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Una mia giovane appassionata lettrice
mentre tengo in braccio il suo bambino di un mese
mi dice: «Sai perché la gente non capisce
nelle tue poesie la tua visione dell’amore?
È perché tu in amore non vuoi l’esclusiva
ma al tempo stesso cerchi un vincolo eterno:
ed è questo che spiazza. Quasi tutti
associano il vincolo eterno all’esclusiva:
se non vuoi l’esclusiva, sei da una botta e via
senza dolore; se invece soffri la perdita
devi per forza volere l’esclusiva. Così
pensano quasi tutti: e tu li spiazzi perché
parli d’amore libero ma il tuo amore libero
non è senza lacci, anzi è con molti lacci
che sono tutti, quale più e quale meno,
dolorosi a slacciarsi, come mutilazioni.
Io ti capisco: assomiglio più a te
che a cento coppie fedeli che conosco
possessive, insicure, insoddisfatte:
ho un amore solo, ma è come i tuoi
felice d’esserci, non importa cosa accade».

Mi commuove il suo cogliere bene
qualcosa che spesso nemmeno a me stesso
è chiaro davvero. Le confido che infatti
anche adesso in una fragile ragazza
(di sette anni più piccola di lei)
conosciuta da meno di tre mesi
ho già deposto parti del mio cuore
e già sarebbe, se s’allontanasse,
una mutilazione. La mia giovane lettrice
sorride, mi augura che non s’allontani
quella ragazza. Fuori piove, è una bella
sera, siamo contenti perché
è uno degli atti più dolci della vita
chiacchierare in confidenza e libertà.
«Ce l’hai un ombrello, papà?»
«No. Me ne presti uno?» le rispondo
passando alle sue braccia il nipotino.
Esco e mi porto un’allegrezza sul metrò.


Scritta nel 2018.

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