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Tu avvicini il paesaggio, metti
desiderio in ogni più lontano dettaglio:
non dai la pace dell’immaginetta
che riduce a impressione l’orizzonte.
Ogni cosa che vedo, che mi vede
mi prende e si fa prendere. La perdita
non è ammansita come nel ricordo
che si muta in oblio senza dolore
in una resa docile, confusa.
Sei netta, annulli lo spazio: il distacco
è nella carne viva, nelle ossa. In te
mi sono innamorato dell’esistere
e della confessione: condivido
nella tua morte la morte: condanna
a non distogliere, a non rifugiare.
È pena buona: hai slegato le chiuse
di laghi immensi, chiarori di cieli
rispondono ai chiarori degli abissi
nelle acque che sorgono e ricadono
senza posa. Non ho intelletto
che possa reggere un tale infinito.
Però l’amore sì. Ti trovo in fiochi
riquadri di finestre, negli odori
densi del fiume a sera, nel metallico
battere di una porta, nel corteo
delle luci di un treno, nel veloce
sorriso misterioso di un bambino
o in un grido lontano: dappertutto.
Tu m’hai legato stretto a un’ampia vita
e a un’ampia morte, a qualcosa di cui
non sono capace, mi rannicchio spesso
come un feto che sente la minaccia
del nascere, e non sa – o mi distendo
come una foglia, sovrastato da gorghi
mirabili in cui sogno di trovarti.
Scritta fra il 12 e il 13 agosto 2023.