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Forse è contro la cacofonia
che ho lottato sempre, in dovizia
di malintesi: nelle pause operando
scrutini al vuoto segreto
dove tracce, labili, galleggiano
di materia? dolore? piacere?

Ricordo trappole di sale
per seccare lumache
e salvare insalata. È naturale.
La vecchia sgozzava con gusto le rane
e nello stesso gesto le traeva
da la vagina de le membra loro.
C’era angoscia, decoro.

[Chi ha deciso gli intervalli della musica?
Perché quelle frequenze e non altre?]

La cacofonia provoca la lisi
della membrana: dell’epidermide
selettivamente permeabile
che avvolgendo la psiche, la preserva.
Il frastuono dentro e fuori indistinto
m’indistingue. Ma il silenzio è colpevole.

[Scendi, Simón, da quel ridicolo stelo!
Non Greta, il pianeta è Asperger.]

Tendo l’orecchio al suono delle voci,
alle mani veloci. E poiché non combaci
ti dipingo ed è questo il mio delitto.
Ho pensato di averne il diritto
chiuso fra le mie carte. Non ne sono più certo.

[È noioso il pomeriggio del fauno.
Il tempo inumidito: mollica
di pane per vecchi, screpolato.]

È necessario rischiare infezioni,
accettare una morte da morire.
Necessario non so. Opportuno:
forse «opportuno» è parola migliore.
È tutta opportunista la natura.
{Mi fermo, perché sto sentenziando.}

<…>

Anche accettare di non potere dire
né fare. Lasciar stare. Assorbire
gli stoni con i toni, cautamente.
Dare al nulla quel poco
di qualcosa. Essere per il fuoco
l’indomito artefice, o il legno.
Un pacato placebo. Un espediente degno.


Scritta nel 2019.

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