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Complessivamente non mi è piaciuto, a prima lettura, «Basta che io non ci sia», di Andrea De Alberti, implicitamente suggerìtomi da Simona De Salvo e acquistato alla Libreria Therese di corso Belgio. Trovo che il suo linguaggio sia incespicante, contorto, ma più che altro non riesco a entrare nei temi, non riesco a consuonare con la sua sensibilità. La poesia è una faccenda personale, come l’amore, piace o non piace e non sai perché, avvicina o allontana e non sai perché, puoi scoprire sintonie o restare indifferente, non c’è un motivo razionale.

La complicata prefazione di Cesare Segre contribuisce ad allontanarmi, dichiarando subito che non si possono leggere queste poesie ad apertura di pagina, bisogna andare dall’inizio alla fine. Difficilissimo per me, che persino i romanzi li leggo un po’ ad apertura di pagina, allergico come sono a qualsiasi storia. «Le memorie dei nonni sono quelle che raccontiamo più volentieri» è il primo verso della raccolta; nel frontespizio c’è la dedica al figlio Giacomo – un figlio ancora bambino o ragazzino, presumo, perché l’autore è del 1974 e il libro del 2010. Nonni, figli, niente di male per carità, ma nel reparto radici del mercato dell’essere ho sempre faticato a entrare – più che altro, non l’ho mai desiderato. Giro fra altri scaffali.

Certo, ho le mie turbe, associo
istintivamente la radice alla schiavitù:
la schiavitù dell’essere alimentato,
la schiavitù del trarre origine,
la schiavitù dell’essere ancorato a qualcosa.
Ed essere il tralcio d’una vite
è l’inferno peggiore che posso immaginare.
E sicuramente in tutto questo
gioca qualche sbaglio di mia psiche:
non so obbedire né comandare,
né essere respinto né respingere,
vorrei solo volteggiare.

Se proprio radici hanno da esserci, voglio inventarle io: in questi mesi mi radico in Vanchiglietta, quartiere tra fiume e fiume. Ho fatto amicizia con un barista di corso Brianza che mi ha raccontato di essere, prima che barista, un cantastorie, e allora gli ho regalato un mio libro e abbiamo parlato di ciclopi e continenti – mi ha anche offerto il caffè. Ci sono le nutrie alla passerella sul Po, e bei tramonti, c’è il bar cinese Cigno Azzurro dove gli operai romeni chiacchierano con le vecchie vedove piemontesi che vengono appoggiandosi al deambulatore a bere un tè. C’è via Oropa in asse fra Superga e la Mole, e in via Oropa una semplice vecchia buona trattoria che neanche ti accorgi, da fuori, e il giornalaio che gli amici gli hanno regalato una targa per i trent’anni dell’edicola, me l’ha raccontato. Ci sono vie traverse dove allargando le braccia quasi bagno una mano nel Po e l’altra nella Dora. C’è la libreria Therese che mi ha fatto arrivare il libro di De Alberti, c’è il molo di Lilith, ci sono bei tram e bei bus, il tre, il sei, il quindici, il sessantotto, e poi il settantasette e il diciannove che fanno capolinea insieme in corso Cadore davanti alla chiesa. E poi sì certo c’è la casa di E. che è motrice della mia radice, ma faccio in modo di non incontrarla per non disturbare. Bene. Parafrasando Pessoa: la vita sociale normale, dio patria famiglia storia popolo radici lavoro progetti appartenenze passioni correttezze e relazioni, è un modo servile, consolidato, di ossessionarsi. Ma se devo ossessionarmi, perché ossessionarmi di ossessioni non mie?

Però nel libro di De Alberti, a seconda lettura, prendendolo, con buona pace di Segre, ad apertura di pagina, qualche consonanza alla fine la trovo, qualche dialettica. Le risaie, i rimpianti, la terra:

Qui c’erano le marcite, campi di noci,
la curva enorme del Beretta.
Vorrei un giorno portarti a vedere
gli alberi dei gelsi nella neve.

La mia infanzia vercellese ha infiniti ricordi di risaie, tutti simili a sogni. Non è storia, non esiste la storia. Sono nato vent’anni prima di lui e il Po a Pavia (come a Torino) per me ha la fresca antichità del 2018, vorrei portarti a vedere sull’erba le studentesse e gli studenti, quindici giorni fa, domani.

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