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Quanto alla carne, è meglio se ad aprirsi
son vulve sane, rosee, non ulcere
o ernie o fistole: è meglio se l’aprirsi
è un gioioso congiungersi, entrare
e uscire senza intoppi, in limpida
lubrificazione: il cilindro quando
l’olio motore è nuovo, appena
versato dalla tanica, ha colore
dorato scintillante, viscoso
nella giusta misura, secrezione
di vagina felice, senza tabe:
è allora che canta, dicono i meccanici.

Datemi vulve sane da leccare
con tenerezza, che mi spremano in bocca
un fresco nettare in piccoli fiotti
intensi, in ritmo di felicità.
Sembra poco e non esiste quasi mai.

Si sta fra ulcere, tagli, abrasioni
e spesso se ne gode, vi si trova
il profondo sentire dell’umano,
fieri a sentirsi non superficiali,
non allegri volgari leccatori
di vulve sane in rugiade di piscio
odorose di bosco. Il congresso sociale
s’impegna coralmente a regalare
malattia, che nessuno ne sia privo.

Tutto esiste, fiore in boccio, topo morto
e fiore marcio, cucciolo di topo
felice di annusare la sua mamma.
Abbiamo preferenze: raramente
si tiene un topo putrefatto in vaso
sul desco ilare d’occhi di bambini:
un fiore è meglio, lo abbiamo deciso
e reciso, è anche lui morto, ma più fine.
I commensali parlano d’angosce
e il fiore è bello, domani nel pattume.

Quanto all’anima, è meglio se ad aprirsi
son sogni ariosi, è lo stesso discorso.
Ma non piace che sia a misura d’anima
la realtà, la si congegna brutta
perché si vuol che l’anima s’ammali
onde i poeti narcisisti possano
poetare tutte le loro ferite
in elegante ordine e gli psicoterapeuti
disquisire, provare a medicare
con risultati incerti. Io vorrei
vulve sane di bambine da leccare
come nelle canzoni di grotta:
la mona dele galine se la magna col pan,
quela dele bambine se la leca pian pian.
Ma sono tristissime quelle canzoni
e io non so che dire, non so più
rispondere agli imbrogli della vita.

Quanto a noi tutti, perché mai dovremmo
star bene? Tacitiamo ingiustizie
quotidiane, indossiamo vestiti
che costano sangue, comperiamo
il frutto del massacro e nel mentre
ci convinciamo di desiderare
pace e giustizia e libertà per tutti.

Datemi vulve sane da leccare,
date un antipsicotico alla schizofrenia
del mondo – in mancanza di vulve
passeggiate sul fiume, un caffè
in via Oropa dove al vecchio titolare
sono riuscito a dire: «Ci voleva
un po’ di pioggia, dopo tanto secco».


Scritta nel 2019.

 

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