Della morte

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siamo tutti nel braccio della morte
e nella gamba, nel petto, nel culo
della morte – non c’è santi – ci fosse
ancora qualche frantume di piacere,
d’ebbri baci, qualcosa che per mia
faciloneria ho chiamato l’amore
e non so cosa sia, però lo voglio

più il tempo stringe, paradossalmente
più nulla sembra urgente:
finisce e non si rifinisce la vita,
non c’è da lambiccarsi per trovare
un finale a effetto, come in coda a un sonetto:
è un banale cessare, uno smettere
di essere
di

perché ci ossessiona, la personifichiamo
ma è l’esito del parto – non ci sono
personificazioni della nascita: magari
una signora di colorate vesti
in larghi gesti il grano a seminare:
chi lo semina è per poi falciare

c’è da fare nel frattempo, trovare
i sensi, le armonie, aiutare
a trovare, curare – si racconta
che nel braccio della morte
giochino con passione ai dadi
o alle carte, che nascano amicizie
forti, finali, dell’odio talvolta


Scritta nel 2019.

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Teatro della sezione femminile

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Pistole, minigonne, scollature,
stupefacenti, macchine da presa,
telefonini e cani: questo vieta
un cartello all’ingresso della casa
circondariale Lorusso e Cutugno.

Motoseghe e tritolo non ne parla
ma forse è sottinteso. Strano è il mondo.
Le ragazze (accollate, in pantaloni)
ospiti della casa, nel teatro
offrono uno spettacolo di pregio.

Mi han dato un «pass», ho passato cancelli
di cui ho perso il conto: percepisco
la discesa in un mondo scollegato,
chiuso, isolato. Gli ambienti puliti
moderni – però è sempre una galera.

Spero che tutte ritrovino vita:
quale che fosse il passato, un futuro.
A questo deve servire la «pena»:
non a «marcire» come blaterava
un indegno ministro e con lui molti.


Scritta nel 2019.

Verbum Domini

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La vita nasce ove non c’è decoro
ed è oscena la morte. La parola
è una pericolante anestesia
in cui deliri di essere dio.

Dolcezza della decomposizione,
ansia, abbandono, ubriachezza, terrore,
rabbia furiosa o la rassegnazione…
Puoi dire ciò che vuoi, ne hai facoltà.

Odori forti, schiume, secrezioni.
Inventare, nel teatro, finzioni
d’anime, spiriti, inferni, nirvana.

Uscir fuori a cercare una puttana
per un reciproco lordo anilinto:
per un amore profondo, convinto.


Scritta nel 2019.

Cacofonia

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Forse è contro la cacofonia
che ho lottato sempre, in dovizia
di malintesi: nelle pause operando
scrutini al vuoto segreto
dove tracce, labili, galleggiano
di materia? dolore? piacere?

Ricordo trappole di sale
per seccare lumache
e salvare insalata. È naturale.
La vecchia sgozzava con gusto le rane
e nello stesso gesto le traeva
da la vagina de le membra loro.
C’era angoscia, decoro.

[Chi ha deciso gli intervalli della musica?
Perché quelle frequenze e non altre?]

La cacofonia provoca la lisi
della membrana: dell’epidermide
selettivamente permeabile
che avvolgendo la psiche, la preserva.
Il frastuono dentro e fuori indistinto
m’indistingue. Ma il silenzio è colpevole.

[Scendi, Simón, da quel ridicolo stelo!
Non Greta, il pianeta è Asperger.]

Tendo l’orecchio al suono delle voci,
alle mani veloci. E poiché non combaci
ti dipingo ed è questo il mio delitto.
Ho pensato di averne il diritto
chiuso fra le mie carte. Non ne sono più certo.

[È noioso il pomeriggio del fauno.
Il tempo inumidito: mollica
di pane per vecchi, screpolato.]

È necessario rischiare infezioni,
accettare una morte da morire.
Necessario non so. Opportuno:
forse «opportuno» è parola migliore.
È tutta opportunista la natura.
{Mi fermo, perché sto sentenziando.}

<…>

Anche accettare di non potere dire
né fare. Lasciar stare. Assorbire
gli stoni con i toni, cautamente.
Dare al nulla quel poco
di qualcosa. Essere per il fuoco
l’indomito artefice, o il legno.
Un pacato placebo. Un espediente degno.


Scritta nel 2019.

Sgomento

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Se dico che il crepuscolo che smuore dietro il tetto della casa di fronte
mi dà sgomento, è perché mi dà sgomento. Mi sono imposto di finire le arachidi
ma poi ne ho lasciate sei o sette. Prima, l’insalata, tranquillo – con due uova.
Prima ancora, ho steso il bucato, tranquillo. Il bucato: in realtà, un lenzuolo
su cui dormivo sparso e scoperto da un mese. Viene l’autunno e conviene
fare il letto in un modo più corretto. Oltre alle arachidi, ho delle pesche sciroppate
che all’In’s ero incerto, le palleggiavo in mano e una vecchia «sono buone»
mi ha detto tutta curva, allora le ho prese, ho cenato tranquillo ma poi
dalla finestra della cucina l’ho visto proprio, l’ho visto smorire il lucore
del cielo dietro il tetto della casa: per un minuto quasi nero, poi nero finito.
Stavo mangiando le arachidi, mi ha dato sgomento, ho sentito in un tremore
cedere strutture del corpo, della mente. Come dire? Sgomento, si capisce
cosa intendo? Le parole, ognuno a suo modo, ricordo qualche «sono sgomento»
per criticare opinioni contrarie alle proprie: sgomento in malafede, assassini
di parole, fottetevi. Ma questo non c’entra. Mi sono imposto di finire le arachidi
ma ne ho lasciate sei o sette, sono venuto di qua in studio e mi sono stupito
di dover accendere la luce: due ore fa c’era il sole! Com’è possibile questo?
Mi dà sgomento. Passerà. Passerà e tornerò di là in cucina, aprirò il barattolo
delle pesche sciroppate, mi pare siano ottocento grammi, io me le sbafo, tutte.


Scritta nel 2019.

Il pazzo e lo yogurt alla vaniglia

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Lo so, dottore, sono sempre fuggito
disse il pazzo – davanti all’insostenibile.
Neanche ho alzato gli occhi per guardarlo.
Mi sono difeso restando bambino
o qualcosa ancora prima. Adesso spero
di morire nel sonno, in un punto del sonno
in cui sogno di non essere mai nato:
unico modo per fare equilibrio.
Quelli che sono cresciuti, che guardano
dentro il muso dell’insostenibile
non ho idea di come facciano, mi creda
dottore: non lo riesco a immaginare.
Ma qui nel cortile, all’ombra dei pochi
alberi rachitici che sfiorano il muro
non si sta male, dottore. Per cena
ci sarà yogurt magro alla vaniglia?
È il mio preferito, un poco mi consola
nell’abisso del buio della sera.


Scritta nel 2019.

La luce

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In una sera percepire a un tratto
l’egoismo di tutte le canzoni d’amore:
cadere oltre, dove non è più cantabile
l’amore – dilatato, schiacciato, teso
come pelle concia su chiodi
disposti male, in modo disarmonico
nel disegno inconcepibile del vero. Non più
dire né fare né baciare, passate
le lettere vergate in eleganza, inutile
il testamento. Eppure non fu inganno:
fu sogno caparbio, rannicchiato
come un bambino, la fronte sui ginocchi.
Il giorno respinto s’accumula a strati
sulle palpebre chiuse: attutisce
il rumore di ciò che accade intorno
al prolungato dormiveglia, ovatta
la scena incongrua. Percepire a un tratto
il giro in folle di tutte le canzoni:
lo stacco fra le mani e gli strumenti,
la porzione di vuoto in cui si slitta.
Cadere oltre, in un risveglio bianco
male rappreso, non disteso ad arte
ma irto di di scaglie, scabro d’ombre mobili
a brulicare. Sei qui e non posso fare
nulla – nulla, proprio ora che
il canto dolce dei fantasmi tace
e squarcia ogni sontuosa nostalgia
la luce in cui ti mostri.


Scritta nel 2019.

Come sia

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sono affascinato dalle scritte sui muri, dagli ani
apertissimi delle pornomodelle, dalle foglie
sia in primavera sia in autunno, le foglie
sanno essere belle tutto il ciclo,
mi porto dentro da sempre un malessere
(sopportabile, certo, se no
non sarei arrivato ai sessant’anni)
di cui non saprò mai se sia mio o di tutti
o come sia diversamente

vedo gente vivere in modo elementare
apparentemente, non dico siano felici
ma è come se trovassero normali
gli angoli che svoltano, i marciapiedi
e correre al tram gesticolando
perché attenda senza chiudere le porte
il manovratore


Scritta nel 2019.

Vedere

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Un mese all’equinozio. Stamattina
mi sono risvegliato col pensiero
che c’è un nesso preciso tra il fregarsene
dei migranti che muoiono nel mare
e il fregarsene del mare, del cielo,
del pianeta che muore: il fregarsene
infine, di sé stessi, in un oblio
psichiatrico, privato d’intelletto.

Il sole sorge indulgente, disegna
travetti obliqui sotto il cornicione
della casa di fronte: io non m’ero
– quasi vent’anni che abito qui
e guardo quella casa ogni mattina –
accorto mai che a sorreggere il tetto
fosse una fila di legni così.
Ci vuole tempo a conoscersi intorno.


Scritta nel 2019.

Ansia

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Uno sgabello rosa sul terrazzo,
nuvole in cielo più chiare, più buie.
Dagli alloggi vicini voci umane
più alte, più basse, cordiali o litigiose.
Un raggio di sole si specchia in un vetro
e nell’inclinazione già presento
l’aprirsi dell’oscuro della sera.

Le abbiamo dato il nome, ansia,
ma non è nostra invenzione: il coniglio
selvatico nel prato, insidiato
dalla volpe, l’albero che ignora
se verrà acqua per le sue radici,
vivono in ansia sempre, se vogliamo
usare il nostro elaborato lessico.

Spesso pure il mutare del disegno
delle nubi mi agita, il vento
che cambia direzione. L’attesa
è, quasi più che delle cose, del rimpianto.
Eppure questo scorrere è la vita,
tutta la vita a cui siamo attaccati:
siamo un’intrinseca contraddizione.


Scritta nel 2019.

I mondi ovattati

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Magari è da lì, da quelli
che lei, la complessa ragazza,
chiama i mondi ovattati
che si potrebbe partire
per condividere il profondo,
per asperger dell’altrui emozioni
le proprie: spruzzar l’altro dentro sé.

Da quei mondi ovattati di sogno
dove poco filtra la realtà, attenuata
come un virus da usare per vaccino:
mondi che sono salvezza e riposo
per ciascuno – ma in ciascuno
così diversi, così mal conosciuti!

È difficile, forse impossibile:
forse contraddittorio. In presenza
di relazione, irrompe forte la realtà.

Eppure, se si potesse
trovare una misura di contatto,
un’osmosi fra quelle intimità
sotto vuoto, fragilissime
di pudore e vergogna e timore, se
unirle si potesse, come cellule
che, adiacendo, fondono una parte
della membrana aprendola: l’inverso
della riproduzione per scissione, non so
se mi riesco a spiegare, io credo
ne nascerebbe un’energia suprema
capace di sprigionarsi nel mondo
fuori, di cambiare la realtà.

Ma nemmeno lo so bene spiegare,
figuriamoci accadere.


Scritta nel 2019.

Gelati

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Su una panchina in un giardinetto
ad Acqui Terme mangio una coppetta
di gelato, presa da “Crema e frutto”,
via Monteverde quarantadue.

Riesco a sporcare di gelato al cioccolato
il dito, il palmo, un asse della panca
e un lembo della maglia: so fare di meglio,
per esempio anche la borsa e i pantaloni.

Mentre mangio con gusto, mi ricordo
che al mare, certe volte, da bambino
mi prendevano un gelato speciale:
nella coppa di vetro, al tavolino.

Un gelato da grandi, si chiamava “paciugo”
in un bar nel carrugio di Sestri Levante:
un gelato importante. Succedeva di rado,
due o tre volte in tutte le vacanze.

E mi viene una domanda: ma quando
a sette anni mi prendevano il paciugo
in quel bar che mi colpiva perché aveva
due uscite su due strade diverse,

ero felice? Ci penso e mi pare di no:
mangiavo avidamente, ma in affanno:
avevo dentro una specie di tensione
e quasi d’ansia: non godevo bene.

Quella tensione ce l’ho ancora dentro
a diversi livelli, qualunque cosa io faccia:
anche adesso, qui ad Acqui, sulla panca
all’ombra, mentre finisco il gelato.

Come funziona la felicità?
Forse ho sbagliato la mia impostazione
da sempre: ho mirato a rimuovere da me
quella tensione inquieta, ho mirato

a riposare in un quadro pacato
dove gustare il buono della vita
senza tensione – che poi forse vuol dire
senza conflitto, senza relazione.

Solo da solo e senza fare nulla
mi è parso d’essere felice davvero
per un minuto o due. E invece dovevo
esercitarmi a esserlo in tensione:

felice nella vita, non nei margini:
lieto nel gusto, non nel retrogusto
portato su papille di memoria
nella tana a goderlo in santa pace.

Vabbè. Strani pensieri. La coppetta
non so se fosse buona, era normale
e m’è piaciuta qui su questa panca
in questo pomeriggio ad Acqui Terme.

Farò altri giri in paese, c’è il sole
dopo la lunga pioggia di stanotte:
è bello questo scenario in esterno:
ciò che so è che vorrei vivere in eterno.


Scritta nel 2019.

Capire

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Sarà poi «capire» il verbo giusto
per questo stare ora meglio ora peggio,
quest’euforia o ipocondria dell’anima
con il corpo congiunto? Perché
cerchiamo sicurezza? Le foglie
degli alberi ora si aprono piene
di linfa, ora si chiudono in rughe
egre: non dipende da loro, dipende
da piogge che nessuno garantisce.
Cosa c’è da capire in tutto ciò?

L’unico buono in questa poesiuola
è che m’ha fatto venire alla mente
di dare acqua al fico sul terrazzo:
lui chiuso in vaso ha bisogno di me.
Ora smetto di scrivere e lo annaffio.


Scritta nel 2019.

Guccini, Odisseo, parodia

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Bisogna che lo affermi fortemente
che io non sono di letteratura:
però una solitudine di gente
mi sospinse pian piano alla scrittura.

Quando guardavo l’orto e i muriccioli,
le nubi basse, l’afa, le zanzare,
c’era il mio cuore che faceva voli,
l’anima mia pacata nel sognare.

Ma il sogno nel silenzio scricchiolava,
sentivo passi che non decifravo:
nessuno intorno a me m’assomigliava,
che ci fosse dell’altro io lo pensavo.

Così guardando dentro le distanze
capii che la parola era il mio viaggio:
uscii con la parola dalle stanze,
mi feci ardite navi di linguaggio.

Il linguaggio trascurato mi travolse,
seppi che il mio destino era poetare,
con un dubbio però che non si sciolse:
senza futuro era il mio verseggiare.

Ad ogni verso reinventarmi un mito,
a ogni strofa disegnare il mondo
e perdermi nel gusto più proibito,
quello di quando svelo e non nascondo.

Ma il canto fa brillare false rotte,
dov’era il vero, dove l’invenzione?
Il giorno si confonde con la notte,
la vita in una bolla di sapone.

E tutto è vano e sento che la morte
è ormai vicina e io non ho compreso
se fosse questa o un’altra la mia sorte
e che cosa ho lasciato e cosa preso.

Mi resta solo la precaria gioia
di avere aperto scrigni di bellezza,
colorare la vostra e la mia noia
con tinte di un’eterna fanciullezza:

lasciare fra un inciampo ed uno sbaglio
fra un goffo tentativo ed una rima
la porta aperta (e sia pure un abbaglio!)
a sensazioni sconosciute prima.


Scritta nel 2019. Con video.