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Quella ragazza che nel Nord
s’è lasciata morire. Ma, più vicino,
amiche depresse
chiuse nel vuoto, o prigioniere
in strascichi di traumi, interminabili.

Lo capisco, non sono deficiente.
Ho la ragione a spiegarmi le cose.

Eppure no, nel nucleo dove vibra
il preverbale, il non razionale,
ecco, non lo capisco, ed è
un limite. Non potrei
essere psicoterapeuta né psichiatra.

Poco fa rincasando ero immerso
in una malinconia
profonda, che permane. Tuttavia
osservavo un tombino di ferro
lavorato a riquadri, bagnato, e accanto
riflessi di foglie
in una stretta, irregolare pozzanghera.

Come si può non desiderare vivere
solo guardando quel bagnato, quella
lucida immagine al suolo
e tutto il resto che brilla, che odora
intorno?

A me è sempre bastato. Ma io
m’accontento di poco, lo diceva
già una ragazza che timidamente
corteggiavo, avevamo sedici anni.

M’accontento di poco:
è vero, non sono sedotto
dall’eccelso né dall’infimo,
non m’attrae né l’abisso né l’empireo,
roba troppo distante.

Amo un sentore di pianura, strade
che accompagnano fossi, filari
d’alberi oppure in città
bagliori di bitume, triangoli
d’ombra da case qualsiasi, modeste.

M’accontento di poco. Da vecchio
penso ora che forse
è stata questa, solo questa la
mia fortuna, mia salvezza – anche se
sarà duro il disfarsi degli occhi,
la perdita del poco.


Scritta nel 2019.

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