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La sala è già piena, non posso sedermi nelle prime file, allora scelgo un posto molto laterale, l’ultima poltroncina a destra guardando il palco. Da lì potrò alzarmi in piedi e spostarmi contro il muro per fare le mie riprese video dello spettacolo di burlesque: da seduto inquadrerei solo le teste degli spettatori davanti a me. So che il mio video amatoriale è gradito alle due ragazze che organizzano la serata, dove si esibiranno decine di artiste, con diversi stili.

E così faccio: cominciano i primi numeri e mi alzo in piedi, appoggiandomi alla parete per riuscire a tenere più ferma la videocamera. Lo spettacolo è bello e cerco di fare del mio meglio: ho regolato la distanza fissa sui dieci metri, perché l’automatico, con la poca luce che si alterna al buio, sfocherebbe continuamente.

A un certo punto, ma solo a un certo punto, non subito, mi accorgo che dalla mia posizione ho la visuale di un paravento aperto, staccato forse un metro dal muro, che dà sullo spazio dietro le quinte, nei segreti che il pubblico non deve conoscere.

Non ho nemmeno per un istante la tentazione di puntare lì la videocamera: non mi permetterei mai. Sono un documentatore serio e ciò che voglio fissare nel mio archivio di ricordi, a disposizione della collettività, è lo spettacolo, non qualche impropria sbirciatina furtiva.

La videocamera no, ma la coda dell’occhio, insomma, alcune cose le vede. Fra attaccapanni che reggono sgargianti e succinti abiti di scena, tre o quattro ragazze si cambiano, restando per qualche attimo serenamente e completamente nude. Bene. Sono immagini radiose, semplici, che trasmettono gioia.

Una in particolare mi colpisce. In piedi di profilo, un poco china su un mucchio di panni colorati, si toglie le mutande, l’unico indumento che indossa: probabilmente si toglie le mutande di scena per indossare quelle della vita normale.

Il gesto è molto armonioso, lei è liscia come una statua, e così perfettamente nuda, piegata sui panni colorati, si trasforma nella Venere degli stracci di Michelangelo Pistoletto che c’è nel Museo di Rivoli: mi dà una sensazione di pace olimpica, di naturalezza vittoriosa.

Intendiamoci: il significato dell’opera di Pistoletto, quello che si trova nei saggi critici, che dicono perlopiù che vi si rappresenta la contrapposizione dell’arte classica con il disordine consumistico della vita moderna, che a me poi sembra una banale sciocchezza, non c’entra nulla. Io vedo la pura bellezza del corpo femminile alle prese con il gioco variopinto della quotidianità, senza alcuna contrapposizione – mi perdoneranno i critici e lo stesso Pistoletto.

Dunque mi godo il bell’insieme che dura per un attimo: sul palco, ragazze seminude danzano in lodevoli elaborate coreografie; dietro le quinte, una ragazza è nuda semplicemente, come fosse in camera sua, accanto a un armadio di colori messi a caso.

Oh, spero non dispiaccia il mio sguardo fuggitivo. Su quel metro di spazio fra muro e paravento si poteva forse appendere una tenda, però sarebbe stato un intralcio alle ragazze che entravano e uscivano frequentemente, trovo giusto non metterla. E poi, mica c’era nulla di brutto o cattivo o vergognoso, al di là: solo qualche piccolo riverbero di meraviglia, a saperla cogliere.


Scritto nel 2017.

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