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Cammina lo strano animale
dentro un solco scomodo. Uscirne
deviando di lato, è impossibile;
tornare indietro è difficile
e raramente è desiderabile.
Va avanti, perciò. Quasi sempre
la terra è dura, non cede
di un millimetro, punge, ne emergono
rovi che feriscono la pelle
e radici d’inciampo, si aiuta
lo strano animale coi piedi, con le mani
e con altri movimenti, goffi, del corpo
per adattarsi e proseguire.

Gli accade talvolta
di trovare un tratto più morbido, forse
per piogge recenti o falde sotterranee.
Qui un poco cede la superficie
e c’è, a coprirla, un’erba tenera. Lo strano
animale prova allora a plasmare
il solco, dove ciò pare possibile:
schiaccia con le mani, con le natiche
il suolo, dilata le gracili scapole,
molto scompostamente si dimena
finché la forma del percorso obbligato
combacia meglio alla forma del corpo
dello strano animale. Così
sta comodo, è un momento di riposo.

Ma è soltanto un momento. Bisogna
ripartire, sia perché la cuna
sprofonda troppo, avvolge, imprigiona
pericolosamente, sia perché l’erba
tenera pare lamentarsi: togliti,
non vedi che mi soffochi – e sia
perché andare è il destino
dello strano animale, pur sapendo
che in un punto qualsiasi del solco
(qualsiasi, ma non lontano e di accertata
presenza, ineluttabile) la trappola
mortale si aprirà e lo inghiottirà.

Così arranca lo strano animale
nell’assegnato solco, solleva
talvolta il capo, vede nuvole, fiori
sui cigli alti, è la sua consolazione.


Scritta nel 2019.

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