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Stazione di Mestre, su una panchina
di pietra rimasta per sbaglio (il potere
dei consumi desidera vietare
che ci si sieda senza esborsare)
accanto a un nero ragazzo che beve
acqua da plastica, aspetto
il mio treno nel freddo del mattino.
Scende una lieve pioggia. Partono
treni in continuazione, per varie
destinazioni, diversi destini.
Poco fa sul bus 2 ero l’unico italiano;
ho preso un cappuccino in un bar
cinese, ho imbucato le mie cartoline
di carta e inchiostro e francobollo, sono
entrato in stazione con l’abituale anticipo
di un’ora circa: non amo rincorrere
treni con ansia. Ora il nero s’è alzato
e s’è seduto un bianco, che scrive
come me su un telefono. Siamo
qui, restiamo o andiamo ciascuno
per suoi motivi, siamo tutti indifesi
dai colpi del tempo, della sorte, chissà
che cosa sperano quattro ragazzi
che parlano forte, in cima alla scala
del sottopassaggio, o una signora placida
con la valigia a rotelle, o altri due
ragazzi con gli zaini e con gli sguardi
che a me paiono incerti e diffidenti
ma sono quasi certamente sguardi
normali di ragazzi di mattina.
È così assurda questa consuetudine
dei giorni, delle cose, tutti questi
cuori che pulsano sotto le costole
e che si fermeranno, ma ora
nutrono sogni, speranze, rancori
e amori e rabbie e fughe e inseguimenti:
una ragazza corre verso un treno
che già fa stridere i freni su un binario
due marciapiedi più in là: lo prenderà?


Scritta nel 2019.

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