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Crepa, poesia. Dare ritmo e armonia
al mondo e a sé stessi è una mistificazione.
Felicità? Non bisogna mirare
alla felicità, viene a volte di sbieco
brevissima, un’allucinazione.
Nella seconda metà del duemiladiciotto
ho creduto sentire la più grande
di tutta la vita, e anche la più vera:
invece era la solita finzione
della mia alacre immaginazione:
ritmo d’armonia. Crepa, crepa, poesia.
Giorno di Pasqua. Sul tram un ragazzo
nero gioca con il campanello
della biciclettina del bambino che è con lui:
dlin, dlin, dlin, dlin, dlin. Prima stava chinato,
incappucciato, e m’è parso tristissimo.
Poi ha alzato la faccia e ha sorriso.
Non so nulla di lui né di nessuno.
Accanto a me un vecchio legge
un libro di chiesa, credo, di quelli
di carta sottile coi titolini rossi.
Molta gente è aggregata. Non tutti
ma molti lo sono – in che modo non so.
Non facciamo riassuntini. Crepa, poesia.
Ho aggregato solamente sillabe
e ho dato loro titolo di mondo: se quanto
piace al mondo è breve sogno
che nel nulla precipita, perché
svegliarsi? Eppure vivere la vita
ha un suo valore intrinseco, è
in quanto è. Esistere, quel poco.
Aiutare ad esistere qualcuno
che cerca la sua vita. Brancolare
nello spazio. Sciogliersi in una
parola dolce, o carezza, le rare
volte che c’è, senza cercare un senso
né un prima o un dopo né un ritmo:
cercare nient’altro che quello che c’è.
Liberamente piangere, indifendersi.
Non so se la pioggia
desìderi
irrigare la terra, dare vita, credo
che no, non lo sappia, ma scende
così, quando succede, perché sì:
e l’erba si fa verde e non lo sa
nemmeno lei perché cresce: cresce
senza un pensiero, senza una finzione.

Finzione è invece ogni ritmo che genera
la mia voglia, ogni mia intima armonia:
crepa, crepa, crepa poesia.

O forse no, non so.


Scritta nel 2019.

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