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alla memoria di Monica Iozza (1970-1992)

                                               a Lucia e Francesco
                                               perché un giorno capiranno
                                               che gli amori, gli amori veri
                                               non si contraddicono mai

1.
Il barista di via Valperga è anziano,
asciuga le tazzine e le ripone.
Chissà che cosa ha fatto nella vita,
forse soltanto questo, o poco d’altro,
eppure è anziano e vive ancora, e pensa
(forse) chissà che cosa. A questo tu
non ci sei stata, ad altro non riuscivo
a spingerti la mano, e dire che
avevi nella mente l’infinito.

2.
Quando ti alzavo il mento con il dito
tu socchiudevi gli occhi, sorridevi.
Ma poi lasciavi che il volto pesasse
sulla mia mano e accennavi appena
un inclinare il capo per diniego,
come chi vuole credere e non crede.

3.
Ma lo sapevi che simile a un Dio
io mi sentivo quando t’ero accanto
e t’ascoltavo bisbigliare piano
poche lievi parole e il cuore alzava
un clamore di gorghi nel torace
che m’increspava in brividi bianchissimi
la pelle come un’acqua vittoriosa?

4.
Per tre anni non t’erano venute
le mestruazioni: la droga le blocca,
mi spiegavi. Ma dopo quattro mesi
senza eroina ti sono tornate:
me l’hai detto abbracciandomi con gioia
così vera e con voce così forte
al bar di via Coppino! La signora
portandoci i bicchieri avrà pensato
che per stavolta non m’ero inguaiato.

5.
La signora che ci prendeva in giro,
che diceva che avevi quindici anni;
così le hai fatto persino vedere
i documenti: quasi ventidue!
La signora che il giorno di te morta
appena sul selciato a pochi metri
dal bar, mi ha visto e me l’ha letto in faccia
e mi ha chiesto lo stesso: «Non è mica
la ragazzina che veniva qui
con te? O Dio, o Dio!». Ai ventidue
anni è mancata una settimana.

6.
Ci tenevamo per mano, bravini,
i pomeriggi quando stavi bene
senza pastiglie, per i marciapiedi
della mia zona, come fidanzati:
ed eravamo proprio belli e fieri.
Anche se parlavamo di mia moglie,
dei tuoi colloqui per farti riaccogliere
nella comunità del Gruppo Abele,
di ansie, di speranze, di sconfitte,
di vie tortuose: la realtà è complessa.

7.
Una notte d’agosto c’incontrammo
per caso al Valentino, sorridemmo,
ci parlammo e così ci conoscemmo:
un gioco del destino. Non ci volle
molto a capire che eravamo uguali,
io marito e papà e lavoratore,
tu puttana e drogata e ragazzina.
Due anime ferite quanto basta
per capire che tutto è provvisorio,
che l’amore nessuno può spiegarlo,
che Dio è lontanissimo se c’è:
senza parole s’intendono al volo.

8.
Col mio cantare non intenerisco
gli animali né gli alberi e nemmeno
so ammansire gli umani: figuriamoci
quanto saprei commuovere Persefone!
Mi spiace. Se potessi ci verrei
e non sarei cretino come Orfeo:
ti condurrei senza voltarmi indietro.
Abbiamo esercitato la pazienza
per lenti labirinti – poi un colpo
di sbieco ci ha mozzato la speranza.

9.
L’ascensore è scappato nell’istante
che tiravo la porta: per un soffio
qualcuno su da un piano l’ha chiamato
prima che io l’aprissi. Mi hai guardato
stupita e d’improvviso con un guizzo
nella luce ricurva dell’androne
le nostre braccia erano allacciate
e le bocche premute come fosse
stato da sempre: il nostro primo bacio.

10.
La morte non lo spezza, questo amore.
Però era meglio portarti le rose
ai nostri appuntamenti per la strada.
Al cimitero è un punto di colore
nella desolazione vasta, serve
a consolare poco, poco: tu
sei nel sottile vuoto invalicabile.

11.
Il tanto detto senso della vita!
C’è chi lo trova facile e chi no.
Chi facile: magari non lo cerca
nemmeno, non si è mai posto il problema
e sta bene così, beato lui.
Chi no: dipinge affreschi, fa poemi,
beve, si droga, vola dai balconi.
Ma non si cambierebbe con quell’altro.
Grande mistero o semplice cazzata,
non so. Quello che so è che non dovevi
volare dal balcone: a quel tuo sangue
non c’è compensazione, non c’è nulla
che si possa più sciogliere o legare.

12.
Vorrei disfarmi nell’aria, nell’erba,
per mischiarmi con te: ma rimanere
io tutto intero, io quello che sa leggere
le righe fitte nel tuo cuore bianco
e le trascrive nelle tue pupille,
io l’umile artigiano che dà forma
al tuo caos d’amore così che
la gioia ti sussulta di stupore
quando vedi freschissima te stessa.

13.
Le povere parole che cercavi
singhiozzando al telefono, affannosa,
fra le voci e i rumori dell’ufficio
non riuscivo a capirle, con che rabbia
dicevo Monica, parla più forte,
e non potevi e te ne disperavi,
e io prendevo un permesso e venivo.

14.
Siamo astigmatici all’occhio sinistro,
ci piacciono i budini e detestiamo
il riso e latte, conosciamo gli autobus
e le canzoni di Lucio Battisti,
poi tu m’hai insegnato i REM e i Queen,
io Fabrizio De Andrè e Tommaso Moro,
e ci baciamo con lo stesso gesto
un po’ incerto del collo. Era bellissimo
scoprire quello che avevamo uguale.

15.
Sono tornato al chiosco al Valentino,
è già di nuovo estate. Neanche un anno
siamo stati vicini. Ora mi sembra
che tu sapessi. Eppure progettavi
(nei giorni più felici) di riprendere
la scuola, il triennio da infermiera.

16.
Me la mostravi quasi con orgoglio,
la pizzeria verso le Molinette:
avevi lavorato lì davanti
per anni, ti eri fatta una clientela
buona, da piccolissima puttana.
Io che so le lusinghe della notte
condiscendevo al tuo non rinnegare,
a quel tuo protestare che anche è vita
quando un faro moltiplica le ombre
nel soffio misterioso della nebbia.

17.
Nei primi giorni in via Leoncavallo,
nella comunità, nella stanzetta
ci lasciavano stare insieme soli,
e io t’addormentavo piano piano
sul mio torace, seguendo il respiro
che si faceva quieto e regolare
senza bisogno di pastiglie. Poi
si sono organizzati con le regole
e non ho più potuto. A darti il sonno
ci pensavano altri in altri modi,
finché un mattino sei scappata via.

18.
Eppure io ti ho veduta serena:
sgranavi gli occhi belli di nocciola
puntandoli nei miei – anche il colore
degli occhi abbiamo identico – rideva
tutto il tuo viso di bimba furbetta
e il torbido sembrava andare via.
È accaduto, ti ho vista, io ti ho vista,
ti ho vista vivere! Sia maledetto
il braccio che ti ha risospinta sotto.

19.
Quel tuo corpo sottile di fanciulla
a me non lo celavi se il mattino
stavo con te presso la doccia oppure
ti aiutavo a vestirti. Ma con gli altri
protestavi: Ci sono abituata
a star nuda con tutti, ma ora basta,
prima di entrare dovete bussare!
(Come un apologo sulla purezza.)

20.
Io ci capivo poco e gli altri niente
della tua voglia che dentro la scorza
brillava come un diamante: la voglia
di essere. Di essere: di essere.
Che rovina, che scempio abbiamo fatto.
Come tutto rimane imperdonabile
nel tranquillo smottare della storia.

21.
Dalle narici, dalla bocca il sangue
si allargava pastoso, faticoso,
lento sul marciapiedi. Rannicchiata
un poco, quasi come ti mettevi
per riposarti. Non hanno chiamato
nemmeno un’ambulanza, non so chi
ha constatato subito il decesso.
Avrei voluto sollevarti il capo.

22.
Tu che correvi dietro al trentaquattro
da una fermata all’altra e lo prendevi,
e certo io non rimanevo indietro:
ansimando contenti partivamo.
Ora la porta è chiusa e non ritorni.

23.
Cinque o sei paste con un cappuccino
mangiavi in piedi al bar se avevi fame
nei nostri giri fra i centri per tossici
e le unità sanitarie locali.
E non perdevi la pazienza mai.

24.
Ti sei comprata un balsamo per dare
più luce ai tuoi capelli biondo rame.
Non ne hai bisogno, ma è dolce pensare
che ti fai bella, che ti vuoi piacere.

25.
L’amore manda le scintille a caso
però non tutte divampano in fuoco:
molte ne spegne l’umido dei muri
che ripara gli affetti regolati.
Nei nostri cuori con sete di vento
che asciugano allo spazio delle vie
crepita subito un fischio di fiamma
a gonfiare un incendio nuovo sempre.

26.
La meraviglia male si concilia
con la vita normale di famiglia.
Dobbiamo dunque rimanere soli?
Né tu né io ne saremmo capaci!
Forse per questo ci chiamano a rischio:
intendendo, presumo, il rischio loro.

27.
Invece tu sei scesa a capofitto
dentro la morte vera e nera. Chi
scriverebbe tu misera cadesti
o simili minchiate? Qui non c’entra
l’apparire del vero: è lo svanire
dello spazio, del tempo, della dolce
bellezza: perché il vero non esiste.

28.
Mi aspettavi seduta su un gradino
o accucciata in un angolo. Era strano
il tuo modo di stare accovacciata
in un posto qualsiasi, in attesa:
t’appoggiavi a te stessa in equilibrio.
Poi spiccavi la corsa verso me
con un guizzo di lepre disturbata.

29.
Cinque o sei volte ti sei fatta in macchina
con me; due volte a comprare la roba
ci siamo andati insieme. Mi spiaceva
vederti avvelenare, ma impedirtelo
non era mio diritto e ti parlavo
e ti restavo accanto anche così.
Sarebbe stata un’assurda violenza
lasciarti sola, dirti che non sto
con chi si droga. Di tali sentenze
superiori ne hai già sentite troppe,
s’è visto poi con quale risultato.

30.
Se i capelli ti andavano sugli occhi
io li spostavo adagio e tu ridevi
come il monello che fa capolino
dal nascondiglio nel vivo del gioco.

31.
Non eri sieropositiva. Ma
celavi qualche immunodeficienza
nell’anima: un virus corrodeva
le tue difese contro la caligine
del quotidiano, della cosa santa
o scialba che si dice sia la vita.

32.
Se fosse stata una bara di vetro
e poterti svegliare con un bacio:
ma vedi, fin da piccoli c’ingannano
di favole, ed è pericoloso
fidarci: Peter Pan poteva bene
scomodarsi a sorreggerti nel volo,
e invece no: all’Isola, se c’è,
si arriva dietro il sangue e dietro il nulla;
e questo, dopo tutti gli altri inganni,
come riusciamo a crederlo, a sperarlo?

33.
Fare di te una brava ragazza:
questa è la coglionata che pensavano.
L’hai lasciato persino a testamento
(un biglietto che hai scritto in un mattino
di sconforto, in un giorno di discesa)
che non era così: Non voglio essere
ricordata come brava ragazza
perché voi vi siete accorti di come
stavo dentro, ma cosa avete fatto?
Niente. Addio. Monica. Vi voglio
bene
. Non t’eri uccisa quella volta,
avevamo ripreso una speranza,
ma forse poi non è cambiato nulla.

34.
Mi rimane il sapore incomponibile
dei tuoi baci. Baci non calcolati,
baci senza progetto, baci dati
proprio quando non ti servivo a nulla.
Non mi hai usato, mi hai voluto bene:
questo sento il bisogno di gridarlo
a chi diceva che tu non sapevi
fare altro che pigliarci per il culo.

35.
Ogni sorriso è diventato spada:
ogni felice immagine di te
mi trafigge improvvisa se riaffiora
dal tuo lago di sangue. Troveremo
tutto purificato ciò che fu
gioia? Potremo rigoderne insieme
per sempre là? Quel cielo, che partecipa
ad ogni amore, ciò che ha preso rende?

36.
Però quel mezzo prete mezzo arabo
e mezzo livornese che ti ha morsa
dopo averti incantata, come fanno
le serpi, qualche germe ha seminato
in te del suicidio. Lui che era
il capogruppo, l’uomo che doveva
guidarti dentro la comunità.
(Tu non porti rancore, io vorrei
che qualcuno portasse più attenzione.)

37.
Mi hai trascinato a fare una colletta
alla stazione. Credevi che fosse
cosa nuova per me? L’avevo fatto
proprio nell’anno che nascevi tu,
che io giravo Amsterdam e Alassio
senza denaro. Ma stavolta un poco
d’imbarazzo l’ho avuto. Il tempo e il modo
ci cambiano; e poi le cento lire,
hai visto, a me non le dà più nessuno.

38.
Anche per questo m’hai voluto bene:
perché litigavamo come zingari
davanti a Porta Nuova, piangevamo
e gridavamo e poi ci baciavamo,
con la gente che quasi ci accerchiava,
e nemmeno una volta m’ha sfiorato
l’idea della mia reputazione.

39.
Non dovevo lasciarti andare sola
a quel colloquio. L’ho fatto perché
sembrava un bene che l’iniziativa
fosse del tutto tua, che tu mostrassi
alla comunità che eri tu
a volerci davvero riprovare.
Il mio errore mi sta sempre davanti.
Sei tornata sconvolta; m’hai cercato;
non m’hai trovato; ti sei ammazzata.

40.
Il visino paffuto, il sopracciglio
denso e bene scolpito, il naso piccolo,
il tuo sguardo che sempre interrogava
con scettico stupore: ancora interroga
da una foto senz’arte, fototessera
fatta per caso in cabina automatica
la settimana prima di morire.
L’ultima foto, ma chi lo direbbe?
Guardi con tanta voglia di giocare!


Pubblicata una prima volta anonima nel 1992 dalle Edizioni Cultura e Società; pubblicata in libretto dalle Edizioni Joker, 1997; poi ristampata in La parola rinvenuta, Genesi Editrice, 2006.

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