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Sei seduta per terra, accanto
alle tue amiche sul dondolo, spesso
tu sei così, le tue amiche
sembrano più grandi, più mature e tu
– anche se siete della stessa età –
quella che ruzza nel prato, che chiede
e rifiuta, appartata, orgogliosa
bambina. Sei a fuoco
su un piano diverso dal loro, nell’immagine,
diversi sono gli orizzonti anche se
state insieme in una festa in campagna
ai primi d’aprile, che è quasi Pasqua e quasi
il compleanno del tuo secondo figlio.

Sei quella che apparecchia, che va a prendere
la birra in frigo, sei quella che guarda
attenta – eppure no, non guardi davvero,
qualcosa ti distoglie. Mi assomigli,
io ne resto convinto. Le tue amiche
sono colte, hanno lauree e citano
libri che non sai. Hai vissuto più di loro,
sgobbato in alberghi tedeschi, studiato
pose d’arte in atelier di Barcelona,
una ruffiana t’ha portata a Madrid
per cavalieri di riguardo, hai scosso il capo
su sontuosi banchetti, deplorando
lo spreco e il lusso, hai scopato con l’autista
del bus, anziano, mite, e con l’atleta
africano che ti lancia in volteggi
in un settembre di periferia.

Scettica curiosa, nel tuo disincanto
t‘incanti come davanti ai saltimbanchi
la contadina. E hai della contadina
gli occhi larghi, i fianchi sgarbati
bellissimi, bellissimi.

Sei seduta per terra, i capelli
raccolti in un codino. Fai disegni
col dito sulla ghiaia, sogni mondi
dove il respiro unisce nel suo ritmo
la terra e il cielo, poi finisci
di preparare il dolce, lo cospargi
di fiori piccoli, ben disposti in cerchio.

Sono convinto che tu sappia benissimo
quanto ci assomigliamo. Ma la versione ufficiale
definitiva sarà che fu tutto un mio delirio
importuno, l’invenzione d’un ossesso
dentro un’infatuazione. Ha pecche,
da sempre, la storia del mondo.


Scritta nel 2017.

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