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Bisogna che lo affermi fortemente
che io non sono di letteratura:
però una solitudine di gente
mi sospinse pian piano alla scrittura.

Quando guardavo l’orto e i muriccioli,
le nubi basse, l’afa, le zanzare,
c’era il mio cuore che faceva voli,
l’anima mia pacata nel sognare.

Ma il sogno nel silenzio scricchiolava,
sentivo passi che non decifravo:
nessuno intorno a me m’assomigliava,
che ci fosse dell’altro io lo pensavo.

Così guardando dentro le distanze
capii che la parola era il mio viaggio:
uscii con la parola dalle stanze,
mi feci ardite navi di linguaggio.

Il linguaggio trascurato mi travolse,
seppi che il mio destino era poetare,
con un dubbio però che non si sciolse:
senza futuro era il mio verseggiare.

Ad ogni verso reinventarmi un mito,
a ogni strofa disegnare il mondo
e perdermi nel gusto più proibito,
quello di quando svelo e non nascondo.

Ma il canto fa brillare false rotte,
dov’era il vero, dove l’invenzione?
Il giorno si confonde con la notte,
la vita in una bolla di sapone.

E tutto è vano e sento che la morte
è ormai vicina e io non ho compreso
se fosse questa o un’altra la mia sorte
e che cosa ho lasciato e cosa preso.

Mi resta solo la precaria gioia
di avere aperto scrigni di bellezza,
colorare la vostra e la mia noia
con tinte di un’eterna fanciullezza:

lasciare fra un inciampo ed uno sbaglio
fra un goffo tentativo ed una rima
la porta aperta (e sia pure un abbaglio!)
a sensazioni sconosciute prima.


Scritta nel 2019. Con video.

 

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