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Siamo generati dal linguaggio, sono
io generato dal linguaggio, suggerisce
la filosofia. Ma se io sono
generato dal linguaggio, perché
mi nacque una nascita animale
e mi ucciderà una morte
animale, per nulla diversa
dalla morte d’un gatto o d’un insetto?

Il linguaggio è un inganno provvisorio
fra il muto vero del nascere
e il muto vero del morire.

E per questo suo inganno abominevole
io lo odio, il linguaggio, lo riduco
a vile strumento, lo uso per cercare
odori, orgasmi, estasi
eterne quanto il muco
da cui sguscia il feto,
quanto il fetore della putrefazione,
quanto la meraviglia della
vorace voglia d’un coito, d’un colore.

E lui odia me. Lottiamo da sempre:
lui sa che ho bisogno di lui,
dei monconi di senso
che pendono dalle parole
come da rami secchi frutta guasta
ma necessaria;

io so che ha bisogno di me,
che senza la mia carne e il mio sangue
cesserebbe all’istante
come un film sullo schermo
se manca la corrente.

Lotto come una bestia ma vorrei
perdere, in fondo: vorrei che esistesse
un verbo astratto, scarnato, dissanguato,
fuori dal ciclo di gorghi e polluzioni:
un luogo dove salvare gli amori.

Ma a generare il linguaggio protervo
fu un bollire di miasmi, fu un breve
alzarsi umile di steli da un fango.

Nessuno vince. Finiremo, finiamo.


Scritta nel 2017.

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