virilmente ammiccato:
lei signora come un fiera madre
negava che io
fossi mai esistito.

Non ha colpa, signora, però
io quel sapore di frutta di una volta
io francamente no.

(Cammino bene, adesso, lo sa?)


Scritta nel 2020.

[De]scrivere

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Sì, il troppo [de]scrivere
m’ha privato di vivere
non sempre, ma spesso.

Ma adesso
che ormai vecchio
ci penso, fu parecchio
una fuga in [de]scrivere
dal terrore di vivere.

Vivere: dove le storie
non sono mai canzoni
«con una fine mia
tu non andresti via»
come canta Vecchioni.

Qualcuno ha goduto
forse del mio [de]scrivere.
Qualcuno ha ringraziato.

Qualche donna gentile
presa in rete di versi
mi s’è data: in un gioco
di bambini (facciamo
che ero…) s’è prestata
a incarnare l’amore
in cui dentro i suoi occhi
io l’avevo inventata.

Ma è roba da poco:
non c’intessi una vita.

Viene ora di cena.
Ti chiamano, non hai
mai guardato in cucina.


Scritta nel 2020.

Poesie non scritte

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In questi giorni
non ho scritto alcune poesie.
L’ansia che avevo decenni fa
«affèrrala, affèrrala, prima che svanisca»
s’è rovesciata: svuoto gli occhi, lascio
evaporare immagini, parole.

La vicinanza d’un nucleo
di verità incandescente, la chiara
intuizione. Il calore. Ma presbite
l’intelletto avvicinandosi
confonde, sfoca, ed ecco
percepisco i mezzucci
della mia fantasia, le pezze
dell’immaginazione.

Giro le lenti del linguaggio come
l’oculista alla visita: meglio
così? o così? o così?
No, le righe piccole
rimangono illeggibili.

Ieri a Vercelli in giardino le rose
e le ortensie, la brezza
tiepida, sotto la magnolia
l’ombra e intorno, abbacinante, il sole.
Buona scenografia, potrei cavarne
anche similitudini, metafore.
Cazzo, che noia.

Una finestra oltre la via muovendosi
incrina una porzione
di spazio, inghiotte
il suo tempo, il mio tempo.

Si possono scrivere versi scherzosi
uscendo da un macello:
non è che non si possa – non è
una cattiva azione. Si può
indossare il naso rosso, giocare
con i bambini al reparto oncologico:
è un’azione lodevole.

Ma tutto ciò che riesco a dire è finto:
lo è per me. Sono stato bravissimo
nell’inventare mondi
liberi dal reale: proprio questa
bravura (ho talento) mi condanna:
puoi convincere il semplice
che sotto il riflettore non c’è trucco:
ma convincere il mago!

Scriverò ancora poesie d’amore,
il vizio non si perde. C’è un margine
intontito, dove a tratti impreviste
voci d’infanzia rivelano
soltanto per un attimo il luogo
del contatto, il luogo
dove in silenzio, felici, cadere.


Scritta nel 2020.

To C.

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Sapere che era nulla:
e rimanere intatto
l’amore: l’amore
non saputo, non detto.

[Primavera di settant’anni fa:
l’ultima sua: «To C. from C.»
guarda come, per caso, ci si adatta:
è di bosco il tuo sorriso, è
un intrico di rami nella valle.]

Mio sogno e arbitrio la profondità
dei tuoi occhi, non significa
non profondi i tuoi occhi, significa
il mio abbaglio, come chi osservando
di un torrente le ombre fra i sassi
si compiacesse di saper vedere
quel primo buio già inquietante ma
lungo il profilo ripido dei massi
ignorasse l’abisso.

Perdona il malinteso allucinato
dei nostri abbracci, la veste inadatta
cucita ai nostri baci, il volo improvvido
del mio cuore sul tuo.

Era nulla, ero nulla. Rimani
tu incantato ferito animaletto
che non so medicare:
e l’amore rimane, l’amore
non saputo, non detto.


Scritta nel 2020.

1-II

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quella notte verso il primo febbraio
stetti male molto, gola chiusa
nel profondo, muco, fatica
a respirare, mi parve
mai così tanto prima, pensai
di chiamare la guardia medica, poi
non lo feci, resistetti, chissà
forse fu la còvide, se ne parlava
già vagamente, chi diceva
così e chi cosà, oggi ho visto
sul tavolo l’actifed comprato
dopo, il mattino, per provare
ad aprire le vie, ho pensato
che ancora non sapevo che il tuo blocco
di quella notte, «chiudo i canali»
e su whatsapp la tua foto trasformata
in sagoma grigia, sarebbe
stato ovunque e per sempre
(o almeno: è giugno, e duro dura)
e non c’è actifed per provare
a riaprire – e poche ore prima
ci parlavamo tranquilli in una stanza
della tua nuova casa, è stato
di colpo, senza ragione
ed è forse per questo che
il virus l’ho guardato con distacco
appena infastidito, tu
sei stata e sei il mio lockdown, tu
il mio distanziamento, cosa vuoi
che m’importi del resto


Scritta nel 2020.