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Anche la più diretta sensazione
è subito linguaggio: in suo soccorso
viene un subliminale sublimare
che ne scarta una parte e ciò che resta
lo mette in limpidi vasi di vetro
fragili e nient’affatto eterni, ma
destinati a una morte più leggibile,
sopportabile quasi, senza il miasma
pesante della decomposizione.

È per questo che tacciono i cadaveri
dentro gli avelli chiusi, emarginati
dall’epitaffio che segna il confine
invalicabile dell’intelletto:
lo spazio in cui sappiamo manovrare
le macchine e le anime, godendo
dell’arte fine di nostra ragione:
dove tutto combacia perché noi
limiamo sia la gemma sia il castone.


Scritta nel 2016.

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