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Il segno disegnato da Saussure
a me pare una macchina celibe:
ha due facce che fra loro comunicano,
significante e significato, ma il significato
non è le cose. Le cose stanno fuori,
appena sfiorate da un debole nesso:
funziona il segno solo dentro sé.
Racconta Franco che Adelaide Petz
von Drauenau diceva che l’osmosi
parola-realtà finisce già in Kant:
ma che faremo dunque? Le cose,
le cose, furibondo folle amore
che anche quando s’apre ti respinge,
che anche se risponde t’abbandona
al tuo gioco di segni, di sogni. Non so:
m’accusano talune femministe
di ridurre a oggetto le donne.
Hanno ragione, a volte, però sbagliano
verbo: non ridurre ma innalzare
a oggetto contemplabile, stupendo
senza limite di lingua o relazione
come un paesaggio, un elefante, un treno,
un vortice di foglie dietro un tram,
l’odore d’una piega di mucose:
l’assoluto ineffabile oggetto
(ma ineffabile è simile a nefasto,
in-ex-fa-bilis, ne-fa-stus
fa- ri, fa-tus, φημί, dal principio
la lingua, beffarda, si autodenuncia
e non si pente) – l’oggetto
vero che siamo, sotto l’essere persone
significanti, celibi: non posso
spiegarlo – è naturale che io non possa,
è come dire l’acqua agitando
dell’acqua con le mani: la parola
resta fuori, ma queste che scrivo
sono parole.

Un dizionario greco-inglese on line
traduce τέχνη con skill, immagino
Efesto che porta un curriculum
a un’agenzia interinale, rimango
ancora un poco a giocare.


Scritta nel 2017.

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