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Talvolta saliva di corsa al terzo piano
con la mistura d’entusiasmo e d’apprensione
che era, come si dice oggi, la sua cifra,
a leggere una sorte in occhi chiari;
talvolta passava dall’amica libraia
a prendere un pacchetto fatto su nell’alluminio
con una fetta di torta, perlopiù al cioccolato;
talvolta parlava da solo camminando
verso Porta Susa, descrivendo a sé stesso
vicende immaginarie ma possibili;
talvolta s’infuriava con stipiti e stoviglie
che gli ostacolavano i gesti, ma evitava
di farlo se qualcuno lo guardava;
talvolta attraversava i giardini in piazza Toti
con la paura e la voglia d’incontrare
tracce di primavera che gli erano proibite;
talvolta s’affrettava verso largo Marconi
per una già senile urgenza, lodando
un superstite vespasiano che gli risparmiava
un inutile caffè e le domande sui bagni;
talvolta andava dal fisioterapista
in via Montecuccoli per un conflitto
subacromiale alla spalla sinistra;
talvolta andava dalla psicoterapista
a Leinì, zona Betulle, per un conflitto
fra odori e parole, forse, o fra desideri
e doveri, o fra sogni e realtà, chi lo sa;
talvolta s’assopiva abbracciato
a una donna amata e nel sopore
mischiato con l’amore c’era tregua
alla vana battaglia del tempo e delle cose;
talvolta non capiva le domande
o non decifrava la geometria dei percorsi
e allora vacillava, cercando una fuga;
talvolta entrava nel bar dei cinesi
in via San Donato e prendeva un cappuccino
per guardarsi prendere un cappuccino,
perché ha senso due minuti vedere
uno che entra e prende un cappuccino,
giocare che facciamo che sei tu quello lì;
talvolta salendo su un tram in un vortice
di foglie secche, notando il legno lucido
d’un sedile vuoto era felice un istante,
come ci fosse nell’aria una felicità da inalare
urgentemente, che non andasse sprecata;
talvolta dimenticava sul fuoco il caffè
perché s’era messo a fare altro, preferiva
le caffettiere rumorose, che fanno capire
cosa succede, anche se sei di là.


Scritta nel 2016.

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