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Carlo Molinaro

~ poesie e altre cose

Carlo Molinaro

Archivi Mensili: Maggio 2025

Alcune poesie scritte nei primi cinque mesi del 2025

26 lunedì Mag 2025

Posted by carlomolinaro in poesie

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Tag

amore, amore e morte, cose di dentro, scenari

ARANCE GROSSE

Ha sbucciato un’arancia.
Lo intristisce la sera, vorrebbe
una luce perpetua, ma non quella
dell’eterna sedazione – il niente
lo sgomenta: dove torna a camminare
il moscerino schiacciato? In nessun posto?
Solarità, anima viva e mobile
com’è che può non essere per sempre?
Un moncherino l’esistenza?

La pastiglia per la pressione, dice il medico
che allunga la vita. Ha comprato
delle noci e del succo di pera
da togliersi la voglia, la sera
lo intristisce, gli potrebbe giovare
un sapore di donna, foss’anche
un’entraîneuse che gli sbattesse
un capezzolo in faccia, ma costa
e non gli piace l’ambiente, gli ricorda
i doppi messaggi di una madre inadatta.

L’amore è nulla senza l’entusiasmo
che trae da sé, per un poco svagina
dalle cuoia mortali. Qualche pensiero a volte
a una simile uscita s’avvicina
ma è smascherato ormai. Abbaia un cane
su un balcone. La sera primattrice
recita un mostro viscoso in un dramma
del cui copione nessuno s’assume
responsabilità, il dio, il fato, il big
bang, la gangbang, Evelina
Boabang fu una penfriend in gioventù
con aerogrammi leggeri del Ghana:
sarà ancora tra i vivi?

Arance grosse, quattro fa più di un chilo:
due euro all’In’s, ne sbuccia una seconda.


UN ORZO NOTTURNO AL BAR SOPHIE

Prendo un orzo notturno al bar Sophie.
Un barbone entra, camminando
con difficoltà, si siede, ordina
un caffè, dispone le sue cose
intorno al tavolino, mangia
brandelli di cibo tolti da sacchetti:
passerà qui una parte della notte
con modica spesa
e senza il timore che qualcuno
voglia assisterlo troppo.
Il barista, straniero, viso buono
gli serve il caffè con garbo, poi
chiude meglio la porta, fuori
è freddo, ma ugualmente un uomo
compatto sta seduto nel dehors.
Un altro è appena uscito, impugna
la bicicletta e va. Il barista mette
un po’ di musica, è ospitale qui:
si fa quel che si può. Mi sento bene
come dove non si scaccia né trattiene:
le mie filosofie, leggo una pagina
d’un libretto, bevo l’orzo, aspetto
ancora un poco, poi pago
un euro e trenta, esco in strada, vado
per la piazza, lentamente, verso
il privilegio caldo della casa.


LIBERA NOS A VERBIS

Nel vuoto largo un vento
muove un sedimento di parole:
non lo alza, soltanto
lo muove, quanto basta per confondere
la visione del suolo.

Parole grasse, pesanti:
non si sollevano. Noi
stiamo in piedi, in silenzio.
Non si sollevano, ma
hanno un cupo riverbero
brulicante di bachi. Sappiamo
di non possederne altre. Se parliamo
o anche solo pensiamo, sono quelle
che cadono squamandosi
dalla pelle, la nostra, dalle mani
e dalle labbra: contribuiamo
al molle verminaio.

Poi non ce la faccio più, ti dico
che oggi all’Aldi avevano
il succo di frutta che ti piaceva
e l’ho comprato, lo berrò.
Sorridi forse
mentre dal guano vibra: smorfiosa
costa caro quel succo, si rituffa
un lombrico pedante, pare innocuo
ma echeggia: uccidetela, uccidetela.

Libera nos a verbis, Domine:
allontana questo calice di merda
borghese, popolare, risaputa:
così tanta ne abbiamo bevuta.

Squama la mia voce, velleità
sminuzzata da becchi di chiocce
giù al verminaio. Se restiamo
in piedi in silenzio, potremo
svanire in luce?


ASSOPIRE

Quando mi concedo di fantasticare sull’oltre
ogni volta mi sembra più impossibile: stasera
(mi vergogno) pensavo che quando parto
(e già che sia partenza è fantasia)
potresti venire sulla porta a prendermi
(che pretesa) – che poi potrebbe essere
anche un fantastalking interdimensionale
molto scorretto, chi l’ha detto
che vorresti? Magari lì ci sono
angeli bellissimi, bisex, o preferisci
stare da sola o che altro, chissà.

Ma mettiamo che sì (è fantasticheria):
mi prendi e… andiamo? quanto spazio!
mi tieni la mano? abbiamo mani?
va bene anche puntini luminosi
(sì, le fatine di certi cartoni, lo so)
ma mi stai accanto? che ansia
di perderti… Ma è assurdo, l’ansia, di là!

Il fatto è che il montaliano fil di lama
non è un inconveniente, della felicità:
ne è la condizione. Per gioire
che ci sei devi potere andare via:
se no è tutto finto, è un simulacro.

No, vedi (vedi! ti parlo…) è davvero
inimmaginabile, ma teniamo buono che
proprio nell’inimmaginabilità
(invisibile velleità) magari sta
della nostra – dura di lingue e immagini –
catena, l’anello (nascosto) che non tiene…
Anche questo è fantasia, dai, va bene,
sono un po’ stanco, mi sento assopire.


VALUTERÒ

(poesiuola con pubblicità indiretta
del Pritt ma non mi pagano)

Lo stucco veneziano di questa casa
in cui sto ormai da quattro anni e mezzo
sconsiglia i chiodi, se provi a piantarne
viene giù un palmo d’intonaco, dunque
ho adottato i patacchini gommosi
Pritt Multi Tack per tappezzare
di donne, come sempre m’è piaciuto,
le pareti: da bambino c’era la carta
da parati e le incollavo, cosa che
dopo qualche sgridata fu concesso
(«tanto quella vecchia tappezzeria
sarà presto da cambiare, lasciamolo fare»);
nelle prime case di Torino i chiodi, poi
ci fu una pausa nel tempo del matrimonio
perché la moglie, sa Dio perché, non gradiva
mie amate alle pareti, poi, finito
il matrimonio, di nuovo chiodi, l’alloggio
di via Pinelli al trasloco l’ho lasciato
che era tutto un puntaspilli. I patacchini
vanno bene, all’inizio, però hanno
una scadenza, si seccano, e adesso
è tutto un cadere di foto come foglie
d’autunno che ha forse un valore simbolico
nel mio autunno: a volte di notte
sento un fruscìo nel silenzio ed è una foto
che scivola giù al suolo. Vabbè,
basterebbe rinnovare i patacchini
(manutenzione ordinaria) ma forse
è un segnale, meglio mettere le foto
in un album e alle pareti pochi poster
perbene, con magari le montagne
come le sale d’aspetto dei dentisti.
Così fra l’altro non dovrei stare attento
(in foto molte donne sono nude)
nei video social in casa, alle inquadrature
per schivare indiscrezioni o censure.
Eh, la saggezza, la maturità.
Farò così. Forse. Però non so…
A me che non sopporto che finisca
nulla, praticamente, anche una foglia
morta, naturalissima, mi dà
malinconia, ecco, a me piace
che le pareti di casa contengano
almeno in immagine le donne
che in una vita, in un modo o nell’altro
dalla sveltina al profondissimo amore
è sempre, nel buio del vivere, un lucore –
m’hanno donato gioia… Valuterò.


…

egli ondeggia, ti cerca, non sa
o teme di poter sapere
quanto sei tu nel sogno e quanto
è solo lui, brandello di
ego vagante in gurgite vasto
ego narrante, narrazione spettacolo
che non s’interrompe, finché
viene la rinnegata, inenarrabile, la
smascherata, la non vista, a togliere
il proprio stesso velo, che mai ebbe
e fu celebrato, rinvenuto in
luoghi di culto adorni, vieni
tu aggraziata, tu anima, afferra
la sua mano, estrailo
dalla guaìna delle sue sembianze
di proporzione aurea di specchi
infidi, spezza come pane i suoi
occhi, fanne sanguinare un pegno
ignoto a lui, di verità, di te


QUALCOSA

Non ti tiene viva il libretto
con le tue poesie e i tuoi disegni
né ti tiene viva la memoria
mia o d’altri, che sbiadisce e poi
muore a sua volta, e tantomeno
ti tiene viva una lapide, una tomba
o una fotografia. Potrei
illudermi che il vento, gli odori
delle piante e del fiume, il bosco
ti tenesse viva, un poco, ma tutto
muore, scompare, anche il sole
e il firmamento e gli universi, polvere.

Per non bestemmiare a sangue
nero, rovente questo essere
friabile, ingannevole, bisogna
postulare qualcosa: non
pensare né immaginare (il pensiero
e le immagini muoiono)
ma postulare, in una necessaria
matematica, qualcosa
di cui nulla dire, ma qualcosa.

Intanto, consolarsi, sognare
e parlarti e ascoltarti
con la libertà (che tu e io bene sappiamo)
provvisoria (senza coinfini) dei bambini.


DIPINTO, AUTORITRATTO

Guardo un tuo dipinto, non necessariamente
autoritratto, ma in qualche modo sì,
e mi viene in mente di quando mi dicesti
che saresti voluta entrare nella casa di tuo padre,
dove c’erano tue fotografie, non per rubarle
ma per cancellare da ognuna il tuo volto
e lasciarle lì, senza volto. Mi spiegasti
anche come preparare un acido adatto
per scolorire senza bucare la carta, tu
sovente i colori te li facevi da sola, quando
dipingevi, mescolando sostanze
come i pittori del Rinascimento.
Ne parlavi col tono di un progetto serio
e ti seguivo intento, da complice serio
e poi ci capitò di essere in quella casa
noi due da soli, ma non lo facemmo.
Lasciare il corpo senza volto, ne dissi
alla mia psicoterapeuta che rimase
impressionata, ma certo questo fatto
che le tue cose le raccontassi io
alla mia psicoterapeuta, non serviva
a granché, e trovare psicologi per te
non era facile, ci abbiamo provato.
Cancellarti, perché ti cancellavano:
era uno dei demoni e pochissimo valeva
il mio sporgermi per essere una teca
a contemplare e serbare il tuo essere
e ascoltare e difendere, amare.
Niente. Guardo il tuo dipinto, è
un buon lavoro, eri brava, ora lo sai?


ONORE ALLA COMPAGNA GUGLIELMINA

Ce ne sono stati. A parte uno
che si chiuse in garage e s’asfissiò
con l’ossido, ma lo conoscevo
poco, la prima fu Guglielmina
che al paese, in cascina, si sparò
nel settantuno, a sedici anni
con il fucile da caccia. Veniva
in un cortile dove raccoglievamo
roba usata per venderla e finanziare
la lotta proletaria, uno del gruppo
mi disse: “è morta, s’è sparata”
“mi spiace, era dolce”, risposi
e lui: “no, era una stronza”.

Al cimitero del paese non c’è
più la tomba, non c’è niente e Google
dice “nessun risultato trovato
per Guglielmina G****”
io da allora ci penso ogni tanto
era dolce, non era una stronza
e noi poi chissà
che cosa finanziavamo
con la nostra raccolta di rottami
ci facevamo troppo poche domande.

Quindici trenta sessanta o novanta
sono vite, non è la durata
a distinguere, almeno su questo
non appoggiate le vostre prestazioni
e se memoria resta sia giardino
di querce e primule, sia germogliare
di semi e moncherini in riva al fuoco:
vite voglio ricordare, sono stanco
voglio ricordare vite:
la morte sa ricordarsi da sé.

Capelli lisci, ombrosa, forse veniva
al cortile della rivoluzione
soltanto per trovare compagnia:
non si era compagni? Fra le astratte
solitudini dure, si proclami:
onore alla compagna Guglielmina
caduta sotto il piombo di un nemico.


PLEBAGLIA

Una ferocia molle, urticante
di vermi o larve sostiene la dura
ferocia delle spire del serpente
di cui applaude i morsi micidiali
raccomandandosi: noi, anche noi
pungiamo, da tastiere o wine bar
col tuo veleno: non ci abbandonar!


LE SCARPE NUOVE

le scarpe nuove vanno, sono io
che vado non molto, rigido, malfermo
nell’orrida vecchiezza

che non sarebbe obbligatoria, volendo
la vita
fra il troncare e il lasciare che si sfilacci
ogni scelta è rispettabile

e il trobar clus non è ricercatezza
ma necessità, perché ormai si perseguita
tutto ciò che non è magnifico
ottimista amorevole progressivo

trobar clus per non trovare chiuso
ogni varco d’immaginazione
(che poi nella vecchiezza
è quel poco che resta) – bisogna
tornare ai volantini appiccicati
alle fermate, anonimi, dove
si può inneggiare a qualsiasi
brigata o ritirata

invece appiccicano anche lì
banalità o pubblicità o velleità
o sono io che ho gusti troppo difficili

ma questa molle dittatura polipartisan
sostenuta da un festoso/tedioso Lumpenbürgertum
consumato di consumi
e da scorie di chiese residue
capitali di capitali
fondate su strati di angosce rese inerti
da opportuni trattamenti
per la nostra sicurezza
che stanchezza

anche il trumpo come il duce può fare cose giuste
tipo uscire dalla calza oms
omsa, che gambe
ma ciò non toglie che sia un assassino

le Kessler sono politicamente scorrette?
e perché non posso pubblicare le tette?

avrei stimoli di lotta
però un po’ contro tutti
che è troppo vasto e sono debole
già fatico a infilare un cappotto
figuriamoci l’armatura del cavaliere errante

erro su qualche bus
i miei piccoli errori
finché una parola di non glassato affetto
o una nuda bellezza
m’adesca a volere un giorno un giorno ancora

poi non so, le scarpe nuove
sono state un buon acquisto, leggere
ma calde, ben foderate, anche un minimo
eleganti, che non guasta


RIEMPIRE E INCARNARE ED ESSERE

Un vuoto lo si può
riempire e incarnare ed essere
contemporaneamente
e ciò che filtra è semplicemente
la voce di un angelo
che fa il suo mestiere:
annuncia – ma in lingua difficile.

Così gli abbracci abbracciano abbracci
passati o mai stati, mancati
e presenti, a riempire
e incarnare ed essere ciò che sono
sul nulla inconciliabile: il corpo, le stelle.

Il resto, è anestesia
che fa sempre meno effetto.

21 febbraio 2025



POETI?

Poeti? Non siamo
soprammobili, abbiamo
desiderî e bisogni
non molto edificanti, mischiamo
a macerie pisciose i sogni lievi
dell’erba, a volte ruvida
a volte molle, selvatica:
adatta a rotolarsi, godere
brevi ferocie dolci, ferirsi
e cercare balsami
in occhi, in odori di donne
amate o di passaggio, lasciamo
l’urbanistica del mondo
ai geometri saggi, guizziamo,
detestiamo le chiacchiere belle
e se ci innamoriamo
è per sempre anche solo un minuto.


26/27

È limpida, stellata questa notte
senza luna – era piena la luna
quattro anni fa. Vegliamo in silenzio:
c’è della pïetà nella vertigine
del cielo, nei germogli
annodati sui rami, si protende
un vuoto ventilato sull’opaco
coagulo del mondo: qui è tutto.


LA SERA PER CRI A GARESSIO

Poi mi è sembrato che fosse tutto inadeguato
e confuso, sgangherato
ciò che si diceva, soprattutto da me
prolisso sempre, ma anche dagli altri
nella sera, e dopo un attimo
di disagio ho pensato: è meglio
così, ci mancherebbe
che riuscissimo a dire cose
adeguate, precise, centrate:
tali da ridurti a un discorso dicibile.

No! Ma è bello, io credo (a me sembra bello)
portare a gente diversa, riunita
perché il deserto rallenti di crescere
il suon della tua voce
sottile ponte verso l’infinito
che da prima sapevi e ora sei.


L’APRÈS-MIDI D’UN VER

Grosse nuvole gonfie, larghe
come giovani pregne dopo il coito
mutano e sulle colline la loro ombra
è veloce. Scissioni?
Quale materia c’è da scindere?
Io sono un bruco che osserva da un albero
e, mancata forse una metamorfosi, ma
non è detto che fosse prevista,
aspetta che le zampe perdano
presa, per vorticare giù
ad annullarsi, come le foglie, ma le foglie
lo fanno meglio, più linde, colorate:
sanno senza ribrezzo marcire o seccare.
Materia? Potresti piovere da queste nubi
e sarebbe di vita la lunga traiettoria
a fecondare. Io sono rimasto
fra le squame del tronco, l’orizzonte
si svasa in linee sottili, illusorie
di oltre, oltre, o è una scatola
di vetro, il gioco crudele di un vivarium
dimenticato in un seminterrato?
Ne sei uscita? Ti potrò raggiungere
cadendo nel becco aperto di un nidiaceo
io cibo-corpo che la madre uccella
amorevole porta alla sua prole?
Scissioni? Non sono che ferite
e suppurazioni, rimescolamenti
da cui nulla si stacca veramente.
Io sono un bruco che osserva da un albero
ma non è vero, sono un uomo seduto
dentro una casa a morire per intero:
non saprò nemmeno se è solo un disegno
sulla lavagna, se passa la bidella
a cancellare. Ti potrò raggiungere?


DÄMMERUNG

Questa penombra in cui mi hai lasciato
sta sotto il buio e sta sotto la luce
o nemmeno, non so più proprio dire:
attraverso, raggiungo dove vivono
persone in albe e tramonti e nugoli
d’astio, di guerra, di veleni che
però qualcuno amorevolmente
dirada con abbracci, con discorsi.
Ma questa descrizione non descrive.
Prendo tredici gocce d’ansiolitico.
Ti vorrei domandare delle cose.


È QUESTA LA SPERANZA

“Se troverai un fidanzato
sarà proprio contento di baciarti la bocca”
scrive un commentatore/odiatore
ad Ambra che si diverte a contare
quanti uomini ha fellato in un anno
e un altro: “Sai che ci sono malattie
trasmissibili anche nei rapporti orali?”

La concentrata grossolanità
del male: 1) monogamia come aspirazione
indispensabile ma ora compromessa;
2) possibile compagno che verrà disturbato
da chi è già stato nella bocca di lei
(e presumibilmente in altre parti
del corpo, ora di lui esclusiva proprietà);
3) uso del panico di una peste improbabile
a scopo di morale repressiva.

[Corollario: il fidanzato “la bacia”
(le altre cose le fa con le sgualdrine)
e può essere schifato che in bocca
ci sia stato dell’eiaculato – magari
c’è anche un po’ di omofobia, in questo.]

Intanto dopo le mascherine e le fiale
il Potere della spaventosa sicurezza
darà corredi di sopravvivenza
(per tre giorni, non pretendere troppo)
in possibili guerre da nemici imprecisi.

Uno solo è lo scopo: che tu non sia libero:
perché da libero il Potere
non ti può possedere.

Credo però che i commenti ad Ambra li scrivano
dei vecchi ultratrentenni: nei più giovani
vedo crescere una percentuale
che al terrore al possesso e alla morale
si saprà ribellare, che saprà
con libertà baciare, disertare
e volare più in alto: è questa la speranza.


PANCHINA

Sulla nostra panchina arcobaleno
qualcuno dorme al sole. Per adesso
non l’hanno resa ostile con ostacoli.
Qui abbiamo mangiato le albicocche
dal sacchetto di carta, qui hai riso
e pianto ed era bella nonostante
tutto la vita, la morte non so:
ne parleremo dopo, se potremo.

[piazza Vigliardi Paravia, 28 marzo 2025]


UNA FOTO NON SCATTATA

L’ho pensato, quando stravaccati
armoniosamente sul letto
ad ascoltare un discorso
le due ragazze avevano i capelli
mescolati insieme, dolcemente
e sotto il viso di una il mio libro
che le avevo regalato
l’ho pensato – di scattare una foto, sarebbe
stata bella, ma forse anche
un po’ egocentrica (per via del libro)
e soprattutto avrebbe
disturbato il momento, così
non l’ho scattata.

1° aprile 2025


ECCO IL PONTE

Sente, o sento – decide
se usare la terza o la prima:
questione formale, captatio
di pass letterari, vaffanculo –
sento un’ansia, una colpa
(una propria mancanza
e di fatto, a sé, un mancare)
di non saper riempire
un vuoto transfrontaliero
dall’anima-corpo al corpo
infinito, vago come un’impronta
non impressa eppure… Qui
per fortuna si distrae, sul bus
diciotto gli si sono messi accanto
due ragazzi all’acqua di colonia:
decidono dove andare, al parco
tranquilli, e gli eserciti, uno
ha gettato pomodori alla Meloni
e free Palestine, dice che
se rimettono il militare fugge
in Francia, io faccio ancora in tempo
a filmare la Dora, ecco il ponte.


QUI

La lavanderia a gettone
in piazza Barcellona
c’è ancora, funziona. Bene-
dire o maledire è sempre
soltanto un dire, non basta.
Quando indovinando la pizzeria
ti ho raggiunta, mi hai
guardato male, come
un persecutore, ma eri uscita
così disperata! Avevo paura
di lasciarti cadere. Il bar
dove hai pianto, quello
non c’è più, ha chiuso. Ti ho
tenuta stretta per ore
quella sera. Quando
ti rasserenavi gli occhi
era aprirsi tutti i cieli del mondo.
Ora cammino rigido, trovo
piccole trasparenze
e anche sorrisi, assediati
da mostri scuri
che vorrei come un bambino
scalciare, ma è sempre
soltanto un dire. Un nero
ora in un altro bar gioca alla slot
e un vecchio tiene il palmo
su un bastone, tu lo sai che qui
è tutto pieno di anime ferite.


(PIOVE, È MARTEDÌ, PARTO PER CEVA)

c’è gente normalissima che dice
non faccio nulla se non prendo il caffè
io se mi sveglio preso da un’idea
dimentico cibi e bevande fino a sera
che poi la fame, signori occidentali
è dal terzo giorno, l’ho provato

ma la mia non è una virtù
un cappuccino, benché aumentato
a un euro e cinquanta, lo trovo
(piove, è martedì, parto per Ceva)
mentre un’idea a prendermi
e sostenermi, è più rara

un’idea, non intendo un ideale
non intendo cose sane o edificanti
anche un’idea criminale va bene
o un entusiasmo spicciolo
persino un poco incerto, ma esistente
a prendermi e sostenermi

per il bambino che gioca è un sopruso
la chiamata a cena e ha ragione
se fai ciò che vuoi fare non esiste
ora di cena, finché non avrai fame
ma è un sopruso a cui poi ci si abitua
come a tutti i soprusi del buon vivere
(piove, è martedì, parto per Ceva)

ma ecco viene la vecchiaia, detestabile
faccio più errori a scrivere
(il cervello, le dita, l’intontire)
e anziché contemplare infiniti
la si passa a pagare interminabili rate
del dentista e l’affitto, perché gli incisivi
servono a sognare di ancora piacere
a una ragazza, e una casa
per rimandare l’ammalarsi

ed è vanità dire tutto è vanità
noiosi i buoni come noiosi i cinici
trovassi in fondo al cortile quattro tubi
per fare una capanna in cui essere dio
e poi fare l’amore, è importante
nessun animale ha una vita post-sessuale
tranne noi e i pet che abbiamo condannato
amorosamente a essere come noi

la vecchiaia detestabile, mi sembra
vecchio anche il mondo, post-moderno
post-industriale post-umano
si scrivono i post
sui social, anche in questo momento
e le bollette di luce gas e rifiuti
si vive perdendo il tempo che non c’è
si fa quel che si fa

e la natura, poi, non è vero che il leone
divora la gazzella perché deve vivere
la divora perché è feroce e crudele
e come effetto secondario vive
e così noi…

“la condivisione è un atto politico”
c’è scritto nella fotina Whatsapp di Alice
giova credere che ancora ci sia vita
e non proiettare le proprie magagne
sul mondo, che ha le sue

vado persino alle manifestazioni
per Gaza e contro il decreto sicurezza
e contro il patriarcato, ci dev’essere
ancora vita, ciò non toglie che
la vecchiaia sia detestabile, inutile
addolcire, ma parlo per me

d’altronde ho bisogno più di idee che di caffè
è un egoismo autoconservativo
cerco qualche simile, qualche
abbraccio, scrivo sciocchezze, smetto
che devo uscire per prendere il treno
non è che devo, è che ho l’idea di farlo
e lo faccio
(piove, è martedì, parto per Ceva)


ALLE FOTOGRAFIE

Dicono che i morti con il tempo assomiglino
alle fotografie, ma tu non puoi, tu hai troppe
dimensioni: non hai assomigliato
mai a niente, nemmeno a te stessa.

Compari intera, certe volte, accanto.

Poco fa per il viale hai ripetuto
quel versosera che parlando lieve
d’una cosa qualsiasi, t’eri immersa
con l’aggrazio d’una piccola lucertola
nel tuo sorriso in luce e ombra, indietro:
benevolmente accettandomi all’interno
del tuo cerchio a camminare e
risucchiandomi in te, in quel sorriso
che non si può né dire né dipingere
né tantomeno rinchiudere in foto:

quel sorriso che rende inammissibile
non solo il tuo dolore e la tua morte
ma ogni dolore, ogni morte, tutto.


XXVI APRILE

Malumori, scontri, piccole
tempeste in mari di – letale – indifferenza.
Già retorico “letale indifferenza”, l’afasia
s’avvicina, per vecchiaia e
[in]sofferenza – venticinque
aprile sui “social”, non riesco
a mettere pollici alzati a foto d’epoca
di piazzale Loreto, ma non
perché io sia un sensibile angioletto:
tutt’altro, ma ecco, vi direi:
giocate con qualcosa che non sapete:
il corpo appeso all’ingiù, che sia
di un Homo sapiens colpevole di
genocidio o di un Sus scrofa
condannato a ragion di prosciutto
o di un Homo sapiens femmina
lacerata da inquisitori o di un Felis
catus impiccato per gioco
è molto eccitante! – fa presto
a dare dipendenza. Fingete
voi di no? È il pericolo maggiore.

La gradazione alcolica del sangue versato
è più che il centerbe dei monaci con cui
mi sbronzavo ragazzo masochista.
Non c’è nessun bisogno
di ordinare ai soldati il massacro:
viene da sé, come il sorriso quando
incroci gli occhi di un amico.

Sono così stanco! Vorrei rannicchiarmi
in abbracci di ragazze, non serve
amore, basta già percepire
un sospendersi dell’ostilità.

È su un filo di lama il non ferire
come la felicità, è un’imboscata
sviata non per sempre.

Che berciare! Qualcuno dirà
che Mussolini o Hitler o il pedofilo
stupratore non è Homo – la specie
come fosse un merito – qualcuno
che certe cose qualcuno se le merita
(ha sterminato un popolo o indossa
la minigonna) – io sono così stanco.

Le massime, la vita. Ho scritto libri,
piantato alberi e generato figli:
secondo non ricordo più che cazzo
di saggezza orientale, sarei
perciò davvero un uomo – ma è ridicolo:
vorrei, semmai, colmare ancora qualche
donna di sperma, in bocca o sulla pelle.

Fischia il vento fra gli ossi fino al lago
del cuore, che si perde nelle crepe
della terra, va giù nella falda
del dolore, del sogno, di chissà.
Nulla, probabilmente.

Oh anime belle, oh anime violente,
oh anime senz’anima, oh!
Io sono stanco, lasciatemi stare:
non è importante. Questa sera forse
vado a sentire un concerto in un posto
e la musica, il cielo, la gente…


UN RUBINETTO

Eliseo, un cassiere dell’In’s
è gentile, sorride spontaneo
e ha una rada barbetta, mi passa
l’insalata novella già lavata,
lo yogurt vegetale e il succo
di pera, una cena completa:
poi esco e non so bene come sia
il mondo, in corso Taranto c’è il solito
che chiede un euro e c’è il verde degli alberi
nuovo ma non del tutto, m’assopisce
una serenità senza motivo, viceversa
vorrei spaccare il mondo (ma non
per vanagloria, anche in segreto) oppure
morire e questo comunque accadrà:
ho trovato per terra un rubinetto:
non so dove incastonarlo, lo appoggio
sulla scatola di legno di un gioco sciangai
che non apro da prima del trasloco.


1969, 2025

Lo stato d’animo psicofisico di certe mattine
non è diverso dai sedici anni, c’è una patina
sugli occhi o sul mondo, non so a quale lato
aderisca e una nausea a dover cominciare
a far cose mai piene, un po’ assurde, come se
fosse un dovere minimale alzarsi
e vivere, mentre altro, altro, altro…

È il 1969, è il 2025, però adesso
è più vicina la scadenza, ho una valigia
di noia e gioia e dolore e smarrimento
e meno forza nelle gambe per andare
sia pure, come sempre, senza meta:
e gli occhi e il cuore e il cazzo, gli essenziali
strumenti umani, sono meno pronti.

E il mondo, gli ideali? La vittoria
del Vietnam non portò che dittatura:
rieducare puttane addirittura
come la più feroce inquisizione
d’un’azione cattolica, e l’America
difendeva capitali, non diritti
e oggi sappiamo che così fan tutti:
però succede qualcosa di buono
in qualche casa di periferia.

E ogni tanto mi sveglio, m’infurio
o mi sostiene un qualche desiderio
o una rabbia o un amore, che tutto
fosse inutile infine lo sapevo
già da bambino (“è un bambino vecchio”
dicevano gli adulti indifferenti)
e allora avanti, avanti, piedi flosci,
anime rotte eppur bisogna andar:
con-qui-stare la nostra sepoltura
dove splende il sole-che-non-c’è.

(Nel cortile in via Mercanti bei ragazzi
e ragazze grazie a dio un poco nude
ridevano, saltavano, si davano
spintoni con il ritmo della musica:
giocavano così come si lotta
da cuccioli di maggio, ed è normale:
affronteranno il tempo
delle nuove galere
e ad aspettarli fuori rimarranno
i nuovi sogni, le nuove primavere.)


LA NATURA

Sul bus ventisette due vecchiacce
inveiscono contro le erbacce
che andrebbero falciate
e contro gli immigrati
che infestano, e se li arrestano
rispuntano il giorno dopo
come, del resto, le erbacce
nella madida bella primavera.

Loro invece, come me, sono vecchie
e non rispunteremo, io però
canticchio: evviva le erbacce
e abbasso il giardiniere, evviva
le ragazzacce, abbasso
chi le vuole prigioniere.
La natura è feroce di suo:
perché ancora volete infierire?


CANT ESPIRITUAL

Lo spirituale? Era Marta che usciva
dall’ampio bagno del vecchio club Arci
con riflessi di sperma al decoltè
e a seguirla un ragazzo, mai lo stesso:
e dopo un’ora era un altro a passarci
e lei non si puliva, a mezzanotte
aveva poppe lucide, glassate
mentre beveva un gin fizz al bancone.
Ma questo mica sempre! Solo se
era uscita di casa in armonia
e buon umore: di giorno insegnava
in una scuola, non è sempre uguale.
Nel vecchio club certe notti suonava
qualcuno bravo, la chitarra, il piano:
io leggevo talvolta qualche verso.
Una o due, oltre a Marta, dispensavano
grazia soave nel bagno del club:
un gioco al volo oppure una premessa
d’un proseguire in camere, in alloggi.
Marta però di più, non si discute:
era lei la regina che nutriva
di cibo spirituale l’Arci club.
Spirituale, perché non si sapeva
né se né come né quando né chi
e nemmeno perché: era un mistero
di bellezza di quelli che il rosario
mai osò contemplare. Poi quel tempo
è passato. Invecchiato io potrei
come dicono dire: “non ci sono
più gli Arci di una volta” – ma confido
che ci sia altro, che forse non vedo:
nei circoli serali come in cielo.

[Marta è un nome di fantasia. Il contenuto di questi versi è frutto dell’invenzione dell’autore. Ogni riferimento a luoghi o persone o fatti realmente accaduti è da ritenersi puramente casuale. Il Cant espiritual del titolo è quello celebre di Joan Maragall, che si pone una domanda a mio avviso fondamentale per l’inimmaginabilità dei paradisi d’ogni religione: «què més ens podeu da’ en una altra vida?»]


DICE

(Gli dice: se non l’avessi incontrata,
non sarebbe stato meglio per te?)

China il capo. Per lei forse
sarebbe stato meglio, il destino
è spostato da piccole cose
e ho colpe.

(Insiste: non guardare a tue colpe
né al destino di lei, dico per te
se tu non l’avessi incontrata:
non avresti provato il dolore che provi.)

Scuote il capo. Incontrarla per me è stato
la più grande fortuna della vita:
essere stato con lei, accanto a lei:
un dono inaspettato, immeritato.

(Ancora insiste: ma avresti incontrato
forse altre, in altri amori più sereni
e non meno profondi, e più felici
e più lunghi, non avresti conosciuto
il vuoto, la tragedia.)

Adesso è spazientito: sono cose
semplici, ma faticose a dire, perché
mi fai stancare? Il dono è stato
lei, non gli amori sereni e felici:
non c’è nulla con cui lo scambierei.

(Non la smette: se tu non l’avessi
conosciuta, non potrebbe mancarti
quel dono! e altri avuti ne avresti
forse migliori, come puoi negarlo?)

Si arrabbia quasi: tu non fossi nato
non ti sarebbe mancata la vita:
non avresti saputo. Ma sei nato.
Io per la mia fortuna l’ho incontrata.

L’amore, se esiste, è questo che fa
insostituibile ciò che è stato ed è e sarà:
oltre il piacere o il dispiacere, è
la cosa in sé, la cosa in te, il miracolo
di una vita che mentre è la vita
mortale, è già altro per sempre:
contiene tutto, non si scambierebbe
con altro perché non c’è dell’altro
fuori da lei e me: e se nel tempo
del calendario fosse solo un giorno
insieme, è un giorno che non può finire.

È un dono irrevocabile, non è
una merce da rendere al negozio
perché non calza bene, ma non è
nemmeno una stazione d’un cammino
ascetico per renderti migliore
in scale verso qualche paradiso
meritocratico, né la costruzione
d’una via via più sana relazione:
non è un progetto, un domani, un sarà,
né un ricordo, né un ieri, né un fu:
non è un se avessi, un se fosse: è un è.

Però mi stancano queste parole:
lo vedi, non lo so bene spiegare:
sono contento di averla incontrata.
È preoccupante cercare di spiegarlo.
Non è ovvio che ognuno e ogni cosa
è insostituibile in eterno?

Le parole confondono. Più parlo
meno sono sicuro. Uno spirito verboso
ha separato inferno e paradiso
dimenticando che l’inferno è il paradiso
per chi se ne innamora e il paradiso
è l’inferno per chi se ne annoia:
questa è roba reale.

Sull’indicibile le parole ronzano
come le mosche sulla merda o sul miele.
Non lo posso evitare, mi fermo
in un punto qualsiasi
per la stanchezza, non la compiutezza.


QUESTA BREVE SCONNESSA VITA QUA

Mi scrive un amico stamattina
“dobbiamo essere toccati da tutto”
e penso: purché il tocco sia leggero
o l’anima abbia pelle di rinoceronte
altrimenti non passi la notte;
e un’amica mi scrive stamattina
“mi sembra tutto faticoso
e una vita da criceti sulla ruota”:
i Whatsapp che ricevo di mattina
non è roba da poco. Nel frattempo
un papa qualsiasi, antifemminista
e proselitista, è normale, mi mandasse
lui un Whatsapp, lo troverei banale.
I vangeli sono fiabe ma qualcuno
citasse almeno Matteo 10, 34-36:
no, sono buonisti da centro commerciale,
il buonismo crudele. Tutti i popoli abitano
su terre in cui hanno distrutto e sterminato:
Homo sapiens è una specie auto-predante
e benché sia scoraggiante
è da qui che dobbiamo partire
(se lo vogliamo) per fare, per sentire,
per essere toccati.
All’amica dei criceti ho risposto
ungarettianamente alleggerendo:
“si sta come in gabbietta
sulla ruota i criceti” – ma è difficile
davvero, è difficile. Aggiustare
le cose in questo mondiccio di mezzo
dominato dall’inesistentissimo linguaggio
forse è impossibile: o si fugge in un etere
silente e pieno di … … … … (ciò che
darà sostanza a parole come “amore”
o altre meglio, pronunciate da nessuno)
o si fugge nell’odore altrettanto silente
di un pube di ragazza da leccare
per me ormai pure arduo da trovare.
Ma sono casi estremi, sono casi sopra e sotto
(non importa quale sopra e quale sotto)
il rigo: dentro il nostro pentagramma
la musica obbligata è parole parole
pace pace amore amore libertà
tutta roba rosicchiata da tarli inammissibili
e ci si dà nella migliore delle ipotesi
una mano a sopportare, navigare
questa breve sconnessa vita qua.


IL NERO D’OLTRE LUNA

Sugli sposi, per zoppe praterie
scende un nero di cielo d’oltre luna
piena, futuro, presente, passato.
Inonda: hanno sperato attraversarlo
fino a rive, ma non ci sono rive
quaggiù e riverbera il nero (lontana
la fredda luna) su un rosso incupito
da caligini a tutti gli orizzonti.
Non si distingue risacca da onda
nel mare che dovrebbe dare vita:
la fioca luce è di pesci d’abissi
irraggiungibili? È forse un fondale
questo pianoro di solchi d’inciampo?
È per un gorgo che sono arrivati
qui gli sposi delle nozze impossibili
promesse un tempo in un sogno di boschi
incamminàti, non incamminàti?
Per zoppe praterie si chiude un nero
da zolle storpie, dove il germinare
s’è strozzato in errori. Separàti
prima della pienezza degli abbracci
da coltri e vomeri d’agricoltori
d’altre colture, si ritroveranno
su praterie dove sicuro è il passo
a ogni viluppo d’erba, liberissimo?
Non lo sappiamo. Il nero d’oltre luna
è ciò che pare sia comparso un attimo
durante la caduta, il resto è ignoto.


GLI ABBRACCI

Vanno e vengono gli abbracci, il desiderio
di darne e averne oscilla, senza un ritmo
che tolga ansie e raddolcisca attese.

Lo imparo eppure non lo imparo: il grano
d’amore che c’è in ogni relazione
sguscia negl’incavi dei labirinti
che c’erano sui tappi delle bolle.

Ed è subito molto, è inutile cercare
(e poi perché?) di farlo stare piccolo.
E può svanire…

Tu dimmi qualcosa, anche solo una sillaba
per tranquillizzarmi. Non è un diritto, lo so:
infatti te lo chiedo per favore.


SORELLA

Qualcuno dice
che dovrei lasciarti andare:
è morta, lasciala stare. Qualcuno
sembra dirlo per mio bene, come se
fosse un sollievo la dimenticanza.

Qualcuna, donna, pare infastidita
in femminismo estremo
da (cito) “una sorella parlata da un uomo”:
tu che sorelle non ne hai mai avute
e credo mai cercate.

Non mi arrabbio, vedo la sofferenza
(la loro) in queste frasi; quanto a noi
potremo forse discorrerne ancora:
la morte è solo una contraddizione
perché o non è morte e tutto vive
per sempre, o se è morte allora tutto
è già morto, poiché morirà:
non se ne esce, a me piace pensare
che noi potremo forse ridiscorrerne.

Intanto in questo intervallo che s’accorcia
(e vorrei meglio accorciare, prima che
diventi storpia bavosa vecchiezza:
ma questo pare sia vietato dirlo
nel magnifico mondo del progresso)
ti penso e cerco e (benché in sogno) vedo:
ne abbiamo attraversati di grovigli
e il mondo resta un nido
di rovi e di serpenti – fra le spine
e le spire c’è qualche sorriso
scappato via per sbaglio e tu e io
di che reggimento siamo, sorella?


STRANO STRANIERO

«Da dove arrivo?» – pensa – «Non ho
una terra d’origine, un luogo
a cui voler tornare. Si direbbe
che io sia uno di qui, così è scritto
sui documenti e in qualche
vago ricordo, mai primario. Eppure
non è mia lingua madre questa in cui
da sempre mi dibatto cercando
di capire e capirmi, di amare e amarmi.»

Così pensa. È uno strano straniero
visibile e invisibile, non sa
mai se ha compreso, se è compreso:
si muove incerto, timoroso, nemmeno
a sé stesso sa dire le cose:
è attratto, è respinto, non sa
come fare, si arrangia, va in giro.

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