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La donna inscritta in un cerchio di pietra
– apertura d’un muricciolo agreste
su cui s’arrampica un ramo con bacche
scure, su un fondo di prato e palmizi
e cielo bianco d’un giorno che pare
di tarda estate – è giovane e bella:
è nuda come l’uomo vitruviano
ma è, in carne e occhi, una modella
che posa per gli scatti d’un fotografo.

La donna inscritta in un cerchio di pietra
poggia sul cerchio i suoi piedi e le mani
quasi a impedire che il varco si chiuda.
Non sono auree le sue proporzioni
ma sono vive e mobili: le foto
fissano gli attimi del divenire
dell’incommensurabile bellezza
che in lei prende materia e movimento.

La donna inscritta in un cerchio di pietra
è una modella: in cambio d’un compenso
posa nuda, ai comandi del fotografo
apre un poco le cosce, mette in mostra
il solco rosa della vulva fresca;
piccoli e bruni ha i capezzoli acerbi,
sgarbata un poco è la linea dei fianchi,
spettina il vento i capelli castani,
c’è sulle labbra un sorriso enigmatico,
c’è negli occhi un mistero inesplorabile.

La donna inscritta in un cerchio di pietra
offre un istante d’eterna bellezza:
questo è il dono divino inafferrabile
da godere indifesi: ci sommerge
l’estasi malinconica impotente,
noi creature mortali affascinate:
così ’l geomètra che tutto s’affige
non solo non ritroverà un principio
ma anche perderà tutto di sé.

La donna inscritta in un cerchio di pietra
finito il suo lavoro di modella
esce dal cerchio, ride, si sgranchisce
e si riveste, torna alla città,
all’insignificante indispensabile
intreccio di faccende quotidiane
su cui l’umana stirpe costruisce
il mondo delle cose e delle azioni,
da morte distraendosi col fare.


Scritta nel 2016.

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