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Dopo questo odore intenso, le mani
immerse nella terra, le unghie
piene di terra (come una miscela
di cose ricomposte, conoscibili,
quasi, in forma di storia), per levarmi
i capelli dagli occhi uso il dorso
delle dita e l’odore si allarga
nell’aria, prende moto, si rigonfia
di uno scendere d’acqua non sensibile
dal cielo: il mio gesto è breve per
la sera che viene sbiadita e attutisce
il fuoco del tramonto con il fumo
della suburbe. Non c’è nessuna lingua
nemmeno all’orlo del cerchio, non c’è
nessuno sfogo, né uno sfiatatoio
che suggerisca altro spazio al di fuori.
Eppure l’arco del braccio dirada
le capsule del buio, sfilaccia
la patina viscosa di qualche tentacolo.
(Non è una soluzione. Non risana
né libera. Soltanto differisce,
ritarda, prende tempo come se
potesse davvero accadere qualcosa).


Da A fior di sangue, in Quaderni Paralleli di Nuova Poesia I, Guido Miano Editore, 1995; poi ristampata in La parola rinvenuta, Genesi Editrice, 2006.

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