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Un mese all’equinozio. Stamattina
mi sono risvegliato col pensiero
che c’è un nesso preciso tra il fregarsene
dei migranti che muoiono nel mare
e il fregarsene del mare, del cielo,
del pianeta che muore: il fregarsene
infine, di sé stessi, in un oblio
psichiatrico, privato d’intelletto.

Il sole sorge indulgente, disegna
travetti obliqui sotto il cornicione
della casa di fronte: io non m’ero
– quasi vent’anni che abito qui
e guardo quella casa ogni mattina –
accorto mai che a sorreggere il tetto
fosse una fila di legni così.
Ci vuole tempo a conoscersi intorno.


Scritta nel 2019.

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