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Carlo Molinaro

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Le ciliegie di Jessica

14 domenica Mag 2017

Posted by carlomolinaro in prosa

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scenari

Tornando a casa da Porta Susa in via San Donato ho comprato cicoria e sedano dal fruttivendolo, che alla fine non è che costino di più, e non avevo voglia di entrare in un supermercato, i supermercati mi agitano, infatti al supermercato prendo il carrello anche se devo comprare due cosette che potrei tenere in mano, lo uso come deambulatore, mi dà sicurezza d’appoggio perché lì dentro mi gira la testa, quindi se posso evito, dunque ho comprato cicoria e sedano nella bottega del fruttivendolo, e c’era un banchetto di ciliegie, belle davvero, sei euro al chilo, mi sono detto ma sì, mi tolgo la voglia, prendo mezzo chilo, che poi non è tanto sei euro al chilo le ciliegie, devi calcolare che è lungo raccoglierle, un po’ come i mirtilli, si lamentano che i mirtilli in città costano un sacco e in montagna è pieno, sì però allora vai tu per i sentieri e vedi quanto impieghi a fare un chilo, io ci ho provato, non siamo sfruttatori, il lavoro si paga, insomma compro le ciliegie e la ragazza al banchetto, mai vista prima, mi chiede se le ho assaggiate, e io le dico che no ma mi fido, e lei dice «io sono Jessica» e fin qui non capisco il nesso ma aggiunge «sono io che le produco», è lei che le produce, cioè i suoi alberi, penso, non proprio lei, lei le cura e le raccoglie, appunto, è un lavoraccio, belle ciliegie davvero, poi mi dice anche il cognome ma ecco che mi è già sfuggito, mi viene Mongrando, Jessica Mongrando ma quasi sicuramente non è vero, Mongrando è un paese che fra l’altro non credo sia da ciliegie, lei mi dice il cognome così poi la trovo su Facebook con la sua produzione di ciliegie, ma io l’ho già dimenticato, niente, potrei mettere in Google «Jessica ciliegie», non so, una volta una storia è cominciata con una ragazza che una sera in un pub mi aveva detto solo il suo nome di battesimo e il suo paese di nascita, non so perché il paese, ma me l’aveva detto, e poi io avevo messo in Google solo quelle due brevi parole, tre lettere il nome e quattro il paese, e avevo trovato tutto tutto, prodigi della rete, ma «Jessica ciliegie» non so se funziona e poi non so se ho voglia di cercarla, è carina ma cosa possiamo fare insieme nel mondo, credo niente, ormai sono maturo e mi pongo queste domande, comunque il cognome mi sa che l’ho proprio dimenticato, la memoria è così, adesso mi è venuta in mente la massaggiatrice che mi massaggiò quando ebbi la polineuropatia nel 1982, Amalia Varano, no non è vero, Amalia Marano, con la emme, mai più vista da allora, perché mi ricordo le cose che non servono? Jessica mi ha venduto le ciliegie e la storia finisce qui, non tutto è eterno, lo sto imparando, lo dirò orgogliosamente alla psicoterapeuta, mi accorgo adesso che scrivendo sono passato dal passato prossimo al presente, è successo dopo l’inciso dei mirtilli, stilisticamente è criticabile però non importa.


Scritto nel 2017.

Liquido ma solido

02 giovedì Mar 2017

Posted by carlomolinaro in prosa

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riflessioni

La lettura di «Amore liquido» di Bauman mi dà alcuni spunti di riflessione personale. Illumina in qualche modo la mia idea (il mio sentire, il mio delirio) di amore libero multiplo «ma» intenso ed eterno – un’idea (un sentire, un delirio) che mi accompagna fin dall’adolescenza.

Nella società contemporanea «occidentale» si sono attenuate le strutture relazionali solide fondate su legami di sangue (la parentela) o promesse/contratti irreversibili (l’affinità, determinata dal matrimonio pensato come indissolubile).

Queste strutture solide erano molto rassicuranti e costituivano il «pilastro» della società stessa. Ma erano, anche, fondate su una finzione e su una prigionia.

Non si era legati perché si provava un sentimento, ma si decideva che si provava un sentimento perché si era (per sangue o per promessa/contratto) legati. Devi amare il padre, devi amare lo sposo, perché altrimenti è l’inferno, per tutti. «Dover amare»: un delirio più assurdo di qualsiasi fantasia di poeta, ma che ha retto il mondo per due o tre millenni, trasformandosi in necessità sociale, politica ed emotiva. A conferma che la distinzione fra un delirio e millenni di storia dell’umanità è del tutto opinabile (il che già vedo molto ben delineato nei tragici greci – ma non divaghiamo troppo).

L’attenuarsi di questa rigida rassicurante gabbia di strutture relazionali lascia un immenso vuoto. Un vuoto angoscioso. Un vuoto terrificante. Un vuoto meraviglioso.

Le relazioni diventano libere, fondate su ciò che si prova e non su ciò che deve essere (perché stabilito una volta per tutte dal sangue o dalla promessa).

Un subitaneo invaghimento può avere più valore che dieci generazioni di sangue. Ciò rappresenta una minaccia terribile che la società, anche attraverso la letteratura, ha sempre respinto con violenza spietata: gli amanti irregolari devono morire, nella realtà come in ogni poema o romanzo o fiaba o tradizione.

Il sentimento-contratto, sancito dalle discendenze o dal matrimonio, è immutabile, necessitante e rassicurante: sull’altare di tale sicurezza è valsa la pena di immolare ogni diversa emozione, ogni diverso sentire. Conta la conservazione, il rafforzamento, la potenza dell’alveare, non l’interiorità dell’ape. La sicurezza ha ucciso da sempre, da ben prima che gli anarchici lo scrivessero sui muri con lo spray.

Ora però quella sicurezza vacilla, perché il valore si sposta dalla struttura sociale al sentimento individuale, ovvero a ciò che ognuno prova «veramente» (ossia non per finzione derivata da necessità, sangue, contratto). Ciò è meraviglioso e disgregante.

Il sentimento personale è finalmente libero e vero ma, proprio per questo, mutevole e non rassicurante. Ci si trova, appunto, in un liquido, senza nulla di solido (fosse pure una pesante catena) a cui aggrapparsi. C’è ansia, c’è il rischio di sentirsi sperduti, spaesati.

Le reazioni le vediamo. Il potere economico-culturale cerca di trasformare il sentimento e la relazione in un bene di consumo, di depotenziare le emozioni in un discorso di salute/malattia, con tanto di esperti e specialisti che vengono in soccorso. L’altro si riduce a oggetto: va bene finché ti va bene, poi lo butti via e ne cerchi uno diverso, più perfezionato per le tue esigenze. Uno che ti faccia stare meglio. Un meccanismo deprimente, ossessivo, che non può aprirsi a nessuna forma di felicità, ma solo chiudersi in brevi anestesie.

E allora? Non c’è via d’uscita? Si può scegliere solo fra il burattino mosso dai fili delle strutture rigide (solide) del passato e il burattino usa e getta del presente (liquido) consumistico?

Io credo che sia necessario fissare meglio lo sguardo proprio sul sentimento, sull’emozione, su quell’amore che non sappiamo mai ben definire.

Il sentimento d’amore, in tutte le sue sfumature, non è una bagattella romantica ma qualcosa che ci incide con luminosa, tragica, eterna potenza. Se un invaghimento può valere dieci generazioni di sangue, è proprio perché contiene la forza prima, il motore fondamentale del nostro essere. È una forza che agisce e opera da sé, a prescindere da concretizzazioni materiali.

A ridurlo a bagattella da deridere, schiacciare, lavare via, è stata proprio la struttura rigida del patriarcato, del potere del sangue. L’amore (per sua natura anarchico, mutevole e irriducibile) non fondava affatto i matrimoni (le famiglie, i patrimoni): era bensì la più grave minaccia contro di essi. Andava perciò ridicolizzato, annientato, spostato in spazi di delirio, talvolta sublimato in arte, ma sempre dichiarato «irreale».

Solo che ci siamo così abituati a considerarlo una bagattella, una scemenza da poeti e da pazzoidi, che non riusciamo davvero a vederlo in altra luce. Il risultato è che, liberati (in qualche misura) dalle solide (imprigionanti) strutture del passato, ci troviamo a vivere di bagattelle (facilmente trasformabili, dal potere, in beni di consumo, da vendere al dettaglio). Il che è ben triste cosa!

E invece, proprio nel momento in cui lo liberiamo dalla griglia della necessità sociale, dovremmo fissare lo sguardo su quel nostro liberissimo e profondissimo sentire. Dovremmo metterlo al centro. Diamo agli amori uno sguardo amorevole! Lasciamoci modificare, incidere, segnare. È lì (non nel contratto, non nella promessa) la permanenza, la sicurezza. Qualcosa che nessuno può togliere mai più.

So di uomini che dopo mezzo secolo di matrimonio hanno ammesso, con qualche vergogna, che il loro ricordo più vivido era un bacio dato a una passante per caso. Con qualche vergogna, perché «non doveva essere» così. Già. Però «era» così. Veniva riconosciuta, alla fine, la verità.

Ecco, sto arrivando al mio personalissimo (forse delirante) punto di partenza. Amori liberi, anche multipli, anche simultanei, «ma» profondi ed eterni, perché ci costruiscono – e ci costruiscono insieme. Perché sono importanti in sé. I percorsi che generano possono variare, allacciarsi e slacciarsi, intrecciarsi e sciogliersi, ma contengono qualcosa di irreversibile, di perenne. Qualcosa che ci mantiene in relazione anche se una relazione è «finita» nei fatti quotidiani – addirittura, forse, anche se non c’è mai stata.

Sarà delirio, ma mi sembra pure, paradossalmente, l’unica soluzione ragionevole al dilemma della contemporaneità. Se meravigliosamente finalmente crolla lo pseudovalore della prigione sociale rassicurante solida, o troviamo il valore vero nelle scaglie di luce che ci toccano e ci sollevano a nuovi cieli mentre nuotiamo liberi nel liquido, o non troveremo nulla mai più.

Non è facile questa rivoluzione, c’è il rischio che davvero non troveremo nulla mai più. Documentari su Stati sociali assistenziali avanzati (la Svezia) sembrano suggerire che, affrancati dalla gabbia delle necessità incrociate, restiamo in solitudine. Ma allora forse vuol dire che la desideriamo, la solitudine; e che pagavamo il prezzo della relazione solo per avere in cambio una casa, un piatto di minestra e due carezze calde.

Io però spero che vada diversamente. Che si abbia il coraggio di tuffarsi consapevolmente in una vertigine oltre la quale potrebbe esserci un mondo nuovo. Ecco, questa è in sostanza la mia idea (il mio sentire, il mio delirio) di amore libero. Forse la farneticazione di un pazzo, però una farneticazione molto seria.


Scritto nel 2017.

La studentessa di medicina del 1896

17 domenica Gen 2016

Posted by carlomolinaro in prosa

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costume, letteratura

Su un tram di Torino nel 1896 sale una studentessa di medicina – strana creatura della modernità: lo racconta Edmondo De Amicis nel suo interessantissimo libro La carrozza di tutti.

Due uomini presenti sul tram incominciano a parlare di questa giovane che non se ne sta più a casa a cucire, ricamare, fare le pulizie e aspettare un marito, ma va all’università, e perdipiù a studiare medicina.

Trovo molto significativa la dialettica delle opinioni. Siamo a Torino nel 1896, il Novecento incombe.

Il primo uomo parte in modo concessivo a malincuore: «certo, sono cose moderne, adesso è così, però era meglio quando le ragazze stavano in casa».

Il secondo uomo, più progressista, ribatte che non c’è niente di male e che anzi è una cosa utile che ci siano donne che fanno il medico, soprattutto per visitare le altre donne, e dice più o meno così: «lotto con le unghie e con i denti per tenere mia figlia chiusa in uno scrigno, e poi lei ha un malessere nelle parti intime e arriva uno sconosciuto che ci mette le mani dappertutto».

Il primo uomo è un po’ toccato in positivo dall’argomentazione (evitare che un uomo medico metta le mani dappertutto) ma non è convinto, scuote il capo: «mah, sì, però a me una ragazza che sa tutto, non mi piace».

Il progressista replica in questo modo: «e allora dovresti andare a teatro, a vedere come tante ragazze in platea le fanno vedere [le tette nelle scollature] come frutta sul banco del mercato… io preferisco una che sa tutto a una che mostra tutto».

Riassumendo: la studentessa di medicina è una novità difficile da accettare, ma è utile perché eviterà che un uomo medico vada a toccarti una figlia o una moglie, aprendo lo scrigno dove le tieni giustamente chiuse. Inoltre, è più lodevole di quelle sgualdrinelle che vanno a teatro in abiti scollacciati (sembra sottinteso che si ritiene che le studentesse di medicina non vadano a teatro).

Trovo interessante il dialogo perché evidenzia che i due principali valori femminili sono non sapere e non mostrare (con la palese eccezione del bordello, dove le donne sanno e mostrano, ma va bene perché non sono donne, sono puttane).

Vabbè, era il 1896, sono passati centoventi anni e adesso è diverso. Resta, al massimo, qualche modo verbale – poco tempo fa a una serata di poesia una mia amica disse di un’altra amica, gradevolmente scollata: «eh, così è proprio come mostrarle sul banchetto al mercato».

Oggi (nella cosiddetta «nostra cultura») è abbastanza accettato che una donna sappia. Che mostri, è accettato anche – ma forse un po’ meno: il mostrare liberamente sé è collegato a un dare liberamente sé che un certo allarme qua e là lo crea ancora.


Scritto nel 2016.

L’odore delle gambe delle donne: capitolo sessanta

10 martedì Nov 2015

Posted by carlomolinaro in prosa

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l'odore delle gambe delle donne

0doblo

Che quella doveva essere la direzione, del resto, è stato deciso tanto tempo fa, quando qualcuno s’è inventato che in principio era il verbo, e l’ha fatto credere a tutti, per imporlo alla fine come ineso­rabile, o addirittura glorioso, destino. È un mezzuccio da ragazzini, convincere che fosse stabilito da sempre, dal passato, ciò che si vuole stabilito per il presente e il futuro: e infatti l’umanità era ragazzi­na quando l’inganno fu orchestrato. Però funziona – scrisse Enea Vaschz, e sentì una grande stanchezza mista a una quasi serena rassegnazione. Il velocissimo progresso tecnologico e scientifico di quegli anni stava già trasformando i corpi degli uomini in macchine: gli organi venivano sostituiti con protesi meccaniche, per rimediare i guasti, ma ormai sempre più spesso anche per migliorare le prestazioni dell’originale.

Sostituire un braccio di carne, odoroso di sudore, con un braccio meccanico, era tuttavia, a suo avviso, solo un primo passaggio, in fondo ancora rudimentale. Il passo successivo era già prevedibile, era già ovvio: un braccio virtuale, non più biso­gnoso di vero movimento in vero spazio. Perché usare materia, sempre esposta al rischio di difetti e logoramenti, e perché occu­pare spazio, sempre problematico e limitato? Tutto poteva essere trasformato nell’immagine virtuale senza spazio e senza materia. Allora sarà compiuta la trasformazione della realtà in narrazio­ne, la metamorfosi delle cose in parole.

“Non credo però” – pensò Enea Vaschz – “che potranno nar­rare gli odori delle gambe delle donne così da far sì che la nar­razione valga l’odore, né ottenere che la parola accenda la vo­glia olfattiva primaria. No. Sanno che è impossibile, e perciò gli odori li stanno già facendo dimenticare, li stanno sopprimendo. Il verbo vince come vincono i guerrieri di latta: grezzo, povero, crudele, noioso”.

Andò a dormire, sperando di sognare l’odore vulvare di Dilet­ta, vero, conosciuto, annusato, oppure quelli di Grazia o di Fe­derica, altrettanto veri, conosciuti, annusati. Sono pochi, sem­pre e comunque troppo pochi, in una vita, gli odori di donna in cui ci si è tuffati davvero: le vulve toccate con la lingua, non con il linguaggio.


Questo è il capitolo sessanta di L’odore delle gambe delle donne, Miraggi Edizioni, 2015. Lo si trova ordinandolo nelle migliori librerie oppure sul sito dell’Editore.

L’odore delle gambe delle donne: incipit

09 lunedì Nov 2015

Posted by carlomolinaro in prosa

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l'odore delle gambe delle donne

0doblo

Alla fine, Enea Vaschz scese al compromesso: imbrattare il
suo sogno, per poterlo raccontare. Già chiamarlo sogno era un
compromesso: Enea Vaschz sapeva che ad abitare nella sua mente
era, tutta intera, la realtà. Ma chiamarlo sogno era un primo
passo necessario per comunicare. Enea Vaschz si sedette al tavolo
per scrivere. Respirò profondamente. Dubitò ancora di sé e
della propria intenzione. Sapeva di dover affrontare, di minuto
in minuto, l’assalto dell’inedia, la seducente consapevolezza
dell’inutilità. Ma volle provare a cominciare.

Si richiamò alla mente la più recente delle geniali metafore
con cui giustificava a se stesso il proposito sacrilego di sporcare
di lingua la purezza indicibile della realtà. I coloranti dei chimici.
I chimici, per vedere la roba, la sporcano. Non hanno un
altro modo. Quindi non vedono la roba davvero, vedono una
roba sporcata. Ma si accontentano. Non c’è altra via. Raccontare
è lo stesso procedimento. Sporcare con le parole, perché si
possa vedere – vedere qualcosa, quanto meno. Qualcosa, dentro
il falso dei coloranti.


Questo è l’incipit di L’odore delle gambe delle donne, Miraggi Edizioni, 2015. Lo si trova ordinandolo nelle migliori librerie oppure sul sito dell’Editore.

Paris le 7 janvier

07 sabato Nov 2015

Posted by carlomolinaro in poesie, prosa

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effimera commedia, impegno civile

Dollaro dio
crepa per noi.
Allah dio
crepa per noi.
Euro dio
crepa per noi.
Jahvè dio
crepa per noi.

Potenti di tutte le religioni
crepate per noi.
Potenti di tutte le banche
crepate per noi.
Santi criminali
crepate per noi.
Beati imbecilli
crepate per noi.
Maschio dio
crepa per noi.
Vergine dea
crepa per noi.

Arcangeli delle armi
crepate per noi.
Troni e dominazioni
crepate per noi.
Sacri vangeli del potere
crepate per noi.
Epistole dell’ipocrisia
crepate per noi.

Timore nostro
crepa con noi.
Vigliaccheria nostra
crepa con noi.
Sia vituperato e maledetto in ogni momento
il nostro umile inutile lamento.

Porco, porco, porco
è il potere, re dell’universo:
i cieli e la terra sono pieni
della sua boria:
ci danna, ci danna, ci danna
ci danna uccidendo ogni sogno.

Agnello di dio
sgozzato in ogni parte del mondo
non avere pietà di nessuno.
Agnello di dio
sgozzato in ogni parte del mondo
togli a noi questa pace di morte.

Figli nostri,
che state sulla terra,
riprendete il vostro nome,
abbiate la vostra libertà
come in cuore così nelle mani,
cancellate ogni debito
e fate che a nessuno
manchi il pane quotidiano:
cadete nella tentazione
di liberarvi dal male,
vivete ogni amore,
non possedete altro mai
che la vostra meraviglia.


Scritta nel 2015.

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