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Mia nonna si metteva la liseuse,
la ricordo assai brutta triste e sciatta.
C’è in ogni donna un poco d’allumeuse
e forse anche c’è un poco di gatta

morta – che non so poi cosa significa:
nell’uomo pure c’è un po’ d’allumeur
forse, ma credo meno: a una magnifica
donna, per ritrovare del bonheur,

l’uomo vuol fare almeno qualcosina.
Mia nonna mi sgridava se lasciavo
polpa attaccata al seme di susina,
per via dello sprecare: io lo succhiavo

ma ne restava sempre, ero in difetto
e nonne e donne e gente in generale
pareva che volessero un perfetto
me che a me tuttavia suonava male.

Mia nonna si metteva la liseuse,
io mi bevevo un poco di gazeuse
e forse già sognavo un’entraîneuse
nuda sensuale sopra la dormeuse

che stava chiusa nella sala scura
fra l’alta cristalliera e il serre-papier,
che nel pensier rinnova la paura:
m’insegnarono molti savoir faire

però nessuno della mia misura.
Ha tutto il mondo un poco d’allumeuse:
m’affascina ma c’è una serratura
di cui non ho la chiave. La liseuse

sarà finita in qualche cassapanca
con tutto quell’inutile ciarpame:
ora son vecchio e ancora non è stanca
la mia voglia – d’amore ho ancora fame.


Scritta nel 2015.

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