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«Se camminando hai paura di cadere, cadi»
dicevi, m’è salita questa frase
nella notte, c’è la luna calante
e silenzi abbastanza lunghi, alle tre
fra un’auto e l’altra – di giorno è un frastuono.

Ho notti che sono antologie di te:
ti riascolto tutta viva e non posso parlarti:
ogni tua intonazione colora uno spazio
illimitato, ma non posso parlarti
né toccarti, nemmeno sperare
che domani, o fra un mese, mi chiami.

«Se vado via per la mia strada non essere triste
ma felice per me che cammino» dicevi
e potevo riuscirci, saperti camminare
avere qualche notizia, l’iscrizione
a filosofia, sperarti stare meglio, ma ora…

«Mi manchi» è un pensiero egoista, anche se
viene preso, certe volte, con amore.
Ogni cosa è ambigua e oscura.
Quando suona nella notte la tua voce
dentro me, vedi, io… è come…

«Il candidato esprima in breve ciò che sente».
Professore, ho buttato nel cesso
un milione di aggettivi e di similitudini,
il dizionario è vuoto, ma mi creda
che cosa sento lo so molto bene
e in fondo, guardi, sono quasi contento
di non poterlo dire, è un filo…

Lo sapevamo insieme, con parole o senza
in fioca luce abbracciati:
forse in quel tiepido grumo di nulla
c’è – c’è adesso – un embrione inammissibile,
un punto (senza segni né quote)
di partenza.


Scritta il 7 luglio 2023.