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La scatola di latta dei biscotti dell’In’s
comprata due settimane fa potrebbe durare
cento anni, anche di più, ma la devo
buttare, quante cianfrusaglie in casa.

Vorrei liberarmi dal ritmo
e dallo spiegare: raccontare con versi che non lo sembrano
come in lunghissime odi di Pessoa
questo passare, che non sembra, della vita.

Tutto ciò che svanisce è nel presente, non esiste il ricordo.

Tutti più grassi a stare chiusi in casa
in questa epidemia (con presunzione megalomane
immagino qui una nota a piè di pagina: «si tratta
dell’epidemia che colpì il mondo quattro secoli
fa, nel 2020, causando rivolgimenti
sociali che portarono…») – io nove chili
ho perso, bastian contrario, ma è che
s’è sovrapposta una pena d’amore, nel dilagare
del morbo dilagava l’accorgermi
giorno dopo giorno che l’abbandono
improvviso dopo un gennaio di quotidiana vicinanza
(nessun ritmo!) di una ragazza non era
uno scazzo provvisorio: permane.

Com’è sorprendente invecchiare e morire!
È tante cose, ma è anche sorprendente:
non posso crederci. È carta sbiadita
(sbiadita nel presente, non esiste il ricordo)
(questo «non esiste il ricordo»
non lo capisco io nemmeno, ma sento che è vero)
la sceneggiatura dei giorni
degli anni Settanta con i miei vent’anni
degli anni Venti con i miei settanta
– già troppo ritmo in questo chiasmo, fuorvìa.

Sì, nel tempo ho maturato consapevolezze
interessanti. Non utili, ma interessanti. Di utile
un poco di destrezza a non ferire
(a ferire di meno) le persone. Un poco
di abilità nel tenere le briglie: che gli zoccoli
dei miei sogni non calpestino
qualche cosa di tenero non visto. Questo
sì, forse sì. È qualcosa. Ma sbaglio molto ancora.

E il passaggio degli anni attenua
(il passaggio in corteo, sotto il balcone, degli anni)
alcune sensazioni, assopisce
chiarori, oscurità. Questo pertiene
al moto del ricordo, che dunque
esisterebbe? Mi posso contraddire, è contraddicendomi
che sento a volte il mio corpo aderire
a corpi altrui, nelle bocche angosciose delle camere.
Il ritmo e lo spiegare (le due cose vere)
mi scombaciano dal mondo: disgregandomi
mi ci posso insinuare. È una polvere sottile macinata
a superare il setaccio emato-encefalico
che regola le nostre solitudini:
le strutture aggregate non passano, se passano
è per squarcio, per stupro, dolore.

Una polvere sottile macinata o un liquido
distillato, non denso, può passare
fra due anime quando si accarezzano
con premura delicata.

Ma non entra una vita
in altra vita intatta: amare non è
buttare giù un tramezzo ma rifare
l’intera casa nuova, è spaventoso.

Vorrei dirlo meglio ma non sono
da ciò le mie penne e con viltà
ho temuto l’abisso, il fulgore.
Tutto ciò che svanisce è nel presente
e non è molto. È così sorprendente
invecchiare, morire. La scatola di latta
dei biscotti dell’In’s, la scatola di latta
dei biscotti al Plasmon che quand’ero bambino
conteneva piccole frastagliate fotografie
di antenati già ignoti.

Sarebbe, ancora, tutto da scoprire.


Scritta nel 2020.