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SOPRA UNA FOTO DI RIMMING AMATORIALE
dove una giovane donna è rappresentata in atto di leccare un culo

Il formato quadrato fa pensare
a un telefonino di qualche anno fa:
i moderni smartòfoni le fanno rettangolari.
È stato usato il flash, l’illuminazione
farebbe inorridire anche l’ultimo
dei dilettanti. Eppure è grazioso
l’insieme. Di lui si vede solo il bacino,
dall’ombelico alla coscia. Lei affonda
il viso fra le natiche, sotto lo scroto,
premendosi contro, di profilo, e fionda
la lingua, con precisione, sull’ano.

Lei è carina, capelli castani, viso lindo,
occhi larghi (li tiene chiusi ma intuisco
che sono larghi), orecchie lunghe, ricorda
vagamente qualcuna che conosco.
Ha un orecchino di brillantini,
si vedono le spalline nere di un vestito
che indossa, fuori dall’inquadratura.

Probabilmente la prima impressione
è che lei sia vittima o troia o entrambe le cose:
la sessualità è così carica d’orpelli
semantici, sociali e di potere
che mai ce ne potremo liberare.
E in «leccare il culo» è dominante
la metafora: adulazione, umiliazione,
sottomissione e altri simili concetti.

Eppure la foto è assolutamente aperta
a ogni interpretazione. Potrebbe essere
un gioco fra amici, per il gusto
di tutte e tutti; potrebbe essere
una escort noleggiata da maschi;
potrebbe essere che sia lei sia lui
siano escort, noleggiati da un terzo voyeur;
potrebbe essere un finto amatoriale
orchestrato da un pornoproduttore;
potrebbe essere una scommessa;
potrebbe essere (benché, lo ammetto,
meno probabile) che lei abbia ingaggiato
un escort che si facesse leccare lì:
io da giovane, ricordo, leccai il culo
previo pagamento di trentamila lire
a una prostituta, mai vista prima
e mai rivista dopo, che mi ispirò
chissà perché, quella cosa così intima
(ne fu un poco, infatti, stupita).

La foto è aperta a ogni interpretazione eppure
oltre al giudizio d’oscenità, prevale
l’idea che lei sia vittima o troia
o entrambe le cose. Non vengo da Marte,
anche in me è questa la prima sensazione,
ma ritengo che bisognerebbe, come dicono
gli psicologi, «lavorarci» un po’ sopra,
scavarci un po’ dentro, magari liberare
altre visuali, altre angolazioni.

E non solo per quel che riguarda le foto.

Comechessia, lei la trovo simpatica,
delicata, mi piacerebbe conoscerla,
ma queste foto, è chiaro, non si firmano:
non la potrò cercare in social network.

Per una migliore documentata comprensione
questa poesia andrebbe pubblicata
con la foto che l’ha ispirata:
ma mi bannerebbero da qualsiasi sito,
e credo che Einaudi non la vorrebbe,
l’unico luogo dove verrebbe accettata
la poesia fotodocumentata
sarebbe, credo, un portale porno:
anche questo significa qualcosa.


Scritta nel 2016.

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