La dottoressa Rokhsare Mkhani Ph. D. si è fatta una passeggiata a Londra in Trafalgar Square con lo stesso abbigliamento per il quale la studentessa Ahou Daryaei a Teheran è stata arrestata, dichiarata pazza e fatta scomparire. Una manifestazione solitaria bella, una provocazione intelligente, tesa a dimostrare, soprattutto, che in un Paese civile quel livello di nudità del corpo femminile è accettato senza problemi, anche su una pubblica piazza.
Quel livello: certo, ci sono livelli, è probabile che completamente nuda non possa girare nemmeno nel Regno Unito. Livelli, periodi, situazioni: in Catalogna, a Barcellona, ogni tanto qualche ragazza si fa un giro tutta nuda per i quartieri storici e non le succede niente di male – conosco di persona una che lo ha fatto. A Torino il livello reggiseno e mutandina credo sia accettato. Sul finire dell’estate una sera notai sul bus 2, nella selvaggia periferia, una fanciulla che indossava un top a strisciolina che copriva molto meno di un normale bikini; e, di sotto, una minigonna microscopica. Scese in via Bologna fra case popolari e capannoni abbandonati, credo per raggiungere un locale che sta in fondo a via Paganini, tra selvagge boscaglie postindustriali. La si guardava, ovvio, questo è naturale, era molto bella, la guardavo anch’io; ma non le accadde nulla di spiacevole. Naturalmente, se le fosse accaduto, il coro delle matriarche e dei patriarchi bigotti sarebbe stato pronto con il mantra “se l’è cercata”.
Come “se l’è cercata” Ahou Daryaei a Teheran – ma in quel caso credo che sapesse a che cosa andava incontro. Purtroppo in Italia la solidarietà con lei è tentennante e dubitante, c’è persino chi dice che è tutta una montatura per distrarci – ma distrarci da che cosa, dico io? E c’è chi dice che davvero è pazza e davvero l’hanno ricoverata per curarla, per il suo bene. E c’è chi dice che le tradizioni di un Paese vanno rispettate – anche quando sono massacri? Ho letto persino uno che, con una giravolta di logica eccezionale, sosteneva che la difesa delle libertà sessuali (e dunque anche corporee, nudità inclusa) è una cosa chic dell’élite LGBTQ+ che è un pilastro del capitalismo dell’Occidente dominante corrotto ed è quindi strumento di oppressione dei popoli (popoli sani e casti) e quindi se ti mobiliti per Ahou Daryaei sei al servizio di Elon Musk – dunque la vera rivoluzione è lasciare che gli ayatollah la uccidano – come hanno già ucciso altre per “colpe” simili. Fortuna che Rokhsare Mkhani (e, spero, non solo lei) la pensa diversamente e si mobilita.
Ma nel complesso il nudo femminile qui solleva nebbie di malumori, fra ancestrali micidiali pudori (ha ucciso più il pudore che la mitraglia), forti residue incrostazioni maschiliste patriarcali, e “corretti” timori del suo uso strumentale commerciale: meglio dunque non solidarizzare troppo, alla fine, con una che va in giro mezza nuda a Teheran, o tutta nuda a Milano in una manifestazione politica o in una festa o in una qualsiasi altra occasione.
Sull’uso commerciale voglio spendere due parole in più. Ogni uso commerciale di qualsiasi cosa contiene del fastidioso; c’è chi è colpito più da un dettaglio chi da un altro; io per esempio sono fortemente infastidito dallo scempio delle parole, tipo quando ti “offrono emozioni” o addirittura “libertà” (con un’automobile, con un caffè) o ti “regalano sorrisi” (in un supermercato) eccetera.
Le immagini cercano di essere accattivanti, e una bella nudità femminile lo è, la ammiriamo dalle statue greche al palco di uno spogliarello, dappertutto, mi spingerei quasi a dire che è “naturale”, pur conscio del pericolo che c’è in questo aggettivo.
Che dunque ne esista anche un uso commerciale è ovvio: di tutto esiste anche un uso commerciale o promozionale o almeno accattivante. Non può essere questa una ragione per ostacolarne la piena libertà. Sarebbe come sterminare le famiglie tradizionali perché spesso vengono usate dalla pubblicità per vendere armadi o tisane o detersivi.
Che poi: recentemente ho messo in rete un video a cui tengo, una poesia di Cristina Paolino letta da me al Concertino dal balconcino incastonata dentro un pezzo degli MCCS cantato da Daria Spada. Al momento di scegliere la copertina del video (che è la prima cosa che si vede, per caso o per ricerca, prima di aprire il video) ho considerato che c’erano fondamentalmente due inquadrature possibili: o Daria che con un bel toppino nero elegante mostrava cantando in lieve giovinezza il petto, l’ombelico e la parte settentrionale dell’inguine; o io che in maglietta e pancetta e canizie, curvo nel crepuscolo della vecchiaia, leggevo dal libro. Secondo voi quale ho scelto?
Divagazioni a parte, ci vuole più impegno, più ribellione, più solidarietà con Ahou Daryaei, che è vittima di un femminicidio non meno di una fidanzata ammazzata da un ragazzo geloso qui da noi: in entrambi i casi ha un ruolo di primo piano la “tradizione”, che se qualche volta (secondo me raramente) è un filo di sviluppo fertile, spessissimo è invece un intruglio viscoso, colloso, che impedisce il progresso, l’evoluzione, la crescita, la libertà e anche – sì – la felicità.
E sia lode alle ragazze nude, dappertutto e per qualsiasi motivo. Dove più possono stare nude, c’è anche più libertà politica e più diritto sociale per tutti. No? Non mi credete? Prendete un atlante geografico e fatevi un giro nelle nazioni del mondo: vedrete che sono rare le eccezioni a questa correlazione che notavo già decenni fa. Anche all’interno dell’Occidente: in Europa una donna in spiaggia può stare in topless (su varie coste anche nuda) mentre negli Stati Uniti no, guai a scoprire un capezzolo. E infatti l’Europa è più democratica e civile, in tutti i campi, che l’America. In questo periodo, almeno; il futuro poi non lo so, non sono un indovino.
Ma, insomma: solidarietà a tutte le vittime del maschilismo, del patriarcato, della bacchettoneria, dell’oppressione pudicoreligiosa, della crudeltà delle buone famiglie, e della tradizione. Pace a voi, ciao.
