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La luce obliqua taglia
il paesaggio, le cose, proietta
le ombre degli oggetti su altri
inconsapevoli oggetti. Pallida
giace l’area di servizio nella conca
con la scritta enorme
«Viamala Raststätte Thusis», qui fermi
dopo i lunghi controlli alla frontiera
fra l’Austria e la Svizzera:
una bimba con un vestito rosso
passa, due obese ragazze
vanno verso l’edificio orribile, brillano
d’un lucido smorto i furgoni argentati
presso la pompa di benzina. Aggiusta
lo specchietto il conducente
e si riparte, nell’opaco ritardo
di passaporti, di camicie a quadri,
scarpe dell’Est, mani ruvide: m’incespica
nello sguardo lo scorrere del fiume
(andrà ai mari del Nord)
dietro il sipario d’alberi, visti
così velocemente da essere indistinti
nella memoria subito – eppure
nessuno a un altro uguale, ho di questo
una confusa, inutile certezza.
S’arrampica il pullman per il San Bernardino
nevoso. Sbarcheranno, sbarcherà
la meridionale che stridula ammonisce
i parenti nel telefono, il romeno
che chiede dov’è a Torino
la stazione dei bus, sbarcheranno
e anch’io sbarcherò, dimenticando
– io che pretendo d’amare ogni dettaglio –
la loro ignota diversità: a malapena
saprò che fra le conifere c’era
del verde più chiaro. Ho preteso
che fosse al di qua della siepe l’infinito
intero, per conoscerlo e lodarlo,
prete sincretista d’un dio differente
in ogni viso, in ogni goccia d’acqua:
con fede sì, ma senza cognizione
dell’angustia del mio vaso
che nel nulla trabocca. Niente,
non ho niente da dire, si confonde
la mia lingua di Babele presuntuosa,
da una distanza sempre più disperata
contemplo la piccola spoglia nitidezza
dei loro tagli di parole «è in Victorio
Emanuele, vicino gara Portasusa».


Scritta nel 2016.

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