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Un sole freddo brilla sul terrazzo:
traversando i vetri fa vedere che sono
pieni di piccole macchie di polvere.
Pende la sera precoce d’inverno
come un tendone da chiudere, ora
che finisce una recita imperfetta
e la rimpiangeremo nella notte
dove ci sembra che ululi il vuoto
ma è solo il nostro orecchio che c’inganna
perché il vuoto non ulula, il vuoto non è.

Ci dà più pace un addensarsi
di nubi grigie piuttosto che questa
bellissima giornata di dicembre:
il raggio d’oro ci traversa e noi,
– noi che siamo di un’altra materia
più vile e viva, Dio, più vile e viva! –
la cosa che vediamo illuminata
è il nostro sfarci, il nostro andare in nulla.


Da Entro incerti limiti, Edizioni Joker, 2002; poi ristampata in La parola rinvenuta, Genesi Editrice, 2006.

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