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«Fa’ ch’io t’ami ancora». Ti stringo
piano con le mani le caviglie
sul divano, ci accarezza
misteriosa la sera nel silenzio
della camera linda. Nessun albero è
perfetto come il seme che lo genera:
appena germogliato si contorce,
ingorga linfa a cercare sostanza,
dipana con fatica
fragili foglie assetate di luce.

«Fa’ ch’io t’ami ancora». Un dolore
mi percorre le braccia, raddrizzo
le spalle, sgranchisco i polmoni
per guadagnare aria. La gloriosa
disfatta brilla nel trionfare tenero
delle fronde mature, la bellezza
magnifica si piega al divenire
della realtà, paga il prezzo dovuto
all’essere qualcosa.

«Fa’ ch’io t’ami ancora». Don Chisciotte
vuole, commosso, portare del pane
a Dulcinea: lasciata l’armatura
diventa molinaro, entra nel corpo
fra i meccanismi, accende la lanterna
oscillante alla trave, accudisce
la macina vorace: ascoltando
il cigolare dei perni, il vibrare
delle pale abbracciate dal vento
dubita che sia sogno la farina
e soffi il vero in vortici profondi
che presto, presto ci riprenderanno.

«Fa’ ch’io t’ami ancora». Nel racchiuso
tepore impasto ciò che serve oggi:
la maldestra vivanda che imbandisco
dovrai credere tu che sia buon cibo.
Io trasognato lascio che i frammenti
del desiderio combacino a ruote
d’un paradiso sparso, dove tu
imprevedibilmente puoi sorridere.


Scritta nel 2016.

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