Di cose concrete

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Non posso farci niente, succede: barcollo,
vacillo, in un momento qualsiasi,
non importa come stia andando il giorno,
anche dopo un pomeriggio con la figlia
a conversare bene e mangiare sul pane
marmellata fatta in casa e più tardi
una cena con la buona amica in un posto
fresco fra gli alberi, piacevole,
in un momento qualsiasi vacillo,
barcollo: ho le mie contromisure,
appoggiarmi a un muro, a un albero
o meglio, per la mia indipendenza,
basta un passo di fianco, ingannare,
assecondandolo, il lato del cadere:
spostare il peso, aspettare, lasciare
che tutto intorno s’attenui, sbiadisca
confuso come dentro certi sogni,
muggisce al semaforo un autosnodato,
camminano accanto piedi imprecisati:
forse è mio desiderio, magari
tutto fosse qui intorno un lungo sogno
e svegliarmi, incontrarti: “Ma sai
che incubo assurdo stanotte, passavo
in bicicletta in corso Belgio, mi sono
fermato davanti a casa tua e sulla porta
c’era un foglio con scritto che sei morta!”
– tu mi tocchi una spalla: “Tranquillo,
è stato solo un brutto sogno”, respiro
e ci parliamo di cose concrete.


Scritta nel 2021.

Aiuto

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«Non ne posso più» disse il pazzo con gli occhi socchiusi
«del tuo essere morta. Quando smetti?» Il dottore
non fece commenti, i dottori non dispongono che
di risposte intollerabili o insoddisfacenti, confabulò
con l’infermiera: «È un delirio ma non vedo un pericolo
di comportamenti autolesionisti, penserei di mantenere
la stessa terapia». Accortosi del confabulare, il pazzo
intervenne: «Non si deve preoccupare, dottore.
So benissimo quello che non dico, mi lasci girare
per i corridoi come sempre, guardo dai finestroni
la gente imbavagliata che evita gli abbracci, dovrebbe
dedicarsi un po’ a loro, hanno bisogno di aiuto».


Scritta nel 2021.

Dehors del bar Blue

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Nel dehors del bar Blue di Hu Jianjia
che occupa l’angolo estremo fra via
(dubito che via faccia rima con Jianjia)
Pergolesi e via Cravero, osservo
quattro ragazzi al calciobalilla,
discutono se è fallo fare rullo:
un giro intero lo puoi dare, dice uno
però senza staccare la mano. Rigiocano,
mi sembrano contenti. Io bevo
il caffè e mi alzo e vado via.

Il secolo dei Lumi, sì, d’accordo
ma un lume è un lume: come un abat-jour
rischiara una porzione d’una stanza,
non certo l’infinito. Benedetto
sia il nostro non sapere – poveretti
noi se ciò che sappiamo fosse tutto.

Cammino barcollando in una lisi
di me stesso, in preumana umiltà:
è possibile in rari arresti imprevisti
del programma eseguito, schermo blu.
Non si può dirlo. Posso dire invece
che era bello il sorriso del ragazzo
mentre spiegava del fallo del rullo
all’altro attento, sapendo o non sapendo
di fondare le cose.


Scritta nel 2021.

E con questo?

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Mi hanno detto: il corpo intatto. Non sembrava
lo sfacelo d’un volo da quindici metri:
intatto il viso, e ancora respiravi:
ti sono servite delle ore per morire:
non si voleva arrendere il tuo cuore.

E con questo? Perché scrivo questo
mentre è passato un volo di rondoni
davanti alla finestra e il cielo è tumido
di nubi grigie? E perché dei rondoni
e delle nubi scrivo? Che esercizio è?

Forse è l’esercizio di un bambino
colpevole e ferito che ripete
mille volte la frase sul quaderno:
non, come crede il maestro, per estinguere
la punizione: no, per distrarsi.

Vedere qualcuno? Non ho niente da mettermi.
A pochi posso mostrarmi così.
Recitare non so. Mi distraggo
con i miei giochi, con le mie ossessioni
oppure resto fermo, imbambolato.

Il tuo corpo è sempre stato intatto.
«Quando un viso ha bellezza di cielo…»
La poesia che scrissi che comincia
con questo verso, i primi tempi con te:
è profezia la poesia, ma inutile.

Mi distraggo. Talvolta in un trasogno
t’incontro sorridente, mi tocchi
la spalla con la mano: stai tranquillo
dici – ma vola l’ombra del colpo, vacillo,
m’appoggio a uno schienale, a un mancorrente.

Dai, non è niente. Sono problemi miei.
Tu piuttosto, come stai? Dove sei?


Scritta nel 2021.

Risveglio in due passi, il terzo no

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Stanotte t’ho sognata, eri nel letto
accanto a me, come quando era vero.
Ti guardavo senza toccarti, sussurravo
«sì, lo ammetto, ti desidero tanto»
mentre dormivi, poi mi sono svegliato
lentamente, lentamente ho compreso
che era un sogno, ma ho pensato
«forse ci rivediamo, ricominciamo»
e dopo qualche istante è arrivata
nella testa la notizia, un secondo
più violento risveglio, un dolore
come un’esplosione: non assimilo
la tua morte, risuccede ogni giorno
e non ci credo, voglio il terzo risveglio:
da quest’incubo assurdo, insopportabile.


Scritta nel 2021.

Dove sei?

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in via Cravero nel giro di venti metri
cinque persone, due uomini e tre donne
a lavare il marciapiede

io col mio cappuccino a mezzogiorno
da finto viveur nel dehors del bar Jolly
anch’esso sottoposto a lavatura

vedo il tragico della vita, lavare
i marciapiedi, dopo che è piovuto

eppure tutto è necessario, così pare
e tutto è irritabile

un filo di pensieri mi riporta l’urto
della tua assenza, sono colpi al fasciame
e al timone, non governo la nave
su queste secche – dov’è finito il mare?

la carena non ha dove pescare
meglio sarebbe una tempesta
che questo inaridire
che m’impenna e mi può rovesciare
su una fiancata, a imputridire
senza neanche la gloria di affondare

(ricado in queste metafore di navigazione
d’antica tradizione, abbiamo da millenni
quattro dozzine di figure insufficienti)

dove sei? – non sei, sussurrano sirene
dai gorghi mortiferi della ragione:
ma questi cinque che hanno ora finito
di lavare e ripongono i secchi
credo sappiano altro, credo sappiano
più di Voltaire e più di Rousseau

dovrei fare un po’ di spesa, nel supermercato
non mi sento di entrare, quei muri di merci
e quelle code di teratomorfi
chini alle casse, mi fanno vacillare

c’è ancora un banchetto sotto gli alberi
in corso Taranto, non è conveniente
compro soltanto un pacchetto di crescenza
cazzo, tre euro e ottanta
fa niente
basta così, tanto qui nell’Occidente
si mangia sempre troppo

una signora già vecchia chiede al padre
accasciato su un deambulatore
se gli piace il vitello tonnato, lo compra

vedo il tragico della vita, mangiare
il vitello tonnato, così, nel morire
ho tante fisime – dove sei?

c’è una luce che annurbia
m’è tornato in mente questo verbo inventato
all’osteria con l’amico di sbronze
annurbiare è un abbagliare moscio
un accecare latteo, senza ferita

inventare parole, o mondi, è un suicidio
a chi e come confesserai di esistere?

hai lasciato presepi dentro me
con le tue nascite, incompiuti, rimane
solo qualche pastore ad aggirarsi
presso le culle vuote, dice che
erano tutte storie

io quel poco che so
senza poter sapere
non lo posso spiegare – dove sei?

che stupidaggine comprare la crescenza
tre euro e ottanta, il vecchio accasciato
avrà mangiato
il vitello tonnato? piove forte adesso
ho spalancato la finestra, odora
di fresco e di vigore
tutta la primavera – dove sei?


Scritta nel 2021.

Di sera

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Di sera
l’assalto è forte. Incredulo
della tua assenza irrevocabile
mangio in fretta, con il fastidio
di chi sa che sta perdendo un tempo
in cui dovrebbe fare qualcosa
di urgente, importante. Invece
nulla. Resto immobile. Il tempo
passa ancora, non so come possa:
qual è il suo movente?

Ieri un lapsus, parlando
di te con l’amico, dicevo
che benché la mia carne non sia spenta
può essere il migliore compimento
del mio tramonto
che tu rimanga volevo dire: l’ultima
ed è uscito dalla bocca: l’unica.

In me sei dilagata, adesso il vuoto
io non ho le parole per dirlo
né il corpo per toccarlo, ci scivolo
dentro, fuori, non distinguo spazio
né te né me.

Dove sei? Dove siamo?
Sale un blando rumore
dalla strada. Vorrei che si facesse più baccano
vorrei che si urlasse più forte di me.
O invece in un silenzio – ma è impossibile –
riudire la tua voce.

La tua voce. Perché quando scrivo
di te vorrei che fosse un’altra lingua
con altri suoni, per sentirci solo
musica, un ritmo, senza capire?


Scritta nel 2021.

Film

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In un film che ho visto ieri la protagonista
cita una poesia d’amore, un po’ americana
un po’ niente di speciale, dice
che lei, l’amata, vivrà per sempre
perché lui, l’amante, la farà vivere
nei suoi versi. Bella presunzione.

Io scrivo solo per non soffocare
e ugualmente soffoco, mi schiaccia
tutto ciò che t’ha schiacciata, cerco
di salvare sorrisi, ali di libellule
nel peso del tuo corpo dilaniato
ogni ricordo più luccica più taglia:
vetro spezzato che un sole abusivo
sfrutta per fare giochi di riflessi.

Farti vivere? Non ci sono riuscito
quando dovevo, ed è finito il tempo:
adesso sono solo un parassita
che sopravvive in tracce che hai lasciato
vergognoso strisciando nei rimpianti
sul campo che tu hai di te fiorito.


Scritta nel 2021.

L’innocenza dei bisonti

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se ferivi era perché
camminando nel tuo bosco di cristallo finissimo
succedeva
– volendo o non volendo –
che si rompesse un ramo, una foglia
e il cristallo spezzato è taglientissimo

alcuni dei colpevoli
sanguinando accusavano te
d’essere stronza, crudele

ma chi si inoltra in foreste frangibili
deve mettere in conto alcune cose
primo, camminare con infinita attenzione
con un passo più leggero di un passero
secondo, sapere che ciononostante
qualcosa spezzerà, ti farà male

ho provato a scendere, hai provato ad accogliermi
nel labirinto impervio degli abissi
dove il buio annodato alla luce
proibiva alla tua vita il dipanarsi

non per sciogliere quei nodi, soltanto
per starti accanto finché non si sciogliessero
per una terapia, per un miracolo

perché ero e sono innamorato di te

ho camminato più adagio che potevo
assottigliandomi in riva ai tuoi disegni
e se, maldestro, qualcosa spezzavo
il tuo sguardo e il rimorso mi colmavano
ogni minimo spazio, perciò
di sangue da miei tagli nemmeno m’accorgevo

il mio fine, il progetto, il desiderio era
che tu trovassi intatta una tua gioia
da cui partire, un tuo spazio invogliante
dove sgranchire le tue braccia magre
a toccare, spostare, modellare, vivere
vivere, vivere, vivere, vivere

ma per minimo che sia e involontario
un errore imprevisto dell’attento
in cui tu provi ad avere fiducia
delude più della mandria di bisonti
che tutto tritura nel modo previsto


Scritta nel 2021.

Cose di poco prima

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affiorano cose, molte, è naturale
di gennaio, di febbraio, un disegno
lasciato su una sedia, un foglio scritto
o un oggetto, una riga richiamata
in rete, affiorano cose di giorni
in cui tu respiravi e il dolce lume
entrava nei tuoi occhi, giorni che
erano gli ultimi e non lo sapevo
ed è ridicolo, a questo affiorare
ho l’impulso di muovermi di scatto
come a bloccare una biro che rotola
verso lo spigolo del tavolo, o correre
in cucina a spegnere il fuoco
sotto il caffè che trabocca: fare
qualcosa, impedire la caduta
come se ancora non fosse compiuta
è una frazione d’attimo, è ridicolo
ricado dentro il mio corpo impotente
per l’ennesima volta ripasso
la lezione irrevocabile, non c’è
più nessun compito, preme
nel petto, inutile, un’onda di pianto


Scritta nel 2021.

Nei suoi versi

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Mi piace ritrovarti nei suoi versi:
riconoscerti in un disegno nitido
senza l’ansia di mie sbavature

(mi hai detto quell’ultima volta al telefono:
“Carlo, spesso ricordi a modo tuo”)

I suoi versi sono bellissimi
limpidi anche nei punti crudeli
dove io invece mi confondo e intorbido.

Ce ne sono tre che ho imparato a memoria
chiudono una poesia di salire le scale
scale che anch’io ho salito con te

«Come un passero senza nessuna madre,
sei stata in quel nido a cibarti di solitudine,
fino a quando hai deciso di prendere il volo.»

È bravo, quel «nessuna» è magistrale,
parola chiave fra parole semplici
come elementi chimici periodici
che fanno tutto ciò che il mondo è.

La stessa Musa in due, credo che sia
poco frequente – però ti piaceva
essere nelle poesie d’entrambi:
t’è successo persino di confondere
l’uno con l’altro e io, il meno amato
sono lieto che tu ci confondessi.

Infine entrambi hai condannato a scrivere
poesie di dopo il volo, non avremmo
voluto mai, voluto mai. Non so
vivere adesso, adesso dopo te.

Mi piace ritrovarti nei suoi versi:
t’abbiamo amata come s’è potuto:
niente è mai stato facile, lo sai.


Scritta nel 2021.

Un garbo libero, un libro

Oggi pomeriggio mi sono accucciato in riva al fiume, proprio vicino all’acqua, fra l’erba alta e le canne, con il culo in umido. Il culo in umido: infatti non mi sono accucciato, mi sono seduto. Non so stare accucciato, non ero capace neanche da bambino. Perché allora, di getto, ho scritto accucciato? Perché è un’immagine, un quadretto. Perché il linguaggio ha i suoi solchi e anche se cerchi di camminare di traverso ci finisci dentro, come la ruota della bici nella scanalatura del tram se non c’è angolo abbastanza, e cadi.

Guardavo il fiume, il colore di poco prima che vada via il colore, nella sera. Sull’altra sponda passavano ancora camminatori e ciclisti. L’aria prendeva sapore. Il mio fiume, la mia aria, i miei ciclisti. Però no, invece: nulla di mio.

Ogni sguardo cattura, trasforma, possiede. Ciò che attraversa le cornee dei miei occhi, i timpani delle mie orecchie, la pelle delle mie dita, prende vita dentro me. E diventa ciò che so, tutto ciò che so del mondo. E invece non lo posso sapere. È solo il mio sguardo, la mia sensazione. Roba piccola, limitata, chiusa in me. Questo, di per sé, sarebbe un problema di scarsa importanza. Ma se la roba la tiro fuori in una relazione, va a toccare il contenuto di altri sguardi, il filtro di altre cornee, la sensazione di altri polpastrelli, allora ci sono scintille come di una mola su una lama, il mondo è da ricostruire ogni momento. È faticoso. Ma è bello. Si chiama condivisione, unione. Forse, portato all’estremo, si potrebbe chiamare persino amore.

Impararlo da piccoli aiuta a vivere in armonia. Non impararlo, forse, fa diventare assassini, oppure scrivere poesie. L’arte proietta quell’esasperato egocentrismo del sentire, quel confondere il cielo con la fotografia scattata al cielo. Le fotografie sono bugiarde. Eppure a tratti, raramente, una fotografia coglie qualcosa che non sarebbe mai stato colto nella sana dialettica degli sguardi. Da una profondità autistica, lancia un dettaglio, piccolo, di cielo che, misteriosamente, va a illuminare meglio, per tutti, il cielo. Allora è utile. Raramente.

Ma il rischio è forte, la responsabilità è alta. I poeti più cauti le Muse se le inventano, così non c’è problema. Non risulta che Beatrice abbia passato lunghe notti a confidarsi con Dante, né gli abbia corretto qualche verso. Nella Commedia, è un personaggio di fantasia, come Catone, come Farinata degli Uberti, come Francesca da Rimini: che siano veramente esistite, quelle persone, è irrilevante.

Chi come me non sa inventare ma soltanto sognare – e anche il sogno può essere un sopruso – incappa in una Musa più attiva, più forte – forte in un’inquietudine senza tregua, in una tragica fatale fragilità – non c’è contraddizione – capace di fracassare i quadretti, di imporre e difendere sé stessa, di chiedere cura per lei tutta vera e intera, non per un vano vagheggiare – difendendo, alla fine, anche l’autonomia del fiume, del colore, della sera – sfrondando l’ego ai poeti che scrivono, scrivono: rivelando a loro stessi, come a sé stessa, di che lacrime grondi, e di che sangue. Un’operazione dolorosissima, salutare.

“Se lo sai senza poterlo sapere, se lo sai ma non è tuo… potresti averne cura. Non è necessaria facoltà d’amore per questo ma è sufficiente il senso della lealtà e una minimale intelligenza. Io credo che tu sia intelligente, Carlo, che tu sia molto intelligente. Avrai modo di mostrare la tua cura” (messaggi di C., 2 febbraio 2021).

Del libro che avevo preparato a dicembre, ho buttato via la metà. L’altra metà uscirà, è deciso, nella collana Sonar delle Edizioni del Faro. Grazie alla proposta gentile di Paolo Agrati, e alle cure di Adriano Cataldo. Non è possibile dare ancora una tempistica, ma è deciso, e perciò lo annuncio. È una collana bellissima, non bulimica, tre libri in tre anni, tre libri che ho letto e che mi hanno colpito, è un onore essere il quarto. Tre autori nati nel 1984, 1985 e 1992. Mi sento bene con loro, io che sono per sempre un poeta, più che emergente, annaspante, uno che non sa ancora bene cosa dire, percepisce stonature in ogni verso e china il capo davanti all’immensità del fiume, dei colori, della Musa, di tutte le cose vere, di tutte le cose sul serio. Un’emersione (emergenza?) continua – che poi, una volta che fossi emerso, non saprei più neanche cosa fare. Guardo, vivo, lentissimamente imparo, poi andrò via, non importa.

Ah, ecco, dimentico sempre qualcosa: il titolo del libro sarà Un garbo libero. Conterrà una nota, o prefazione, che mi ha scritto il bravo Alfredo Rienzi. C’è altro da dire? Adesso, mi pare di no. Poi vi terrò aggiornati.

Accanto a un albero

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Era meglio seppellirti accanto a un albero
tu che li amavi e ti ci arrampicavi
così in alto da farmi paura, guardavo
– animale pesante – da sotto
te che agile salivi. Era meglio seppellirti
fra le radici, che l’albero potesse
in rami e foglie trasformarti, primavera.

Abbiamo strane usanze deplorevoli:
casse di morto legno duro e zinco
a prolungare decomposizioni
non fertili, inutili, in muri di loculi.

Ma tu – io credo – in luoghi che nessuno
può sapere né dire, fiorisci.


Scritta nel 2021.

C’era la luna piena

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mi sento il corpo soffocato di pietrisco
come un topo schiacciato da ruote
su una carreggiata friabile a cui
si mischia, s’impasta – non è interessante

scrivo per aggrapparmi a qualcosa
ma ha sempre meno senso, si allarga
lo spettro infrarosso o ultravioletto
il fischio che solo certi cani odono

non assomigli alle fotografie
somigli all’amore tenuto fra le braccia

(per comunicarmi come ti sentivi
quando eri lontana, mandavi
raffiche di foto sul telefono
anche in lacrime, disperata
da nessuno ti saresti fatta vedere
così – con me eri spudorata)

dio santo, lo so che è tutto un nodo
so che tutto è il rovescio di tutto, ma
se non ci siamo amati l’amore non esiste

(mi dicevi che riuscivo sempre
ad arginare le tue angosce – ma poi
non me l’hai più permesso

ti fossi stato accanto
afferrarti, tenerti
tenerti, tenerti, finché passa, bambina)

ho sempre pensato che i tuoi baci
sarebbero stati gli ultimi
di questa mia vita
ma ultimi i miei della tua no
no, no, no, non doveva
finire così

sciocchezze, scrivo per tenermi
non so nemmeno perché voglio tenermi
s’è spezzato l’anello
ho visto Nina cadere
fra le corde dell’altalena

il vento non l’ha presa
c’era la luna piena


Scritta nel 2021.

Aspettami se vuoi

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stamattina mi sono svegliato fra le tue ossa dilaniate
circondato dalla tua gabbia toracica sottile
un organo abusivo
un feto morto in un utero di costole

è stato, più che un sogno, un sentire nel risveglio
poi la sensazione si è dissolta
lasciando il vuoto

quest’impotenza così definitiva
ieri scrivendo contro i vaccini obbligatori
ho pensato che con un TSO
i farmaci psichiatrici che non volevi prendere
forse…

no

tutto si sovrappone, il piccolo fico
che t’incuriosiva sul nostro terrazzo

[il “nostro” terrazzo: curavi la casa
come una sposa – sapevamo
che era un gioco provvisorio
però che meraviglia]

traslocato qui in piazza Sofia è rigoglioso
è rigoglioso, lui, bastardo
– no, scusa, fico, non volevo, è un delirio

vive in un vaso, vive dove lo si porta
e se invece fosse nato in un bosco
sarebbe rimasto tutta la vita nel bosco
come fanno gli alberi

però la sua storia è diversa, te l’avevo raccontata
a Vercelli mia madre mi aveva detto:
togli quel rampollo di fico
che infesta l’aiuola dove non deve essere
e buttalo nella roggia

invece me l’ero portato in treno a Torino
ed è qui, rigoglioso, affacciato
su piazza Sofia, adesso

avrei voluto tenerti sempre con me
tu erba strappata
curarti, proteggerti, innaffiarti
è un discorso cretino lo so
ogni persona è un mondo indescrivibile
inconoscibile

[non ho imparato ad annaffiarmi da sola
– dice un verso d’una tua poesia]

ma ci siamo mescolati così
da non poter più staccare certi pezzi
pezzi di me si sono schiantati
nello schianto delle tue ossa sottili
si sono spenti nel tuo corpo inquieto

trasformarli in ricordi è un palliativo difficile
e poi perché, per farli
rimorire con me? anche i ricordi muoiono
sono così confuso, così perso

ci siamo a lungo mescolati ma
c’erano parti insolubili, dure
ghiaccio tagliente
che gelava e straziava il tuo mare

nessun abbraccio né mio né di nessuno
poteva scioglierlo

[anche il mio cuore è pieno di sassi
qualcuno tu l’hai tenuto nelle mani
con amore]

adesso
ho comunque messo la videocamera a filmare l’aurora
forse faccio il caffè
e viene primavera
vita immensa leggera
se esiste un luogo, aspettami
aspettami se vuoi


Scritta nel 2021.