Ottenere da un governo fascista l’ergastolo per il femminicidio è un precedente per altri ergastoli e per altre repressioni – ci passano accanto, nella forma truffaldina del decreto legge, norme liberticide contro ogni forma di dissenso. Io non invocherò mai l’ergastolo per nessuna cosa, che sia femminicidio o pedofilia o strage o guerra o sterminio. Il carcere è una barbarie che va gradualmente superata, senza eccezioni.
Dire che la donna ha sempre ragione e l’uomo ha sempre torto e deve stare zitto non è solo divisivo e quindi funzionale al potere delle classi dominanti (divide et impera) ma è anche 1) fascista, perché è sempre fascismo zittire delle persone, qualunque cosa esse esprimano, foss’anche la più reazionaria delle idee; 2) patriarcale, perché non riconosce alla donna il diritto universale di essere a volte stronza, vendicativa, calunniatrice, criminale, deviante: riducendola così a creatura inferiore, limitata.
Censurare delle parole, qualsiasi parola, e rallegrarsi di questa censura, è un precedente per la censura di altre parole e, alla fine, di tutte le parole. Censurare delle espressioni artistiche (o non artistiche: chi decide l’arte?) è l’anticamera del buio più fitto e totale. Cancellare pensieri, parole e opere del passato perché non conformi a nuovi princìpi che si ritengono assoluti, è il macello che fu operato ed è operato ancora dalle religioni e dai fanatismi: sapete quante meraviglie dell’antichità classica distrusse il cristianesimo giudicandole blasfeme?
Parlo liberamente perché per tutta la vita sono stato parte di tutti i problemi che ho attraversato. Ho sofferto il patriarcato quando nessuno lo nominava, nessuno lo considerava esistente, perché non mi riconoscevo in ciò che la famiglia, l’ambiente, la società e la cultura chiedevano a un maschio di essere. Prima di rendermene conto, sono stato devastato dal patriarcato, come tanti. Ciò non significa che io fossi omosessuale (una scorciatoia anche questa): significa che ero diverso, ero a modo mio, ero affascinato dal femminile delle donne e della natura in un modo mistico che nessuno capiva. Non esistono solo due generi, no; e non esistono solo due o cento o mille o centomila modi di essere, ne esistono infiniti.
Qualche giorno fa un’amica, impegnata da anni nella difesa dei diritti e del dissenso, mi ha detto che una sua conoscente l’ha criticata per essere amica mia: non dovresti frequentare Molinaro, è uno che fotografa le donne nude e giustifica la prostituzione come fosse un lavoro qualsiasi. E qui siamo alla delazione minacciosa, alla “zona di controllo del vicinato” (inquietante iniziativa indicata da cartelli in certi comuni con disinvoltura, come fosse indicare la zona residenziale dei trenta all’ora). Sì, mi piace fotografare donne nude, è molto bello, spero di trovare ancora qualche modella disponibile; e sì, considero il lavoro sessuale come una professione da riconoscere e legittimare. E dunque?
Si espellono, isolano, criminalizzano persone per una singola idea, un gesto, una parola, un gusto, una sfumatura: questo si chiama epurazione, queste sono le famose liste di Stalin. Questa è la vittoria definitiva del grigio carro armato della potenza ottusa. Ed è, soprattutto, la fine della vivacità della mente e dello spirito, la fine del progresso culturale e umano, la fine della libertà.
Ho combattuto da solo lotte femministe in luoghi e tempi dove nulla di ciò esisteva. Mi sono ribellato all’asfissia della famiglia tradizionale, al soffocamento dell’amore nel possesso e nelle regole, alla cupa gelosia, alla fobia di ogni diversità. L’ho fatto persino prima di sapere che lo stavo facendo. Ho commesso anche migliaia di errori, ho nel curriculum migliaia di cazzate, la mia vita è stata un continuo sbandare tra fioche luci di lente scoperte e inciampi in filamenti di buio.
Ma sono stato pure in prima linea in cortei di operaie del vercellese, anni Settanta, che lottavano sì come donne, per la parità in tutti i campi, però non si dimenticavano l’altra fondamentale lotta: quella contro il padrone, lo sfruttatore, lo schiavista; quella contro la classe dominante, senza distinzione di genere – alcuni degli attuali capi dell’oppressione del mondo sono donne, una l’abbiamo al vertice del nostro governo.
Ricordo un corteo in cui tenevo uno striscione, forse era il 1971, un’operaia che lo reggeva accanto a me disse a un suo compagno di lavoro: tienilo tu lo striscione, non farlo portare a uno studente, non siamo capaci di portarlo da noi? Diffidava di un liceale, presumibilmente borghese, ed era comprensibile: può uno con gli studi pagati non essere un nemico di classe? Forse può, ma era meglio stare attenti.
Continuerò ad andare – in silenzio – alle manifestazioni femministe, a essere presente, a documentarlo, l’ho fatto appena l’altro ieri sera in piazza. Sperando che “non una di meno” sia sempre solidarietà offerta e non reggimento di leva obbligatoria: anche un sorellanza imposta è un sopruso, qualcuna può non voler essere né sorella né amica. Ogni persona è una persona, la fluidità è di tutto l’essere. La libertà è la libertà.
Tantopiù ora da vecchio parlo con serenità. Ripeto: per tutta la vita sono stato parte di tutti i problemi che ho attraversato. Esiste un altro modo di attraversarli?
Scritto il 6 aprile 2025.