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Leggo un poeta ingarbugliato, m’annoio,
lascio il libro sul letto, ascolto crescere
il suono sempre nuovo della pioggia
cui s’aggiungono il ronzare d’una mosca
e lo scrosciare di qualche veicolo
nella via, quattro piani più sotto,
immagino la scia delle ruote sull’asfalto,
le mamme che fra le pozzanghere prendono
alle scuole i bambini, i vecchi che accostano
le imposte, l’aggravarsi di penombra
alle finestre degli ospedali dove lampade
bianche economiche rimangono accese
giorno dopo giorno tutto il giorno, il fiume
con i piccoli tonfi delle gocce, signori,
io ho finito le parole, non ho
alcun desiderio di ripetere storie
già raccontate, lascio altri a raschiare
i fondi di certi vasi che parvero
nutrienti, ma ora troppo allungati
hanno bisogno d’imbonitori viscidi,
pubblicità ingannevole per essere venduti:
quante cose fanno i poeti nei risvolti
di copertina, collaborano, redigono,
hanno contatti, sono tra i fautori,
fondano, portano, trovano la cifra:
io la mia cifra è zero, sto indolente
nel privilegio dell’ozio ad ascoltare
questa pioggia soave, non c’è nessun bisogno
che io la dica, mi lascio sbiadire
nel mio sereno fallimento, era previsto,
mi rannicchio come un feto, toglierò
l’ingombro dei miei occhi dal nitore
della luce infinita che intuisco
da lontanissimo: perché ho voluto scrivere?


Scritta nel 2016.

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