A Ines piaceva il cazzo. “Ma tutti i cazzi?” – le domandavano. “No, ma, come dire, ontologicamente, come uno che è appassionato di francobolli e li colleziona, di sicuro non gli piacciono tutti allo stesso modo, ma il genere, la categoria”.
Tuttavia, Ines forse non avrebbe inserito in questa sua passione una parte redditizia, se non le fosse accaduto di restare pregna, naturalmente d’ignoto, e di essere perciò brutalmente scacciata dalla sua famiglia, una famiglia arretratissima, se si considera che si era già negli anni Settanta del XX secolo.
Non si perse d’animo, si spostò dalla cittadina di provincia in una grande città, dove partorì e lasciò il bambino in adozione anonima. Qui, entrata in contatto con una signora che gestiva un certo giro, Ines decise che una percentuale dei cazzi che accoglieva poteva essere assoggettata a un pedaggio, tale da permetterle di vivere bene.
“Se non ti piace il cazzo” – pensò fra sé e sé – “fare la puttana è una pena, ma se ti piace può essere un buon lavoro, migliore di altri e più fruttuoso. Tutti dovrebbero fare lavori graditi. Ma è impossibile: chissà se a qualche inserviente di reparto di geriatria piace la merda dei vecchi, eppure devono pulire quei culi”.
Con il diploma che aveva delle superiori, avrebbe potuto fare la segretaria o la stenografa (esisteva ancora, per poco, quella mansione) e pure senza diploma avrebbe potuto fare la commessa, o le pulizie, ma tutte queste ipotesi le parevano decisamente peggiori.
Da puttana avrebbe potuto anche iscriversi all’Università, studiare, laurearsi. “Ne ho di studentesse nel giro” – le aveva detto la ruffiana, una signora simpatica che si accontentava del trenta per cento, che non è tanto, se consideri che è un ruolo rischioso, proibito da leggi ottuse.
Ma non aveva voglia di studiare. Il liceo lo aveva finito per miracolo, giusto un attimo prima del pasticcio – i suoi genitori erano proprio degli stronzi, una sua amica, in una situazione simile, il padre l’aveva mandata ad abortire in segreto in Svizzera e poi tutto tranquillo. Fin dai tredici anni Ines si era interessata più ai cazzi che ai libri, e anche per questo non era la figlia che avrebbero voluto. Forse la gravidanza era stata un pretesto per cacciarla via. Raro l’amore nelle famiglie.
In quell’anno, in Italia era vietato l’aborto ed era vietato gestire puttane, la seconda cosa lo è ancora, il progresso ha un’andatura zoppa.
I primi appuntamenti furono alcuni a casa della ruffiana e alcuni in albergo: a casa della ragazza era meglio di no. Dopo un mese di tirocinio, Ines era soddisfatta. La signora sapeva selezionare bene i clienti, tutti diversi fra loro ma gentili. Andare sul marciapiede sarebbe stato molto più rischioso. Come in tutti i lavori, c’è modo e modo.
Le disse una collega: “Sei molto bella e sei una debuttante di vent’anni, ma attenta che non dura molto”. La ruffiana invece la rassicurò: “Almeno fino ai quaranta guadagni bene e dopo, se non hai scialacquato, vivi di rendita”. E aggiunse: “Conta molto scegliere bene gli uomini, con me puoi stare tranquilla”.
La signora dava buoni consigli: “Se qualcuno s’innamora e ti vuole come amante fissa, tu non dargli troppo spazio. Digli che può venire tutte le volte che vuole, ma pagando, non si fanno abbonamenti. E gli altri, quelli di cui t’innamori tu, che vedo che ti piacciono i ragazzi, stai attenta, non lasciarti prendere, non diventare schiava. Ricorda che una puttana è più libera di una moglie”.
A volte la ruffiana lamentava il giogo delle leggi, leggi che facevano un favore ai criminali: “Tu dovresti poter dire a tutti: faccio la puttana, lavoro con la signora Luisa che mi trova dei buoni clienti. Lo dovresti poter dire anche ai ragazzi che ti piacciono, così li selezioni in partenza: chi come puttana ti disprezza o ti vuole cambiare, alla larga. Invece, io rischio la galera e tu la schedatura di polizia, e bisogna stare segreti. Bel mondo di merda, mia cara”.
Merda o no, Ines continuò a trovarsi bene, fece la puttana per un quarto di secolo, non si mise con nessuno ma si fece amiche e amici, e poi intorno al 2000, mentre alcune cose della società stavano contraddittoriamente cambiando, aprì un negozio di tessuti, e adesso è da poco che è in pensione. Al bambino lasciato in adozione non pensò quasi mai, non aveva proprio la vocazione della madre.
Ho cliccato attratta dal titolo (complimenti: se volevi catturare l’attenzione, missione compiuta 🙃).
La lettura è stata un po’ come ricevere una secchiata d’acqua gelida in faccia: brusca, diretta, senza anestesia. Però funziona, ti resta addosso.
Bello, mi è piaciuto, complimenti!
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