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Carlo Molinaro

~ poesie e altre cose

Carlo Molinaro

Archivi Mensili: gennaio 2025

Orzo notturno al bar Sophie

10 venerdì Gen 2025

Posted by carlomolinaro in Senza categoria

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scenari

Prendo un orzo notturno al bar Sophie.
Un barbone entra, camminando
con difficoltà, si siede, ordina
un caffè, dispone le sue cose
intorno al tavolino, mangia
brandelli di cibo tolti da sacchetti:
passerà qui una parte della notte
con modica spesa
e senza il timore che qualcuno
voglia assisterlo troppo.
Il barista, straniero, viso buono
gli serve il caffè con garbo, poi
chiude meglio la porta, fuori
è freddo, ma ugualmente un uomo
compatto sta seduto nel dehors.
Un altro è appena uscito, impugna
la bicicletta e va. Il barista mette
un po’ di musica, è ospitale qui:
si fa quel che si può. Mi sento bene
come dove non si scaccia né trattiene:
le mie filosofie, leggo una pagina
d’un libretto, bevo l’orzo, aspetto
ancora un poco, poi pago
un euro e trenta, esco in strada, vado
per la piazza, lentamente, verso
il privilegio caldo della casa.


Scritta il 10 gennaio 2025.

Alcune poesie scritte nell’ultimo quadrimestre del 2024

05 domenica Gen 2025

Posted by carlomolinaro in poesie

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BUS 21

In via Scialoja volevo prendere il 52
ma c’era il 21, raro, e ci sono salito
per provarlo. Fa corso Venezia, che una volta
erano due vie con in mezzo la ferrovia
che adesso è sepolta. Passa anche
davanti a un posto dove hai dormito due notti
quando non sopportavi più casa mia
– non sopportavi più di abitare con me –
e cercavamo, quanti alloggi cercavamo
con me come improbabile garante
“è mia nipote” “sono un suo amico”

ma intanto continuavamo a parlare per ore
sulle panchine, e ti accompagnavo
e venivo a prenderti in stazioni, bagni pubblici
o mansarde d’emergenza, era intatta
la nostra intimità, ti aiutavo
a trovare un posto che non fosse con me
io che con te avrei abitato sempre:
mi viene in mente una canzone di Vecchioni
però è diverso, non ti aiutavo ad andare
ma a rimanere viva, non sono riuscito.

Sai, credo che ci amassimo, senza poterlo sapere
“forse non lo sai ma pure questo è amore”
per restare a Vecchioni, ma è diverso anche lì:
è tutto diverso, sempre tutto è diverso.

Passando davanti a quella specie di collegio
in corso Venezia, ci ho rivisti entrare
poi io tornare, portarti del mangiare
nella camera, e il mattino dopo a prenderti
per altri giri che si doveva fare.

Brillava ancora della luce, brillava
con fatica, attraverso rovi fitti
come quelli che avvolgono i castelli nelle fiabe
per incantesimi di streghe – ma brillava.

Cerco di respingerla la domanda banale
ma nell’ingrigire della sera, un’altra
sera, con un poco di vento
dopo il caldo del giorno mi sale
nell’empito sciocco d’un pianto: perché
l’hai fatto?


CHE NE DICI?

Quinto piano, ma la discesa nel cortile
(Torino finge di essere piana)
lo fa sesto. C’è un basso fabbricato
che poteva disturbare, e forse la scala
appoggiata alla ringhiera ti è servita
per una più sicura traiettoria
che lo evitasse, giù giù fino al profondo
del piatto cemento, disadorno, illacrimabile.

Perfezionista! Eppure ti hanno portata
viva all’ospedale, le sirene nel coprifuoco
della notte di luna piena limpidissima.
La morte ha lavorato due o tre ore
per prenderti, ma giocava sicura:
non era rimediabile il macello.

La grammatica vorrebbe il passato
remoto: cosa rende remoto il passato
più della morte? Ma non riesco. Sono stato
con te su quel balcone, è l’ultimo
posto insieme, prima che tu escludessi
dalla tua vita me e poi te stessa.

Ieri ho notato che l’ultima riga
dell’ultimo biglietto scritto a mano
prima del volo, “voi fate come vi pare”
può assomigliare al “va bene?”
sul biglietto dello scrittore
di cui condividi le iniziali
(anche lui il 27 e luna piena).

E non ci si può credere (tu sì)
ma scrivo queste cose tristi e inutili
e anche leziose, futili
per distrarmi da un nero più nero
per lenire un dolore più dolore
che nel silenzio cresce insopportabile
– è strano, forse è omeopatico, tu
che ne dici?


SERA, CASA

È scesa la sera, ho dato
l’acqua alle piante sul balcone:
il fico, la conyza, le belle di notte,
la portulaca, un rampollo di quercia,
i gladioli, la calancoe, la stipa, le patate,
la menta e altre di cui non so il nome
portate dal vento.

C’è musica dal festival nel parco
della Confluenza, la finestra è aperta
sulle quinte del mondo, su una sparsa
rappresentazione rumorosa
di nulla e di tantissimo, dovrei
fare qualcosa?

Passa una sirena d’ambulanza
– no, forse polizia, è più rabbiosa.
Dovrei fare qualcosa?
Non chiudo porte, lascio scivolare
(inerte) la battaglia delle cose.


RITROVAMENTI, MONDI

La bellezza non manca, è l’erba
nelle scanalature del marciapiede
dove scorre, ora che piove, dell’acqua.
Ma sono stanco, di me, delle parole.

Stendermi su queste mattonelle
fra cui fugge la pioggia, fuggire
anch’io, inabissarmi per tornare
dal nulla in forma d’erba, esprimere
senza necessità un colore: morire
un poco dolcemente, che pretese.

Nemmeno questo credo. Svanirà
persino il sogno, il mare del dolore
ha soltanto illusioni come approdi.
Basta sciocchezze. Ora nel bus su un foglio
che traspare da una borsa di plastica
retta da un uomo triste, si legge:
oggetto: richiesta pagamento.

Basta sciocchezze. Si va come tutti
in questo gioco d’orrore e compiacenza
che non è gioco. Rimanga modesto
come l’erba il mio fantasticare
ritrovamenti, mondi.


DI GIORNO

Ogni tanto ti vedo, in un voltarmi
soprattutto di giorno, di mattina
sei una fantasma diurna, solare

invisa ai demoni, ai rapaci oscuri
famelici: la luce ti dà forma
e trasparenza, che hai sempre avuto

e così lieve mi parli e mi tocchi
che con tutta la scienza e la ragione
io non ci credo che tu non ci sia.


COMUNIONE

la cosa migliore
ancora meglio che fare l’amore
era, lo sai, guardarti dopo, sul letto
rischiarata dormire nel miracolo
che benevolo illuse

breve, per sempre
ieri ho cambiato le lenzuola
sono fresche, profumano, dai
sotto le specie del vuoto e del silenzio
io lo so che ci sei


NON SONO UN BUON CONSOLATORE

L’amica migliore invecchia e deve
ancora lavorare, è stanca, domanda
perché tutto ciò, il senso, io non so
rispondere, ovviamente, passano
i giorni e spesso ciò che faccio mi sembra
un passatempo nella sala d’aspetto
d’un aeroporto, in attesa del volo
verso il nulla. Poi può bastare un soffio
di odore fresco da un vicolo
a tirarmi su per un minuto, questo
può bastare a me, però non consola
né risponde. Lei è sempre anche bambina
come tutte quelle con cui sono riuscito
ad avere relazione, e i bambini non li inganni
con le buone intenzioni e i buoni sentimenti.

Eppure guai a chi non viene ingannato!
Il vero è insopportabile, l’apparir del vero
fa miseri cadere – ma, certo, si possono
fare cose, ieri abbiamo parlato
bevendo qualcosa di questa follia che monta
verso una guerra e tutti sono imbambolati
come fosse ineluttabile, io le ho detto
che un secolo fa dovevano almeno fare
la fatica di montare i giovani su ideali d’odio
(il maledetto tedesco, il maledetto inglese
secondo i turni) e adesso invece basta
muovere automi con levette in alto
e sfruttare sadismi generici – però
forse dicevo per dire, non so, dicevo
per distrarre in angosce planetarie
l’angoscia personale, poi non so davvero:
l’uomo è crudele da sempre, rispecchia
la natura che a sua volta è crudele
e totalmente priva di ogni senso o scopo.

Poi la vita è bella, è bella, siamo riusciti
a inventare la bellezza e persino l’amore
che se ti prende ti trasforma in un breve
dio, e la dialettica, litigare solleva
e la contemplazione e la filosofia
e l’arte e la poesia e vari altri rimedi:
anche il canottaggio, mentre scrivo ricevo
messaggi da nipoti che vincono gare.

Sì, nasciamo e moriamo come i lombrichi
o i conigli, peraltro ho visto conigli felici
mangiare assorti foglie di erbette e catalogna
e vedo te, e me, e loro, e noi
con questo bisogno di essere e non perderci
mi concedo il sogno di paradisi di conigli
celesti erbette eterni abbracci amorosi
e nessuna morte, nessuna, nessuna:
non è che ci credo, lo sogno, d’altronde
chi ti dice che non sia sogno tutto
eccetera eccetera, adesso mi fermo
perché il pensiero non m’invischi
(via, via dalla rete da pesca del pensiero)
e comunque no, non sono un buon consolatore:
l’amica migliore invecchia e deve
ancora lavorare, speriamo che incontri
spesso qualcosa che la faccia sorridere.


LA PICCOLA DISPERSA

La calda luce fioca
dai vetri del palazzo
è vietata alla piccola
dispersa. Poi, esiste
quella luce solenne
o è un trucco?

Perché lei è fuori?
Per che colpa o mancanza?
Ne ha un vago sentore
ma non lo sa dire.

Ci sono fuochi tiepidi
nell’umido velato
dell’insidioso bosco.
Chi li accende? Perché?
È trappola, è conforto?

L’odore punge, eppure
fra i rovi e lo scosceso
è buono, è suo: esiste?
Accoglie, quel chiarore?

La piccola dispersa
senza nessun sentiero
cammina, s’incammina.


1° OTTOBRE 2024

Nella luce grigia un vecchio
si sveglia lentamente, osserva
la finestra, sente torpide sul letto
le gambe deboli e qualcosa
in gola, si alza, lo prende
un terrore sottile di ogni morte
ma soprattutto, lo ammette, la sua:
la strage più vicina di bambini
è quelli dentro, che giocano ancora
e non sanno che è già quasi finito
persino il ’24, chi l’avrebbe mai detto:
e teme il restringersi, il passare
per informi penombre, prima: meglio
sarebbe cadere d’un tratto, a capofitto
in quell’orrido immenso, pensa
che ha avuto, immenso, un amore
tardivo che nell’orrido abisso
si è lanciato via dal labirinto dei dolori
o chissà, e ha portato con sé
molto di lui: se solo riuscisse
a credere di raggiungerla, ma dov’è
tutta l’erba seccata negli autunni?

Esce, compra in farmacia dell’aspirina
e prende un cappuccino sotto gli alberi
“va già bene” “com’è?” “tiriamo avanti”
è tutto così assurdo, guarda i vecchi
che vanno lenti, le ragazze veloci:
la radio del chiosco dopo la musica dice
che Israele invade coi carri armati il Libano
e nel viale gli schiavi in automobile
premono verso il lavoro, è tutto
così assurdo, guarda intorno smarrito
la gente “siamo tutti persone” ma cosa
significa? perché nessuno urla
e se uno urla lo chiudono in reparti?

Cammina, va a sedersi più in disparte
all’Arrivore, verso il fiume, qui
c’era una volta un campo nomadi, adesso
è prato e alberi e qualche panchina
più solitaria, più lontano dalle prefiche
e dai motori, l’erba è verde come fosse
primavera, si dirizza nella brezza
e c’è un’appena percettibile fessura
d’azzurro su nel grigio: lo spiraglio.

Si dà dell’egocentrico: è soltanto
che sono vecchio io, tutto procede
in meraviglia e crudeltà millenaria:
nel tardo Medioevo ritornando
dal Santo Sepolcro i principi cristiani
per non perdere il gusto del massacro
ordinavano bambini, da rubare
ai contadini e li immolavano in sevizie:
fioriva intorno asfodelo e lupinella
e certamente qualche innamorato
incantato sognava la sua bella:
posso sognare anch’io, questa mattina
qui – pensa il vecchio, sognare
che è viva tutta l’erba che è vissuta
e lei e io e tutto il sangue versato
sarà rubino d’un’aurora mistica
o altre sciocchezze così, confortevoli.


UH!

Bello questo breve tornare di sole sulla collina
dopo un giorno di pioggia, gli ho fatto
un video dal balcone; più bello osservare
accovacciata a gambe aperte sul prato
una ragazza pisciare – occorre scrostare
qualcosa che mio malgrado m’ha incrostato:
anche quando dico “non ho bisogno
di piacere a nessuno” so che invece
ho bisogno di piacere a qualcuno, ho capito
che sono io il mio ipocrita lettore, pur avendo
deposto tutti quegli arnesi arrugginiti
(la noia, il pugnale, il peccato, l’errore)
con cui ancora giocava Baudelaire.

A mani nude e anima nuda resto
ugualmente ipocrita lettore, un censore
con brevi trasgressioni, fessure
nel manto opaco dell’approvazione:
detta anche (per eufemismo) riconoscimento
o accettazione, o salvezza: oh, la cerca
chi si dà fuoco col gasolio in piazza
o è crocifisso o contempla la medaglia
dei quarant’anni in Fiat o un bambino
che ha appena massacrato o generato:
uh, tu le sais, hypocrite Dieu, mon semblable!

Già è cambiato il cielo, s’annebbia, nessuna
ragazza è qui a mostrarmi uno scroscio
di scintillante piscio, dall’altra finestra
denti di monti in una riga chiara
sotto sbuffi di grigio si disegnano
per un attimo ancora, bello è anche
questo grido finale del giorno, migliore
sarebbe esserci labbra d’una donna
per un bacio, un pompino, la mia mano
accarezza sé stessa e si trova cangiante
instabile, ora fresca di ragazzo
ora molle di vecchio, ora già putrida
inesistente. Le parole, l’essere,
uccidere tutto per essere innocente!

(Avere almeno il coraggio di chiuderla qui
senza quegli altri versi dopo, attenuanti.)


TEMPO, GRIGIO

Il cielo è grigio ed è tutto troppo
poco ed è troppo, posso descrivere
questo grigio, è diverso da ogni altro
ha sul crinale della collina un bagliore
che non è proprio un bagliore, è più
il punto dove una ferita sbiadisce
e quasi guarisce, staccandosi dal lembo
scuro ancora d’una futura cicatrice
e più su le sfumature sono penne d’uccelli
appena visibili, o nemmeno, inventati
e già non ci sono, e più in basso
gli alberi fitti sono un grigio più torbido
e si scende così fino ai tetti delle case
color mattone polvere, ma questo
cos’è? È solo un mattino grigio
diverso ma uguale a tutti, che ognuno
se alza gli occhi lo vede o non lo vede
e nulla cambia, qualcuno inciampa, qualcuno
è malato, ci sono i pensieri, i bambini
gridano, un cane abbaia in automatico
quando passo al settimo piano, è sospetto
chi non prende l’ascensore, c’è il dolore
e c’è questa cosa che non c’è ma si può
rappresentare a piacimento, con talento
o senza, un drago? un drago fauci aperte
che tutto inghiotte e nulla è più, un vento?
un vento cattivo che tutto cancella
persino la terra su cui ha cancellato
baggianate, fratelli artisti, baggianate
basta dire il tempo, senza aggiungere
vorace che è superfluo, il tempo procace
casomai che ci attrae nel suo turgido grembo
a nascere (se no dove?) coi suoi falpalà
di nubi grigie o azzurre o anche rosa o cobalto
per far rima con alto, poi ci scaccia
ma prima ci schiaccia, per gioco, come rospi
sotto tacchi a spillo di signorine distratte
un drago? un vermicone aspirapolvere
che succhia pure le parole, così scrivo
moncherini consumati, qualcuno
ne salva poche, stagliate, e va via prima.


LEGGERE L’OROLOGIO

Ho imparato a leggere l’orologio
e il calendario, so che fra un’ora sarà buio
anche se adesso, oggettivamente, non lo direi.
Il cielo inganna e la notte viene di colpo
o al massimo con un breve segnale
straziante di tramonto colorato
ma se piove o il cielo è coperto, nemmeno.

Questi calcoli non cambiano nulla:
si fanno per giocare, come gli anagrammi
divertenti di un nome o togliere le foglie
da un tavolino per metterle in tasca.

Tu arrivi quando arrivi e quando arrivi
già da prima ci sei. Ora è comparsa
la luce della casa in Liguria d’autunno:
t’avevo messa a dormire nell’unica stanza
la cui finestra non dava su un abisso.

Quando volevi stare sola uscivo
come un fantasma, la sera ti mettevi
accanto alla vetrata, confusa col mare:
“è bello, qui” dicevi, sapevamo di essere
nel paese che sta sotto la diga crepata
e sapevamo disperderci e aspettare
senza nessuna sicurezza di trovarci
sapevamo molte cose, molte cose, niente.


IL NIPOTINO A LEZIONE DI CANTO

Dei suicidi non hanno pietà, scrive
Ilaria, citando forse De Andrè, e infatti
resta lo stigma, come per le streghe
e le puttane: nel Seicento sarebbe
stata bruciata sul rogo: ammazzarsi
era punito con la morte, nel caso
non fosse, il reprobo, riuscito a morire
di sua mano: un paradosso tragico.

Se invece c’è riuscito, ringhiosi
non possono colpirlo, ma gli negano
ciò che possono, sacrata sepoltura:
«sta bruciando all’inferno», dichiarano
nel loro millantare millenario
i brutti sacerdoti. Ma Cristina
annota l’attimo prima del volo:
«io ho salvato la mia anima».

E scrive Monica: «non voglio essere
ricordata come brava ragazza»
e tutto è stanco e confuso, mi sono
fatto adesso, di malavoglia, la barba
per non spaventare le maestre del nipote
che vado a prenderlo a scuola.
Meno si crede più si urla, per essere
spaventapasseri al nulla avvoltoio.

È pïetà riannodare la vela
mentre si squarcia, fare dei ricami
per abbellire il corso del naufragio.
Ma poi non tiene: ogni confortatore
ti viene a noia se avverti distinto
lo stacco del fasciame, il duro irrompere
dell’acqua nera dove ammutolisce
ogni speranza o sogno o rimorso o ricordo.

Ma sì, per oggi prendo il nipotino
e lo porto a lezione di canto, cantare
lo fanno anche gli uccelli, si avvicina
a quell’idea di un ponte-che-non-c’è
verso un altrove-che-non-c’è, qualcosa
di novissimo, di là da ogni stupore
o parola o pensiero: che io per consolarmi
mi dico: è naturale che non so.


SERA, PIOGGIA, 26 OTTOBRE 2024

La pioggia lava via del dolore?
No, ma può servire
cominciare con una frase banale.
Abbassare le ali.
Dopo una masturbazione, disteso
una ventina di minuti di benessere:
resta il modo migliore.
Poi cena, due cachi che li chiamano loti
e si diventa lotofagi.
Una fatica mentale entrare nel supermercato
ma, signori, il cibo c’è ed è vicino.
Come si può!
Solo in certi momenti le parole
sgorgano e si compongono da sole:
è comodo, non ho che da trascriverle
in fretta, prima che perdano forma
et voilà la poésie. Intera.
Scrivere solo in quei momenti! Peraltro
non v’è certezza che non ci sia inganno:
è insidiosa la divina ἔκ-στάσις.
No, mi tocca scrivere anche in altri
momenti, più artificiosi, come adesso, come
una masturbazione
(che va studiata, soprattutto alla mia età:
magari un porno adatto, o pensieri
ma i pensieri inciampano, introducono
disturbi) per una ventina di minuti
di benessere. Sopore buono, non sonno.
Sopore, sapore. Solo un’imitazione
di quando m’assopivo in pomeriggi
da bambino e sentivo un odore
metafisico (sì, metafisico)
che mi portava in luoghi miei, sicuri.
Era breve anche allora, è sempre breve:
il grosso del tempo è la persecuzione
delle sciocchezze e della morte.
Le sciocchezze! Quante, quante!
Ora non devo cedere alla tentazione
di elencarne: è fare il loro gioco e poi
mica si è d’accordo su quali cose lo siano!
E qui, e là, e là, e qui, così, cosà, sussù, mavà.
La pioggia lava via del dolore?
Potessi ancora guardarti dormire
accanto a me nel letto: è stato quello
il sublime, nel mio piccolo: sublime
(lo definisco) è ciò per cui dici
nonostante le sciocchezze e la morte:
“sono contento di essere nato” – è solo
la mia definizione, nel mio piccolo.
Abbassare le ali
per consapevolezza o per proteggere.
Ogni tanto la mente, per fortuna, va via
e lascia spazio.


ROSE MARIE KENNEDY, AHOO DARYAEI

D’altronde, una sorella di John F. Kennedy
fu lobotomizzata perché esuberante
“cattiva ragazza”, a 23 anni, con la sua
“condotta sessuale libera e disinvolta”
danneggiava l’onore della potente famiglia.

Era il 1941. Nel 2024 la
“condotta sessuale libera e disinvolta”
che sia in privato o in pubblico, che sia
tanti ragazzi a scuola o spogliarsi su un palco
o essere poligame o fare del porno, che sia
star nude al fiume o amare altre donne, che sia
per gioco o arte o guadagno o lavoro
o protesta o inclinazione o carattere, che sia
insomma in qualsiasi modo/motivo (dovrebbe
essere insindacabile il modo/motivo), la
“condotta sessuale libera e disinvolta”
poco è perdonata dalla tetra maggioranza
a ogni donna. C’è gente che ha voglia
di ayatollah e taliban oggi qui
da noi, d’altronde se no
perché avremmo un governo fascista volgare
vomitevole vergognoso ma anche
tanti “compagni” bacchettoni, orribili?

Sarà difficile creare un movimento di solidarietà
(la maggioranza non lo vorrà:
altri lo abbatteranno con i se e con i ma)
per la ragazza di cui nemmeno si sa
con certezza il nome, Ahoo Daryaei
è al momento soltanto un’ipotesi.

L’hanno già portata, pare, in manicomio
e hanno già trovato uomini della sua famiglia
a dire che è pazza, squilibrata, d’altronde
succedeva in Italia negli anni Cinquanta
(mentre io nascevo) che molte, moltissime
ragazze chiuse in manicomio (documentatevi!)
lo fossero per nient’altro che una
“condotta sessuale libera e disinvolta”.

Abitano, i persecutori persiani
anche dentro gli avventori dei nostri bar
(fighetti in centro o malavitosi
in periferia è uguale) – abitano
nelle nostre famiglie con televisione
e pure nelle scuole – abitano
nel frastuono dei centri commerciali
ammiccanti ma corretti, abitano
dappertutto. Sarà difficile
creare un movimento di solidarietà
per la ragazza in mutandine e reggiseno
sulle scale dell’università
di Teheran, o per Gaza che è lo stesso
massacro del potere, benché
lo capiscano in pochi…

Sono scarso nella cosiddetta
poesia civile, perdonatemi, ma questa
cosa dovevo scriverla, pazienza
se ogni parola è svuotata e rivoltata
e dà nausea, inutile sussulto.


PENNE RIGATE

Occorre usare parole ruvide
perché la glassa della retorica
ci metta di più
a farle sdrucciolevoli.

È, in questa feroce melassa
di rancore odio e bacetti
una battaglia persa:
ma guadagniamo tempo.


SEI TU DENTRO GLI SPASMI IMPROVVISI?

Mi è compulsivo scindere o agglomerare
le parole in modo improprio, ho scritto
nel titolo di un video “con corde” e subito
ho pensato “concorde”, mi sono sentito
frastornato e subito “fra stornato” ho pensato
e i traumi, in tedesco Traum è sogno, ho pensato
trasognato, tra sognato e non sognato, certo
il pezzo di carta sulla porta
che dice che sei morta
mi sembra di no, è rimasto impigliato
fra cornea e retina, dove non c’è
interpretazione – dice così? Oh, sciocchezze:
le morti piovono, “i bambini di Gaza”
e l’odio verso le ragazze nude
sui social e tutta quell’intontita
sciatteria “non puoi essere femminista
se difendi la Palestina che è islamica
e opprime le donne” – ma cosa dicono?
dicono così? ogni frase è un cigolio
d’applausi e ostilità ma soprattutto
vigliaccheria, schizoide è il mondo
non tu – ma schizoide sedato, gli hanno
fatto prendere le loro medicine
– è stato facile, va bene così, mi è più chiaro
adesso che fra le ossa fini
dilaniate non potevi respirare senza ridere
e provo a ridere, ogni tanto mi viene
un’inspirazione improvvisa violenta
uno spasmo del petto come un sospiro isterico
non è importante, forse
sostituisce l’ispirazione
delle parole morte, les feuilles mortes
un colpo di vento, un colpo
senza parole, che passa indescritto
e s’attenua così, come un’ansia nascosta
o un ruscello insabbiato, ho pensato
ai ragazzi al fronte, Trento e Trieste, corso Belgio
il Piave e la Dora, gli inganni, sedemmo
ancora presi a un miraggio di spacco
aperto verso diserzioni possibili
– ecco, bastardo, arriva il ritmo del verso
e si unge di tutto quello schifo
che lustra il lusso dei muri, se lo rompo
tace – fosse almeno silenzio
ma brum, brum, brum
dentro e fuori la testa
neanche più intonate sono queste sirene
ti prendono con gancetti duri
e faccine, aderiscono al velcro dell’anima
e la strappano via, come salvarla?
io non lo so, poso lo sguardo su un ramo
da cui giallissime svolano foglie
o fra le cosce d’una giovane sul bus
ci dev’essere, ci… no, non è che ci deve
essere, può, forse può
– sto diluendo, mi faccio ribrezzo
sei tu dentro gli spasmi improvvisi?


FORTUNA

Stasera, dopo una giornata bolsa
ho pensato che tu non sei stata
l’amore che succede una volta sola
nella vita, no, tu sei stata l’amore
che se non si ha una fortuna pazzesca
nella vita non succede, si sta senza.


IL CEDRO DI CHIERI

Mezza luna stasera, la mezza che rimane:
sta calando, in un cielo stellato, guardavo
oggi Andrea guardare un albero, mi è
balenato che gli alberi potessero tenervi
in salvo, eravate arborei, io invece
solo uditore, osservatore, inviato
nel paese straniero, chissà come
ti potevo tenere, così quasi analfabeta.

Ma nulla ha retto: l’amore è una resina
rara, di buon odore, può unire le dita
alle dita e le anime insieme, giocare
a impiastricciarsi, ridere persino
e credere, sperare. Siamo stati al cinema
e a una mostra ed è strano, sono cose
da farsi, in guerra, fuori dai rifugi?
Ora, dopo la bomba, dove sei?


ASCOLTA I TUOI RECLAMI
(lettura di poesie al bar Sophie)

Ho organizzato
una lettura di poesie (tre,
scelte a caso, va bene)
di Andrea Gruccia
da “Blu oltreamore”
al bar Sophie, ma senza farmi accorgere:
al tavolino, con un cappuccino.
È andata bene, nessuno ci ha badato.
Uscendo in strada ho sentito
come avere dimenticato
qualcosa, non avere pagato:
mi sono fermato
un tratto, ma no
l’euro e quaranta alla barista
l’avevo dato, giusto, senza resto.


NESSUNO AL SICURO

Dopo ogni attentato adesso scrivono:
“Nessuno è più al sicuro”
ma quando mai si è stati al sicuro
negli ultimi quattro miliardi di anni?

Non sono convinto
che abbiano scritto sempre così.
Piazza Fontana, piazza della Loggia
e la stazione di Bologna, scrissero
“Nessuno è più al sicuro”?

È difficile andare a vedere
sui giornali di allora, non ancora
digitalizzati, ma mi sembra
che non scrivessero così.

Eppure ci stava: una banca, una piazza,
una stazione dei treni, chiunque
poteva passarci: nessuno al sicuro.
Ma non c’era ancora l’ossessione.

Adesso c’è, e ci fregano alla grande
con la paura onnicomprensiva.
Ci assicurerebbero, pagando, anche il culo
contro i danni da diarrea ai pantaloni.

E su tutto, su tutto, seminano terrore:
la bomba, il virus, il ladruncolo in bus
e persino una lesbica è nemica
del tuo stare bene
del tuo stare bene
nella gabbia, con un tozzo di pane
da fotografare con lo smartphone:
non uscire mai, mai, mai:
pensiamo a tutto noi.


ZOAGLI, DICEMBRE ’24

Dalle piante che crescono qui intorno
Andrea ha spremuto una foglia di aloe,
ne esce un gel che fa bene a tante cose,
e una di eucalipto, esce un aroma.

Abbiamo guardato il tramonto a Camogli
e parlato di cose: di te, della fine
del sistema solare, gigante rossa, nana bianca,
dei colori delle case nei paesi,
di ragazze anni Settanta, di focaccia,
degli odiatori di Ambra Bianchini,
di una motocicletta, di bellezza, a Genova
abbiamo parlato con una puttana in vico del Pelo
e con un barbone, ex giardiniere, a Brignole
e abbiamo cenato in un cinese a Chiavari…

Ti ricordi, in questa casa sulla scogliera
stavi seduta sulla poltrona accanto
alla finestra, era novembre, ti stavi
allontanando, avvicinando, facevamo
pochi giri, la spesa a Rapallo.

Diranno che è eccessivo ossessivo o ridicolo
ma non importa, ci sono io e non loro
nella mia pelle e distintamente sento
che hai diviso il mio tempo: c’è un prima
e un dopo averti conosciuta, appartiene
a ogni cosa, a ogni senso o ricordo.

Il mio tempo. Ma il tuo? Tu l’hai troncato
e questo è impossibile, si dovrà ricucire
quando anch’io sarò polvere, o dopo,
quando il sole sarà gigante rossa
e cenere la terra, o ancora dopo,
quando nulla sarà e quindi tutto.

Il cielo è stellatissimo e la sera
benché invernale è mite, sarebbe
divino stare con te sul balcone:
tu con il tuo cappottino all’antica,
io con il vecchio montgomery verde
per cui un poco mi prendevi in giro:
lo uso ancora, è piegato sulla sedia.


PARTIRE LEGGERI

Confessare di esistere è una condanna a morte
(C. P.)

quella condanna a morte
del confessare di esistere
può essere sgomento, confessando
(a sé, all’altro) confessando
accorgersi che
ciò che confessi esistere
non esiste più
(è esistito?)

esce come sangue
da ferite il sentire, non c’è
realtà – inutile
il taglio, il dolore

così anche un’idea
appena prende forma
(o quasi, o sembra che)
altra idea la deforma
in un perenne silenzioso allarme:
gratificarsi di questo (progresso?)
è una simulazione

dubito ergo frangor
in un bordo dello spettacolo
si stacca pelle da pelle

vorrei confessare
ma non mi ricordo
e allora sì, un naufragio
farsi macchia di sartie

divenire, svanendo, il mare
a cui fissavi l’occhio
già senza corpo, già
fluttuante, in qualche modo
che qui non si può dire

– può essere! – non so
interpretare, è clangore
di opposti o di confusi
mi stacco dalle cose
ed è forse bene partire leggeri
al viaggio-che-non-c’è



SEGNALI

Cerco segni, come il bambino cerca
le tracce di una madre, o surrogati:
quella madre che sei tu stesso ancora
eternamente, come non è stato:
un ricordo che crei l’essere stato.

Segni, segnali, una traccia di stella
o il muoversi modesto di una foglia
o un conosciuto odore, connessioni:
anche voci da muri, lo schioccare
di un mobile di legno. Qualche cosa
da cui trarsi, a cui trarsi, per tenersi
da questo retrocedere nel buio.

Bagliore in cui trovare delle forme
che, riconosciute, aprano il varco
d’una rivelazione: è qui il paese
di te e dei tuoi, qui vale il passaporto
tenuto in serbo in un luogo sicuro
con il tuo nome, il suo, i vostri nomi:
è davvero così, non potevate
sapere, ritornate nell’abbraccio:
scioglierlo non fu colpa ma il passaggio
dei mari lunghi, amore, libertà.

Amore, libertà. Cerco segnali
ma il buio si fa denso come il corpo
e più non mi distinguo dalle pietre
che la valanga sgretola, dai molli
lombrichi inghiottiti, dal racemo
spogliato che marcisce nella pioggia:
non mi distinguo più da me. Perché
ho il dono di sentirmi essere nulla?
Non è contraddittorio? Così cerco
nei sussulti ostinati, dei segnali.

Correr-se als pits

05 domenica Gen 2025

Posted by carlomolinaro in poesie

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eros

Ha le tette tinte con dieci mani di sperma
la puta catalana del Raval: la prestazione
più economica è questa, sborrare
fra le poppe, lui masturbandosi senza
toccare lei, solamente spruzzando:
poi esce dal separé ed entra un altro
e benché costi poco è conveniente
per la guarra perché ciascuno dura
pochissimi minuti. In certi pomeriggi
qualche ragazza si dedica a questo
specialisticamente: ne passa
dieci di fila, senza lavarsi, soltanto
spalmando un poco lo sperma: da qui
la situazione che ho scritto al primo verso.

E queste poppe laccate dal seme
di dieci uomini a strati mi pare
un’immagine di grande potenza
erotica, la ragazza dovrebbe
(a volte lo fa) posare per foto
sorridendo sovrana e sontuosa:
rallegrata del frutto nel suo seno
raccolto, coltivato, guadagnato.


Scritta il 5 gennaio 2025.

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