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Nella sua cinica sognante ingenuità
li vedeva benissimo i moventi
dei gesti, dei rapporti, li osservava
con disprezzo benevolo, con blanda
ostilità partecipe, dolce, feroce:
l’amore sedicente d’una terra
di verbi duri, di nomi confusi
in paratassi rigide, elenchi di tagli
da macellaio: l’utile, il sangue
marcato e non marcato: messi al bando
gli aggettivi emotivi, l’ornato che sospinge
negli occhi indenni il buon seme del pianto.

Li vedeva benissimo, ma ora
meglio guardava tre case messe a scala
(cinque, quattro, tre piani)
sull’altro lato del corso: di qui
lo steccato di lamiera, le divine
erbe indomabili, rosse sugli spigoli
nel sole immenso d’ottobre, barcollò
senza inquietudine, entrò per un caffè:

degli aggettivi ho fatto a meno da subito
– finse di sussurrare alla barista –
ora rinuncio a verbi, verbi, nomi.


Scritta nel 2016.

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