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Calici di liquido ambrato,
ragazze in sottoveste,
strano posto.
Tu e io qui per caso, fuori luogo
e in luogo, tu e io
lontani, vicini.

Concordano gli opposti,
discordano i composti:
occorre sorpresa,
la noia sorprende,
si guizza, s’attende.

Domineranno le parole
– di cui non m’importa.
Tu mi metti una mano su una spalla,
dici «povero Moli»
e ci si sente soli, ma in fondo
non più che altrove,
non più che dappertutto.

Cappelli di paglia,
zainetti colorati,
piedi nudi
ma attenta – dice – poco fa
s’è rotta una lampadina:
la ragazza osserva cauta il pavimento,
non rimette le scarpe.

Gonne a strisce verticali
su tacchi sottili, abat-jour:
non ho nulla da stare a badare,
non ho nulla che debba spiegare.

Una puttana mi domandò
perché scrivo così piccolo,
disse che non sembro avaro
da voler risparmiare sulla carta:
non sono avaro, infatti, è che
mi sono abituato da piccolo
a scrivere così piccolo
che l’essenziale rimanga segreto
pur dicendo, sinceramente, tutto.

Abiti verdi trasparenti,
biglie di vetro in fragili bicchieri,
certe cose di ieri
si sfilano dai quadri di crepuscolo
del moderno quartiere.

Io abdico
al mio trono di carte:
non ho nulla da stare a badare,
non ho nulla che debba spiegare.

Una cravatta rossa,
una fetta d’arancia,
mi metti in bocca della cioccolata:
sui risi, sui bronci
noi voliamo a sideree distanze.

Una frangia tagliata di sbieco,
una lieve catena su un seno
che si offre soltanto per gioco
da uno scollo elegante.

Tu la più seria, la più sorridente,
io m’arrendo, mi sciolgo dall’ansia
del mio ingenuo comprendere niente:
sotto il trono di carte disegno
un nuovo regno.

Scende una lunga treccia
al centro d’una schiena:
non c’è voglia né pena
e quieto, benevolo, osservo.

Sono sempre per caso le cose migliori,
una donna discorre in spagnolo,
serenamente solo
tocco finalmente con le mani
il mio corpo ribelle, sento chiara
nelle dita la forma di me.

Un ragazzo in marsina e canottiera,
una nerovestita cameriera,
non mi serve furore né macello:
il mio detonatore innesca il bello
che c’è in te, benché tu non lo creda.

Le luci si sono attenuate,
fra poco la scena va in scena,
c’è chi porta una maschera rossa,
chi una bianca cintura.

Tu e io traversiamo
il palco variopinto:
per anni luce che ci allontanassimo
ci troveremmo accanto.

Io confuso, di quasi nulla accorto,
tu intenta a sviscerare ogni dettaglio,
mescoleremo i quaderni di bordo:
vedrai quanto impiegheranno
tutti gli altri
a smaltire l’abbaglio.


Scritta nel 2017.

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