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M’è venuto in mente che in seconda elementare
– correva l’anno mille novecento sessanta –
scrissi una lettera al mio maestro elementare:
gliela scrissi a casa, con francobollo e tutto.
La mia grafomania ha radici lontanissime.
Non è che in quell’epoca remota
i maestri dessero in classe l’indirizzo di casa:
ma io, piccolo stalker, lo trovai.
Una lettera non lunga, di cui ricordo solo
le prime parole: «Caro Guido,
parliamoci chiaro: non si può andare avanti così».
Queste parole le ricordo. Poi credo seguissero
lamentele abbastanza generiche
su malfunzionamenti della scuola.
Non era facile avermi per allievo da bambino,
non è mai stato facile avermi in qualsiasi ruolo.
Il maestro in classe davanti a tutti mi chiamò
e disse: «Mi è arrivata una lettera
dal nostro Molinaro: di’ un po’ ai tuoi compagni,
Molinaro, che cosa mi hai scritto».
(All’epoca ci si chiamava solo per cognome,
ci chiamavamo per cognome anche fra noi bambini,
di qualche mio compagno non ho mai saputo il nome,
per esempio il Vailati, lo Zirilli e il Niemen,
mai saputo come facessero di nome.)
Io mi sentii sprofondare, mai avrei immaginato
che il maestro mi chiamasse per quella lettera
(non penso mai alle conseguenze delle mie azioni)
e balbettai: «Ho scritto… ho scritto “caro signor maestro”…»
Ma lui mi corresse: «No, hai scritto “caro Guido”».
Non mi punì, ma tutti risero e fu molto umiliante.
E finì lì. Non era come oggi: oggi se un bambino
di sette anni scrivesse una lettera del genere
chiamerebbero i genitori e poi anche gli psicologi,
e gli psicologi direbbero che la lettera è un segnale
da valutare, e nel loro abbastanza detestabile gergo
direbbero forse addirittura che è «una richiesta d’aiuto»
(sanno essere più umilianti che un maestro anni Sessanta,
gli psicologi di oggi, ma non se ne rendono conto).
Il concetto che esprimevo nell’incipit della lettera
era abbastanza esplicito: che ci si deve parlare
e che non si può andare avanti così;
e dire «tu Guido» anziché «lei signor maestro»
era una trasgressione (all’epoca) molto grave
che voleva forse abbattere una distanza, un muro,
ma lo faceva in un modo completamente sbagliato,
saltando tutti i passi necessari:
e per iscritto, perché sono timido.
Insomma, la cosa finì lì. Chissà perché
m’è venuto in mente stanotte ’sto fatto.
Forse perché mi sono svegliato con la sensazione
– più di mezzo secolo dopo –
che non si è mai parlato con nessuno
e che si è andati avanti così,
nel modo (mondo) per me inaccettabile,
da allora a oggi e a domani e per sempre
– e le distanze e i muri ancora adesso
non l’ho mica imparato il modo giusto
per provare ad abbatterli.


Da Le cose stesse, Matisklo Edizioni, 2013.

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