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Carlo Molinaro

~ poesie e altre cose

Carlo Molinaro

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Alcune poesie da novembre 2025 a gennaio 2026 circa

23 venerdì Gen 2026

Posted by carlomolinaro in Senza categoria

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QUALCHE TIGLIO

Qualche tiglio comincia, ma poco.
Un vento moderato porta tracce
vaghe. Sono in ritardo? Non ricordo
le date dei tigli degli anni passati.
Fra poco esploderanno, dovrebbero:
oggi è l’ultimo giorno di maggio.

Seduto su una panca nello slargo
fra via Sempione e via Bologna, erboso
e ombroso senza pretese, pratoline
e fazzolettini e stecchi di ghiaccioli
e cicche e qualche bottiglia contorta
e una siepe quasi incolta intorno a un chiosco
attendo non so cosa – non l’ho mai
saputo, in fondo. Alla sacra dell’ego
(la più importante: è lui che sta seduto
adesso qui) servirebbero ancora
ragazze, amori, corpi che teneramente
rispondano ad abbracci. Le altre sacre
fra santi e giostre e spettacoli (eventi!)
per famiglie o militari o antagonisti
mi confondono, disgustano talvolta.

Infine è l’ego il più mite: gli bastano
abbracci, amori e se no si rassegna
senza nessuna guerra, non corre
a vanità di vittorie o di premi – se poi
la perversa vecchiezza vieta ormai
calori d’adiacenze a seni e fianchi fragranti
aspetta i tigli, anch’essi imprevedibili
(ma vengono) e qualche sorprendente
parola umana o amichevole gesto.

Un colombo cammina sulle gobbe
del terreno, per lui sono colline
da esplorare e anche per me: ci sono filtri
di sigarette rollate, chissà
fra quali labbra sono state, e del tarassaco, e
neanche più bado a che cosa sto dicendo.

5 GIUGNO 2025, 3:30

Dicevi: non puoi sapere
in che posizione dormi, soltanto
in che posizione ti metti a dormire:
perché ci si muove, dormendo!

È vero, rispondevo, poi
ci stendevamo, in posizione composta
sul grande letto, tu verso la finestra
e ti addormentavi e ti guardavo
dormire.

Dormire tranquilla. E di giorno
mi appoggiavi le braccia sulle spalle
mentre ero al tavolo, guardavi
che cosa stavo scrivendo, poi
a volte mi tiravi sul divano
per abbracci.

Non è stato per molto: il nemico
concedeva soltanto delle tregue:
forse sapeva d’essere invincibile.

Ma è stato, e ora quasi non ci credo
quel respiro disteso, e gli abbracci:
tu così bella, così bella, così bella.

Non ci sei sul grande letto, non mi appoggi
le braccia sulle spalle, non ci sei
in questo mondo di tempo e materia
provvisoria.
È giugno, il mese del tuo compleanno
e il mese in cui ci siamo conosciuti.

Notte piovosa, sono passati anni.
Il letto è qui, mezzo coperto di cose
del mio disordine, mi basta poco spazio:
ma non riesco a dormire, così ho scritto.
Tu manchi dappertutto.

IN OGNI CASO

Le nazioni hanno confini
ed è male, io credo, o almeno
non li ho mai amati, i confini
delle nazioni. Le persone
hanno confini ed è necessario:
una pelle: essere senza pelle
(lo diceva talvolta Cristina di sé)
non permette di vivere o almeno
rende vivere molto difficile: dunque
per le persone i confini sono
buoni, poi dipende, io sono
stato molto devastato, deportato
ma in modi impercettibili, così
impercettibili che nemmeno io
li ho percepiti, e ho difficoltà
con i confini tutti, questo porta
a incidenti di frontiera o di assenza
di frontiera, indefinito
è il mio terreno, ci sono molte enclave
di altri, amici o nemici, mi spingo
ogni tanto oltre linee di fuoco
senza accorgermi, non ho
né capitale né quartier generale
e poi non so, sarà subito sera
in ogni caso.

(Vercelli, sera del 12 giugno 2025)

FUORI TUTTO

Il massacro, la crudeltà e queste
tifoserie, mi sconfortano, il bisogno
di “stare con” – ma astratto, che se fosse
amore almeno, sarebbe concepibile
e invece è un risiko di narcisismi:
se condanno Sion devo esaltare
il ginecofobo Iran? Il potere
fa questo gioco maneggiando idioti:
“stare con” – io nemmeno con Gaza
sto, nessuna terra è di nessuno:
difendo come posso (pochissimo)
chi è oppresso, chi è diseredato:
ma so che è un attimo e l’oppresso
diventerà oppressore, il diseredato
erediterà ed eccolo padrone
spietato. Un mondo migliore
si può sognare, compatibilmente
con la natura umana che di base
l’ingiustizia la adora, se ne nutre:
soffri tu, così posso godere.
Che stanchezza. “Stare con”! Io al massimo
con una ragazza, nel caso improbabile
che mi volesse. Ma l’appartenenza
non m’appartiene, non sono cittadino
nemmeno del mondo: quand’è che ho chiesto
la cittadinanza del mondo? Nemmeno
quella dell’Italia, peraltro: è successo
come quando ti battezzano da piccolo
e poi pretendono che significhi qualcosa.
Libertà vo cercando ma anche questa
soggiace a interpretazioni, limiti
che ciascuno decide e vuole imporre.
Ma basta, poi. C’è un nucleo più semplice
che percepisco ma non riesco a dire:
sforzandomi mi sbrodolo, prolisso:
da solo mi do nausea. Beati
forse voi che pontificate, oh quanto
pontificate le vostre verità
prese al mercato dei soldi o di dio
o d’una scienza o una filosofia
o qualche buono sdegno o sentimento
dato all’outlet, venite, fuori tutto!

CAFFÈ ALL’OST BARRIERA

Stasera solo due passi nei dintorni:
prendo un caffè all’Ost Barriera:
parlo con la ragazza che me lo fa:
di viaggi, di ostelli, è simpatica:
stasera chiudono prima, a mezzanotte:
partono con il bus notturno per Roma:
vanno alla manifestazione
contro il riarmo e la guerra e il genocidio.

È un respiro: c’è quiete, il caffè
costa ottanta centesimi, compreso
un bicchier d’acqua grande con il ghiaccio
e compreso un capirsi, quel poco
che non è poco. Riprendo
la notte, via Gallina, via Sempione,
via Bologna, piazza Sofia, salgo a piedi
perché ci sono continue interruzioni
di corrente, mica voglio restar chiuso
nell’ascensore, otto piani è salute.

Prima dell’alba il solstizio d’estate:
se valga la pena vivere non so:
penso a volte di sì, altre volte di no:
intanto ci rimango ancora un po’.

IL VESTITINO GIALLO

ricchi avidissimi distruggono il mondo
aiutati dai vili che li invidiano e li ammirano
è uscita dal computer una piccola foto
che t’eri scattata in macchina a Mondovì
pochi minuti prima del nostro primo incontro
(ma solo dopo mesi me l’avevi mostrata)
ben pettinata, con un vestitino giallo
ti controllavi che fosse tutto a posto
(anche se a me poi sei sempre piaciuta
un poco scompigliata e spettinata)
io arrivavo da un treno forno che avevano lasciato
per ore sotto il sole, nessun condizionatore
e avevo un fortissimo odore di sudore
e t’ho trovata così tutta curata
e agitata, agitata dall’incontro
con un uomo che ancora non sapevi bene
e nel pomeriggio caldissimo ci siamo trattati
con delicatezza, già quasi come d’amore
e ansia e attenzione e cautela e desiderio
di scoprire e d’essere scoperti anche
con un poco di paura, con le nostre ferite
come piccoli animali nascosti in cunicoli
che s’intrecciano in complicati labirinti
mentre sopra passano rombando i cingolati
dei ricchi avidissimi che distruggono il mondo
e non sanno niente, se vedono un monticello
di terra più soffice ci girano sopra
per schiacciarlo, temono sempre le insidie
di noi inermi, di te che per l’incontro
ti pettini bene, metti il vestitino giallo

GIOVANI ESPLORATORI

Con giovani, andiamo a esplorare
un recinto abbandonato, una boscaglia
urbana, superato un cancelletto
rotto. È bello, di notte, nel buio
«il verde vigor rude ci allaccia
i malleoli, c’intrica i ginocchi»:
le erbe altissime, quasi alberi
si piegano, sostengono, ci toccano
con sensazioni diverse sulla pelle
di ruvido, di liscio, di viscoso
e con gli odori, la miscela degli odori
delle foglie, del terreno, di noi.

Sul percorso per arrivare là
un’amica mi offre di provare
la sua bicicletta, ma non riesco
a salirci, ho bisogno di un telaio
più basso, sono debole e malfermo:
devo fare più ginnastica, ma
contro il tempo, hai voglia, la ginnastica.

La vecchiaia, ci si lamenta eppure
la si vive, di solito, finché
si resiste (ha senso?) – per alcuni
del resto, è così tutta la vita:
appena adulti o neanche ancora
si lamentano ogni giorno, campano
fino a cent’anni lamentandosi ogni giorno.

Qui no, questi no, qui c’è lottare
per i diritti, contro tutte le guerre
e raccontare i sogni e le visioni
e smarrirsi, ma non troppo
e giocare a esplorare le selve
dietro i cancelli rotti, e abbracciare
e vedere le bellezze negli scorci:
e io benché insicuro e traballante
e benché nessuno di loro, credo, arrivi
alla metà dei miei anni, mi sento
bene, è una lingua che capisco
di corpi e di parole, poi sarà
come sarà.

LE IMPOSTE

Non capisco la claustrofilia di mia madre
e di milioni di altre persone: fuori
c’è un buio quieto, perché chiudere le imposte?
D’inverno, dicono che preservi calore:
non so se sia vero, dipende dagli infissi, in Olanda
ho visto case senza tapparelle. Ma d’estate?
Perché separare buio da buio, impedire
che i due bui, esterno e interno, si facciano compagnia?

Forse una questione di privatezza, intimità? Però
non lo capisco lo stesso. Oggi dal televisore
che berciava nell’altra stanza ho sentito una pubblicità
che diceva: “se ti senti osservato in casa tua
noi abbiamo la soluzione” – non vedendo lo schermo
non ho capito che tipo di soluzione: tendaggi?
A me ascoltando la frase è venuto, come soluzione
spontanea: “divorzia”. S’intendono tante cose diverse.

Confusione. Ma quando la novantacinquenne
madre si metterà a dormire e finalmente
si spegnerà il televisore, io, mi autodenuncio, le imposte
le riapro. Quando poi sarò morto chiuderete
tutto ciò che vorrete.

RESET

Confusione, viene da dire
che c’è confusione. Ma questa confusione
è uno svelamento. Lo sentivo
da bambino, che tutti
nascondevano qualcosa, era il prezzo
per credere, per essere, per credere di essere.
I genitori, gli adulti, anche i ragazzi, gli amici.
Poi più avanti, i capitalisti nascondevano
qualcosa, e così i borghesi, e così
i comunisti e i religiosi, qualcuno
forse nascondeva così bene
che nemmeno lo sapeva di nascondere, ma
tutti nascondevano qualcosa
e qualcosa di proposito ignoravano.
Consciamente o inconsciamente lo sapevano
che incisioni e amputazioni erano il prezzo:
entri nel regno se ti stacchi un occhio, una mano:
lo diceva lo stesso vangelo
copiato da amanuensi in mille lingue.

Ero a disagio, bevevo, mi adattavo:
non ero bravo a nascondere, piuttosto
inventavo miei mondi, in disparte.

Confusione, viene da dire
che c’è confusione, non ne sono affatto indenne
e scrivo poco lindo, scrivo male.
Cosa riesco a vedere? Che qualcuno
vuole ancora nascondere, mentire
ma si riduce a una caricatura. Qualcuno
inscimunisce, per riuscire a credere.
Qualcuno cerca di tenere insieme
frammenti di un intero che un intero
non è mai stato, impazzisce, è una guerra
senza patria né quartiere né riparo.

Macerie che lo erano da sempre.
Idioti ancora provano a coprire
e tracciare, sul telo, divisioni
rassicuranti.

Io che cosa difendo? Difendo
chi soffre e chi soccombe, difendo
una complessa mia idea di libertà
di anime e di corpi, è un po’ astratto:
forse nascondo anch’io e non lo so
o lo so un poco, nella confusione.
Cammino, provo, ci provo, respiro.

Confusione, viene da dire
che c’è confusione. Ma questa confusione
è uno svelamento. Mi pare
di vedere dei giovani, qualcuno, che osserva
tutta la polvere, il groviglio d’intrichi
mai sciolti, camuffati dai tappeti
di varie civiltà e non civiltà.
E salpa, naviga senza un appoggio
né un riferimento, a vista, cessato
ogni radar, denunciato l’inganno delle carte
nautiche, si deve fidare
d’intuizioni da odori del vento
e scrivere daccapo
com’era nel principio, o nemmeno…

Non so, forse è un sogno o al contrario
è un risveglio: ci sono le cose?
Io ho fatto il mio tempo, sono arido
ma qualcuno, credo, ancora inumidisce
la terra quel che basta perché un’erba
risalga a carezzare – se qualcuno
mi vuole abbracciare può farlo, però
non ho niente da offrire.

A A. DALLE PARTI DI ORTA

Non voglio che tu mi consideri
qualcuno da tenere a bada. È fiorita stanotte
sul balcone la bella di notte:
la prima dell’estate. Vorrei
invitarti a vederla, ma forse
sarebbe una scusa, forse tutto
è una scusa – di che cosa
ci si deve scusare? Ho creduto, lo ammetto,
un rapporto più stretto (come quando
si ha voglia ogni volta di ancora scoprire)
però va bene, dai. L’acqua del lago
m’ha sempre messo tristezza
così prigioniera: nel mare
c’è più infinito, per quanto illusorio.
Ieri dopo che sei partita
hanno messo musica degli anni Settanta:
testi un po’ patriarcali, però Benedetta
dice che è buona musica.
Salvare qualche cosa in ogni cosa:
forse anche in noi. Si potrebbe tornare
alla chiesetta abbandonata o andare
da qualche parte a fare un giro in treno.
Vedi, non riesco a non fare proposte:
sono anch’io un testo degli anni Settanta
probabilmente – benché già allora
notassi cose che non mi piacevano.
Poi s’è parlato di talee e di ascelle
con Benedetta e con un paraguayano
ed è sorta la luna, ancora quasi piena:
niente di strano, succede, il tempo va.

IL FIORE DELLA MIRABILIS

Le belle di notte poi vivono un giorno
come le rose e un po’ tutte le cose:
il volo in cielo è una strana fantasia:
di concreto c’è la putrefazione
e un riciclarsi d’atomi o molecole
del tutto impersonali.

Il letamaio fuma nell’inverno
calori d’erba marcia ed escremento:
son pur sempre calori.

E noi, le nostre anime, gli amori?
Già sarebbe d’aiuto nella sera
dimenticare, credere in qualcosa
di spirituale, vago – per la pelle
mescolare dei gusti, dei sudori
con una ἑταίρα o anche solo πόρνη
un po’ felice: ormai le disadorne
stringono il cerchio, però non si dice.

“Il fiore della mirabilis” è un romanzo di Bacchelli del 1942, il buon vecchio Bacchelli a cui la legge omonima non fece in tempo ad arrivare. Nella rima πόρνη / disadorne ci sono infinite cose: il tentativo narcisistico di superare la Nietzsche / camicie di Gozzano, un omaggio contraddittorio a Milo De Angelis, l’espressione di una dialettica problematica fra il nudo lavoro sessuale e la ghirlanda brillante (Gödel, Escher, Bach) che forse adorna e forse no questo mozzato albero dei natali, “e molto altro”, come scrivono adesso nelle insegne di tutti i negozi che non sanno nemmeno che cosa vendono e perché. Ma questo non c’entra, sono spiegazioni che non devo dare, a volte le do perché sono stupido.

UN VICOLO

Che cosa rende affascinante un vicolo?
Il piscio, certo, il piscio
animale o umano, acre, pungente.
Nelle ore la luce, che taglia o s’insinua
o si alza sui muri. I muri, umidi
con l’intonaco fiorito, le erbe
che ne spuntano e si affacciano
verso altre erbe che bucano il selciato.
Qualche resto colorato, un pacchetto
di sigarette, un preservativo, un tampax.
Qualche finestra, poco usata perché
dà sullo stretto, con o senza inferriate
sverniciate, rugginose. Su spazi
liberi qualche scritta, di rabbia, d’amore.
Non troppo lungo, per non fare paura.
Non troppo corto, per dare un momento
d’intimità: poterti, contro una porta
chiusa da anni, dopo che ti sei
accucciata a fare un rivo, quando
torni in piedi e m’abbracci, baciare.

ERBE (NUDE) CHE DAI MURI SPUNTANO

chi ruba un telefono su un bus
ha un comportamento antisociale
tecnicamente sì
però molto meno, a mio avviso
dei palazzinari che tengono
gli alloggi vuoti

chi li occupa fa bene

e c’è pure chi dice
che il Leoncavallo da decenni
è asservito al sistema:
sì, chissà, c’era una volta una battuta
probabilmente d’un satirico d’epoca
che cantilenava mia madre:
viiiisto da destra, viiiisto da sinistra!
(anche allora era tutto noioso
ciò che proveniva dagli adulti)

e poi questo smegma di moralismo
che ancora intrude, intride
a volte travestito
pericolosamente da femminismo
e non vedete che il pissing
è mille volte più «morale» del dissing
e del trading e d’altri -ing patriarcali

al kissing se aggiungi un -er
diventa uno dei maggiori criminali
della storia, ma sono giochi di parole
a cui è meglio non indulgere benché
il gioco sia importante

io se non gioco un po’, muoio
cioè muoio prima
che poi muoio comunque

giochi:
spedire lettere
prendere bus
fotografare donne nude
scrivere versi
scoprire androni
guardare cosce dalle minigonne
innaffiare le piante
fare il giro da Settimo
ma soprattutto cose
che non mi vengono in mente
perché sono una tantum
o persino indicibili, indicibili!

giocare nonostante
i massacri, le guerre
un parrucchiere di periferia
ha l’insegna: «tagliàti per il successo»

che cosa insegna? ne abbiamo
fin sopra i capelli
del successo, delle gare
«tàgliati per l’insuccesso»
potrebbe essere la versione autoles…

si può dire? qui s’insinua
censura non solo sui capezzoli, anche
sui pensieri, d’altronde
vuoi fare la rivoluzione
seduto nella limousine del padrone?

i centri sociali
è meglio se sono illegali
poi ci si adatta, certo
allo spazio
comunque ottenuto

gli assassini globali muovono
le pedine lucrose
sulle varie scacchiere insanguinate
e sabotano ogni conoscenza
niente di nuovo dal fronte mondiale
creperemo discettando sul nulla

meglio muoversi coprendosi di colpe
che restare immobili dentro un’innocenza
preservativa – qualche giovane
io credo che lo stia cominciando a capire

ed è battaglia, su un campo così screpolato
da cambiare orizzonte
a ogni solco, a ogni cicatrice

sia benedetto il ragazzo
di cui nessuno sa capire un cazzo
sia benedetta la ragazza
di cui nessuno capisce una mazza

io sono stanco, mangio yogurt, scrivo,
faccio giri, guardo fiumi, se trovo
qualcuna disposta la fotografo nuda
ma più spesso fotografo scritte sui muri
ed erbe (nude) che dai muri spuntano
e sembra che mi dicano: si può

UN MAGGESE

Già l’Eden credo che fosse un imbroglio
con il suo brand delle mele e i serpenti
e guai a uscire o chiedere qualcosa:
Eva curiosa subito punita

ma adesso questi centri commerciali
mostruosi
e questo gridare, gridare nullezza
però tutti intenti a correre, correre
per rimanere almeno fermi al riparo
della sgarbata Regina Rossa

e Alice che più nemmeno risponde
è avanti o indietro, signor controllore?

Chi non corre esce veloce di scena
come una quercia dal vetro di un treno:
chi corre doppio, con truffe e cocaina
tende agguati alla prossima stazione.

Ma io ormai sono caduto fuori
e non so più che cosa dire e a chi:
cammino in campi dietro i capannoni
dove si è perso in qualche cappelletta
Santino Madonnina Cristino Cristina
si sporge qualche pianta ad abbracciare
ma tutto scivola, scivola giù.

E non so più come dire e perché:
vorrei dar fuoco ai centri commerciali
e ai paradisi e alle cappellette

fare di tutta la terra un maggese:
non coltivare più.


CORSO BELGIO 140

…fino alla casupola vicino al fiume, dove finiremo
attenti a non sporcare nulla di sangue,
costringeremo il nulla a svelarsi.

Milo De Angelis, L’ora inestesa,
in Linea intera, linea spezzata, gennaio 2021.

È lì, il palazzo, fra altri
adiacenti, su un lato del corso:
trecento metri dalla Dora
trecento dal Po
solo venti dal balcone al cortile:
è lì l’appartamento, già due
inquilini dopo, prima un arabo, poi
uno col cognome di un mio compagno
delle elementari e delle medie
e di una pornomodella
persa di vista a Parigi, un cognome
del Sud. È lì
il bar Cigno Azzurro dove siamo
stati insieme, dove dopo hai regalato
al barista un libro di Andrea
che ti avevo regalato. È lì
la fermata Pallanza, dove per sempre
manchi tu in piedi col braccio a fare cenno
al quindici di fermarsi.
È lì la panchina sull’orlo della riva
dove sei stata seduta a parlarmi
dopo la prima notte, chissà
perché proprio lì la passeggiata
quel mattino, era un posto qualsiasi.
Poi anche questa specie di penisola
che era un acquitrino qualche secolo
fa poi un borgo di pescatori
e lavandai, poi qualche fabbrica, poi
un quartiere residenziale
sparirà, travolta. E sai quanti morti
nel frattempo, e prima, e dopo, e sempre?
Ho un piccolo tratto ancora
per vederti nella sciarpa, nel cappotto all’antica
grigio sotto l’oro che spandeva il tuo viso
fermare il quindici col cenno della mano.
Un piccolo tratto ancora, abusivo
per trattenerti in questo tempo
gracile di macelli, poi l’uscita
banale, moscerini schiacciati
che nessuno vede né conta, non so
se avrà qualcosa da svelare il nulla.


RICÒRDATI

La rosa centifolia è l’arte dell’uomo
che piega la natura, la modella
ma ne resta in potere, nel rapido appassire:
come certi conigli piccoli con le orecchie
abbassate, simpatici, guardano
miti, rispondono – è per questo
che sono progettati – alle carezze
e t’innamorano, e muoiono dopo
averti preso, in un certo senso vendicano
i conigli selvatici su cui nessuno veglia
quando la volpe o il cacciatore
li recidono, così la rosa di macchia
nascosta nel rovo partecipa
al cadere dei petali carnosi di velluto
nei giardini di ville malinconiche:
sarà lei alla fine in su la cima, ricòrdati.

NIENTE MUSICA

Stasera all’Ost Barriera
non hanno suonato perché non c’era gente:
mi dispiace per i musicanti
e per la ragazza e il ragazzo del bar

lì accanto, di fronte, dai coabitanti
due finestre illuminate, una sagoma
in controluce, ma non è che posso
suonare il campanello, alla fine
ci sono distanze, ci sono stanze
di ciascuno – stamattina ho restituito
due libri in biblioteca e già che ero
in zona ho fatto un giro nel quartiere
di prima e ho guardato la panchina
dove mangiammo albicocche io e Cristina
e poi un caffè, la gente no, non so
se ho guardato la gente, non ricordo:
nel pomeriggio un giro a Venaria
con Andrea, è bello il borgo, è bella
la Ceronda che scorre, i bagolari
occhiuti sulla riva – sulla riva,
si cammina sulla riva, poi il treno:
una giornata, dunque, neanche male
e di sera al telefono un’amica
coi suoi problemi, e ancora
per prendere del tempo nella notte
un deca al bar di via Cravero, è piovuto
ma solo qualche goccia, vorrei
descrivere, riagganciare parole
e cose, ma c’è un senso di mancanza
e distanza, forse quell’inquieta quiete
di prima di tempeste che magari
saranno solo nulla.

STURA, BICI, PONTE, STRIP

Giunta alla fine del ponte la ciclista
(s’è alzato intanto il sole)
scende di sella e si toglie la maglia
(ha il reggiseno, non esageriamo)
e si lega la maglia intorno ai fianchi
e prosegue sull’argine. Questo
così mattutino bellissimo gesto
almeno un po’ la giornata l’aggiusta:
non è frequente sulla Stura all’alba
un fresco spogliarello di fanciulla.

PII BUOI

Si può avere nostalgia dei bovini castrati
che in esistenze di dolore tiravano
carri ed aratri? O degli operai che spinti
alla prole nel tugurio muovevano leve
con gesti sempre uguali, inebetiti?

Pur con tutta tenerezza, non si può.
Ma la mietitrebbia e il trattore ritornino
in mani umane, e le fabbriche robotiche
liberino il tempo per gioire
di bellezza e godere e imparare
la vita.

Si lasci con benevolenza il ricordo
del passato sui quadri, nelle foto.
Si salvi il buono che c’era o che c’è.

Ma il futuro sia un foglio senza righe
tracciate, dove possa la penna
correre libera a scrivere, in ogni
lingua o forma o direzione
la storia nuova.

UN CONCERTINO DAL BALCONCINO

Preliminari del concerto, uno
si fa la barba all’ultimo momento
con prolungata occupazione del bagno, intanto
uno racconta del Marocco
dove ha vissuto, è bello e conveniente
e appena raggiunta la pensione
pensa di stabilirsi là – io in pensione
ci sono già, ma non potrei mai vivere
in un Paese islamico, è troppa
l’incompatibilità, meglio pane e cipolla
ma donne nude e libere. Si fa
la prova strumenti, la radio col citofono
per richiamare gente, si schiude
il portone, come al solito mi tocca
aprire con una poesia, chi lo sa
se una poesia dal balcone si capisce qualcosa
però è bello farla, recitarla.
E parte il quartetto, uno torna da Tenerife
dove ora vive, un altro è il migliore
secondo me di Torino e dintorni
e sta in campagna e con la musica
si guadagna, come può, da vivere, è quasi
impossibile ciò, ma non del tutto – sono eroi
fuori dal meccanismo. Poi la donna
del collettivo racconta i soprusi
contro il dissenso, la polizia, il carcere:
è importante dirlo a voce, non solo
sui social, sui social, sui social…
Qualche cosa si muove. La cantante
arriva sulla scena con gli acuti
e il suo compagno ha la chitarra e in due
fanno un’orchestra, cantano l’inno rom
e infine una delle mie preferite
“ribelliamoci, facciamogli sentire dolore”
e poi un poco sto, parlo, saluto
ma poco, ho i miei dolori che abbisognano
di pause, di silenzi lunghi, andare
nell’ombra delle strade, saltare
dall’euforia all’inedia cento volte al minuto.

CORTEO

Ammetto che non pensavo si formasse un corteo:
che ci fosse ancora gente sufficiente
dopo tutti questi giorni in movimento.
Invece sì, dopo discorsi intelligenti
in piazza Castello, si è partiti per via Po
ed è sembrato si fosse man mano di più.

All’imbocco di via Po è arrivata un’ambulanza
e il corteo lungo tutta la strada s’è aperto
come un’onda ordinata, raccogliendosi ai lati
e richiudendosi dopo come l’acqua del mar Rosso:
quasi un danza, senza servizio d’ordine.

In via Po è uscito da una chiesa un addetto
con faccia cattiva a rimetter cavalletti
che aveva tolto in via precauzionale
(credo servano a difendere la sosta
riservata, matrimoni, funerali…)
e parlava al telefono e ho sentito:
c’è un corteo, sono quattro cretini…

Poi ci si è allargati per la piazza Vittorio
e lungo il fiume verso corso Vittorio
(non sono omonimi, la piazza è Veneto, il corso
Emanuele secondo): canti musica e discorsi
di persone diverse per colore, per lingua
e per altri dettagli, ragazze coll’hijab,
ragazze con la minigonna e il top,
e biciclette e carrozzine e bandiere.

Mi dà speranza, dilaga, contagia
e spero non si fermi, che di certo
ci sono anche tutt’intorno gli ostili,
gli infastiditi, gli indifferenti, i torvi
ma forse poi capiranno: il sagrestano
cupo in via Po impari almeno a contare.

IL CAPPUCCINO

Misuro la pressione, guardo un video di pissing
poi faccio colazione, frollini dell’In’s
pucciati in tazza di latte di soia, poi
non resisto e do uno sguardo agli schermini
deve il delirio rancoroso del mondo
fluttua immenso, come se un pozzo nero
si fosse trasformato in oceano, quindi
ho un attimo di nostalgia per quando
le notizie non mi entravano in casa
(monolocale al pianterreno, né radio
né tivù né telefono né internet, stavo
abbastanza bene) e se scrivevo una cosa
la mettevo in un cassetto o nel cestino
e solo mesi o anni dopo a qualcuno
la davo, magari, da leggere – ma
non si può tornare là e nemmeno
in fondo lo vorrei, tutto cambia.

E viene la vecchiaia che dissolve, e viene
il momento quotidiano del ricordo
di lei, del suo volo che non può
essere vero, sul cemento d’un cortile, un macello
che non si stempera nel macello del mondo:
il particolare conta, non l’universale:
chi non darebbe tutte le galassie del cosmo
in cambio di un minuto con l’amata?

Forse qualcuno non le darebbe, chissà:
ci sono grandi donne e grandi uomini
filantropi, filocosmici, io vado
alle manifestazioni e do una mano
a chi posso, dove posso, ma in camera
siamo io e il nulla a tu per tu, due nulla
ma lui, quello grosso, è contento di esserlo

ecco, mi sto perdendo, sono stanco.

Viene l’ora delle decisioni gravi: lo prendo
un cappuccino, e se sì dove? al chiosco
di corso Taranto o al chiosco delle Stelle
vicino al Trincerone? Però l’universale
c’entra col particolare, a spingerla giù
vedo in visioni quei bestioni – ho interrotto
per andare a cagare, mi sono portato
il telefono al cesso non per guardarlo ma
per eventuali soccorsi, una mia proproprozia
stitica come me morì sul cesso per lo sforzo
e questa è l’unica cosa che si sa di lei –
bestioni, dicevo, l’ha uccisa anche Trump
e i vicini di casa e i parenti e le guardie
dei supermercati e i parrucchieri del
“lavora con noi mostrerai quanto vali”
e poi anch’io, certamente, anch’io:
Gaza è dappertutto, ci sono certi muri
di plastica e qui la gente anziché buttarli giù
se la prende con chi di libertà ci scrive su.

Al chiosco delle Stelle ho preso ad andare
perché abita non lontano di lì una tipa
che insomma mi piace, non ch’io speri d’incontrarla
ma già un respirare l’aria, respirare
un’aria di sua zona, è così, ricordo
che a sedici anni cercai di spiegare
questa cosa a una tipa che insomma
mi piaceva, e mi rispose: ti accontenti di poco.

Accontentarmi… Viene la vecchiaia che dissolve
ciò che non s’è mai composto, quindi cosa
dissolve? Respirare: ciò che porto
con me per perderlo è odore di rogge
e di pozzi e di ragazze, anche solo
d’erba o catrame, posteggi di camion, credo
che la mia “mission” (!) sia stata cercare
di udirlo e dirlo ed è fallita in pieno.

L’amore però sì poi però l’ho incontrato
e questo non è poco, guardando
(guardando come posso, con sghembi
occhi e sghembi nervi) le persone
percepisco che molti non l’hanno conosciuto:
altrimenti non sarebbero così
inerti dentro il male.

Sì, perché io invece… Niente, niente, il cappuccino
(che fa le veci del pranzo, si capisce)
oggi magari lo prendo più lontano:
mi spingo fino a San Mauro, oltre i fiumi

ma non so, non ho ancora deciso.

VEDI

Vedi, c’è chi
se difendi la Palestina da un genocidio
ti accusa di stare con chi manda spose le bambine
e insacca le donne nelle tonache nere
vietando loro il lavoro e la scuola, vedi
c’è chi se critichi l’espansione della Nato
ti accusa di stare con Putin lo zar e c’è chi
se ti preoccupi del disastro climatico
ti considera al soldo delle multinazionali green
e se difendi le libertà sessuali
ribatte: e i salari? e le pensioni?

e c’è anche chi, molto spesso gli stessi
odiano ogni disadattamento, ogni rifiuto
del lavoro e della normalità, ogni anelito
a vite diverse, foss’anchero impossibili:
ed è per questo che di te
preferisco dire soltanto con poesie:
dove sono tranquillo, perché non le capiscono.

[Quel “foss’anchero” che trovo rileggendo è frutto del mio rincoglionire di getto, però ha un suo fascino, si capisce benissimo che sta per “fossero anche”, non sto dicendo che va bene o è corretto, però il meccanismo ha sue radici, emerse chissà come, nel portoghese antico per esempio esistono casi di scissione di una forma verbale con inserimento di un pronome o altro, ne avevo discusso da giovane con un’amica di penna brasiliana. Tipo “cantar-a-he” per “a cantaré”. Vero che in quel caso la formazione verbale, un futuro, è più tarda ed è originariamente scissa, nelle lingue neolatine il futuro e il condizionale derivano da infinito più forme del verbo avere, “crederò” è da “credere-ho”, ve ne sarete certo accorti tutti. Ma insomma. Sotto l’effetto di droghe (e la vecchiaia è una droga potente) saltano fuori cose interessanti.]

SEELENMÜDIGKEIT

Uno stonato che canta in falsetto:
così mi pare il sonoro del mondo.
Un goffo sforzo per stare un’ottava
più su o più giù, pur che non sia la propria.
E m’entra dentro, come quando provi
a studiare, ma nenie ti distolgono.
Nenie che sono rombi che t’invadono
e al pensiero, già debole, s’incollano.
Mi sento decompormi, andare via
senza aver mai significato nulla.

ALCUN*/TUN

La maggior parte sono orribili, alcun*
già da giovani. Fiamme
di odio, qualche volta, li risvegliano
e orribilmente ringhiano. Dico, lo dico:
erotico eretico erratico fingendomi
immateriale, vo – benché gioverebbe
un pur seriale pompino, mi fingo
immorteriale ed ergo non inzacchero, non
inzucchero: scende questa
sottospecie di sera, dell’ultime a prescindere
e ne evito il ritmo – basta: già finisce
qui questa breccia dichiarativa:
non si resiste al montare del tun
tun tun tun tun tun
tun.

[il «pur seriale» è connesso all’«user friendly» di diāvoli, Neutopia XIX, p. 56]

IN-GIAL-LI-SCO-NO

Ecco, nel grigio, le foglie ingialliscono
ed è il giorno dei morti, di cui a nessuno importa:
cioè di noi, che provvisoriamente…
È tutto qui? Davvero è tutto qui?
Già pare troppo, per come si ripetono
le idee e le cose, questo breve tempo
da cui qualcuno è voluto fuggire
ancora prima… Non tutto è compiuto
né si può compiere. Certe foglie cadono
al primo vento e sullo stesso albero
altre restano, secche, fino a marzo:
forse per dare un presagio alle gemme.

Mi sento un mestierante, un giocoliere
che sul margine – ma prima che il pendio
s’incurvi a rischio d’inghiottirlo – gira
viso e voce all’indietro: guardate
cosa so fare, come dell’arte ho parte!

Allevio un po’ la mia e la vostra noia
toccando fili sull’arpa del cuore:
contribuisco all’inganno che svia
per qualche istante la morte, il dolore:
collaborazionista del malvagio
dio che non pago delle pene inflitte
vuole la controfirma, un così sia.

Perché sono innamorato di tutte le stagioni?
Ne ripeto le lodi che sbiadiscono:
in-gial-li-sco-no le sillabe usurate
e usuraie nel chiedere il tributo:
non sei foglia, ora sai, hai imparato
oltre il concesso: sei condannato a chiederti:
È tutto qui? Davvero è tutto qui?

Nelle casse di zinco le ossa
mostruose con le chiome imputridite
o nell’urna le ceneri, o disperse
le spoglie nella terra, o queste righe
appese a un ritmo di canto illusorio:
férmati, saltimbanco, non cercare
una chiusa d’effetto: non esiste.

ESSERE, MI CONFONDO

poi ti vedo, la sera, mentre
non dormo e neanche voglio dormire
affiorano momenti, qualcuno
favorevole, stasera ho visto
la volta che sono corso a prenderti a Casario
per la tua improvvisa chiamata
avevo a disposizione un’automobile
cosa rara, una fortuna
e ti ho presa e ti ho portata da me
dalla casa di tuo padre, che non c’era:
un rapimento, quasi, bello

e lascio scorrere il pianosequenza
che non ha i requisiti del ricordo
pur essendolo – è qui, è ora, ma
c’è dentro me qualcuno, un estraneo
che però sono io, che mi guarda
da fuori, sono io, e che mi critica
o peggio mi compiace, falsifica
il sentire trasformandolo in una scena
artificiale come se la scrivessi
io, come fosse la mia mente
a crearla con un’arte valutabile

e insozza il vero, il vero che sei tu
che sali in auto, e giù per via
della Costa e poi la statale, Ceva
e l’autostrada deserta e Torino
a riposarci, riprenderci, è
un corpo, un’anima, non un racconto
e nemmeno un dipinto: perché
un io rozzo e saccente parla, dipinge
imbratta, imbroglia? se ne vada da me
quest’io che io non sono ma non ho
modo di uscire, non ho modo di sopprimere
la volontà e la rappresentazione
che questo mondo offuscano
e trovarti – non è permesso, eppure
sento che c’è, dietro, oltre, più in là
forse uno spazio iconoclasta e logoclasta
dove vederci, ragionare insieme
la bellezza del viso e dell’abbraccio
essere

mi confondo
perdona
dove sei?

DELLA MENTE, DEL PAESAGGIO E DELL’ANIMA
(poesia civile)

la mente è una sottile corteccia
su un cervello selvaggio, il paesaggio
della vita è una sottile crosticina
su un fuoco d’inferno (ma fuoco
d’inferno e cervello selvaggio sono
un sostegno indispensabile, l’origine)

e l’anima forse, chiamiamola anima
è un velo sottile di bolla sul nulla
(ma è soltanto una supposizione)

e la storia, la storia è una tripla
fragile sottigliezza costruita
sul contorno, sul margine, se cede
implode nell’abisso delle tenebre

(ma il bisogno di luce è un’invenzione
della mente, del paesaggio e dell’anima
in autoreferenza irrinunciabile
e dura, che poi tanto si precipita
nel buio della morte illacrimabile)

non perdiamoci in questo, ragazze, ragazzi
ricarichiamoci in coiti, in abbracci
che riuniscono tutto, o almeno sembra
e il sembrare è già molto, dà forza
per il sorriso e per il pugno chiuso

contro il male: un amico poco fa
mi ha scritto del pericolo di un
nazifascismo intercontinentale
e ha ragione, è ciò che rischiamo

e ci si muova dunque, che la lotta continui
per la preziosa crosta del paesaggio
per la corteccia lieve del pensiero
per la bolla dell’anima sottile
per il nulla che è tutto e che ci chiama
per un’idea, un essere, un dovere

GEOMETRI

Mi danno fastidio i giardini ordinati,
i salotti borghesi, lo stalinismo, i geometri
con le loro villette tutte uguali
che della terra comprendono nulla
proprio come certi uomini delle donne
che pretendono amare, cementificandole.

Se sei libera ti strappano, erbaccia
che cresci dove è giusto che tu cresca
perché il vento lo sa dove portare
i semi: i giardinieri non lo sanno
ma impongono le loro geometrie,
il capitalismo, i centri commerciali.

Dio se ci fosse starebbe in un ragno
vegetariano a tessere ghirlande
di luce in gocce tra fiori per caso.
Ma non c’è. E il geometra oggi
a misurar lo cerchio non s’affige:
decide lui com’è: di nulla indige.

6 DICEMBRE

Sei dicembre, ecco, il sei dicembre di sette anni fa cominciava il nostro abitare insieme.
Che sarebbe durato solo un inverno e una primavera, con tempeste.
È stato il tempo più bello di tutta la mia vita.
6-12-18 una tabellina in crescita la data di quel giorno.
Arrivasti verso sera con la tua Peugeot, poi subito venduta, in città non serve e non ci sono soldi.
Arrivasti come previsto, ma io tutto il giorno in ansia.
Temevo che tu cambiassi idea all’ultimo momento.
Sono molto insicuro, lo sai.
Arrivasti con la macchina piena di scatole ordinate, un trasloco minimo, l’essenziale.
Io avevo pulito tutto, messo tutto pulito dappertutto, che non è il mio forte.
Una sera bella. Sistemammo le cose, parlammo.
Ti dissi che potevo dormire nel soppalco, lasciando a te il lettone.
Rispondesti che volevi che dormissimo insieme.
Così facemmo l’amore e poi tu ti addormentasti tranquilla.
Io rimasi a lungo sveglio a guardarti.
Il paradiso, se esistesse, sarebbe qualcosa come guardarti dormire tranquilla.
Andò bene, per un tempo.
Arrivasti a dire che ti stavo insegnando con il mio amore ad amare te stessa.
Se ci fossi riuscito davvero, era un buon motivo per essere nato.
Alla fine, invece, no.
Ma che giorni, quei giorni.
Pieni di cose che neanche mille anni.

Ma sono passati invece piccoli anni scivolosi.
La tua morte, la morte che ti sei data, non si colloca, non può essere.
Provo a misurare il tempo, come adesso quest’anniversario dell’abitare insieme.
Sarebbe la crisi del settimo anno? Magari!
La sensazione fisica è di avere la gabbia toracica vuota.
Tu nel letto mi appoggiavi l’orecchio al petto per ascoltarmi il cuore.
È così.

Mi sa che disapproveresti questa commemorazione.
Ma scusami, qualche cosa devo ben fare
intanto che mi hai lasciato qui da questa parte:
in questa vita che per la scienza e i materialisti è l’unica
ma io non lo credo. Non so come, non so niente, ma
ci rivediamo, vero?

Intanto annoto questo settennale d’un sei dicembre
luminoso. Il mondo non sta girando bene.
…«tra le ossa fini
dilaniate non potevo
respirare senza ridere» – hai scritto – è davvero così
ma si prova a lottare per un mondo migliore
perché non sia solamente un macello
«partecipo coi resti
a un’indicibile
disperazione» – hai scritto – però
non sopportavi i soprusi, aiutavi
le persone, ti veniva spontaneo
quando il buio lasciava uno spiraglio.

Passeremo in fessure, intercapedini
fra le cartilagini del mostro
ci passeremo ancora, romperemo
quest’assedio, uccideremo il mostro
che ha vinto, che vince, che sembra invincibile.

Ti vedo scettica. Ma lasciami sperare, lo dicevi
che sono un bambino come te, quel sei dicembre
di sette anni fa fu un abbraccio trascendente
ogni misura e natura, io così sento, tu adesso
già vieni a trovarmi, in deliri o visioni, come puoi
e come vuoi, nei sogni, come va, dove sei?

IL MINIMO PER NON SPRECARE IL TEMPO

Ma in paradiso, ipoteticamente
c’è qualcuno che mi vuole un po’ di bene?
L’amor di dio, non me ne frega niente:
roba generica, da grande distribuzione.

Il voler bene è piccolo, di carne:
tocca, ti abbraccia in intervalli, torna.
La questione è poco trattata
dai paradisògrafi: certo, loro
devono per contratto puntare all’assoluto:
il dissoluto assoluto:
se no non li pagano.

Ma l’infinito? παράδεισος
è tutt’altro, è un recinto. Coglioni!
Un bene infinito in un recinto!
Il contrario io direi e vorrei:
un piccolo bene pulsante all’infinito.

Fantasia. Nel frattempo cerchiamo
abbracci di braccia e abbracci di pensieri
che quantomeno rovescino il mondo:
il minimo per non sprecare il tempo.

TU SEI RIMASTA ESILE E GENTILE

per te ruberei i colori all’arcobaleno
dice il poeta cretino
tu a volte rubavi un fondotinta
o un acrilico per un dipinto

è bene rubare nei lustri negozi
riduce d’un minimo un turpe squilibrio

da quando sei partita
il mondo è peggiorato
ti schiaccerebbero ancora di più

neanche sanno d’avere partecipato
al macello premeditato
di te e d’altre anime
(io almeno so di non essere innocente)

schiacciano qualsiasi cosa
si sentono giusti
lavorano il giusto
pagano il giusto
uccidono il giusto

giusto giusto giusto giusto, quella roba
che in un vecchio libraccio
qualcuno, forse un dio, non trova
c’è uno che mercanteggia
dieci, cinque giusti, ma niente
dà fuoco alla città

adesso invece senzapeccato a bizzeffe
la lapidata non avrebbe scampo

da quando sei partita
è aumentato lo scempio
aveva solo da non rubare
aveva solo da non migrare
aveva solo da non impazzire
aveva solo da essere come noi
aveva solo da non esistere

crucifige crucifige
il mondo predilige
lo sconcio perbene, l’ignavo incensurato
il non fesso ma nemmeno brillante
l’ignorante giudicante
dedito ai cazzi suoi

da quando sei partita
è faticosa la vita
ma lo so, lo sai, lo era già prima
ti ha così triturata

e questi infelici con i loro grossi culi
ondeggiano, calpestano
erbe, fiori, riflessi di pozzanghere
secernono il veleno che li riempie

tu sei rimasta esile e gentile

LA TUA VOCE CHE BASTAVA

Il due del primo verso
che già era un ricordare
ora va corretto in sette.

Continua il tempo
come niente fosse
come dicesse: niente è.

Continua a mancare
nel silenzio della casa
la tua voce che bastava.

(Natale 2018 – Natale 2020 – Natale 2025)

AHI LULE ANCORA AHI LULE

c’è tutto questo brusìo, punteggiato
da qualche urlo sùbito dimenticato
brusìo con dentro confus’odio e odietto e oddìo
e rancore e animæcore e terrore
amore, comunque declinato, non mi pare

ma che ne so, certo è furente
l’indifferenza per la sofferenza, così furente
da far sospettare che aumenti
la fatica di nascondere la colpa, dunque
un più alto berciare, coprire

ma poi, gli aiuti sono sempre o quasi sempre
sopraffacenti, con scadenza e condizioni
è più usura che aiuto, anche
nei sentimenti

chi è meno usuraio spesso muore da sé
e nemmeno sa
se è stato vero

il carro armato è l’evoluzione vincente
dell’ominide che impugnò una pietra
e il suo linguaggio è un codice crudele
di battute – ma questo è già un sentenziare, m’avvito
nel materiale che vorrei spezzare
e mi trasformo in un nemico comodo

ma almeno in piazza ci vado lo stesso
e ti porto con me invisibile se vuoi
col tuo sussurro che è che è eccome
il grido! altissimo e feroce!
di te senza voce
e perciò limpida, immensa, stentorea

hanno ferrato ancora meglio i cavalli di ferro
di nascosto, hanno maniscalchi scaltri
in botteghe con stemmi

e un nero di formiche laboriose
li sostiene, scampa ai cingoli
seguendo le istruzioni

“e poi il mondo è così gretto
che ci faranno guerra”
dice una canzone di Brel che non trovo
“e allora verrò per davvero
a dormire ne tuo cimitero”
forse l’avrò sognata

un mio amico scrive di un amore finito
io finisco a cercare di scrivere
di un amore che resta non finito
oltre la fradicia decomposizione
e il volo via della polvere

così però
faccio solo una bara di parole
una bara, bara ancora
che anche quella, per risorgere se mai
si dovrà scoperchiare

ahi lule lule lule lule lule
più combatto più mi punto un fucile
fra le scapole, esecuzione
capitale alle spalle, collaborazionista

ho comprato tre flaconi
di colori acrilici
voglio fare finta di giocare
come fosse con te

(25 dicembre 2025)

I DISEGNI DI ANDREA

Tratti a china sottili, colori mescolati
in rapide velature, macchie
e contorni in movimento, osservo
l’amico artista che rapidamente
fa schizzi su fogli che tiene appoggiati
sulle ginocchia, nel disordine
della stanza, dei mobili, dei muri.

Sono ritratti di donne immaginarie
o ricordate, appaiono sul bianco
come riguadagnando una figura
che già avevano, in attesa
che una mano la svelasse.

Gli occhi soprattutto mi colpiscono:
quasi un unico tocco, una chiazza
sbadata di pennello e invece
l’iride ha forma e luce, la pupilla
osserva e interroga. Come è possibile?

Poi, dopo un bicchier d’acqua, prova a fare
uno studio in inchiostro da una foto
che è un prodigio inquadrato, pornografica
fra un estintore, una tenda, una calcina
di ripostiglio, una ragazza spalancata
in offerta, in domanda, racconta una storia.

Ritira le chine, gli acquerelli e gli acrilici
e finiamo a parlare di lei, che a vent’anni
aveva padronanza ed entusiasmo
e conoscenza e virtù d’arti e di stili:
lui cita Francesca Woodman, io dico
che non sapremo che cosa abbia impedito.

Prima, un cappuccino nell’unico bar
aperto in questo strascico di festa
qui su un confine di conurbazioni:
poi in casa, con gli echi dei miei versi
(«gli occhi sono voragini di luce»)
e gli scaffali con le piante verdi
e i suoi quadri e i disegni, qualcuno
forse per quindici euro glielo acquistano
ma non è facile e sarà vero poi
che c’è qualcosa che vale qualcosa
per la pericolosa compravendita
di anime e talenti e vite e amori?
Lei si volle salvare, stare fuori.

Meglio tuffarsi nel gomitolo di strade:
è bello respirare la penombra
verso l’ingresso di metrò Bengasi.

La barista cinese sulla porta
parla con due ragazzi, qualche uomo
passa svelto, la luna illimpidita
è crescente, i cantieri sono fermi,
una ragazza e un ragazzo
giù dalle scale mobili si baciano.

IL PUBE ESISTE

Nessuna età dell’oro nel passato
però è nuovo questo mondo unito
nella visione ma diviso in guerre
e confini tragici, irreali. I conservatori
oggi sono quelli che difendono
«la civiltà europea» come potesse
stare chiusa ammodino in un’ampolla
galleggiante su un mare d’ignorabile inferno

ma anche i palestinesi che chiamano martiri
i bambini vittime, straziati:
essere martiri richiede un consenso
di cui peraltro le religioni e non solo
se ne fregano, ti segnano alla nascita.

E c’è questa corsa a un oro immateriale
sterminatore, ben peggio
che Paperone nel Klondike – peraltro
anche in quel caso la terra era altrui.

Il re del Belgio faceva tagliare le mani
ai bambini africani che non producevano
a sufficienza, ma le signore fiamminghe
ritratte nei ritratti, eleganti, vaste
non lo vedevano su Instagram: era forse
tutta lì la differenza? Adesso solo certi
schizofrenici funzionali possono
non vedere i bambini morti in miniera
per fare i telefoni: la malattia mentale
è necessaria alla normalità del macello:
chi ne è indenne viene preso e curato
perché si ammali come tutti, o muoia.

D’altronde è da sempre che tutti inseguiamo
felicità difettose, le uniche possibili
nel divenire, nello scorrere del tempo
che è la vita: pause, lampi, tregue.
Il fermarsi del tempo è l’orribile morte
senza respiro, non c’è soluzione.

Tant’è che ci è difficile immaginare paradisi
(siamo più bravi con gli inferni): il male
è necessario, come al nero il bianco
o al giallo il rosso, per dipingere un quadro.

«Ces nymphes, je les veux perpétuer»
dice il fauno, mi sono sempre domandato
se prima di quest’abnorme pretesa infinita
ci avesse scopato. Per me è fondamentale.
Sul congedo, adesso, ricordo gli amplessi
molto più che i miei versi sugli stessi.
Il linguaggio non esiste, il pube sì:
brevemente, ma esiste, dunque sta
in una ruota celeste superiore al linguaggio.
Ma questa cosa non l’ho mai saputa
bene spiegare e poi che c’entra? Dicevo
dei confini tragici, irreali del mondo
e poi divago, o forse tutto c’entra.

Uso anch’io strumenti costati sangue innocente
(o anche fosse colpevole è lo stesso)
e godo certi residui benefìci
di questa raffinata vampira civiltà.

Ma percepisco che tutto sta crollando
ed è anche giusto. Chi vivrà vedrà

bella chiusa, ma falsa, non è detto:
c’è tanta gente che vive e non vede.

PONTETTO

Sul treno lento rivierasco
che ferma persino a Pontetto
due ragazze chiacchierano, una
che compirà diciott’anni fra poco
dice: “Sono stata con diciassette
ragazzi, tu solo cinque, sei una
donna di buoni costumi! Ma io
non mi sono mai fidanzata”

poi parlano del compleanno
di quella dei solo cinque, stanno
organizzando una festa, una madre
al telefono chiede “dove siete?”
contratta un’ora di ritorno serale
“ma domani è ancora vacanza da scuola!”
“sì però dove vai con questo freddo?”
“vado in giro con Elena” – poi
discutono di un ragazzo, che ha
paura delle donne, scappa sempre
da tutte – ma non è gay, ha paura
“io anche solo per curiosità
vorrei provare a fargliela passare:
è carino” – poi una dice “non vorrei
perdere mai la tua amicizia, è troppo
importante” – e se la confermano
e sono amiche davvero sul treno
le due prossimamente diciottenni
ancora due giorni in vacanza da scuola:
mi piace ascoltare le ragazze sui treni
lenti, questi che fermano persino
a Pontetto dove l’altoparlante invita
chi vuol scendere a mettersi
nei vagoni di testa, è corta la stazione.

…

Forse ieri quei versi di Montale
incisi a Monterosso
mi hanno colpito perché pensavo
che della salvezza del mondo
m’importa meno:

“forse solo chi vuole s’infinita,
e questo tu potrai, chissà”
tu, è sufficiente.

Il mondo si avvita nella sua
paura del diverso, cioè della vita:
perché mai si dovrebbe salvare?

Non è solo il diritto internazionale
(da sempre vago) a sgretolarsi, è tutta
la visione dell’altro, sul vicino
e sul lontano cigola egoismo:
salvate il nio rantolo, non il futuro!

Nemmeno io sono tanto diverso:
ho solo, forse, un udito più fine
nell’anima e non è detto che sia un bene.

Ora sono in una casa sul mare
con l’amico, siamo due per così dire artisti
(lui poco fa dipingeva volti a china
su pagine di riviste) e siamo due
che forse in qualche modo ci hai amati
e che che ti abbiamo amata: non è
questo un miracolo, un miracolo
infinito?

“forse solo chi vuole s’infinita,
e questo tu potrai, chissà”:
tu piccola nei margini di luce
di questa foschia enorme, di questo
omicidante suicidio di bestioni.

Cosa ne so? Niente ne so, ma sento
ciò che sento, oggi forse faremo
un giro a Genova di mare e di odori.

(4 gennaio 2026)

MENTRE BEVEVO UN CAPPUCCINO

«L’unico modo per allentare il male
è alleviare il dolore. Il dolore
del massacrato come quello
del massacrante, uguale.

ὕβρις, la ferita, si cura con unguenti
e garze e forse baci, è naturale.
Non con i colpi di nέμεσις, creata
dagli dei e dai re, per scopi loschi.

Ma anche gli dei e i re, fu per dolore:
se no perché? Non dà gioia il potere
né toglie tristezza – è una droga
banale, è meno che l’odore di un fiore.

Però questo discorso è impopolare:
il bimbo opaco ha bisogno di un gioco
che a turno gli uomini chiamano giustizia
e procurano in guerre, prigionie, torture.

Il vecchio cacciatore di nazisti
non è diverso dal nazista che insegue:
nessuno avrà mai pace. Però questo
discorso è inaccettabile, non farlo.

Ci sei dentro anche tu, non fare storie:
abbraccia il modo che ti sembra meglio
perché ci sia qualche felicità
nella tragica vita del pianeta».

Così mi disse il mio spirito guida
mentre bevevo un cappuccino, mi alzai
per aprire la porta alla barista
che con due tazze in mano non riusciva.

NOME DI BATTAGLIA

Mi sono accorto un attimo fa
che nel tempo della vita insieme
t’ho vista in ansia, angoscia, pianto
e rabbia, però mai – ci sto pensando: mai –
t’ho vista aver paura.

Sottile combattente, alta nel passo
di scrutare e stupire, e di spietato amore
bionda senza farti accorgere
come una partigiana dei tuoi monti sul Tanaro
piemontese d’un’epoca invisibile
caduta dentro un quadro incomprensibile, mai
t’ho vista aver paura:
nemmeno della morte, che hai tenuto
sempre accanto, come opzione plausibile.

E io così vigliacco, qui vecchio, da solo
a perdermi nei modi in cui mi manchi.

RACCOGLIMENTO

Attenta e parsimoniosa
di parole rigorose, tu non sopportavi
chi gridava, chi non ascoltava:
io mi stupivo del tuo ricordare
ogni minimo dettaglio
dei nostri lunghi discorsi
privilegiati, preziosi.

Per istinto difendevi i più deboli,
trovavi consonanze
nei più indifesi, qualche volta rubavi
un cosmetico o un succo di frutta
in un negozio, per te stessa.

Oppure t’infuriavi, ferivi
e ti ferivi prima che tornasse
negli occhi il vago
sorriso scettico, tenue
come la luce di un’abside: dai
non è niente – parevi
comprensiva con un mondo
feroce e inconsapevole.

Da quando sei partita, è peggiorato:
eri e sei precisamente
il bersaglio ideale per questi
sordi urlatori ottusi.

Mi pare, in sfocature, di vedere
il tuo profilo nei perseguitati:
come se ancora fossi tu a soffrirne.

E vorrei che rubassero, prendessero
di forza e di sberleffo
ciò che nega la bella società.

Ho provato a tenerti
accanto, in alleanza:
non è stato abbastanza.

E temo sia un sopruso
quando estenuato, stanco
sconfortato, confuso
mi rannicchio in qualcosa
che penso essere tu.

I CAPELLI FRA DUE DITA

Ti ricordi? Mi prendevi
i capelli fra due dita.

[Poi adesso mi partiva
tutta una poesia su mondo e mondi
arrivando pure a Gaza e all’Iran
alla sopraffazione
all’idiozia
ai lavoratori BRT licenziati
per uno sciopero
e non è che non c’entrasse
perché tutto è collegato
ma così inutile, così inutile…]

Mi prendevi i capelli
fra due dita, senza peso
era il corpo, ti ricordi?

BRERF

23 venerdì Gen 2026

Posted by carlomolinaro in poesie

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eros, relazioni

non dovrebbe esserci niente di male
nel chiedere un pompino a un’amica
chiedere non è peccato, si diceva

il femminismo dovrebbe concordare su questo
ma forse esistono femministe BRERF (*)
che invece condannano

si dirà che bisogna capire se è il caso
con indagine attenzione empatia
nella bella empatìa, ìa ìa ò

ma alla fine le cose, dirsele
è una buona soluzione, piaccia o no
siamo fatti di linguaggio

lo devo ammettere persino io
che non amo poi tanto il linguaggio
anzi talvolta ne dichiaro l’inesistenza

su un altro piano, c’è chi gioisce
o quantomeno è indifferente
davanti alle cose più atroci

gente che muore di freddo qui
gente che muore di guerra là
qualcuno ucciso perché non s’è fermato

con sufficiente prontezza o s’è trovato
indebitamente in un luogo privato
pam pam fanno ben se l’è cercato

ma anche chi lotta contro tutto ciò
chi lotta contro tutta quella crudeltà
askatasuna vuol dire libertà

ma di chiedere un pompino non so
abbiamo delle impronte difficili
radicate molto dentro

io un cunnilinto a un’amica
anche una che non m’attraesse
particolarmente, lo farei

così per farle piacere, per tirarle
su il morale, e poi probabilmente
alla fine mi piacerebbe comunque

perché è un piacere il dare piacere
se proprio non c’è qualcosa contro
di fastidio o repulsione

ma forse c’è più spesso di quanto non si creda
fastidio o repulsione, ci può essere persino
della semplice presenza di qualcuno

però un’amica, un amico, non so
almeno nel chiedere non dovrebbe
esserci niente di male, poi chissà

se no alla fine antagonisti o borghesi
si è dentro le stesse pastoie/paranoie
per chi ci prendi non siamo mica troie

ma appunto, non so, non so com’è
questo che ho scritto è forse stupido
ma non ironico, io dico sul serio

come per tante altre cose, dico sul serio
e finirà che mi rinchiuderanno
ma sono vecchio, ormai forse la scampo

(*) Blowjob Request Excluding Radical Feminist

Alcune poesie da maggio a ottobre 2025, più o meno

08 sabato Nov 2025

Posted by carlomolinaro in Senza categoria

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QUALCHE TIGLIO

Qualche tiglio comincia, ma poco.
Un vento moderato porta tracce
vaghe. Sono in ritardo? Non ricordo
le date dei tigli degli anni passati.
Fra poco esploderanno, dovrebbero:
oggi è l’ultimo giorno di maggio.

Seduto su una panca nello slargo
fra via Sempione e via Bologna, erboso
e ombroso senza pretese, pratoline
e fazzolettini e stecchi di ghiaccioli
e cicche e qualche bottiglia contorta
e una siepe quasi incolta intorno a un chiosco
attendo non so cosa – non l’ho mai
saputo, in fondo. Alla sacra dell’ego
(la più importante: è lui che sta seduto
adesso qui) servirebbero ancora
ragazze, amori, corpi che teneramente
rispondano ad abbracci. Le altre sacre
fra santi e giostre e spettacoli (eventi!)
per famiglie o militari o antagonisti
mi confondono, disgustano talvolta.

Infine è l’ego il più mite: gli bastano
abbracci, amori e se no si rassegna
senza nessuna guerra, non corre
a vanità di vittorie o di premi – se poi
la perversa vecchiezza vieta ormai
calori d’adiacenze a seni e fianchi fragranti
aspetta i tigli, anch’essi imprevedibili
(ma vengono) e qualche sorprendente
parola umana o amichevole gesto.

Un colombo cammina sulle gobbe
del terreno, per lui sono colline
da esplorare e anche per me: ci sono filtri
di sigarette rollate, chissà
fra quali labbra sono state, e del tarassaco, e
neanche più bado a che cosa sto dicendo.

5 GIUGNO 2025, 3:30

Dicevi: non puoi sapere
in che posizione dormi, soltanto
in che posizione ti metti a dormire:
perché ci si muove, dormendo!

È vero, rispondevo, poi
ci stendevamo, in posizione composta
sul grande letto, tu verso la finestra
e ti addormentavi e ti guardavo
dormire.

Dormire tranquilla. E di giorno
mi appoggiavi le braccia sulle spalle
mentre ero al tavolo, guardavi
che cosa stavo scrivendo, poi
a volte mi tiravi sul divano
per abbracci.

Non è stato per molto: il nemico
concedeva soltanto delle tregue:
forse sapeva d’essere invincibile.

Ma è stato, e ora quasi non ci credo
quel respiro disteso, e gli abbracci:
tu così bella, così bella, così bella.

Non ci sei sul grande letto, non mi appoggi
le braccia sulle spalle, non ci sei
in questo mondo di tempo e materia
provvisoria.
È giugno, il mese del tuo compleanno
e il mese in cui ci siamo conosciuti.

Notte piovosa, sono passati anni.
Il letto è qui, mezzo coperto di cose
del mio disordine, mi basta poco spazio:
ma non riesco a dormire, così ho scritto.
Tu manchi dappertutto.

IN OGNI CASO

Le nazioni hanno confini
ed è male, io credo, o almeno
non li ho mai amati, i confini
delle nazioni. Le persone
hanno confini ed è necessario:
una pelle: essere senza pelle
(lo diceva talvolta Cristina di sé)
non permette di vivere o almeno
rende vivere molto difficile: dunque
per le persone i confini sono
buoni, poi dipende, io sono
stato molto devastato, deportato
ma in modi impercettibili, così
impercettibili che nemmeno io
li ho percepiti, e ho difficoltà
con i confini tutti, questo porta
a incidenti di frontiera o di assenza
di frontiera, indefinito
è il mio terreno, ci sono molte enclave
di altri, amici o nemici, mi spingo
ogni tanto oltre linee di fuoco
senza accorgermi, non ho
né capitale né quartier generale
e poi non so, sarà subito sera
in ogni caso.

(Vercelli, sera del 12 giugno 2025)

FUORI TUTTO

Il massacro, la crudeltà e queste
tifoserie, mi sconfortano, il bisogno
di “stare con” – ma astratto, che se fosse
amore almeno, sarebbe concepibile
e invece è un risiko di narcisismi:
se condanno Sion devo esaltare
il ginecofobo Iran? Il potere
fa questo gioco maneggiando idioti:
“stare con” – io nemmeno con Gaza
sto, nessuna terra è di nessuno:
difendo come posso (pochissimo)
chi è oppresso, chi è diseredato:
ma so che è un attimo e l’oppresso
diventerà oppressore, il diseredato
erediterà ed eccolo padrone
spietato. Un mondo migliore
si può sognare, compatibilmente
con la natura umana che di base
l’ingiustizia la adora, se ne nutre:
soffri tu, così posso godere.
Che stanchezza. “Stare con”! Io al massimo
con una ragazza, nel caso improbabile
che mi volesse. Ma l’appartenenza
non m’appartiene, non sono cittadino
nemmeno del mondo: quand’è che ho chiesto
la cittadinanza del mondo? Nemmeno
quella dell’Italia, peraltro: è successo
come quando ti battezzano da piccolo
e poi pretendono che significhi qualcosa.
Libertà vo cercando ma anche questa
soggiace a interpretazioni, limiti
che ciascuno decide e vuole imporre.
Ma basta, poi. C’è un nucleo più semplice
che percepisco ma non riesco a dire:
sforzandomi mi sbrodolo, prolisso:
da solo mi do nausea. Beati
forse voi che pontificate, oh quanto
pontificate le vostre verità
prese al mercato dei soldi o di dio
o d’una scienza o una filosofia
o qualche buono sdegno o sentimento
dato all’outlet, venite, fuori tutto!

CAFFÈ ALL’OST BARRIERA

Stasera solo due passi nei dintorni:
prendo un caffè all’Ost Barriera:
parlo con la ragazza che me lo fa:
di viaggi, di ostelli, è simpatica:
stasera chiudono prima, a mezzanotte:
partono con il bus notturno per Roma:
vanno alla manifestazione
contro il riarmo e la guerra e il genocidio.

È un respiro: c’è quiete, il caffè
costa ottanta centesimi, compreso
un bicchier d’acqua grande con il ghiaccio
e compreso un capirsi, quel poco
che non è poco. Riprendo
la notte, via Gallina, via Sempione,
via Bologna, piazza Sofia, salgo a piedi
perché ci sono continue interruzioni
di corrente, mica voglio restar chiuso
nell’ascensore, otto piani è salute.

Prima dell’alba il solstizio d’estate:
se valga la pena vivere non so:
penso a volte di sì, altre volte di no:
intanto ci rimango ancora un po’.

IL VESTITINO GIALLO

ricchi avidissimi distruggono il mondo
aiutati dai vili che li invidiano e li ammirano
è uscita dal computer una piccola foto
che t’eri scattata in macchina a Mondovì
pochi minuti prima del nostro primo incontro
(ma solo dopo mesi me l’avevi mostrata)
ben pettinata, con un vestitino giallo
ti controllavi che fosse tutto a posto
(anche se a me poi sei sempre piaciuta
un poco scompigliata e spettinata)
io arrivavo da un treno forno che avevano lasciato
per ore sotto il sole, nessun condizionatore
e avevo un fortissimo odore di sudore
e t’ho trovata così tutta curata
e agitata, agitata dall’incontro
con un uomo che ancora non sapevi bene
e nel pomeriggio caldissimo ci siamo trattati
con delicatezza, già quasi come d’amore
e ansia e attenzione e cautela e desiderio
di scoprire e d’essere scoperti anche
con un poco di paura, con le nostre ferite
come piccoli animali nascosti in cunicoli
che s’intrecciano in complicati labirinti
mentre sopra passano rombando i cingolati
dei ricchi avidissimi che distruggono il mondo
e non sanno niente, se vedono un monticello
di terra più soffice ci girano sopra
per schiacciarlo, temono sempre le insidie
di noi inermi, di te che per l’incontro
ti pettini bene, metti il vestitino giallo

GIOVANI ESPLORATORI

Con giovani, andiamo a esplorare
un recinto abbandonato, una boscaglia
urbana, superato un cancelletto
rotto. È bello, di notte, nel buio
«il verde vigor rude ci allaccia
i malleoli, c’intrica i ginocchi»:
le erbe altissime, quasi alberi
si piegano, sostengono, ci toccano
con sensazioni diverse sulla pelle
di ruvido, di liscio, di viscoso
e con gli odori, la miscela degli odori
delle foglie, del terreno, di noi.

Sul percorso per arrivare là
un’amica mi offre di provare
la sua bicicletta, ma non riesco
a salirci, ho bisogno di un telaio
più basso, sono debole e malfermo:
devo fare più ginnastica, ma
contro il tempo, hai voglia, la ginnastica.

La vecchiaia, ci si lamenta eppure
la si vive, di solito, finché
si resiste (ha senso?) – per alcuni
del resto, è così tutta la vita:
appena adulti o neanche ancora
si lamentano ogni giorno, campano
fino a cent’anni lamentandosi ogni giorno.

Qui no, questi no, qui c’è lottare
per i diritti, contro tutte le guerre
e raccontare i sogni e le visioni
e smarrirsi, ma non troppo
e giocare a esplorare le selve
dietro i cancelli rotti, e abbracciare
e vedere le bellezze negli scorci:
e io benché insicuro e traballante
e benché nessuno di loro, credo, arrivi
alla metà dei miei anni, mi sento
bene, è una lingua che capisco
di corpi e di parole, poi sarà
come sarà.

LE IMPOSTE

Non capisco la claustrofilia di mia madre
e di milioni di altre persone: fuori
c’è un buio quieto, perché chiudere le imposte?
D’inverno, dicono che preservi calore:
non so se sia vero, dipende dagli infissi, in Olanda
ho visto case senza tapparelle. Ma d’estate?
Perché separare buio da buio, impedire
che i due bui, esterno e interno, si facciano compagnia?

Forse una questione di privatezza, intimità? Però
non lo capisco lo stesso. Oggi dal televisore
che berciava nell’altra stanza ho sentito una pubblicità
che diceva: “se ti senti osservato in casa tua
noi abbiamo la soluzione” – non vedendo lo schermo
non ho capito che tipo di soluzione: tendaggi?
A me ascoltando la frase è venuto, come soluzione
spontanea: “divorzia”. S’intendono tante cose diverse.

Confusione. Ma quando la novantacinquenne
madre si metterà a dormire e finalmente
si spegnerà il televisore, io, mi autodenuncio, le imposte
le riapro. Quando poi sarò morto chiuderete
tutto ciò che vorrete.

RESET

Confusione, viene da dire
che c’è confusione. Ma questa confusione
è uno svelamento. Lo sentivo
da bambino, che tutti
nascondevano qualcosa, era il prezzo
per credere, per essere, per credere di essere.
I genitori, gli adulti, anche i ragazzi, gli amici.
Poi più avanti, i capitalisti nascondevano
qualcosa, e così i borghesi, e così
i comunisti e i religiosi, qualcuno
forse nascondeva così bene
che nemmeno lo sapeva di nascondere, ma
tutti nascondevano qualcosa
e qualcosa di proposito ignoravano.
Consciamente o inconsciamente lo sapevano
che incisioni e amputazioni erano il prezzo:
entri nel regno se ti stacchi un occhio, una mano:
lo diceva lo stesso vangelo
copiato da amanuensi in mille lingue.

Ero a disagio, bevevo, mi adattavo:
non ero bravo a nascondere, piuttosto
inventavo miei mondi, in disparte.

Confusione, viene da dire
che c’è confusione, non ne sono affatto indenne
e scrivo poco lindo, scrivo male.
Cosa riesco a vedere? Che qualcuno
vuole ancora nascondere, mentire
ma si riduce a una caricatura. Qualcuno
inscimunisce, per riuscire a credere.
Qualcuno cerca di tenere insieme
frammenti di un intero che un intero
non è mai stato, impazzisce, è una guerra
senza patria né quartiere né riparo.

Macerie che lo erano da sempre.
Idioti ancora provano a coprire
e tracciare, sul telo, divisioni
rassicuranti.

Io che cosa difendo? Difendo
chi soffre e chi soccombe, difendo
una complessa mia idea di libertà
di anime e di corpi, è un po’ astratto:
forse nascondo anch’io e non lo so
o lo so un poco, nella confusione.
Cammino, provo, ci provo, respiro.

Confusione, viene da dire
che c’è confusione. Ma questa confusione
è uno svelamento. Mi pare
di vedere dei giovani, qualcuno, che osserva
tutta la polvere, il groviglio d’intrichi
mai sciolti, camuffati dai tappeti
di varie civiltà e non civiltà.
E salpa, naviga senza un appoggio
né un riferimento, a vista, cessato
ogni radar, denunciato l’inganno delle carte
nautiche, si deve fidare
d’intuizioni da odori del vento
e scrivere daccapo
com’era nel principio, o nemmeno…

Non so, forse è un sogno o al contrario
è un risveglio: ci sono le cose?
Io ho fatto il mio tempo, sono arido
ma qualcuno, credo, ancora inumidisce
la terra quel che basta perché un’erba
risalga a carezzare – se qualcuno
mi vuole abbracciare può farlo, però
non ho niente da offrire.

A A. DALLE PARTI DI ORTA

Non voglio che tu mi consideri
qualcuno da tenere a bada. È fiorita stanotte
sul balcone la bella di notte:
la prima dell’estate. Vorrei
invitarti a vederla, ma forse
sarebbe una scusa, forse tutto
è una scusa – di che cosa
ci si deve scusare? Ho creduto, lo ammetto,
un rapporto più stretto (come quando
si ha voglia ogni volta di ancora scoprire)
però va bene, dai. L’acqua del lago
m’ha sempre messo tristezza
così prigioniera: nel mare
c’è più infinito, per quanto illusorio.
Ieri dopo che sei partita
hanno messo musica degli anni Settanta:
testi un po’ patriarcali, però Benedetta
dice che è buona musica.
Salvare qualche cosa in ogni cosa:
forse anche in noi. Si potrebbe tornare
alla chiesetta abbandonata o andare
da qualche parte a fare un giro in treno.
Vedi, non riesco a non fare proposte:
sono anch’io un testo degli anni Settanta
probabilmente – benché già allora
notassi cose che non mi piacevano.
Poi s’è parlato di talee e di ascelle
con Benedetta e con un paraguayano
ed è sorta la luna, ancora quasi piena:
niente di strano, succede, il tempo va.

IL FIORE DELLA MIRABILIS

Le belle di notte poi vivono un giorno
come le rose e un po’ tutte le cose:
il volo in cielo è una strana fantasia:
di concreto c’è la putrefazione
e un riciclarsi d’atomi o molecole
del tutto impersonali.

Il letamaio fuma nell’inverno
calori d’erba marcia ed escremento:
son pur sempre calori.

E noi, le nostre anime, gli amori?
Già sarebbe d’aiuto nella sera
dimenticare, credere in qualcosa
di spirituale, vago – per la pelle
mescolare dei gusti, dei sudori
con una ἑταίρα o anche solo πόρνη
un po’ felice: ormai le disadorne
stringono il cerchio, però non si dice.

“Il fiore della mirabilis” è un romanzo di Bacchelli del 1942, il buon vecchio Bacchelli a cui la legge omonima non fece in tempo ad arrivare. Nella rima πόρνη / disadorne ci sono infinite cose: il tentativo narcisistico di superare la Nietzsche / camicie di Gozzano, un omaggio contraddittorio a Milo De Angelis, l’espressione di una dialettica problematica fra il nudo lavoro sessuale e la ghirlanda brillante (Gödel, Escher, Bach) che forse adorna e forse no questo mozzato albero dei natali, “e molto altro”, come scrivono adesso nelle insegne di tutti i negozi che non sanno nemmeno che cosa vendono e perché. Ma questo non c’entra, sono spiegazioni che non devo dare, a volte le do perché sono stupido.

UN VICOLO

Che cosa rende affascinante un vicolo?
Il piscio, certo, il piscio
animale o umano, acre, pungente.
Nelle ore la luce, che taglia o s’insinua
o si alza sui muri. I muri, umidi
con l’intonaco fiorito, le erbe
che ne spuntano e si affacciano
verso altre erbe che bucano il selciato.
Qualche resto colorato, un pacchetto
di sigarette, un preservativo, un tampax.
Qualche finestra, poco usata perché
dà sullo stretto, con o senza inferriate
sverniciate, rugginose. Su spazi
liberi qualche scritta, di rabbia, d’amore.
Non troppo lungo, per non fare paura.
Non troppo corto, per dare un momento
d’intimità: poterti, contro una porta
chiusa da anni, dopo che ti sei
accucciata a fare un rivo, quando
torni in piedi e m’abbracci, baciare.

ERBE (NUDE) CHE DAI MURI SPUNTANO

chi ruba un telefono su un bus
ha un comportamento antisociale
tecnicamente sì
però molto meno, a mio avviso
dei palazzinari che tengono
gli alloggi vuoti
chi li occupa fa bene

e c’è pure chi dice
che il Leoncavallo da decenni
è asservito al sistema:
sì, chissà, c’era una volta una battuta
probabilmente d’un satirico d’epoca
che cantilenava mia madre:
viiiisto da destra, viiiisto da sinistra!
(anche allora era tutto noioso
ciò che proveniva dagli adulti)

e poi questo smegma di moralismo
che ancora intrude, intride
a volte travestito
pericolosamente da femminismo
e non vedete che il pissing
è mille volte più «morale» del dissing
e del trading e d’altri -ing patriarcali

al kissing se aggiungi un -er
diventa uno dei maggiori criminali
della storia, ma sono giochi di parole
a cui è meglio non indulgere benché
il gioco sia importante

io se non gioco un po’, muoio
cioè muoio prima
che poi muoio comunque

giochi:
spedire lettere
prendere bus
fotografare donne nude
scrivere versi
scoprire androni
guardare cosce dalle minigonne
innaffiare le piante
fare il giro da Settimo
ma soprattutto cose
che non mi vengono in mente
perché sono una tantum
o persino indicibili, indicibili!

giocare nonostante
i massacri, le guerre
un parrucchiere di periferia
ha l’insegna: «tagliàti per il successo»
– che cosa insegna? ne abbiamo
fin sopra i capelli
del successo, delle gare
«tàgliati per l’insuccesso»
potrebbe essere la versione autoles…
– si può dire? qui s’insinua
censura non solo sui capezzoli, anche
sui pensieri, d’altronde
vuoi fare la rivoluzione
seduto nella limousine del padrone?

i centri sociali
è meglio se sono illegali
poi ci si adatta, certo
allo spazio
comunque ottenuto

gli assassini globali muovono
le pedine lucrose
sulle varie scacchiere insanguinate
e sabotano ogni conoscenza
niente di nuovo dal fronte mondiale
creperemo discettando sul nulla

meglio muoversi coprendosi di colpe
che restare immobili dentro un’innocenza
preservativa – qualche giovane
io credo che lo stia cominciando a capire

ed è battaglia, su un campo così screpolato
da cambiare orizzonte
a ogni solco, a ogni cicatrice

sia benedetto il ragazzo
di cui nessuno sa capire un cazzo
sia benedetta la ragazza
di cui nessuno capisce una mazza

io sono stanco, mangio yogurt, scrivo,
faccio giri, guardo fiumi, se trovo
qualcuna disposta la fotografo nuda
ma più spesso fotografo scritte sui muri
ed erbe (nude) che dai muri spuntano
e sembra che mi dicano: si può

UN MAGGESE

Già l’Eden credo che fosse un imbroglio
con il suo brand delle mele e i serpenti
e guai a uscire o chiedere qualcosa:
Eva curiosa subito punita
-ma adesso questi centri commerciali
mostruosi
e questo gridare, gridare nullezza
però tutti intenti a correre, correre
per rimanere almeno fermi al riparo
della sgarbata Regina Rossa
– e Alice che più nemmeno risponde
è avanti o indietro, signor controllore?

Chi non corre esce veloce di scena
come una quercia dal vetro di un treno:
chi corre doppio, con truffe e cocaina
tende agguati alla prossima stazione.

Ma io ormai sono caduto fuori
e non so più che cosa dire e a chi:
cammino in campi dietro i capannoni
dove si è perso in qualche cappelletta
Santino Madonnina Cristino Cristina
si sporge qualche pianta ad abbracciare
ma tutto scivola, scivola giù.

E non so più come dire e perché:
vorrei dar fuoco ai centri commerciali
e ai paradisi e alle cappellette
– fare di tutta la terra un maggese:
non coltivare più.


CORSO BELGIO 140

…fino alla casupola vicino al fiume, dove finiremo
attenti a non sporcare nulla di sangue,
costringeremo il nulla a svelarsi.

Milo De Angelis, L’ora inestesa,
in Linea intera, linea spezzata, gennaio 2021.

È lì, il palazzo, fra altri
adiacenti, su un lato del corso:
trecento metri dalla Dora
trecento dal Po
solo venti dal balcone al cortile:
è lì l’appartamento, già due
inquilini dopo, prima un arabo, poi
uno col cognome di un mio compagno
delle elementari e delle medie
e di una pornomodella
persa di vista a Parigi, un cognome
del Sud. È lì
il bar Cigno Azzurro dove siamo
stati insieme, dove dopo hai regalato
al barista un libro di Andrea
che ti avevo regalato. È lì
la fermata Pallanza, dove per sempre
manchi tu in piedi col braccio a fare cenno
al quindici di fermarsi.
È lì la panchina sull’orlo della riva
dove sei stata seduta a parlarmi
dopo la prima notte, chissà
perché proprio lì la passeggiata
quel mattino, era un posto qualsiasi.
Poi anche questa specie di penisola
che era un acquitrino qualche secolo
fa poi un borgo di pescatori
e lavandai, poi qualche fabbrica, poi
un quartiere residenziale
sparirà, travolta. E sai quanti morti
nel frattempo, e prima, e dopo, e sempre?
Ho un piccolo tratto ancora
per vederti nella sciarpa, nel cappotto all’antica
grigio sotto l’oro che spandeva il tuo viso
fermare il quindici col cenno della mano.
Un piccolo tratto ancora, abusivo
per trattenerti in questo tempo
gracile di macelli, poi l’uscita
banale, moscerini schiacciati
che nessuno vede né conta, non so
se avrà qualcosa da svelare il nulla.


RICÒRDATI

La rosa centifolia è l’arte dell’uomo
che piega la natura, la modella
ma ne resta in potere, nel rapido appassire:
come certi conigli piccoli con le orecchie
abbassate, simpatici, guardano
miti, rispondono – è per questo
che sono progettati – alle carezze
e t’innamorano, e muoiono dopo
averti preso, in un certo senso vendicano
i conigli selvatici su cui nessuno veglia
quando la volpe o il cacciatore
li recidono, così la rosa di macchia
nascosta nel rovo partecipa
al cadere dei petali carnosi di velluto
nei giardini di ville malinconiche:
sarà lei alla fine in su la cima, ricòrdati.

NIENTE MUSICA

Stasera all’Ost Barriera
non hanno suonato perché non c’era gente:
mi dispiace per i musicanti
e per la ragazza e il ragazzo del bar
– lì accanto, di fronte, dai coabitanti
due finestre illuminate, una sagoma
in controluce, ma non è che posso
suonare il campanello, alla fine
ci sono distanze, ci sono stanze
di ciascuno – stamattina ho restituito
due libri in biblioteca e già che ero
in zona ho fatto un giro nel quartiere
di prima e ho guardato la panchina
dove mangiammo albicocche io e Cristina
e poi un caffè, la gente no, non so
se ho guardato la gente, non ricordo:
nel pomeriggio un giro a Venaria
con Andrea, è bello il borgo, è bella
la Ceronda che scorre, i bagolari
occhiuti sulla riva – sulla riva,
si cammina sulla riva, poi il treno:
una giornata, dunque, neanche male
e di sera al telefono un’amica
coi suoi problemi, e ancora
per prendere del tempo nella notte
un deca al bar di via Cravero, è piovuto
ma solo qualche goccia, vorrei
descrivere, riagganciare parole
e cose, ma c’è un senso di mancanza
e distanza, forse quell’inquieta quiete
di prima di tempeste che magari
saranno solo nulla.

STURA, BICI, PONTE, STRIP

Giunta alla fine del ponte la ciclista
(s’è alzato intanto il sole)
scende di sella e si toglie la maglia
(ha il reggiseno, non esageriamo)
e si lega la maglia intorno ai fianchi
e prosegue sull’argine. Questo
così mattutino bellissimo gesto
almeno un po’ la giornata l’aggiusta:
non è frequente sulla Stura all’alba
un fresco spogliarello di fanciulla.

PII BUOI

Si può avere nostalgia dei bovini castrati
che in esistenze di dolore tiravano
carri ed aratri? O degli operai che spinti
alla prole nel tugurio muovevano leve
con gesti sempre uguali, inebetiti?

Pur con tutta tenerezza, non si può.
Ma la mietitrebbia e il trattore ritornino
in mani umane, e le fabbriche robotiche
liberino il tempo per gioire
di bellezza e godere e imparare
la vita.

Si lasci con benevolenza il ricordo
del passato sui quadri, nelle foto.
Si salvi il buono che c’era o che c’è.

Ma il futuro sia un foglio senza righe
tracciate, dove possa la penna
correre libera a scrivere, in ogni
lingua o forma o direzione
la storia nuova.

UN CONCERTINO DAL BALCONCINO

Preliminari del concerto, uno
si fa la barba all’ultimo momento
con prolungata occupazione del bagno, intanto
uno racconta del Marocco
dove ha vissuto, è bello e conveniente
e appena raggiunta la pensione
pensa di stabilirsi là – io in pensione
ci sono già, ma non potrei mai vivere
in un Paese islamico, è troppa
l’incompatibilità, meglio pane e cipolla
ma donne nude e libere. Si fa
la prova strumenti, la radio col citofono
per richiamare gente, si schiude
il portone, come al solito mi tocca
aprire con una poesia, chi lo sa
se una poesia dal balcone si capisce qualcosa
però è bello farla, recitarla.
E parte il quartetto, uno torna da Tenerife
dove ora vive, un altro è il migliore
secondo me di Torino e dintorni
e sta in campagna e con la musica
si guadagna, come può, da vivere, è quasi
impossibile ciò, ma non del tutto – sono eroi
fuori dal meccanismo. Poi la donna
del collettivo racconta i soprusi
contro il dissenso, la polizia, il carcere:
è importante dirlo a voce, non solo
sui social, sui social, sui social…
Qualche cosa si muove. La cantante
arriva sulla scena con gli acuti
e il suo compagno ha la chitarra e in due
fanno un’orchestra, cantano l’inno rom
e infine una delle mie preferite
“ribelliamoci, facciamogli sentire dolore”
e poi un poco sto, parlo, saluto
ma poco, ho i miei dolori che abbisognano
di pause, di silenzi lunghi, andare
nell’ombra delle strade, saltare
dall’euforia all’inedia cento volte al minuto.

CORTEO

Ammetto che non pensavo si formasse un corteo:
che ci fosse ancora gente sufficiente
dopo tutti questi giorni in movimento.
Invece sì, dopo discorsi intelligenti
in piazza Castello, si è partiti per via Po
ed è sembrato si fosse man mano di più.

All’imbocco di via Po è arrivata un’ambulanza
e il corteo lungo tutta la strada s’è aperto
come un’onda ordinata, raccogliendosi ai lati
e richiudendosi dopo come l’acqua del mar Rosso:
quasi un danza, senza servizio d’ordine.

In via Po è uscito da una chiesa un addetto
con faccia cattiva a rimetter cavalletti
che aveva tolto in via precauzionale
(credo servano a difendere la sosta
riservata, matrimoni, funerali…)
e parlava al telefono e ho sentito:
c’è un corteo, sono quattro cretini…

Poi ci si è allargati per la piazza Vittorio
e lungo il fiume verso corso Vittorio
(non sono omonimi, la piazza è Veneto, il corso
Emanuele secondo): canti musica e discorsi
di persone diverse per colore, per lingua
e per altri dettagli, ragazze coll’hijab,
ragazze con la minigonna e il top,
e biciclette e carrozzine e bandiere.

Mi dà speranza, dilaga, contagia
e spero non si fermi, che di certo
ci sono anche tutt’intorno gli ostili,
gli infastiditi, gli indifferenti, i torvi
ma forse poi capiranno: il sagrestano
cupo in via Po impari almeno a contare.

IL CAPPUCCINO

Misuro la pressione, guardo un video di pissing
poi faccio colazione, frollini dell’In’s
pucciati in tazza di latte di soia, poi
non resisto e do uno sguardo agli schermini
deve il delirio rancoroso del mondo
fluttua immenso, come se un pozzo nero
si fosse trasformato in oceano, quindi
ho un attimo di nostalgia per quando
le notizie non mi entravano in casa
(monolocale al pianterreno, né radio
né tivù né telefono né internet, stavo
abbastanza bene) e se scrivevo una cosa
la mettevo in un cassetto o nel cestino
e solo mesi o anni dopo a qualcuno
la davo, magari, da leggere – ma
non si può tornare là e nemmeno
in fondo lo vorrei, tutto cambia.

E viene la vecchiaia che dissolve, e viene
il momento quotidiano del ricordo
di lei, del suo volo che non può
essere vero, sul cemento d’un cortile, un macello
che non si stempera nel macello del mondo:
il particolare conta, non l’universale:
chi non darebbe tutte le galassie del cosmo
in cambio di un minuto con l’amata?

Forse qualcuno non le darebbe, chissà:
ci sono grandi donne e grandi uomini
filantropi, filocosmici, io vado
alle manifestazioni e do una mano
a chi posso, dove posso, ma in camera
siamo io e il nulla a tu per tu, due nulla
ma lui, quello grosso, è contento di esserlo
– ecco, mi sto perdendo, sono stanco.

Viene l’ora delle decisioni gravi: lo prendo
un cappuccino, e se sì dove? al chiosco
di corso Taranto o al chiosco delle Stelle
vicino al Trincerone? Però l’universale
c’entra col particolare, a spingerla giù
vedo in visioni quei bestioni – ho interrotto
per andare a cagare, mi sono portato
il telefono al cesso non per guardarlo ma
per eventuali soccorsi, una mia proproprozia
stitica come me morì sul cesso per lo sforzo
e questa è l’unica cosa che si sa di lei –
bestioni, dicevo, l’ha uccisa anche Trump
e i vicini di casa e i parenti e le guardie
dei supermercati e i parrucchieri del
“lavora con noi mostrerai quanto vali”
e poi anch’io, certamente, anch’io:
Gaza è dappertutto, ci sono certi muri
di plastica e qui la gente anziché buttarli giù
se la prende con chi di libertà ci scrive su.

Al chiosco delle Stelle ho preso ad andare
perché abita non lontano di lì una tipa
che insomma mi piace, non ch’io speri d’incontrarla
ma già un respirare l’aria, respirare
un’aria di sua zona, è così, ricordo
che a sedici anni cercai di spiegare
questa cosa a una tipa che insomma
mi piaceva, e mi rispose: ti accontenti di poco.

Accontentarmi… Viene la vecchiaia che dissolve
ciò che non s’è mai composto, quindi cosa
dissolve? Respirare: ciò che porto
con me per perderlo è odore di rogge
e di pozzi e di ragazze, anche solo
d’erba o catrame, posteggi di camion, credo
che la mia “mission” (!) sia stata cercare
di udirlo e dirlo ed è fallita in pieno.

L’amore però sì poi però l’ho incontrato
e questo non è poco, guardando
(guardando come posso, con sghembi
occhi e sghembi nervi) le persone
percepisco che molti non l’hanno conosciuto:
altrimenti non sarebbero così
inerti dentro il male.

Sì, perché io invece… Niente, niente, il cappuccino
(che fa le veci del pranzo, si capisce)
oggi magari lo prendo più lontano:
mi spingo fino a San Mauro, oltre i fiumi
– ma non so, non ho ancora deciso.

VEDI

Vedi, c’è chi
se difendi la Palestina da un genocidio
ti accusa di stare con chi manda spose le bambine
e insacca le donne nelle tonache nere
vietando loro il lavoro e la scuola, vedi
c’è chi se critichi l’espansione della Nato
ti accusa di stare con Putin lo zar e c’è chi
se ti preoccupi del disastro climatico
ti considera al soldo delle multinazionali green
e se difendi le libertà sessuali
ribatte: e i salari? e le pensioni?
– e c’è anche chi, molto spesso gli stessi
odiano ogni disadattamento, ogni rifiuto
del lavoro e della normalità, ogni anelito
a vite diverse, foss’anchero impossibili:
ed è per questo che di te
preferisco dire soltanto con poesie:
dove sono tranquillo, perché non le capiscono.

[Quel “foss’anchero” che trovo rileggendo è frutto del mio rincoglionire di getto, però ha un suo fascino, si capisce benissimo che sta per “fossero anche”, non sto dicendo che va bene o è corretto, però il meccanismo ha sue radici, emerse chissà come, nel portoghese antico per esempio esistono casi di scissione di una forma verbale con inserimento di un pronome o altro, ne avevo discusso da giovane con un’amica di penna brasiliana. Tipo “cantar-a-he” per “a cantaré”. Vero che in quel caso la formazione verbale, un futuro, è più tarda ed è originariamente scissa, nelle lingue neolatine il futuro e il condizionale derivano da infinito più forme del verbo avere, “crederò” è da “credere-ho”, ve ne sarete certo accorti tutti. Ma insomma. Sotto l’effetto di droghe (e la vecchiaia è una droga potente) saltano fuori cose interessanti.]

SEELENMÜDIGKEIT

Uno stonato che canta in falsetto:
così mi pare il sonoro del mondo.
Un goffo sforzo per stare un’ottava
più su o più giù, pur che non sia la propria.
E m’entra dentro, come quando provi
a studiare, ma nenie ti distolgono.
Nenie che sono rombi che t’invadono
e al pensiero, già debole, s’incollano.
Mi sento decompormi, andare via
senza aver mai significato nulla.

ALCUN*/TUN

La maggior parte sono orribili, alcun*
già da giovani. Fiamme
di odio, qualche volta, li risvegliano
e orribilmente ringhiano. Dico, lo dico:
erotico eretico erratico fingendomi
immateriale, vo – benché gioverebbe
un pur seriale pompino, mi fingo
immorteriale ed ergo non inzacchero, non
inzucchero: scende questa
sottospecie di sera, dell’ultime a prescindere
e ne evito il ritmo – basta: già finisce
qui questa breccia dichiarativa:
non si resiste al montare del tun
tun tun tun tun tun
tun.

[il «pur seriale» è connesso all’«user friendly» di diāvoli, Neutopia XIX, p. 56]

IN-GIAL-LI-SCO-NO

Ecco, nel grigio, le foglie ingialliscono
ed è il giorno dei morti, di cui a nessuno importa:
cioè di noi, che provvisoriamente…
È tutto qui? Davvero è tutto qui?
Già pare troppo, per come si ripetono
le idee e le cose, questo breve tempo
da cui qualcuno è voluto fuggire
ancora prima… Non tutto è compiuto
né si può compiere. Certe foglie cadono
al primo vento e sullo stesso albero
altre restano, secche, fino a marzo:
forse per dare un presagio alle gemme.

Mi sento un mestierante, un giocoliere
che sul margine – ma prima che il pendio
s’incurvi a rischio d’inghiottirlo – gira
viso e voce all’indietro: guardate
cosa so fare, come dell’arte ho parte!

Allevio un po’ la mia e la vostra noia
toccando fili sull’arpa del cuore:
contribuisco all’inganno che svia
per qualche istante la morte, il dolore:
collaborazionista del malvagio
dio che non pago delle pene inflitte
vuole la controfirma, un così sia.

Perché sono innamorato di tutte le stagioni?
Ne ripeto le lodi che sbiadiscono:
in-gial-li-sco-no le sillabe usurate
e usuraie nel chiedere il tributo:
non sei foglia, ora sai, hai imparato
oltre il concesso: sei condannato a chiederti:
È tutto qui? Davvero è tutto qui?

Nelle casse di zinco le ossa
mostruose con le chiome imputridite
o nell’urna le ceneri, o disperse
le spoglie nella terra, o queste righe
appese a un ritmo di canto illusorio:
férmati, saltimbanco, non cercare
una chiusa d’effetto: non esiste.

Ines e il cazzo

23 sabato Ago 2025

Posted by carlomolinaro in prosa, racconti

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relazioni, scenari

A Ines piaceva il cazzo. “Ma tutti i cazzi?” – le domandavano. “No, ma, come dire, ontologicamente, come uno che è appassionato di francobolli e li colleziona, di sicuro non gli piacciono tutti allo stesso modo, ma il genere, la categoria”.

Tuttavia, Ines forse non avrebbe inserito in questa sua passione una parte redditizia, se non le fosse accaduto di restare pregna, naturalmente d’ignoto, e di essere perciò brutalmente scacciata dalla sua famiglia, una famiglia arretratissima, se si considera che si era già negli anni Settanta del XX secolo.

Non si perse d’animo, si spostò dalla cittadina di provincia in una grande città, dove partorì e lasciò il bambino in adozione anonima. Qui, entrata in contatto con una signora che gestiva un certo giro, Ines decise che una percentuale dei cazzi che accoglieva poteva essere assoggettata a un pedaggio, tale da permetterle di vivere bene.

“Se non ti piace il cazzo” – pensò fra sé e sé – “fare la puttana è una pena, ma se ti piace può essere un buon lavoro, migliore di altri e più fruttuoso. Tutti dovrebbero fare lavori graditi. Ma è impossibile: chissà se a qualche inserviente di reparto di geriatria piace la merda dei vecchi, eppure devono pulire quei culi”.

Con il diploma che aveva delle superiori, avrebbe potuto fare la segretaria o la stenografa (esisteva ancora, per poco, quella mansione) e pure senza diploma avrebbe potuto fare la commessa, o le pulizie, ma tutte queste ipotesi le parevano decisamente peggiori.

Da puttana avrebbe potuto anche iscriversi all’Università, studiare, laurearsi. “Ne ho di studentesse nel giro” – le aveva detto la ruffiana, una signora simpatica che si accontentava del trenta per cento, che non è tanto, se consideri che è un ruolo rischioso, proibito da leggi ottuse.

Ma non aveva voglia di studiare. Il liceo lo aveva finito per miracolo, giusto un attimo prima del pasticcio – i suoi genitori erano proprio degli stronzi, una sua amica, in una situazione simile, il padre l’aveva mandata ad abortire in segreto in Svizzera e poi tutto tranquillo. Fin dai tredici anni Ines si era interessata più ai cazzi che ai libri, e anche per questo non era la figlia che avrebbero voluto. Forse la gravidanza era stata un pretesto per cacciarla via. Raro l’amore nelle famiglie.

In quell’anno, in Italia era vietato l’aborto ed era vietato gestire puttane, la seconda cosa lo è ancora, il progresso ha un’andatura zoppa.

I primi appuntamenti furono alcuni a casa della ruffiana e alcuni in albergo: a casa della ragazza era meglio di no. Dopo un mese di tirocinio, Ines era soddisfatta. La signora sapeva selezionare bene i clienti, tutti diversi fra loro ma gentili. Andare sul marciapiede sarebbe stato molto più rischioso. Come in tutti i lavori, c’è modo e modo.

Le disse una collega: “Sei molto bella e sei una debuttante di vent’anni, ma attenta che non dura molto”. La ruffiana invece la rassicurò: “Almeno fino ai quaranta guadagni bene e dopo, se non hai scialacquato, vivi di rendita”. E aggiunse: “Conta molto scegliere bene gli uomini, con me puoi stare tranquilla”.

La signora dava buoni consigli: “Se qualcuno s’innamora e ti vuole come amante fissa, tu non dargli troppo spazio. Digli che può venire tutte le volte che vuole, ma pagando, non si fanno abbonamenti. E gli altri, quelli di cui t’innamori tu, che vedo che ti piacciono i ragazzi, stai attenta, non lasciarti prendere, non diventare schiava. Ricorda che una puttana è più libera di una moglie”.

A volte la ruffiana lamentava il giogo delle leggi, leggi che facevano un favore ai criminali: “Tu dovresti poter dire a tutti: faccio la puttana, lavoro con la signora Luisa che mi trova dei buoni clienti. Lo dovresti poter dire anche ai ragazzi che ti piacciono, così li selezioni in partenza: chi come puttana ti disprezza o ti vuole cambiare, alla larga. Invece, io rischio la galera e tu la schedatura di polizia, e bisogna stare segreti. Bel mondo di merda, mia cara”.

Merda o no, Ines continuò a trovarsi bene, fece la puttana per un quarto di secolo, non si mise con nessuno ma si fece amiche e amici, e poi intorno al 2000, mentre alcune cose della società stavano contraddittoriamente cambiando, aprì un negozio di tessuti, e adesso è da poco che è in pensione. Al bambino lasciato in adozione non pensò quasi mai, non aveva proprio la vocazione della madre.

Alcune poesie scritte nei primi cinque mesi del 2025

26 lunedì Mag 2025

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore, amore e morte, cose di dentro, scenari

ARANCE GROSSE

Ha sbucciato un’arancia.
Lo intristisce la sera, vorrebbe
una luce perpetua, ma non quella
dell’eterna sedazione – il niente
lo sgomenta: dove torna a camminare
il moscerino schiacciato? In nessun posto?
Solarità, anima viva e mobile
com’è che può non essere per sempre?
Un moncherino l’esistenza?

La pastiglia per la pressione, dice il medico
che allunga la vita. Ha comprato
delle noci e del succo di pera
da togliersi la voglia, la sera
lo intristisce, gli potrebbe giovare
un sapore di donna, foss’anche
un’entraîneuse che gli sbattesse
un capezzolo in faccia, ma costa
e non gli piace l’ambiente, gli ricorda
i doppi messaggi di una madre inadatta.

L’amore è nulla senza l’entusiasmo
che trae da sé, per un poco svagina
dalle cuoia mortali. Qualche pensiero a volte
a una simile uscita s’avvicina
ma è smascherato ormai. Abbaia un cane
su un balcone. La sera primattrice
recita un mostro viscoso in un dramma
del cui copione nessuno s’assume
responsabilità, il dio, il fato, il big
bang, la gangbang, Evelina
Boabang fu una penfriend in gioventù
con aerogrammi leggeri del Ghana:
sarà ancora tra i vivi?

Arance grosse, quattro fa più di un chilo:
due euro all’In’s, ne sbuccia una seconda.


UN ORZO NOTTURNO AL BAR SOPHIE

Prendo un orzo notturno al bar Sophie.
Un barbone entra, camminando
con difficoltà, si siede, ordina
un caffè, dispone le sue cose
intorno al tavolino, mangia
brandelli di cibo tolti da sacchetti:
passerà qui una parte della notte
con modica spesa
e senza il timore che qualcuno
voglia assisterlo troppo.
Il barista, straniero, viso buono
gli serve il caffè con garbo, poi
chiude meglio la porta, fuori
è freddo, ma ugualmente un uomo
compatto sta seduto nel dehors.
Un altro è appena uscito, impugna
la bicicletta e va. Il barista mette
un po’ di musica, è ospitale qui:
si fa quel che si può. Mi sento bene
come dove non si scaccia né trattiene:
le mie filosofie, leggo una pagina
d’un libretto, bevo l’orzo, aspetto
ancora un poco, poi pago
un euro e trenta, esco in strada, vado
per la piazza, lentamente, verso
il privilegio caldo della casa.


LIBERA NOS A VERBIS

Nel vuoto largo un vento
muove un sedimento di parole:
non lo alza, soltanto
lo muove, quanto basta per confondere
la visione del suolo.

Parole grasse, pesanti:
non si sollevano. Noi
stiamo in piedi, in silenzio.
Non si sollevano, ma
hanno un cupo riverbero
brulicante di bachi. Sappiamo
di non possederne altre. Se parliamo
o anche solo pensiamo, sono quelle
che cadono squamandosi
dalla pelle, la nostra, dalle mani
e dalle labbra: contribuiamo
al molle verminaio.

Poi non ce la faccio più, ti dico
che oggi all’Aldi avevano
il succo di frutta che ti piaceva
e l’ho comprato, lo berrò.
Sorridi forse
mentre dal guano vibra: smorfiosa
costa caro quel succo, si rituffa
un lombrico pedante, pare innocuo
ma echeggia: uccidetela, uccidetela.

Libera nos a verbis, Domine:
allontana questo calice di merda
borghese, popolare, risaputa:
così tanta ne abbiamo bevuta.

Squama la mia voce, velleità
sminuzzata da becchi di chiocce
giù al verminaio. Se restiamo
in piedi in silenzio, potremo
svanire in luce?


ASSOPIRE

Quando mi concedo di fantasticare sull’oltre
ogni volta mi sembra più impossibile: stasera
(mi vergogno) pensavo che quando parto
(e già che sia partenza è fantasia)
potresti venire sulla porta a prendermi
(che pretesa) – che poi potrebbe essere
anche un fantastalking interdimensionale
molto scorretto, chi l’ha detto
che vorresti? Magari lì ci sono
angeli bellissimi, bisex, o preferisci
stare da sola o che altro, chissà.

Ma mettiamo che sì (è fantasticheria):
mi prendi e… andiamo? quanto spazio!
mi tieni la mano? abbiamo mani?
va bene anche puntini luminosi
(sì, le fatine di certi cartoni, lo so)
ma mi stai accanto? che ansia
di perderti… Ma è assurdo, l’ansia, di là!

Il fatto è che il montaliano fil di lama
non è un inconveniente, della felicità:
ne è la condizione. Per gioire
che ci sei devi potere andare via:
se no è tutto finto, è un simulacro.

No, vedi (vedi! ti parlo…) è davvero
inimmaginabile, ma teniamo buono che
proprio nell’inimmaginabilità
(invisibile velleità) magari sta
della nostra – dura di lingue e immagini –
catena, l’anello (nascosto) che non tiene…
Anche questo è fantasia, dai, va bene,
sono un po’ stanco, mi sento assopire.


VALUTERÒ

(poesiuola con pubblicità indiretta
del Pritt ma non mi pagano)

Lo stucco veneziano di questa casa
in cui sto ormai da quattro anni e mezzo
sconsiglia i chiodi, se provi a piantarne
viene giù un palmo d’intonaco, dunque
ho adottato i patacchini gommosi
Pritt Multi Tack per tappezzare
di donne, come sempre m’è piaciuto,
le pareti: da bambino c’era la carta
da parati e le incollavo, cosa che
dopo qualche sgridata fu concesso
(«tanto quella vecchia tappezzeria
sarà presto da cambiare, lasciamolo fare»);
nelle prime case di Torino i chiodi, poi
ci fu una pausa nel tempo del matrimonio
perché la moglie, sa Dio perché, non gradiva
mie amate alle pareti, poi, finito
il matrimonio, di nuovo chiodi, l’alloggio
di via Pinelli al trasloco l’ho lasciato
che era tutto un puntaspilli. I patacchini
vanno bene, all’inizio, però hanno
una scadenza, si seccano, e adesso
è tutto un cadere di foto come foglie
d’autunno che ha forse un valore simbolico
nel mio autunno: a volte di notte
sento un fruscìo nel silenzio ed è una foto
che scivola giù al suolo. Vabbè,
basterebbe rinnovare i patacchini
(manutenzione ordinaria) ma forse
è un segnale, meglio mettere le foto
in un album e alle pareti pochi poster
perbene, con magari le montagne
come le sale d’aspetto dei dentisti.
Così fra l’altro non dovrei stare attento
(in foto molte donne sono nude)
nei video social in casa, alle inquadrature
per schivare indiscrezioni o censure.
Eh, la saggezza, la maturità.
Farò così. Forse. Però non so…
A me che non sopporto che finisca
nulla, praticamente, anche una foglia
morta, naturalissima, mi dà
malinconia, ecco, a me piace
che le pareti di casa contengano
almeno in immagine le donne
che in una vita, in un modo o nell’altro
dalla sveltina al profondissimo amore
è sempre, nel buio del vivere, un lucore –
m’hanno donato gioia… Valuterò.


…

egli ondeggia, ti cerca, non sa
o teme di poter sapere
quanto sei tu nel sogno e quanto
è solo lui, brandello di
ego vagante in gurgite vasto
ego narrante, narrazione spettacolo
che non s’interrompe, finché
viene la rinnegata, inenarrabile, la
smascherata, la non vista, a togliere
il proprio stesso velo, che mai ebbe
e fu celebrato, rinvenuto in
luoghi di culto adorni, vieni
tu aggraziata, tu anima, afferra
la sua mano, estrailo
dalla guaìna delle sue sembianze
di proporzione aurea di specchi
infidi, spezza come pane i suoi
occhi, fanne sanguinare un pegno
ignoto a lui, di verità, di te


QUALCOSA

Non ti tiene viva il libretto
con le tue poesie e i tuoi disegni
né ti tiene viva la memoria
mia o d’altri, che sbiadisce e poi
muore a sua volta, e tantomeno
ti tiene viva una lapide, una tomba
o una fotografia. Potrei
illudermi che il vento, gli odori
delle piante e del fiume, il bosco
ti tenesse viva, un poco, ma tutto
muore, scompare, anche il sole
e il firmamento e gli universi, polvere.

Per non bestemmiare a sangue
nero, rovente questo essere
friabile, ingannevole, bisogna
postulare qualcosa: non
pensare né immaginare (il pensiero
e le immagini muoiono)
ma postulare, in una necessaria
matematica, qualcosa
di cui nulla dire, ma qualcosa.

Intanto, consolarsi, sognare
e parlarti e ascoltarti
con la libertà (che tu e io bene sappiamo)
provvisoria (senza coinfini) dei bambini.


DIPINTO, AUTORITRATTO

Guardo un tuo dipinto, non necessariamente
autoritratto, ma in qualche modo sì,
e mi viene in mente di quando mi dicesti
che saresti voluta entrare nella casa di tuo padre,
dove c’erano tue fotografie, non per rubarle
ma per cancellare da ognuna il tuo volto
e lasciarle lì, senza volto. Mi spiegasti
anche come preparare un acido adatto
per scolorire senza bucare la carta, tu
sovente i colori te li facevi da sola, quando
dipingevi, mescolando sostanze
come i pittori del Rinascimento.
Ne parlavi col tono di un progetto serio
e ti seguivo intento, da complice serio
e poi ci capitò di essere in quella casa
noi due da soli, ma non lo facemmo.
Lasciare il corpo senza volto, ne dissi
alla mia psicoterapeuta che rimase
impressionata, ma certo questo fatto
che le tue cose le raccontassi io
alla mia psicoterapeuta, non serviva
a granché, e trovare psicologi per te
non era facile, ci abbiamo provato.
Cancellarti, perché ti cancellavano:
era uno dei demoni e pochissimo valeva
il mio sporgermi per essere una teca
a contemplare e serbare il tuo essere
e ascoltare e difendere, amare.
Niente. Guardo il tuo dipinto, è
un buon lavoro, eri brava, ora lo sai?


ONORE ALLA COMPAGNA GUGLIELMINA

Ce ne sono stati. A parte uno
che si chiuse in garage e s’asfissiò
con l’ossido, ma lo conoscevo
poco, la prima fu Guglielmina
che al paese, in cascina, si sparò
nel settantuno, a sedici anni
con il fucile da caccia. Veniva
in un cortile dove raccoglievamo
roba usata per venderla e finanziare
la lotta proletaria, uno del gruppo
mi disse: “è morta, s’è sparata”
“mi spiace, era dolce”, risposi
e lui: “no, era una stronza”.

Al cimitero del paese non c’è
più la tomba, non c’è niente e Google
dice “nessun risultato trovato
per Guglielmina G****”
io da allora ci penso ogni tanto
era dolce, non era una stronza
e noi poi chissà
che cosa finanziavamo
con la nostra raccolta di rottami
ci facevamo troppo poche domande.

Quindici trenta sessanta o novanta
sono vite, non è la durata
a distinguere, almeno su questo
non appoggiate le vostre prestazioni
e se memoria resta sia giardino
di querce e primule, sia germogliare
di semi e moncherini in riva al fuoco:
vite voglio ricordare, sono stanco
voglio ricordare vite:
la morte sa ricordarsi da sé.

Capelli lisci, ombrosa, forse veniva
al cortile della rivoluzione
soltanto per trovare compagnia:
non si era compagni? Fra le astratte
solitudini dure, si proclami:
onore alla compagna Guglielmina
caduta sotto il piombo di un nemico.


PLEBAGLIA

Una ferocia molle, urticante
di vermi o larve sostiene la dura
ferocia delle spire del serpente
di cui applaude i morsi micidiali
raccomandandosi: noi, anche noi
pungiamo, da tastiere o wine bar
col tuo veleno: non ci abbandonar!


LE SCARPE NUOVE

le scarpe nuove vanno, sono io
che vado non molto, rigido, malfermo
nell’orrida vecchiezza

che non sarebbe obbligatoria, volendo
la vita
fra il troncare e il lasciare che si sfilacci
ogni scelta è rispettabile

e il trobar clus non è ricercatezza
ma necessità, perché ormai si perseguita
tutto ciò che non è magnifico
ottimista amorevole progressivo

trobar clus per non trovare chiuso
ogni varco d’immaginazione
(che poi nella vecchiezza
è quel poco che resta) – bisogna
tornare ai volantini appiccicati
alle fermate, anonimi, dove
si può inneggiare a qualsiasi
brigata o ritirata

invece appiccicano anche lì
banalità o pubblicità o velleità
o sono io che ho gusti troppo difficili

ma questa molle dittatura polipartisan
sostenuta da un festoso/tedioso Lumpenbürgertum
consumato di consumi
e da scorie di chiese residue
capitali di capitali
fondate su strati di angosce rese inerti
da opportuni trattamenti
per la nostra sicurezza
che stanchezza

anche il trumpo come il duce può fare cose giuste
tipo uscire dalla calza oms
omsa, che gambe
ma ciò non toglie che sia un assassino

le Kessler sono politicamente scorrette?
e perché non posso pubblicare le tette?

avrei stimoli di lotta
però un po’ contro tutti
che è troppo vasto e sono debole
già fatico a infilare un cappotto
figuriamoci l’armatura del cavaliere errante

erro su qualche bus
i miei piccoli errori
finché una parola di non glassato affetto
o una nuda bellezza
m’adesca a volere un giorno un giorno ancora

poi non so, le scarpe nuove
sono state un buon acquisto, leggere
ma calde, ben foderate, anche un minimo
eleganti, che non guasta


RIEMPIRE E INCARNARE ED ESSERE

Un vuoto lo si può
riempire e incarnare ed essere
contemporaneamente
e ciò che filtra è semplicemente
la voce di un angelo
che fa il suo mestiere:
annuncia – ma in lingua difficile.

Così gli abbracci abbracciano abbracci
passati o mai stati, mancati
e presenti, a riempire
e incarnare ed essere ciò che sono
sul nulla inconciliabile: il corpo, le stelle.

Il resto, è anestesia
che fa sempre meno effetto.

21 febbraio 2025



POETI?

Poeti? Non siamo
soprammobili, abbiamo
desiderî e bisogni
non molto edificanti, mischiamo
a macerie pisciose i sogni lievi
dell’erba, a volte ruvida
a volte molle, selvatica:
adatta a rotolarsi, godere
brevi ferocie dolci, ferirsi
e cercare balsami
in occhi, in odori di donne
amate o di passaggio, lasciamo
l’urbanistica del mondo
ai geometri saggi, guizziamo,
detestiamo le chiacchiere belle
e se ci innamoriamo
è per sempre anche solo un minuto.


26/27

È limpida, stellata questa notte
senza luna – era piena la luna
quattro anni fa. Vegliamo in silenzio:
c’è della pïetà nella vertigine
del cielo, nei germogli
annodati sui rami, si protende
un vuoto ventilato sull’opaco
coagulo del mondo: qui è tutto.


LA SERA PER CRI A GARESSIO

Poi mi è sembrato che fosse tutto inadeguato
e confuso, sgangherato
ciò che si diceva, soprattutto da me
prolisso sempre, ma anche dagli altri
nella sera, e dopo un attimo
di disagio ho pensato: è meglio
così, ci mancherebbe
che riuscissimo a dire cose
adeguate, precise, centrate:
tali da ridurti a un discorso dicibile.

No! Ma è bello, io credo (a me sembra bello)
portare a gente diversa, riunita
perché il deserto rallenti di crescere
il suon della tua voce
sottile ponte verso l’infinito
che da prima sapevi e ora sei.


L’APRÈS-MIDI D’UN VER

Grosse nuvole gonfie, larghe
come giovani pregne dopo il coito
mutano e sulle colline la loro ombra
è veloce. Scissioni?
Quale materia c’è da scindere?
Io sono un bruco che osserva da un albero
e, mancata forse una metamorfosi, ma
non è detto che fosse prevista,
aspetta che le zampe perdano
presa, per vorticare giù
ad annullarsi, come le foglie, ma le foglie
lo fanno meglio, più linde, colorate:
sanno senza ribrezzo marcire o seccare.
Materia? Potresti piovere da queste nubi
e sarebbe di vita la lunga traiettoria
a fecondare. Io sono rimasto
fra le squame del tronco, l’orizzonte
si svasa in linee sottili, illusorie
di oltre, oltre, o è una scatola
di vetro, il gioco crudele di un vivarium
dimenticato in un seminterrato?
Ne sei uscita? Ti potrò raggiungere
cadendo nel becco aperto di un nidiaceo
io cibo-corpo che la madre uccella
amorevole porta alla sua prole?
Scissioni? Non sono che ferite
e suppurazioni, rimescolamenti
da cui nulla si stacca veramente.
Io sono un bruco che osserva da un albero
ma non è vero, sono un uomo seduto
dentro una casa a morire per intero:
non saprò nemmeno se è solo un disegno
sulla lavagna, se passa la bidella
a cancellare. Ti potrò raggiungere?


DÄMMERUNG

Questa penombra in cui mi hai lasciato
sta sotto il buio e sta sotto la luce
o nemmeno, non so più proprio dire:
attraverso, raggiungo dove vivono
persone in albe e tramonti e nugoli
d’astio, di guerra, di veleni che
però qualcuno amorevolmente
dirada con abbracci, con discorsi.
Ma questa descrizione non descrive.
Prendo tredici gocce d’ansiolitico.
Ti vorrei domandare delle cose.


È QUESTA LA SPERANZA

“Se troverai un fidanzato
sarà proprio contento di baciarti la bocca”
scrive un commentatore/odiatore
ad Ambra che si diverte a contare
quanti uomini ha fellato in un anno
e un altro: “Sai che ci sono malattie
trasmissibili anche nei rapporti orali?”

La concentrata grossolanità
del male: 1) monogamia come aspirazione
indispensabile ma ora compromessa;
2) possibile compagno che verrà disturbato
da chi è già stato nella bocca di lei
(e presumibilmente in altre parti
del corpo, ora di lui esclusiva proprietà);
3) uso del panico di una peste improbabile
a scopo di morale repressiva.

[Corollario: il fidanzato “la bacia”
(le altre cose le fa con le sgualdrine)
e può essere schifato che in bocca
ci sia stato dell’eiaculato – magari
c’è anche un po’ di omofobia, in questo.]

Intanto dopo le mascherine e le fiale
il Potere della spaventosa sicurezza
darà corredi di sopravvivenza
(per tre giorni, non pretendere troppo)
in possibili guerre da nemici imprecisi.

Uno solo è lo scopo: che tu non sia libero:
perché da libero il Potere
non ti può possedere.

Credo però che i commenti ad Ambra li scrivano
dei vecchi ultratrentenni: nei più giovani
vedo crescere una percentuale
che al terrore al possesso e alla morale
si saprà ribellare, che saprà
con libertà baciare, disertare
e volare più in alto: è questa la speranza.


PANCHINA

Sulla nostra panchina arcobaleno
qualcuno dorme al sole. Per adesso
non l’hanno resa ostile con ostacoli.
Qui abbiamo mangiato le albicocche
dal sacchetto di carta, qui hai riso
e pianto ed era bella nonostante
tutto la vita, la morte non so:
ne parleremo dopo, se potremo.

[piazza Vigliardi Paravia, 28 marzo 2025]


UNA FOTO NON SCATTATA

L’ho pensato, quando stravaccati
armoniosamente sul letto
ad ascoltare un discorso
le due ragazze avevano i capelli
mescolati insieme, dolcemente
e sotto il viso di una il mio libro
che le avevo regalato
l’ho pensato – di scattare una foto, sarebbe
stata bella, ma forse anche
un po’ egocentrica (per via del libro)
e soprattutto avrebbe
disturbato il momento, così
non l’ho scattata.

1° aprile 2025


ECCO IL PONTE

Sente, o sento – decide
se usare la terza o la prima:
questione formale, captatio
di pass letterari, vaffanculo –
sento un’ansia, una colpa
(una propria mancanza
e di fatto, a sé, un mancare)
di non saper riempire
un vuoto transfrontaliero
dall’anima-corpo al corpo
infinito, vago come un’impronta
non impressa eppure… Qui
per fortuna si distrae, sul bus
diciotto gli si sono messi accanto
due ragazzi all’acqua di colonia:
decidono dove andare, al parco
tranquilli, e gli eserciti, uno
ha gettato pomodori alla Meloni
e free Palestine, dice che
se rimettono il militare fugge
in Francia, io faccio ancora in tempo
a filmare la Dora, ecco il ponte.


QUI

La lavanderia a gettone
in piazza Barcellona
c’è ancora, funziona. Bene-
dire o maledire è sempre
soltanto un dire, non basta.
Quando indovinando la pizzeria
ti ho raggiunta, mi hai
guardato male, come
un persecutore, ma eri uscita
così disperata! Avevo paura
di lasciarti cadere. Il bar
dove hai pianto, quello
non c’è più, ha chiuso. Ti ho
tenuta stretta per ore
quella sera. Quando
ti rasserenavi gli occhi
era aprirsi tutti i cieli del mondo.
Ora cammino rigido, trovo
piccole trasparenze
e anche sorrisi, assediati
da mostri scuri
che vorrei come un bambino
scalciare, ma è sempre
soltanto un dire. Un nero
ora in un altro bar gioca alla slot
e un vecchio tiene il palmo
su un bastone, tu lo sai che qui
è tutto pieno di anime ferite.


(PIOVE, È MARTEDÌ, PARTO PER CEVA)

c’è gente normalissima che dice
non faccio nulla se non prendo il caffè
io se mi sveglio preso da un’idea
dimentico cibi e bevande fino a sera
che poi la fame, signori occidentali
è dal terzo giorno, l’ho provato

ma la mia non è una virtù
un cappuccino, benché aumentato
a un euro e cinquanta, lo trovo
(piove, è martedì, parto per Ceva)
mentre un’idea a prendermi
e sostenermi, è più rara

un’idea, non intendo un ideale
non intendo cose sane o edificanti
anche un’idea criminale va bene
o un entusiasmo spicciolo
persino un poco incerto, ma esistente
a prendermi e sostenermi

per il bambino che gioca è un sopruso
la chiamata a cena e ha ragione
se fai ciò che vuoi fare non esiste
ora di cena, finché non avrai fame
ma è un sopruso a cui poi ci si abitua
come a tutti i soprusi del buon vivere
(piove, è martedì, parto per Ceva)

ma ecco viene la vecchiaia, detestabile
faccio più errori a scrivere
(il cervello, le dita, l’intontire)
e anziché contemplare infiniti
la si passa a pagare interminabili rate
del dentista e l’affitto, perché gli incisivi
servono a sognare di ancora piacere
a una ragazza, e una casa
per rimandare l’ammalarsi

ed è vanità dire tutto è vanità
noiosi i buoni come noiosi i cinici
trovassi in fondo al cortile quattro tubi
per fare una capanna in cui essere dio
e poi fare l’amore, è importante
nessun animale ha una vita post-sessuale
tranne noi e i pet che abbiamo condannato
amorosamente a essere come noi

la vecchiaia detestabile, mi sembra
vecchio anche il mondo, post-moderno
post-industriale post-umano
si scrivono i post
sui social, anche in questo momento
e le bollette di luce gas e rifiuti
si vive perdendo il tempo che non c’è
si fa quel che si fa

e la natura, poi, non è vero che il leone
divora la gazzella perché deve vivere
la divora perché è feroce e crudele
e come effetto secondario vive
e così noi…

“la condivisione è un atto politico”
c’è scritto nella fotina Whatsapp di Alice
giova credere che ancora ci sia vita
e non proiettare le proprie magagne
sul mondo, che ha le sue

vado persino alle manifestazioni
per Gaza e contro il decreto sicurezza
e contro il patriarcato, ci dev’essere
ancora vita, ciò non toglie che
la vecchiaia sia detestabile, inutile
addolcire, ma parlo per me

d’altronde ho bisogno più di idee che di caffè
è un egoismo autoconservativo
cerco qualche simile, qualche
abbraccio, scrivo sciocchezze, smetto
che devo uscire per prendere il treno
non è che devo, è che ho l’idea di farlo
e lo faccio
(piove, è martedì, parto per Ceva)


ALLE FOTOGRAFIE

Dicono che i morti con il tempo assomiglino
alle fotografie, ma tu non puoi, tu hai troppe
dimensioni: non hai assomigliato
mai a niente, nemmeno a te stessa.

Compari intera, certe volte, accanto.

Poco fa per il viale hai ripetuto
quel versosera che parlando lieve
d’una cosa qualsiasi, t’eri immersa
con l’aggrazio d’una piccola lucertola
nel tuo sorriso in luce e ombra, indietro:
benevolmente accettandomi all’interno
del tuo cerchio a camminare e
risucchiandomi in te, in quel sorriso
che non si può né dire né dipingere
né tantomeno rinchiudere in foto:

quel sorriso che rende inammissibile
non solo il tuo dolore e la tua morte
ma ogni dolore, ogni morte, tutto.


XXVI APRILE

Malumori, scontri, piccole
tempeste in mari di – letale – indifferenza.
Già retorico “letale indifferenza”, l’afasia
s’avvicina, per vecchiaia e
[in]sofferenza – venticinque
aprile sui “social”, non riesco
a mettere pollici alzati a foto d’epoca
di piazzale Loreto, ma non
perché io sia un sensibile angioletto:
tutt’altro, ma ecco, vi direi:
giocate con qualcosa che non sapete:
il corpo appeso all’ingiù, che sia
di un Homo sapiens colpevole di
genocidio o di un Sus scrofa
condannato a ragion di prosciutto
o di un Homo sapiens femmina
lacerata da inquisitori o di un Felis
catus impiccato per gioco
è molto eccitante! – fa presto
a dare dipendenza. Fingete
voi di no? È il pericolo maggiore.

La gradazione alcolica del sangue versato
è più che il centerbe dei monaci con cui
mi sbronzavo ragazzo masochista.
Non c’è nessun bisogno
di ordinare ai soldati il massacro:
viene da sé, come il sorriso quando
incroci gli occhi di un amico.

Sono così stanco! Vorrei rannicchiarmi
in abbracci di ragazze, non serve
amore, basta già percepire
un sospendersi dell’ostilità.

È su un filo di lama il non ferire
come la felicità, è un’imboscata
sviata non per sempre.

Che berciare! Qualcuno dirà
che Mussolini o Hitler o il pedofilo
stupratore non è Homo – la specie
come fosse un merito – qualcuno
che certe cose qualcuno se le merita
(ha sterminato un popolo o indossa
la minigonna) – io sono così stanco.

Le massime, la vita. Ho scritto libri,
piantato alberi e generato figli:
secondo non ricordo più che cazzo
di saggezza orientale, sarei
perciò davvero un uomo – ma è ridicolo:
vorrei, semmai, colmare ancora qualche
donna di sperma, in bocca o sulla pelle.

Fischia il vento fra gli ossi fino al lago
del cuore, che si perde nelle crepe
della terra, va giù nella falda
del dolore, del sogno, di chissà.
Nulla, probabilmente.

Oh anime belle, oh anime violente,
oh anime senz’anima, oh!
Io sono stanco, lasciatemi stare:
non è importante. Questa sera forse
vado a sentire un concerto in un posto
e la musica, il cielo, la gente…


UN RUBINETTO

Eliseo, un cassiere dell’In’s
è gentile, sorride spontaneo
e ha una rada barbetta, mi passa
l’insalata novella già lavata,
lo yogurt vegetale e il succo
di pera, una cena completa:
poi esco e non so bene come sia
il mondo, in corso Taranto c’è il solito
che chiede un euro e c’è il verde degli alberi
nuovo ma non del tutto, m’assopisce
una serenità senza motivo, viceversa
vorrei spaccare il mondo (ma non
per vanagloria, anche in segreto) oppure
morire e questo comunque accadrà:
ho trovato per terra un rubinetto:
non so dove incastonarlo, lo appoggio
sulla scatola di legno di un gioco sciangai
che non apro da prima del trasloco.


1969, 2025

Lo stato d’animo psicofisico di certe mattine
non è diverso dai sedici anni, c’è una patina
sugli occhi o sul mondo, non so a quale lato
aderisca e una nausea a dover cominciare
a far cose mai piene, un po’ assurde, come se
fosse un dovere minimale alzarsi
e vivere, mentre altro, altro, altro…

È il 1969, è il 2025, però adesso
è più vicina la scadenza, ho una valigia
di noia e gioia e dolore e smarrimento
e meno forza nelle gambe per andare
sia pure, come sempre, senza meta:
e gli occhi e il cuore e il cazzo, gli essenziali
strumenti umani, sono meno pronti.

E il mondo, gli ideali? La vittoria
del Vietnam non portò che dittatura:
rieducare puttane addirittura
come la più feroce inquisizione
d’un’azione cattolica, e l’America
difendeva capitali, non diritti
e oggi sappiamo che così fan tutti:
però succede qualcosa di buono
in qualche casa di periferia.

E ogni tanto mi sveglio, m’infurio
o mi sostiene un qualche desiderio
o una rabbia o un amore, che tutto
fosse inutile infine lo sapevo
già da bambino (“è un bambino vecchio”
dicevano gli adulti indifferenti)
e allora avanti, avanti, piedi flosci,
anime rotte eppur bisogna andar:
con-qui-stare la nostra sepoltura
dove splende il sole-che-non-c’è.

(Nel cortile in via Mercanti bei ragazzi
e ragazze grazie a dio un poco nude
ridevano, saltavano, si davano
spintoni con il ritmo della musica:
giocavano così come si lotta
da cuccioli di maggio, ed è normale:
affronteranno il tempo
delle nuove galere
e ad aspettarli fuori rimarranno
i nuovi sogni, le nuove primavere.)


LA NATURA

Sul bus ventisette due vecchiacce
inveiscono contro le erbacce
che andrebbero falciate
e contro gli immigrati
che infestano, e se li arrestano
rispuntano il giorno dopo
come, del resto, le erbacce
nella madida bella primavera.

Loro invece, come me, sono vecchie
e non rispunteremo, io però
canticchio: evviva le erbacce
e abbasso il giardiniere, evviva
le ragazzacce, abbasso
chi le vuole prigioniere.
La natura è feroce di suo:
perché ancora volete infierire?


CANT ESPIRITUAL

Lo spirituale? Era Marta che usciva
dall’ampio bagno del vecchio club Arci
con riflessi di sperma al decoltè
e a seguirla un ragazzo, mai lo stesso:
e dopo un’ora era un altro a passarci
e lei non si puliva, a mezzanotte
aveva poppe lucide, glassate
mentre beveva un gin fizz al bancone.
Ma questo mica sempre! Solo se
era uscita di casa in armonia
e buon umore: di giorno insegnava
in una scuola, non è sempre uguale.
Nel vecchio club certe notti suonava
qualcuno bravo, la chitarra, il piano:
io leggevo talvolta qualche verso.
Una o due, oltre a Marta, dispensavano
grazia soave nel bagno del club:
un gioco al volo oppure una premessa
d’un proseguire in camere, in alloggi.
Marta però di più, non si discute:
era lei la regina che nutriva
di cibo spirituale l’Arci club.
Spirituale, perché non si sapeva
né se né come né quando né chi
e nemmeno perché: era un mistero
di bellezza di quelli che il rosario
mai osò contemplare. Poi quel tempo
è passato. Invecchiato io potrei
come dicono dire: “non ci sono
più gli Arci di una volta” – ma confido
che ci sia altro, che forse non vedo:
nei circoli serali come in cielo.

[Marta è un nome di fantasia. Il contenuto di questi versi è frutto dell’invenzione dell’autore. Ogni riferimento a luoghi o persone o fatti realmente accaduti è da ritenersi puramente casuale. Il Cant espiritual del titolo è quello celebre di Joan Maragall, che si pone una domanda a mio avviso fondamentale per l’inimmaginabilità dei paradisi d’ogni religione: «què més ens podeu da’ en una altra vida?»]


DICE

(Gli dice: se non l’avessi incontrata,
non sarebbe stato meglio per te?)

China il capo. Per lei forse
sarebbe stato meglio, il destino
è spostato da piccole cose
e ho colpe.

(Insiste: non guardare a tue colpe
né al destino di lei, dico per te
se tu non l’avessi incontrata:
non avresti provato il dolore che provi.)

Scuote il capo. Incontrarla per me è stato
la più grande fortuna della vita:
essere stato con lei, accanto a lei:
un dono inaspettato, immeritato.

(Ancora insiste: ma avresti incontrato
forse altre, in altri amori più sereni
e non meno profondi, e più felici
e più lunghi, non avresti conosciuto
il vuoto, la tragedia.)

Adesso è spazientito: sono cose
semplici, ma faticose a dire, perché
mi fai stancare? Il dono è stato
lei, non gli amori sereni e felici:
non c’è nulla con cui lo scambierei.

(Non la smette: se tu non l’avessi
conosciuta, non potrebbe mancarti
quel dono! e altri avuti ne avresti
forse migliori, come puoi negarlo?)

Si arrabbia quasi: tu non fossi nato
non ti sarebbe mancata la vita:
non avresti saputo. Ma sei nato.
Io per la mia fortuna l’ho incontrata.

L’amore, se esiste, è questo che fa
insostituibile ciò che è stato ed è e sarà:
oltre il piacere o il dispiacere, è
la cosa in sé, la cosa in te, il miracolo
di una vita che mentre è la vita
mortale, è già altro per sempre:
contiene tutto, non si scambierebbe
con altro perché non c’è dell’altro
fuori da lei e me: e se nel tempo
del calendario fosse solo un giorno
insieme, è un giorno che non può finire.

È un dono irrevocabile, non è
una merce da rendere al negozio
perché non calza bene, ma non è
nemmeno una stazione d’un cammino
ascetico per renderti migliore
in scale verso qualche paradiso
meritocratico, né la costruzione
d’una via via più sana relazione:
non è un progetto, un domani, un sarà,
né un ricordo, né un ieri, né un fu:
non è un se avessi, un se fosse: è un è.

Però mi stancano queste parole:
lo vedi, non lo so bene spiegare:
sono contento di averla incontrata.
È preoccupante cercare di spiegarlo.
Non è ovvio che ognuno e ogni cosa
è insostituibile in eterno?

Le parole confondono. Più parlo
meno sono sicuro. Uno spirito verboso
ha separato inferno e paradiso
dimenticando che l’inferno è il paradiso
per chi se ne innamora e il paradiso
è l’inferno per chi se ne annoia:
questa è roba reale.

Sull’indicibile le parole ronzano
come le mosche sulla merda o sul miele.
Non lo posso evitare, mi fermo
in un punto qualsiasi
per la stanchezza, non la compiutezza.


QUESTA BREVE SCONNESSA VITA QUA

Mi scrive un amico stamattina
“dobbiamo essere toccati da tutto”
e penso: purché il tocco sia leggero
o l’anima abbia pelle di rinoceronte
altrimenti non passi la notte;
e un’amica mi scrive stamattina
“mi sembra tutto faticoso
e una vita da criceti sulla ruota”:
i Whatsapp che ricevo di mattina
non è roba da poco. Nel frattempo
un papa qualsiasi, antifemminista
e proselitista, è normale, mi mandasse
lui un Whatsapp, lo troverei banale.
I vangeli sono fiabe ma qualcuno
citasse almeno Matteo 10, 34-36:
no, sono buonisti da centro commerciale,
il buonismo crudele. Tutti i popoli abitano
su terre in cui hanno distrutto e sterminato:
Homo sapiens è una specie auto-predante
e benché sia scoraggiante
è da qui che dobbiamo partire
(se lo vogliamo) per fare, per sentire,
per essere toccati.
All’amica dei criceti ho risposto
ungarettianamente alleggerendo:
“si sta come in gabbietta
sulla ruota i criceti” – ma è difficile
davvero, è difficile. Aggiustare
le cose in questo mondiccio di mezzo
dominato dall’inesistentissimo linguaggio
forse è impossibile: o si fugge in un etere
silente e pieno di … … … … (ciò che
darà sostanza a parole come “amore”
o altre meglio, pronunciate da nessuno)
o si fugge nell’odore altrettanto silente
di un pube di ragazza da leccare
per me ormai pure arduo da trovare.
Ma sono casi estremi, sono casi sopra e sotto
(non importa quale sopra e quale sotto)
il rigo: dentro il nostro pentagramma
la musica obbligata è parole parole
pace pace amore amore libertà
tutta roba rosicchiata da tarli inammissibili
e ci si dà nella migliore delle ipotesi
una mano a sopportare, navigare
questa breve sconnessa vita qua.


IL NERO D’OLTRE LUNA

Sugli sposi, per zoppe praterie
scende un nero di cielo d’oltre luna
piena, futuro, presente, passato.
Inonda: hanno sperato attraversarlo
fino a rive, ma non ci sono rive
quaggiù e riverbera il nero (lontana
la fredda luna) su un rosso incupito
da caligini a tutti gli orizzonti.
Non si distingue risacca da onda
nel mare che dovrebbe dare vita:
la fioca luce è di pesci d’abissi
irraggiungibili? È forse un fondale
questo pianoro di solchi d’inciampo?
È per un gorgo che sono arrivati
qui gli sposi delle nozze impossibili
promesse un tempo in un sogno di boschi
incamminàti, non incamminàti?
Per zoppe praterie si chiude un nero
da zolle storpie, dove il germinare
s’è strozzato in errori. Separàti
prima della pienezza degli abbracci
da coltri e vomeri d’agricoltori
d’altre colture, si ritroveranno
su praterie dove sicuro è il passo
a ogni viluppo d’erba, liberissimo?
Non lo sappiamo. Il nero d’oltre luna
è ciò che pare sia comparso un attimo
durante la caduta, il resto è ignoto.


GLI ABBRACCI

Vanno e vengono gli abbracci, il desiderio
di darne e averne oscilla, senza un ritmo
che tolga ansie e raddolcisca attese.

Lo imparo eppure non lo imparo: il grano
d’amore che c’è in ogni relazione
sguscia negl’incavi dei labirinti
che c’erano sui tappi delle bolle.

Ed è subito molto, è inutile cercare
(e poi perché?) di farlo stare piccolo.
E può svanire…

Tu dimmi qualcosa, anche solo una sillaba
per tranquillizzarmi. Non è un diritto, lo so:
infatti te lo chiedo per favore.


SORELLA

Qualcuno dice
che dovrei lasciarti andare:
è morta, lasciala stare. Qualcuno
sembra dirlo per mio bene, come se
fosse un sollievo la dimenticanza.

Qualcuna, donna, pare infastidita
in femminismo estremo
da (cito) “una sorella parlata da un uomo”:
tu che sorelle non ne hai mai avute
e credo mai cercate.

Non mi arrabbio, vedo la sofferenza
(la loro) in queste frasi; quanto a noi
potremo forse discorrerne ancora:
la morte è solo una contraddizione
perché o non è morte e tutto vive
per sempre, o se è morte allora tutto
è già morto, poiché morirà:
non se ne esce, a me piace pensare
che noi potremo forse ridiscorrerne.

Intanto in questo intervallo che s’accorcia
(e vorrei meglio accorciare, prima che
diventi storpia bavosa vecchiezza:
ma questo pare sia vietato dirlo
nel magnifico mondo del progresso)
ti penso e cerco e (benché in sogno) vedo:
ne abbiamo attraversati di grovigli
e il mondo resta un nido
di rovi e di serpenti – fra le spine
e le spire c’è qualche sorriso
scappato via per sbaglio e tu e io
di che reggimento siamo, sorella?


STRANO STRANIERO

«Da dove arrivo?» – pensa – «Non ho
una terra d’origine, un luogo
a cui voler tornare. Si direbbe
che io sia uno di qui, così è scritto
sui documenti e in qualche
vago ricordo, mai primario. Eppure
non è mia lingua madre questa in cui
da sempre mi dibatto cercando
di capire e capirmi, di amare e amarmi.»

Così pensa. È uno strano straniero
visibile e invisibile, non sa
mai se ha compreso, se è compreso:
si muove incerto, timoroso, nemmeno
a sé stesso sa dire le cose:
è attratto, è respinto, non sa
come fare, si arrangia, va in giro.

Sono parte di tutti i problemi

06 domenica Apr 2025

Posted by carlomolinaro in prosa

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impegno civile

Ottenere da un governo fascista l’ergastolo per il femminicidio è un precedente per altri ergastoli e per altre repressioni – ci passano accanto, nella forma truffaldina del decreto legge, norme liberticide contro ogni forma di dissenso. Io non invocherò mai l’ergastolo per nessuna cosa, che sia femminicidio o pedofilia o strage o guerra o sterminio. Il carcere è una barbarie che va gradualmente superata, senza eccezioni.

Dire che la donna ha sempre ragione e l’uomo ha sempre torto e deve stare zitto non è solo divisivo e quindi funzionale al potere delle classi dominanti (divide et impera) ma è anche 1) fascista, perché è sempre fascismo zittire delle persone, qualunque cosa esse esprimano, foss’anche la più reazionaria delle idee; 2) patriarcale, perché non riconosce alla donna il diritto universale di essere a volte stronza, vendicativa, calunniatrice, criminale, deviante: riducendola così a creatura inferiore, limitata.

Censurare delle parole, qualsiasi parola, e rallegrarsi di questa censura, è un precedente per la censura di altre parole e, alla fine, di tutte le parole. Censurare delle espressioni artistiche (o non artistiche: chi decide l’arte?) è l’anticamera del buio più fitto e totale. Cancellare pensieri, parole e opere del passato perché non conformi a nuovi princìpi che si ritengono assoluti, è il macello che fu operato ed è operato ancora dalle religioni e dai fanatismi: sapete quante meraviglie dell’antichità classica distrusse il cristianesimo giudicandole blasfeme?

Parlo liberamente perché per tutta la vita sono stato parte di tutti i problemi che ho attraversato. Ho sofferto il patriarcato quando nessuno lo nominava, nessuno lo considerava esistente, perché non mi riconoscevo in ciò che la famiglia, l’ambiente, la società e la cultura chiedevano a un maschio di essere. Prima di rendermene conto, sono stato devastato dal patriarcato, come tanti. Ciò non significa che io fossi omosessuale (una scorciatoia anche questa): significa che ero diverso, ero a modo mio, ero affascinato dal femminile delle donne e della natura in un modo mistico che nessuno capiva. Non esistono solo due generi, no; e non esistono solo due o cento o mille o centomila modi di essere, ne esistono infiniti.

Qualche giorno fa un’amica, impegnata da anni nella difesa dei diritti e del dissenso, mi ha detto che una sua conoscente l’ha criticata per essere amica mia: non dovresti frequentare Molinaro, è uno che fotografa le donne nude e giustifica la prostituzione come fosse un lavoro qualsiasi. E qui siamo alla delazione minacciosa, alla “zona di controllo del vicinato” (inquietante iniziativa indicata da cartelli in certi comuni con disinvoltura, come fosse indicare la zona residenziale dei trenta all’ora). Sì, mi piace fotografare donne nude, è molto bello, spero di trovare ancora qualche modella disponibile; e sì, considero il lavoro sessuale come una professione da riconoscere e legittimare. E dunque?

Si espellono, isolano, criminalizzano persone per una singola idea, un gesto, una parola, un gusto, una sfumatura: questo si chiama epurazione, queste sono le famose liste di Stalin. Questa è la vittoria definitiva del grigio carro armato della potenza ottusa. Ed è, soprattutto, la fine della vivacità della mente e dello spirito, la fine del progresso culturale e umano, la fine della libertà.

Ho combattuto da solo lotte femministe in luoghi e tempi dove nulla di ciò esisteva. Mi sono ribellato all’asfissia della famiglia tradizionale, al soffocamento dell’amore nel possesso e nelle regole, alla cupa gelosia, alla fobia di ogni diversità. L’ho fatto persino prima di sapere che lo stavo facendo. Ho commesso anche migliaia di errori, ho nel curriculum migliaia di cazzate, la mia vita è stata un continuo sbandare tra fioche luci di lente scoperte e inciampi in filamenti di buio.

Ma sono stato pure in prima linea in cortei di operaie del vercellese, anni Settanta, che lottavano sì come donne, per la parità in tutti i campi, però non si dimenticavano l’altra fondamentale lotta: quella contro il padrone, lo sfruttatore, lo schiavista; quella contro la classe dominante, senza distinzione di genere – alcuni degli attuali capi dell’oppressione del mondo sono donne, una l’abbiamo al vertice del nostro governo.

Ricordo un corteo in cui tenevo uno striscione, forse era il 1971, un’operaia che lo reggeva accanto a me disse a un suo compagno di lavoro: tienilo tu lo striscione, non farlo portare a uno studente, non siamo capaci di portarlo da noi? Diffidava di un liceale, presumibilmente borghese, ed era comprensibile: può uno con gli studi pagati non essere un nemico di classe? Forse può, ma era meglio stare attenti.

Continuerò ad andare – in silenzio – alle manifestazioni femministe, a essere presente, a documentarlo, l’ho fatto appena l’altro ieri sera in piazza. Sperando che “non una di meno” sia sempre solidarietà offerta e non reggimento di leva obbligatoria: anche un sorellanza imposta è un sopruso, qualcuna può non voler essere né sorella né amica. Ogni persona è una persona, la fluidità è di tutto l’essere. La libertà è la libertà.

Tantopiù ora da vecchio parlo con serenità. Ripeto: per tutta la vita sono stato parte di tutti i problemi che ho attraversato. Esiste un altro modo di attraversarli?


Scritto il 6 aprile 2025.

La sera per Cri a Garessio

28 venerdì Feb 2025

Posted by carlomolinaro in poesie

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Tag

amore e morte, scenari, voce

Poi mi è sembrato che fosse tutto inadeguato
e confuso, sgangherato
ciò che si diceva, soprattutto da me
prolisso sempre, ma anche dagli altri
nella sera, e dopo un attimo
di disagio ho pensato: è meglio
così, ci mancherebbe
che riuscissimo a dire cose
adeguate, precise, centrate:
tali da ridurti a un discorso dicibile.

No! Ma è bello, io credo (a me sembra bello)
portare a gente diversa, riunita
perché il deserto rallenti di crescere
il suon della tua voce
sottile ponte verso l’infinito
che da prima sapevi e ora sei.


Scritta il 28 febbraio 2025.

Orzo notturno al bar Sophie

10 venerdì Gen 2025

Posted by carlomolinaro in Senza categoria

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Tag

scenari

Prendo un orzo notturno al bar Sophie.
Un barbone entra, camminando
con difficoltà, si siede, ordina
un caffè, dispone le sue cose
intorno al tavolino, mangia
brandelli di cibo tolti da sacchetti:
passerà qui una parte della notte
con modica spesa
e senza il timore che qualcuno
voglia assisterlo troppo.
Il barista, straniero, viso buono
gli serve il caffè con garbo, poi
chiude meglio la porta, fuori
è freddo, ma ugualmente un uomo
compatto sta seduto nel dehors.
Un altro è appena uscito, impugna
la bicicletta e va. Il barista mette
un po’ di musica, è ospitale qui:
si fa quel che si può. Mi sento bene
come dove non si scaccia né trattiene:
le mie filosofie, leggo una pagina
d’un libretto, bevo l’orzo, aspetto
ancora un poco, poi pago
un euro e trenta, esco in strada, vado
per la piazza, lentamente, verso
il privilegio caldo della casa.


Scritta il 10 gennaio 2025.

Alcune poesie scritte nell’ultimo quadrimestre del 2024

05 domenica Gen 2025

Posted by carlomolinaro in poesie

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BUS 21

In via Scialoja volevo prendere il 52
ma c’era il 21, raro, e ci sono salito
per provarlo. Fa corso Venezia, che una volta
erano due vie con in mezzo la ferrovia
che adesso è sepolta. Passa anche
davanti a un posto dove hai dormito due notti
quando non sopportavi più casa mia
– non sopportavi più di abitare con me –
e cercavamo, quanti alloggi cercavamo
con me come improbabile garante
“è mia nipote” “sono un suo amico”

ma intanto continuavamo a parlare per ore
sulle panchine, e ti accompagnavo
e venivo a prenderti in stazioni, bagni pubblici
o mansarde d’emergenza, era intatta
la nostra intimità, ti aiutavo
a trovare un posto che non fosse con me
io che con te avrei abitato sempre:
mi viene in mente una canzone di Vecchioni
però è diverso, non ti aiutavo ad andare
ma a rimanere viva, non sono riuscito.

Sai, credo che ci amassimo, senza poterlo sapere
“forse non lo sai ma pure questo è amore”
per restare a Vecchioni, ma è diverso anche lì:
è tutto diverso, sempre tutto è diverso.

Passando davanti a quella specie di collegio
in corso Venezia, ci ho rivisti entrare
poi io tornare, portarti del mangiare
nella camera, e il mattino dopo a prenderti
per altri giri che si doveva fare.

Brillava ancora della luce, brillava
con fatica, attraverso rovi fitti
come quelli che avvolgono i castelli nelle fiabe
per incantesimi di streghe – ma brillava.

Cerco di respingerla la domanda banale
ma nell’ingrigire della sera, un’altra
sera, con un poco di vento
dopo il caldo del giorno mi sale
nell’empito sciocco d’un pianto: perché
l’hai fatto?


CHE NE DICI?

Quinto piano, ma la discesa nel cortile
(Torino finge di essere piana)
lo fa sesto. C’è un basso fabbricato
che poteva disturbare, e forse la scala
appoggiata alla ringhiera ti è servita
per una più sicura traiettoria
che lo evitasse, giù giù fino al profondo
del piatto cemento, disadorno, illacrimabile.

Perfezionista! Eppure ti hanno portata
viva all’ospedale, le sirene nel coprifuoco
della notte di luna piena limpidissima.
La morte ha lavorato due o tre ore
per prenderti, ma giocava sicura:
non era rimediabile il macello.

La grammatica vorrebbe il passato
remoto: cosa rende remoto il passato
più della morte? Ma non riesco. Sono stato
con te su quel balcone, è l’ultimo
posto insieme, prima che tu escludessi
dalla tua vita me e poi te stessa.

Ieri ho notato che l’ultima riga
dell’ultimo biglietto scritto a mano
prima del volo, “voi fate come vi pare”
può assomigliare al “va bene?”
sul biglietto dello scrittore
di cui condividi le iniziali
(anche lui il 27 e luna piena).

E non ci si può credere (tu sì)
ma scrivo queste cose tristi e inutili
e anche leziose, futili
per distrarmi da un nero più nero
per lenire un dolore più dolore
che nel silenzio cresce insopportabile
– è strano, forse è omeopatico, tu
che ne dici?


SERA, CASA

È scesa la sera, ho dato
l’acqua alle piante sul balcone:
il fico, la conyza, le belle di notte,
la portulaca, un rampollo di quercia,
i gladioli, la calancoe, la stipa, le patate,
la menta e altre di cui non so il nome
portate dal vento.

C’è musica dal festival nel parco
della Confluenza, la finestra è aperta
sulle quinte del mondo, su una sparsa
rappresentazione rumorosa
di nulla e di tantissimo, dovrei
fare qualcosa?

Passa una sirena d’ambulanza
– no, forse polizia, è più rabbiosa.
Dovrei fare qualcosa?
Non chiudo porte, lascio scivolare
(inerte) la battaglia delle cose.


RITROVAMENTI, MONDI

La bellezza non manca, è l’erba
nelle scanalature del marciapiede
dove scorre, ora che piove, dell’acqua.
Ma sono stanco, di me, delle parole.

Stendermi su queste mattonelle
fra cui fugge la pioggia, fuggire
anch’io, inabissarmi per tornare
dal nulla in forma d’erba, esprimere
senza necessità un colore: morire
un poco dolcemente, che pretese.

Nemmeno questo credo. Svanirà
persino il sogno, il mare del dolore
ha soltanto illusioni come approdi.
Basta sciocchezze. Ora nel bus su un foglio
che traspare da una borsa di plastica
retta da un uomo triste, si legge:
oggetto: richiesta pagamento.

Basta sciocchezze. Si va come tutti
in questo gioco d’orrore e compiacenza
che non è gioco. Rimanga modesto
come l’erba il mio fantasticare
ritrovamenti, mondi.


DI GIORNO

Ogni tanto ti vedo, in un voltarmi
soprattutto di giorno, di mattina
sei una fantasma diurna, solare

invisa ai demoni, ai rapaci oscuri
famelici: la luce ti dà forma
e trasparenza, che hai sempre avuto

e così lieve mi parli e mi tocchi
che con tutta la scienza e la ragione
io non ci credo che tu non ci sia.


COMUNIONE

la cosa migliore
ancora meglio che fare l’amore
era, lo sai, guardarti dopo, sul letto
rischiarata dormire nel miracolo
che benevolo illuse

breve, per sempre
ieri ho cambiato le lenzuola
sono fresche, profumano, dai
sotto le specie del vuoto e del silenzio
io lo so che ci sei


NON SONO UN BUON CONSOLATORE

L’amica migliore invecchia e deve
ancora lavorare, è stanca, domanda
perché tutto ciò, il senso, io non so
rispondere, ovviamente, passano
i giorni e spesso ciò che faccio mi sembra
un passatempo nella sala d’aspetto
d’un aeroporto, in attesa del volo
verso il nulla. Poi può bastare un soffio
di odore fresco da un vicolo
a tirarmi su per un minuto, questo
può bastare a me, però non consola
né risponde. Lei è sempre anche bambina
come tutte quelle con cui sono riuscito
ad avere relazione, e i bambini non li inganni
con le buone intenzioni e i buoni sentimenti.

Eppure guai a chi non viene ingannato!
Il vero è insopportabile, l’apparir del vero
fa miseri cadere – ma, certo, si possono
fare cose, ieri abbiamo parlato
bevendo qualcosa di questa follia che monta
verso una guerra e tutti sono imbambolati
come fosse ineluttabile, io le ho detto
che un secolo fa dovevano almeno fare
la fatica di montare i giovani su ideali d’odio
(il maledetto tedesco, il maledetto inglese
secondo i turni) e adesso invece basta
muovere automi con levette in alto
e sfruttare sadismi generici – però
forse dicevo per dire, non so, dicevo
per distrarre in angosce planetarie
l’angoscia personale, poi non so davvero:
l’uomo è crudele da sempre, rispecchia
la natura che a sua volta è crudele
e totalmente priva di ogni senso o scopo.

Poi la vita è bella, è bella, siamo riusciti
a inventare la bellezza e persino l’amore
che se ti prende ti trasforma in un breve
dio, e la dialettica, litigare solleva
e la contemplazione e la filosofia
e l’arte e la poesia e vari altri rimedi:
anche il canottaggio, mentre scrivo ricevo
messaggi da nipoti che vincono gare.

Sì, nasciamo e moriamo come i lombrichi
o i conigli, peraltro ho visto conigli felici
mangiare assorti foglie di erbette e catalogna
e vedo te, e me, e loro, e noi
con questo bisogno di essere e non perderci
mi concedo il sogno di paradisi di conigli
celesti erbette eterni abbracci amorosi
e nessuna morte, nessuna, nessuna:
non è che ci credo, lo sogno, d’altronde
chi ti dice che non sia sogno tutto
eccetera eccetera, adesso mi fermo
perché il pensiero non m’invischi
(via, via dalla rete da pesca del pensiero)
e comunque no, non sono un buon consolatore:
l’amica migliore invecchia e deve
ancora lavorare, speriamo che incontri
spesso qualcosa che la faccia sorridere.


LA PICCOLA DISPERSA

La calda luce fioca
dai vetri del palazzo
è vietata alla piccola
dispersa. Poi, esiste
quella luce solenne
o è un trucco?

Perché lei è fuori?
Per che colpa o mancanza?
Ne ha un vago sentore
ma non lo sa dire.

Ci sono fuochi tiepidi
nell’umido velato
dell’insidioso bosco.
Chi li accende? Perché?
È trappola, è conforto?

L’odore punge, eppure
fra i rovi e lo scosceso
è buono, è suo: esiste?
Accoglie, quel chiarore?

La piccola dispersa
senza nessun sentiero
cammina, s’incammina.


1° OTTOBRE 2024

Nella luce grigia un vecchio
si sveglia lentamente, osserva
la finestra, sente torpide sul letto
le gambe deboli e qualcosa
in gola, si alza, lo prende
un terrore sottile di ogni morte
ma soprattutto, lo ammette, la sua:
la strage più vicina di bambini
è quelli dentro, che giocano ancora
e non sanno che è già quasi finito
persino il ’24, chi l’avrebbe mai detto:
e teme il restringersi, il passare
per informi penombre, prima: meglio
sarebbe cadere d’un tratto, a capofitto
in quell’orrido immenso, pensa
che ha avuto, immenso, un amore
tardivo che nell’orrido abisso
si è lanciato via dal labirinto dei dolori
o chissà, e ha portato con sé
molto di lui: se solo riuscisse
a credere di raggiungerla, ma dov’è
tutta l’erba seccata negli autunni?

Esce, compra in farmacia dell’aspirina
e prende un cappuccino sotto gli alberi
“va già bene” “com’è?” “tiriamo avanti”
è tutto così assurdo, guarda i vecchi
che vanno lenti, le ragazze veloci:
la radio del chiosco dopo la musica dice
che Israele invade coi carri armati il Libano
e nel viale gli schiavi in automobile
premono verso il lavoro, è tutto
così assurdo, guarda intorno smarrito
la gente “siamo tutti persone” ma cosa
significa? perché nessuno urla
e se uno urla lo chiudono in reparti?

Cammina, va a sedersi più in disparte
all’Arrivore, verso il fiume, qui
c’era una volta un campo nomadi, adesso
è prato e alberi e qualche panchina
più solitaria, più lontano dalle prefiche
e dai motori, l’erba è verde come fosse
primavera, si dirizza nella brezza
e c’è un’appena percettibile fessura
d’azzurro su nel grigio: lo spiraglio.

Si dà dell’egocentrico: è soltanto
che sono vecchio io, tutto procede
in meraviglia e crudeltà millenaria:
nel tardo Medioevo ritornando
dal Santo Sepolcro i principi cristiani
per non perdere il gusto del massacro
ordinavano bambini, da rubare
ai contadini e li immolavano in sevizie:
fioriva intorno asfodelo e lupinella
e certamente qualche innamorato
incantato sognava la sua bella:
posso sognare anch’io, questa mattina
qui – pensa il vecchio, sognare
che è viva tutta l’erba che è vissuta
e lei e io e tutto il sangue versato
sarà rubino d’un’aurora mistica
o altre sciocchezze così, confortevoli.


UH!

Bello questo breve tornare di sole sulla collina
dopo un giorno di pioggia, gli ho fatto
un video dal balcone; più bello osservare
accovacciata a gambe aperte sul prato
una ragazza pisciare – occorre scrostare
qualcosa che mio malgrado m’ha incrostato:
anche quando dico “non ho bisogno
di piacere a nessuno” so che invece
ho bisogno di piacere a qualcuno, ho capito
che sono io il mio ipocrita lettore, pur avendo
deposto tutti quegli arnesi arrugginiti
(la noia, il pugnale, il peccato, l’errore)
con cui ancora giocava Baudelaire.

A mani nude e anima nuda resto
ugualmente ipocrita lettore, un censore
con brevi trasgressioni, fessure
nel manto opaco dell’approvazione:
detta anche (per eufemismo) riconoscimento
o accettazione, o salvezza: oh, la cerca
chi si dà fuoco col gasolio in piazza
o è crocifisso o contempla la medaglia
dei quarant’anni in Fiat o un bambino
che ha appena massacrato o generato:
uh, tu le sais, hypocrite Dieu, mon semblable!

Già è cambiato il cielo, s’annebbia, nessuna
ragazza è qui a mostrarmi uno scroscio
di scintillante piscio, dall’altra finestra
denti di monti in una riga chiara
sotto sbuffi di grigio si disegnano
per un attimo ancora, bello è anche
questo grido finale del giorno, migliore
sarebbe esserci labbra d’una donna
per un bacio, un pompino, la mia mano
accarezza sé stessa e si trova cangiante
instabile, ora fresca di ragazzo
ora molle di vecchio, ora già putrida
inesistente. Le parole, l’essere,
uccidere tutto per essere innocente!

(Avere almeno il coraggio di chiuderla qui
senza quegli altri versi dopo, attenuanti.)


TEMPO, GRIGIO

Il cielo è grigio ed è tutto troppo
poco ed è troppo, posso descrivere
questo grigio, è diverso da ogni altro
ha sul crinale della collina un bagliore
che non è proprio un bagliore, è più
il punto dove una ferita sbiadisce
e quasi guarisce, staccandosi dal lembo
scuro ancora d’una futura cicatrice
e più su le sfumature sono penne d’uccelli
appena visibili, o nemmeno, inventati
e già non ci sono, e più in basso
gli alberi fitti sono un grigio più torbido
e si scende così fino ai tetti delle case
color mattone polvere, ma questo
cos’è? È solo un mattino grigio
diverso ma uguale a tutti, che ognuno
se alza gli occhi lo vede o non lo vede
e nulla cambia, qualcuno inciampa, qualcuno
è malato, ci sono i pensieri, i bambini
gridano, un cane abbaia in automatico
quando passo al settimo piano, è sospetto
chi non prende l’ascensore, c’è il dolore
e c’è questa cosa che non c’è ma si può
rappresentare a piacimento, con talento
o senza, un drago? un drago fauci aperte
che tutto inghiotte e nulla è più, un vento?
un vento cattivo che tutto cancella
persino la terra su cui ha cancellato
baggianate, fratelli artisti, baggianate
basta dire il tempo, senza aggiungere
vorace che è superfluo, il tempo procace
casomai che ci attrae nel suo turgido grembo
a nascere (se no dove?) coi suoi falpalà
di nubi grigie o azzurre o anche rosa o cobalto
per far rima con alto, poi ci scaccia
ma prima ci schiaccia, per gioco, come rospi
sotto tacchi a spillo di signorine distratte
un drago? un vermicone aspirapolvere
che succhia pure le parole, così scrivo
moncherini consumati, qualcuno
ne salva poche, stagliate, e va via prima.


LEGGERE L’OROLOGIO

Ho imparato a leggere l’orologio
e il calendario, so che fra un’ora sarà buio
anche se adesso, oggettivamente, non lo direi.
Il cielo inganna e la notte viene di colpo
o al massimo con un breve segnale
straziante di tramonto colorato
ma se piove o il cielo è coperto, nemmeno.

Questi calcoli non cambiano nulla:
si fanno per giocare, come gli anagrammi
divertenti di un nome o togliere le foglie
da un tavolino per metterle in tasca.

Tu arrivi quando arrivi e quando arrivi
già da prima ci sei. Ora è comparsa
la luce della casa in Liguria d’autunno:
t’avevo messa a dormire nell’unica stanza
la cui finestra non dava su un abisso.

Quando volevi stare sola uscivo
come un fantasma, la sera ti mettevi
accanto alla vetrata, confusa col mare:
“è bello, qui” dicevi, sapevamo di essere
nel paese che sta sotto la diga crepata
e sapevamo disperderci e aspettare
senza nessuna sicurezza di trovarci
sapevamo molte cose, molte cose, niente.


IL NIPOTINO A LEZIONE DI CANTO

Dei suicidi non hanno pietà, scrive
Ilaria, citando forse De Andrè, e infatti
resta lo stigma, come per le streghe
e le puttane: nel Seicento sarebbe
stata bruciata sul rogo: ammazzarsi
era punito con la morte, nel caso
non fosse, il reprobo, riuscito a morire
di sua mano: un paradosso tragico.

Se invece c’è riuscito, ringhiosi
non possono colpirlo, ma gli negano
ciò che possono, sacrata sepoltura:
«sta bruciando all’inferno», dichiarano
nel loro millantare millenario
i brutti sacerdoti. Ma Cristina
annota l’attimo prima del volo:
«io ho salvato la mia anima».

E scrive Monica: «non voglio essere
ricordata come brava ragazza»
e tutto è stanco e confuso, mi sono
fatto adesso, di malavoglia, la barba
per non spaventare le maestre del nipote
che vado a prenderlo a scuola.
Meno si crede più si urla, per essere
spaventapasseri al nulla avvoltoio.

È pïetà riannodare la vela
mentre si squarcia, fare dei ricami
per abbellire il corso del naufragio.
Ma poi non tiene: ogni confortatore
ti viene a noia se avverti distinto
lo stacco del fasciame, il duro irrompere
dell’acqua nera dove ammutolisce
ogni speranza o sogno o rimorso o ricordo.

Ma sì, per oggi prendo il nipotino
e lo porto a lezione di canto, cantare
lo fanno anche gli uccelli, si avvicina
a quell’idea di un ponte-che-non-c’è
verso un altrove-che-non-c’è, qualcosa
di novissimo, di là da ogni stupore
o parola o pensiero: che io per consolarmi
mi dico: è naturale che non so.


SERA, PIOGGIA, 26 OTTOBRE 2024

La pioggia lava via del dolore?
No, ma può servire
cominciare con una frase banale.
Abbassare le ali.
Dopo una masturbazione, disteso
una ventina di minuti di benessere:
resta il modo migliore.
Poi cena, due cachi che li chiamano loti
e si diventa lotofagi.
Una fatica mentale entrare nel supermercato
ma, signori, il cibo c’è ed è vicino.
Come si può!
Solo in certi momenti le parole
sgorgano e si compongono da sole:
è comodo, non ho che da trascriverle
in fretta, prima che perdano forma
et voilà la poésie. Intera.
Scrivere solo in quei momenti! Peraltro
non v’è certezza che non ci sia inganno:
è insidiosa la divina ἔκ-στάσις.
No, mi tocca scrivere anche in altri
momenti, più artificiosi, come adesso, come
una masturbazione
(che va studiata, soprattutto alla mia età:
magari un porno adatto, o pensieri
ma i pensieri inciampano, introducono
disturbi) per una ventina di minuti
di benessere. Sopore buono, non sonno.
Sopore, sapore. Solo un’imitazione
di quando m’assopivo in pomeriggi
da bambino e sentivo un odore
metafisico (sì, metafisico)
che mi portava in luoghi miei, sicuri.
Era breve anche allora, è sempre breve:
il grosso del tempo è la persecuzione
delle sciocchezze e della morte.
Le sciocchezze! Quante, quante!
Ora non devo cedere alla tentazione
di elencarne: è fare il loro gioco e poi
mica si è d’accordo su quali cose lo siano!
E qui, e là, e là, e qui, così, cosà, sussù, mavà.
La pioggia lava via del dolore?
Potessi ancora guardarti dormire
accanto a me nel letto: è stato quello
il sublime, nel mio piccolo: sublime
(lo definisco) è ciò per cui dici
nonostante le sciocchezze e la morte:
“sono contento di essere nato” – è solo
la mia definizione, nel mio piccolo.
Abbassare le ali
per consapevolezza o per proteggere.
Ogni tanto la mente, per fortuna, va via
e lascia spazio.


ROSE MARIE KENNEDY, AHOO DARYAEI

D’altronde, una sorella di John F. Kennedy
fu lobotomizzata perché esuberante
“cattiva ragazza”, a 23 anni, con la sua
“condotta sessuale libera e disinvolta”
danneggiava l’onore della potente famiglia.

Era il 1941. Nel 2024 la
“condotta sessuale libera e disinvolta”
che sia in privato o in pubblico, che sia
tanti ragazzi a scuola o spogliarsi su un palco
o essere poligame o fare del porno, che sia
star nude al fiume o amare altre donne, che sia
per gioco o arte o guadagno o lavoro
o protesta o inclinazione o carattere, che sia
insomma in qualsiasi modo/motivo (dovrebbe
essere insindacabile il modo/motivo), la
“condotta sessuale libera e disinvolta”
poco è perdonata dalla tetra maggioranza
a ogni donna. C’è gente che ha voglia
di ayatollah e taliban oggi qui
da noi, d’altronde se no
perché avremmo un governo fascista volgare
vomitevole vergognoso ma anche
tanti “compagni” bacchettoni, orribili?

Sarà difficile creare un movimento di solidarietà
(la maggioranza non lo vorrà:
altri lo abbatteranno con i se e con i ma)
per la ragazza di cui nemmeno si sa
con certezza il nome, Ahoo Daryaei
è al momento soltanto un’ipotesi.

L’hanno già portata, pare, in manicomio
e hanno già trovato uomini della sua famiglia
a dire che è pazza, squilibrata, d’altronde
succedeva in Italia negli anni Cinquanta
(mentre io nascevo) che molte, moltissime
ragazze chiuse in manicomio (documentatevi!)
lo fossero per nient’altro che una
“condotta sessuale libera e disinvolta”.

Abitano, i persecutori persiani
anche dentro gli avventori dei nostri bar
(fighetti in centro o malavitosi
in periferia è uguale) – abitano
nelle nostre famiglie con televisione
e pure nelle scuole – abitano
nel frastuono dei centri commerciali
ammiccanti ma corretti, abitano
dappertutto. Sarà difficile
creare un movimento di solidarietà
per la ragazza in mutandine e reggiseno
sulle scale dell’università
di Teheran, o per Gaza che è lo stesso
massacro del potere, benché
lo capiscano in pochi…

Sono scarso nella cosiddetta
poesia civile, perdonatemi, ma questa
cosa dovevo scriverla, pazienza
se ogni parola è svuotata e rivoltata
e dà nausea, inutile sussulto.


PENNE RIGATE

Occorre usare parole ruvide
perché la glassa della retorica
ci metta di più
a farle sdrucciolevoli.

È, in questa feroce melassa
di rancore odio e bacetti
una battaglia persa:
ma guadagniamo tempo.


SEI TU DENTRO GLI SPASMI IMPROVVISI?

Mi è compulsivo scindere o agglomerare
le parole in modo improprio, ho scritto
nel titolo di un video “con corde” e subito
ho pensato “concorde”, mi sono sentito
frastornato e subito “fra stornato” ho pensato
e i traumi, in tedesco Traum è sogno, ho pensato
trasognato, tra sognato e non sognato, certo
il pezzo di carta sulla porta
che dice che sei morta
mi sembra di no, è rimasto impigliato
fra cornea e retina, dove non c’è
interpretazione – dice così? Oh, sciocchezze:
le morti piovono, “i bambini di Gaza”
e l’odio verso le ragazze nude
sui social e tutta quell’intontita
sciatteria “non puoi essere femminista
se difendi la Palestina che è islamica
e opprime le donne” – ma cosa dicono?
dicono così? ogni frase è un cigolio
d’applausi e ostilità ma soprattutto
vigliaccheria, schizoide è il mondo
non tu – ma schizoide sedato, gli hanno
fatto prendere le loro medicine
– è stato facile, va bene così, mi è più chiaro
adesso che fra le ossa fini
dilaniate non potevi respirare senza ridere
e provo a ridere, ogni tanto mi viene
un’inspirazione improvvisa violenta
uno spasmo del petto come un sospiro isterico
non è importante, forse
sostituisce l’ispirazione
delle parole morte, les feuilles mortes
un colpo di vento, un colpo
senza parole, che passa indescritto
e s’attenua così, come un’ansia nascosta
o un ruscello insabbiato, ho pensato
ai ragazzi al fronte, Trento e Trieste, corso Belgio
il Piave e la Dora, gli inganni, sedemmo
ancora presi a un miraggio di spacco
aperto verso diserzioni possibili
– ecco, bastardo, arriva il ritmo del verso
e si unge di tutto quello schifo
che lustra il lusso dei muri, se lo rompo
tace – fosse almeno silenzio
ma brum, brum, brum
dentro e fuori la testa
neanche più intonate sono queste sirene
ti prendono con gancetti duri
e faccine, aderiscono al velcro dell’anima
e la strappano via, come salvarla?
io non lo so, poso lo sguardo su un ramo
da cui giallissime svolano foglie
o fra le cosce d’una giovane sul bus
ci dev’essere, ci… no, non è che ci deve
essere, può, forse può
– sto diluendo, mi faccio ribrezzo
sei tu dentro gli spasmi improvvisi?


FORTUNA

Stasera, dopo una giornata bolsa
ho pensato che tu non sei stata
l’amore che succede una volta sola
nella vita, no, tu sei stata l’amore
che se non si ha una fortuna pazzesca
nella vita non succede, si sta senza.


IL CEDRO DI CHIERI

Mezza luna stasera, la mezza che rimane:
sta calando, in un cielo stellato, guardavo
oggi Andrea guardare un albero, mi è
balenato che gli alberi potessero tenervi
in salvo, eravate arborei, io invece
solo uditore, osservatore, inviato
nel paese straniero, chissà come
ti potevo tenere, così quasi analfabeta.

Ma nulla ha retto: l’amore è una resina
rara, di buon odore, può unire le dita
alle dita e le anime insieme, giocare
a impiastricciarsi, ridere persino
e credere, sperare. Siamo stati al cinema
e a una mostra ed è strano, sono cose
da farsi, in guerra, fuori dai rifugi?
Ora, dopo la bomba, dove sei?


ASCOLTA I TUOI RECLAMI
(lettura di poesie al bar Sophie)

Ho organizzato
una lettura di poesie (tre,
scelte a caso, va bene)
di Andrea Gruccia
da “Blu oltreamore”
al bar Sophie, ma senza farmi accorgere:
al tavolino, con un cappuccino.
È andata bene, nessuno ci ha badato.
Uscendo in strada ho sentito
come avere dimenticato
qualcosa, non avere pagato:
mi sono fermato
un tratto, ma no
l’euro e quaranta alla barista
l’avevo dato, giusto, senza resto.


NESSUNO AL SICURO

Dopo ogni attentato adesso scrivono:
“Nessuno è più al sicuro”
ma quando mai si è stati al sicuro
negli ultimi quattro miliardi di anni?

Non sono convinto
che abbiano scritto sempre così.
Piazza Fontana, piazza della Loggia
e la stazione di Bologna, scrissero
“Nessuno è più al sicuro”?

È difficile andare a vedere
sui giornali di allora, non ancora
digitalizzati, ma mi sembra
che non scrivessero così.

Eppure ci stava: una banca, una piazza,
una stazione dei treni, chiunque
poteva passarci: nessuno al sicuro.
Ma non c’era ancora l’ossessione.

Adesso c’è, e ci fregano alla grande
con la paura onnicomprensiva.
Ci assicurerebbero, pagando, anche il culo
contro i danni da diarrea ai pantaloni.

E su tutto, su tutto, seminano terrore:
la bomba, il virus, il ladruncolo in bus
e persino una lesbica è nemica
del tuo stare bene
del tuo stare bene
nella gabbia, con un tozzo di pane
da fotografare con lo smartphone:
non uscire mai, mai, mai:
pensiamo a tutto noi.


ZOAGLI, DICEMBRE ’24

Dalle piante che crescono qui intorno
Andrea ha spremuto una foglia di aloe,
ne esce un gel che fa bene a tante cose,
e una di eucalipto, esce un aroma.

Abbiamo guardato il tramonto a Camogli
e parlato di cose: di te, della fine
del sistema solare, gigante rossa, nana bianca,
dei colori delle case nei paesi,
di ragazze anni Settanta, di focaccia,
degli odiatori di Ambra Bianchini,
di una motocicletta, di bellezza, a Genova
abbiamo parlato con una puttana in vico del Pelo
e con un barbone, ex giardiniere, a Brignole
e abbiamo cenato in un cinese a Chiavari…

Ti ricordi, in questa casa sulla scogliera
stavi seduta sulla poltrona accanto
alla finestra, era novembre, ti stavi
allontanando, avvicinando, facevamo
pochi giri, la spesa a Rapallo.

Diranno che è eccessivo ossessivo o ridicolo
ma non importa, ci sono io e non loro
nella mia pelle e distintamente sento
che hai diviso il mio tempo: c’è un prima
e un dopo averti conosciuta, appartiene
a ogni cosa, a ogni senso o ricordo.

Il mio tempo. Ma il tuo? Tu l’hai troncato
e questo è impossibile, si dovrà ricucire
quando anch’io sarò polvere, o dopo,
quando il sole sarà gigante rossa
e cenere la terra, o ancora dopo,
quando nulla sarà e quindi tutto.

Il cielo è stellatissimo e la sera
benché invernale è mite, sarebbe
divino stare con te sul balcone:
tu con il tuo cappottino all’antica,
io con il vecchio montgomery verde
per cui un poco mi prendevi in giro:
lo uso ancora, è piegato sulla sedia.


PARTIRE LEGGERI

Confessare di esistere è una condanna a morte
(C. P.)

quella condanna a morte
del confessare di esistere
può essere sgomento, confessando
(a sé, all’altro) confessando
accorgersi che
ciò che confessi esistere
non esiste più
(è esistito?)

esce come sangue
da ferite il sentire, non c’è
realtà – inutile
il taglio, il dolore

così anche un’idea
appena prende forma
(o quasi, o sembra che)
altra idea la deforma
in un perenne silenzioso allarme:
gratificarsi di questo (progresso?)
è una simulazione

dubito ergo frangor
in un bordo dello spettacolo
si stacca pelle da pelle

vorrei confessare
ma non mi ricordo
e allora sì, un naufragio
farsi macchia di sartie

divenire, svanendo, il mare
a cui fissavi l’occhio
già senza corpo, già
fluttuante, in qualche modo
che qui non si può dire

– può essere! – non so
interpretare, è clangore
di opposti o di confusi
mi stacco dalle cose
ed è forse bene partire leggeri
al viaggio-che-non-c’è



SEGNALI

Cerco segni, come il bambino cerca
le tracce di una madre, o surrogati:
quella madre che sei tu stesso ancora
eternamente, come non è stato:
un ricordo che crei l’essere stato.

Segni, segnali, una traccia di stella
o il muoversi modesto di una foglia
o un conosciuto odore, connessioni:
anche voci da muri, lo schioccare
di un mobile di legno. Qualche cosa
da cui trarsi, a cui trarsi, per tenersi
da questo retrocedere nel buio.

Bagliore in cui trovare delle forme
che, riconosciute, aprano il varco
d’una rivelazione: è qui il paese
di te e dei tuoi, qui vale il passaporto
tenuto in serbo in un luogo sicuro
con il tuo nome, il suo, i vostri nomi:
è davvero così, non potevate
sapere, ritornate nell’abbraccio:
scioglierlo non fu colpa ma il passaggio
dei mari lunghi, amore, libertà.

Amore, libertà. Cerco segnali
ma il buio si fa denso come il corpo
e più non mi distinguo dalle pietre
che la valanga sgretola, dai molli
lombrichi inghiottiti, dal racemo
spogliato che marcisce nella pioggia:
non mi distinguo più da me. Perché
ho il dono di sentirmi essere nulla?
Non è contraddittorio? Così cerco
nei sussulti ostinati, dei segnali.

Correr-se als pits

05 domenica Gen 2025

Posted by carlomolinaro in poesie

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eros

Ha le tette tinte con dieci mani di sperma
la puta catalana del Raval: la prestazione
più economica è questa, sborrare
fra le poppe, lui masturbandosi senza
toccare lei, solamente spruzzando:
poi esce dal separé ed entra un altro
e benché costi poco è conveniente
per la guarra perché ciascuno dura
pochissimi minuti. In certi pomeriggi
qualche ragazza si dedica a questo
specialisticamente: ne passa
dieci di fila, senza lavarsi, soltanto
spalmando un poco lo sperma: da qui
la situazione che ho scritto al primo verso.

E queste poppe laccate dal seme
di dieci uomini a strati mi pare
un’immagine di grande potenza
erotica, la ragazza dovrebbe
(a volte lo fa) posare per foto
sorridendo sovrana e sontuosa:
rallegrata del frutto nel suo seno
raccolto, coltivato, guadagnato.


Scritta il 5 gennaio 2025.

Solidarietà con le vittime di ogni patriarcato

10 domenica Nov 2024

Posted by carlomolinaro in altre cose

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impegno civile

La dottoressa Rokhsare Mkhani Ph. D. si è fatta una passeggiata a Londra in Trafalgar Square con lo stesso abbigliamento per il quale la studentessa Ahou Daryaei a Teheran è stata arrestata, dichiarata pazza e fatta scomparire. Una manifestazione solitaria bella, una provocazione intelligente, tesa a dimostrare, soprattutto, che in un Paese civile quel livello di nudità del corpo femminile è accettato senza problemi, anche su una pubblica piazza.

Quel livello: certo, ci sono livelli, è probabile che completamente nuda non possa girare nemmeno nel Regno Unito. Livelli, periodi, situazioni: in Catalogna, a Barcellona, ogni tanto qualche ragazza si fa un giro tutta nuda per i quartieri storici e non le succede niente di male – conosco di persona una che lo ha fatto. A Torino il livello reggiseno e mutandina credo sia accettato. Sul finire dell’estate una sera notai sul bus 2, nella selvaggia periferia, una fanciulla che indossava un top a strisciolina che copriva molto meno di un normale bikini; e, di sotto, una minigonna microscopica. Scese in via Bologna fra case popolari e capannoni abbandonati, credo per raggiungere un locale che sta in fondo a via Paganini, tra selvagge boscaglie postindustriali. La si guardava, ovvio, questo è naturale, era molto bella, la guardavo anch’io; ma non le accadde nulla di spiacevole. Naturalmente, se le fosse accaduto, il coro delle matriarche e dei patriarchi bigotti sarebbe stato pronto con il mantra “se l’è cercata”.

Come “se l’è cercata” Ahou Daryaei a Teheran – ma in quel caso credo che sapesse a che cosa andava incontro. Purtroppo in Italia la solidarietà con lei è tentennante e dubitante, c’è persino chi dice che è tutta una montatura per distrarci – ma distrarci da che cosa, dico io? E c’è chi dice che davvero è pazza e davvero l’hanno ricoverata per curarla, per il suo bene. E c’è chi dice che le tradizioni di un Paese vanno rispettate – anche quando sono massacri? Ho letto persino uno che, con una giravolta di logica eccezionale, sosteneva che la difesa delle libertà sessuali (e dunque anche corporee, nudità inclusa) è una cosa chic dell’élite LGBTQ+ che è un pilastro del capitalismo dell’Occidente dominante corrotto ed è quindi strumento di oppressione dei popoli (popoli sani e casti) e quindi se ti mobiliti per Ahou Daryaei sei al servizio di Elon Musk – dunque la vera rivoluzione è lasciare che gli ayatollah la uccidano – come hanno già ucciso altre per “colpe” simili. Fortuna che Rokhsare Mkhani (e, spero, non solo lei) la pensa diversamente e si mobilita.

Ma nel complesso il nudo femminile qui solleva nebbie di malumori, fra ancestrali micidiali pudori (ha ucciso più il pudore che la mitraglia), forti residue incrostazioni maschiliste patriarcali, e “corretti” timori del suo uso strumentale commerciale: meglio dunque non solidarizzare troppo, alla fine, con una che va in giro mezza nuda a Teheran, o tutta nuda a Milano in una manifestazione politica o in una festa o in una qualsiasi altra occasione.

Sull’uso commerciale voglio spendere due parole in più. Ogni uso commerciale di qualsiasi cosa contiene del fastidioso; c’è chi è colpito più da un dettaglio chi da un altro; io per esempio sono fortemente infastidito dallo scempio delle parole, tipo quando ti “offrono emozioni” o addirittura “libertà” (con un’automobile, con un caffè) o ti “regalano sorrisi” (in un supermercato) eccetera.

Le immagini cercano di essere accattivanti, e una bella nudità femminile lo è, la ammiriamo dalle statue greche al palco di uno spogliarello, dappertutto, mi spingerei quasi a dire che è “naturale”, pur conscio del pericolo che c’è in questo aggettivo.

Che dunque ne esista anche un uso commerciale è ovvio: di tutto esiste anche un uso commerciale o promozionale o almeno accattivante. Non può essere questa una ragione per ostacolarne la piena libertà. Sarebbe come sterminare le famiglie tradizionali perché spesso vengono usate dalla pubblicità per vendere armadi o tisane o detersivi.

Che poi: recentemente ho messo in rete un video a cui tengo, una poesia di Cristina Paolino letta da me al Concertino dal balconcino incastonata dentro un pezzo degli MCCS cantato da Daria Spada. Al momento di scegliere la copertina del video (che è la prima cosa che si vede, per caso o per ricerca, prima di aprire il video) ho considerato che c’erano fondamentalmente due inquadrature possibili: o Daria che con un bel toppino nero elegante mostrava cantando in lieve giovinezza il petto, l’ombelico e la parte settentrionale dell’inguine; o io che in maglietta e pancetta e canizie, curvo nel crepuscolo della vecchiaia, leggevo dal libro. Secondo voi quale ho scelto?

Divagazioni a parte, ci vuole più impegno, più ribellione, più solidarietà con Ahou Daryaei, che è vittima di un femminicidio non meno di una fidanzata ammazzata da un ragazzo geloso qui da noi: in entrambi i casi ha un ruolo di primo piano la “tradizione”, che se qualche volta (secondo me raramente) è un filo di sviluppo fertile, spessissimo è invece un intruglio viscoso, colloso, che impedisce il progresso, l’evoluzione, la crescita, la libertà e anche – sì – la felicità.

E sia lode alle ragazze nude, dappertutto e per qualsiasi motivo. Dove più possono stare nude, c’è anche più libertà politica e più diritto sociale per tutti. No? Non mi credete? Prendete un atlante geografico e fatevi un giro nelle nazioni del mondo: vedrete che sono rare le eccezioni a questa correlazione che notavo già decenni fa. Anche all’interno dell’Occidente: in Europa una donna in spiaggia può stare in topless (su varie coste anche nuda) mentre negli Stati Uniti no, guai a scoprire un capezzolo. E infatti l’Europa è più democratica e civile, in tutti i campi, che l’America. In questo periodo, almeno; il futuro poi non lo so, non sono un indovino.

Ma, insomma: solidarietà a tutte le vittime del maschilismo, del patriarcato, della bacchettoneria, dell’oppressione pudicoreligiosa, della crudeltà delle buone famiglie, e della tradizione. Pace a voi, ciao.

1° ottobre 2024

01 martedì Ott 2024

Posted by carlomolinaro in poesie

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cose di dentro, riflessioni

Nella luce grigia un vecchio
si sveglia lentamente, osserva
la finestra, sente torpide sul letto
le gambe deboli e qualcosa
in gola, si alza, lo prende
un terrore sottile di ogni morte
ma soprattutto, lo ammette, la sua:
la strage più vicina di bambini
è quelli dentro, che giocano ancora
e non sanno che è già quasi finito
persino il ’24, chi l’avrebbe mai detto:
e teme il restringersi, il passare
per informi penombre, prima: meglio
sarebbe cadere d’un tratto, a capofitto
in quell’orrido immenso, pensa
che ha avuto, immenso, un amore
tardivo che nell’orrido abisso
si è lanciato via dal labirinto dei dolori
o chissà, e ha portato con sé
molto di lui: se solo riuscisse
a credere di raggiungerla, ma dov’è
tutta l’erba seccata negli autunni?

Esce, compra in farmacia dell’aspirina
e prende un cappuccino sotto gli alberi
“va già bene” “com’è?” “tiriamo avanti”
è tutto così assurdo, guarda i vecchi
che vanno lenti, le ragazze veloci:
la radio del chiosco dopo la musica dice
che Israele invade coi carri armati il Libano
e nel viale gli schiavi in automobile
premono verso il lavoro, è tutto
così assurdo, guarda intorno smarrito
la gente “siamo tutti persone” ma cosa
significa? perché nessuno urla
e se uno urla lo chiudono in reparti?

Cammina, va a sedersi più in disparte
all’Arrivore, verso il fiume, qui
c’era una volta un campo nomadi, adesso
è prato e alberi e qualche panchina
più solitaria, più lontano dalle prefiche
e dai motori, l’erba è verde come fosse
primavera, si dirizza nella brezza
e c’è un’appena percettibile fessura
d’azzurro su nel grigio: lo spiraglio.

Si dà dell’egocentrico: è soltanto
che sono vecchio io, tutto procede
in meraviglia e crudeltà millenaria:
nel tardo Medioevo ritornando
dal Santo Sepolcro i principi cristiani
per non perdere il gusto del massacro
ordinavano bambini, da rubare
ai contadini e li immolavano in sevizie:
fioriva intorno asfodelo e lupinella
e certamente qualche innamorato
incantato sognava la sua bella:
posso sognare anch’io, questa mattina
qui – pensa il vecchio, sognare
che è viva tutta l’erba che è vissuta
e lei e io e tutto il sangue versato
sarà rubino d’un’aurora mistica
o altre sciocchezze così, confortevoli.


Scritta il 1° ottobre 2024.

Le serrande

03 martedì Set 2024

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore, cose di dentro, scenari

Dove va questo semigiovane obeso,
mezza cicca in bocca, la barba di ieri,
la borsa degli attrezzi a tracolla
e un’altra borsa in mano, la giubba
blu? Va forse ad aggiustare una serranda.

Lo riempirei di botte. Mentre io
non posso parlarti né sentirti, non posso
scriverti né sapere come stai, lui va
ad aggiustare una serranda, come se vivessimo
in un mondo normale
con serrande da aggiustare.

Gli spaccherei quella faccia di sebo
inespressiva, non contenta non triste,
gli schiaccerei sui denti quella cicca:
va ad aggiustare una serranda
così, come fosse normale, come se
esistessero davvero le serrande
e le cose

mentre io non posso scriverti né parlarti,
non posso vederti, non posso
sapere come stai. Lo ucciderei.


Scritta il 1° settembre 2018.

La puttanella di Monte Mario

31 sabato Ago 2024

Posted by carlomolinaro in poesie

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bellezza, eros, scenari

La puttanella
di Monte Mario
quando c’è un uomo
apre il sipario.

Questi quattro quinari di poesia non eccelsa
ma, va detto, tecnicamente perfetti
erano la didascalia di una fotografia in bianco e nero
su un giornaletto porno degli anni Settanta.

Non era nemmeno una foto di grande formato
occupava solo un quarto della pagina
il paginone era riservato alle prime dive emergenti.

L’anonima puttanella di cui poco sappiamo
forse Monte Mario era solo per la rima
dischiude appunto la rima
vulvare, usando l’indice e il medio
della mano destra mentre sta accovacciata
a gambe aperte
nuda tranne le calze e il reggicalze
che erano (sono) una sorta di livrea.

La metafora del sipario è calzante
(nelle riviste porno lavorarono autori valenti):
la ragazza apre i labbri della vulva
come lembi d’una cortina di broccato
aprendo un ampio boccascena che fugge
in quinte umide ombrose
verso il nocciolo profondo dell’intreccio
d’ogni umano teatro.

È un gesto che sempre m’ha eccitato e commosso
(eccitazione e commozione si assomigliano, sono
vibrazioni ribelli del corpo e dell’anima).

Non so se Neruda ce l’avesse in mente scrivendo
«te pareces al mundo en tu actitud de entrega»:
io lo interpreto così, la poesia appartiene a chi legge:
veo entrega (y mundo) en ese coño abierto.

È un gesto sacro, solenne, non volgare:
il volgo ad altro è votato, non lo pratica.

Quell’apertura di sipario invita
a entrare in scena, soltanto in fantasia
come nel caso della foto porno
in bianco e nero, oppure per davvero
in amicizia o amore o in altri casi
versando un obolo, nulla di male:
spesso si paga il prete per la messa.

Al teatro Alcyone, sempre anni Settanta
un operaio che lo frequentava
ed era valente fresatore e semiologo
mi spiegò che delle otto, nove, dieci stripteaseuse
che si succedevano sul palco, quelle che
si aprivano il gioiello con le dita
le ritrovavi nell’attiguo bar
pronte a salire in camera, era un segno.
Non ho verificato la sua tesi.
La realtà è assai più complicata
– l’idea era comunque suggestiva.

La puttanella di Monte Mario
immortalata ad aprire il sipario
avrà avuto dieci anni più di me
quindi adesso, se in vita, è un’ottantenne.

Vorrei dirle che m’ero innamorato
che il giornaletto a lungo ho conservato
poi, lo sappiamo, quasi tutto va perduto.

E l’autore dei quattro quinari?
Io con versi non credo migliori
quel gesto l’ho cantato, per esempio
in un libro dell’ottantotto
che adesso, con i potenti mezzi
della modernità
metto la foto della pagina qua.

E nella realtà? Qualche compagna
e qualche amica e amore me l’hanno concesso
dal vivo e da vicino il gesto bello
– è un gesto solenne e commovente davvero:
non c’è nessuna ironia nel mio dire:
se per vostra convenzione la dovete inventare
fate almeno il favore
di non attribuirmela.

E qualche modella, delle dieci o dodici
che nella vita mi sono concesso, perlopiù
modelle “da fotoamatori”, qualcuna
aveva come tutto portfolio
un selfie nello specchio, una si meravigliò
che volessi fare delle foto, insomma
simpatiche ragazze, guadagnavano
qualche soldo così, non osai
(timido) chiedere l’apertura del sipario:
un paio lo fecero spontaneamente
e fecero bene.

La puttanella
di Monte Mario
quando c’è un uomo
apre il sipario.

Andrebbe messo in qualche antologia.
Ci sono antologie di tutti i tipi.
Ritrovare l’originale non dovrebbe
essere impossibile ma è difficile:
è roba di prima dei motori di ricerca.


Scritta il 31 agosto 2024.


Le nove e mezza e una foto di Cristina

07 mercoledì Ago 2024

Posted by carlomolinaro in poesie

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cose di dentro, scenari

Le nove e mezza. Il cielo
ha ancora una luce sua
ma non abbastanza per illuminare le cose.
Finisce il giorno. Non ho
voglia di cena, ho mangiato un biscotto:
e scrivere, non dovrei scrivere, ma
non so che cosa fare.
Andare ancora in giro, sono stanco.
Ho sistemato due vasi sul balcone:
la portulaca e una quercia:
adesso sono grandi uguali
pur avendo destini d’altezza diversa.
Ho guardato qualche minuto di porno
ma non riesco nemmeno a farmi una sega.
Un libro, un film, non ho nessuna voglia.
Così scrivo, è un riempitivo.
Posso scrivere anche sgangherato
o forse no: un ritmo, un’eleganza
sempre mi giudica e attrae
e se la manco provo fastidio e colpa
come colui che tradisce sé stesso.
Rinunciare, rinunciare
a queste pretese. Riguardo una tua foto
(cerco sempre, alla fine, tue cose)
che non abbiamo messo nel libro
perché non eravamo sicuri se fosse
una foto scattata da te o a te:
nel libro abbiamo voluto mettere
solo roba fatta da te, un criterio
doveroso e rigoroso. È pur vero
che anche la modella è autrice delle foto
(odio i fotografi che non la citano col nome,
benché a volte sia lei a non volerlo)
ma se avessimo aperto
alle foto dove agisci da modella
(alcune sono dei capolavori)
nascevano problemi perché nelle migliori
sei nuda, naturale, bellissima
e per alcuni questo genera problemi
che sono poi i soliti, come altri più gravi
ma simili, è quasi un unico problema:
il problema dell’inadeguatezza
non di te al mondo ma del mondo a te.
Questa che oggi riguardo mi piace
perché evoca molto, è una ragazza (vestita)
che scende, sì, diciamo, in una selva oscura
con rami secchi, eppure non sembra
andare incontro al male: c’è una luce artificiale
debole, che rende visibile
la scena, ed è spettrale ma non proprio spettrale
– non sono obbligato a trovare aggettivi.
Scendi, forse sei tu nella foto e la scattò
qualcuno, scendi ma sei esploratrice, fiduciosa
che ci sia, lì dentro, un cammino
non smarrito, forse solo nascosto.
Un bosco buio dà sempre timore
(io mi ci perdo in pochi passi) ma tu
eri e sei creatura di bosco, credo l’unica
di cui lo si può scrivere
senza che sia né lezioso né retorico.
Così ho scritto, mi sono fatto aiutare
da te ancora, sono passati tre quarti d’ora
e adesso il cielo è nero, non c’è più
quello squilibrio delle nove e mezza
che aveva luce ma non dava luce.


Scritta il 3 agosto 2024.

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