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Da molto non dormivo nella casa natale.
Isolata, ha rumori che non identifico
e m’inquietano: sono abituato ai litigi
talvolta furibondi dei vicini, al camion
dei rifiuti che passa all’una di notte
puntuale, a motori nella strada e musiche
arabe o romene, commerciali,
dalle mansarde intorno, talvolta
sirene d’ambulanze, di pompieri
o della polizia, e i passi per le scale.
Qui invece c’è un vuoto ronzante
di scricchiolii, talvolta un rigurgito
in un tubo, e fragori lontani
di lavori, o di scontri, non lo so.
C’è sospensione come d’ospedale
o scuola, che un medico o un maestro
passa, non passa, lo attendi, lo temi:
non saprei dire. In giardino uccelli
cantano, ma tutto è un soprassalto:
sto vigile, non ho idea per che cosa.
Lo spreco del tempo, che avviene
forse dappertutto, è più protervo qui,
è più indiscusso, come un militare
arrogante sbadiglia un potere
molle, mortale. È partito il frigorifero,
credo, non sono sicuro. Si sta
come bambini non lavata la faccia,
in un travaso di sonno nel giorno
che preme doveri. Sì può avere paura
di rompere un bicchiere o non trovare
un interruttore e sentire, ci sia
o non ci sia, un ghigno compiaciuto
per l’errore o l’inadeguatezza.
In una finta silenziosa perfezione
indesiderabile, invasiva
ogni respiro è colpa e malattia
e della gioia non c’è da fidarsi:
qualcuno ha predisposto molte trappole
con polpette all’amore che fanno scattare
la tagliola. “Stiamo nei primi mali”
è il motto della gente di qua.
Incombono nell’ora rallentata
cose urgentissime, ansiose
che ci si guarderà bene dal fare.
Poi sì, c’è un vento lieve che muove
le foglie della pergola, una luce
bionda s’infila, agirò in qualche modo.
Forse va tutto bene, sono io
che, come sempre, non riesco a capire.


Scritta nel 2019.