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«non si può andare avanti così
a tagliare le fette di brie:
mi hanno fatto questa canzoncina
il macellaio e il pescivendolo»
dice e sorride la ragazza seduta
al ristorante pizzeria cinese con tre amiche:
lavora al banco di salumi e formaggi
di un mercato all’aperto
e racconta: «metto il banco alle sei e mezza
e alle sette meno un quarto arriva già
la vecchietta: – mi dà un etto di cotto?
– ma ci hai ottant’anni, ma perché non vieni a mezzogiorno? –
e poi vuole anche il latte – no signora il latte non c’è,
quello del latte passa alle nove».
Ride. Ha il viso fine, i capelli lisci castani
e le labbra sottili: «Ce n’è che mi fanno sclerare,
poi il sabato che devo stare anche il pomeriggio
non ne posso più, e allora certe volte urlo:
venghino venghino che c’è il salame bello
– così mi sfogo». «Fai come se fossi al mercato»
dice l’amica e ridono insieme di nuovo.
«Ma al macellaio gliela faccio io la canzone,
lui che taglia le fette di vitello. E davanti
c’è un marocchino che vende la frutta,
e alle sei del mattino ci ha già la Moretti,
quella da sessantasei ci elle, sai, non sta mai zitto,
mi ha detto che è diventato padre,
gli ho fatto i complimenti e lui ha detto che no,
che se l’era inventato, che bisogna
inventarsi le cose per stare sul mercato».
Poi in tono più basso: «La Miriam
non ce l’ha più fatta, ha dovuto lasciare il lavoro.
Lì se non sei forte scleri troppo. Il giovedì
c’è quella delle magliette che mette il banchetto
proprio attaccato al palo della luce
e va avanti tutto il giorno a battere sul palo
con una spranga di ferro».
«Forse» – dice l’amica – «per attirare i clienti?»
«No no, lo fa» – ribatte lei – «per rompere i coglioni!»
Ridono e finiscono la cena,
io finisco la mia pizza, mi alzo, pago il conto,
esco e canticchio nella mente
non si può andare avanti così
a tagliare le fette di brie
un poco innamorato ma tranquillo
salgo in casa per fare il mio mestiere
guardone e parassita:
le racconto.


Da Le cose stesse, Matisklo Edizioni, 2013.

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