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Ti muovi sul letto delicata come
l’ingegno di zampe d’una cavalletta,
le mutandine blu sullo spigolo del fianco
son taglio d’ombra in un vicolo di sole:
risalti tutta sul bianco del lenzuolo,
appoggi il capo ai cinque asciugamani
appena lavati, piegati, che ti ho dato
perché non ho un cuscino, questa casa
è come è: «Sono buoni, profumati»
– dici e continui: «Mia madre non m’ha
abbracciata mai, nemmeno da bambina,
e la tua?» Guardo i cerchi di colore nell’iride
dei tuoi occhi: «Nemmeno la mia».
Fai un gesto del capo come un pesce
che affiora, hai le labbra sottili:
«Siamo a letto insieme». Ne convengo:
«Di fatto, sì». «Vorresti fare sesso?»
mi domandi allargando le palpebre.
«È una domanda difficile» – provo
a svicolare, ma tu sei perentoria:
«È difficile però non mi hai risposto».
«Mi mancano dei passi ad arrivarci».
«Allora questa notte non si può».
Sei bellissima, stesa su un fianco,
una spallina del reggiseno scivolata
sul braccio, l’ombelico, i capelli
d’un biondo ventilato di cortili.
«No» – ti confermo. «Cosa pensi?» – chiedi
cogliendo astuta un mio silenzio. «Niente».
«Impossibile» – ridi. «Va bene, pensavo
al tuo corpo mirabile e al mio
che troppo stona accanto». Mi fai
una smorfia: «Sono tutt’altro che perfetta».
«La perfezione è astratta, tu sei viva».
Mediti un attimo: «Sono a letto con te
e non sono a disagio». «Ne sono contento»
ti rispondo tenendoti la mano. Tu guardi
la finestra: «È già la luce del mattino?»
«Non so, forse è la luna che si scopre
da nuvole» (l’usignolo, l’allodola
mi viene in mente ma tengo per me
in quanto totalmente fuori luogo).
«Dormiamo un paio d’ore». Ti rannicchi
di spalle, il tuo collo fragrante a portata
della mia bocca. Non lo bacio ma lo venero
come dono prezioso. Mancano dei passi,
le madri non abbracciarono eppure
siamo bravi lo stesso, possiamo stare qua
sull’orlo che sappiamo: né fuggire
né approfittare: con un garbo libero
inedito, nuovo, rivoluzionario
medicare d’amore la fragilità.


Scritta nel 2018.

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