La parrucchiera in via Livorno

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In via Livorno strisce di rose
s’alternano a erbe incolte vigorose
in proporzione che a me pare giusta
fra cura e non cura, fra volere
e lasciare che sia. Il mattino di maggio
è bianco afoso, sudo nella maglia
senza fastidio. Lentamente cammino
con la borsa della spesa: ho comprato
due o tre cose più o meno necessarie.

La parrucchiera scopa via la polvere
dal gradino del moderno negozio
con scritte inglesi sui vetri: extension
in offerta. È bionda, graziosa,
muove la scopa in cerchi d’una danza
rituale, chissà se lo sa. Parrucchiera,
tu che conosci l’arte, se accetto l’offerta
potresti farmi un’extension dell’anima
perché io capisca davvero la tua vita,
perché non sia un’arcadia d’imbecille
mostrarti qui l’erba incolta, le rose?


Scritta nel 2017.

Le ciliegie di Jessica

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Tornando a casa da Porta Susa in via San Donato ho comprato cicoria e sedano dal fruttivendolo, che alla fine non è che costino di più, e non avevo voglia di entrare in un supermercato, i supermercati mi agitano, infatti al supermercato prendo il carrello anche se devo comprare due cosette che potrei tenere in mano, lo uso come deambulatore, mi dà sicurezza d’appoggio perché lì dentro mi gira la testa, quindi se posso evito, dunque ho comprato cicoria e sedano nella bottega del fruttivendolo, e c’era un banchetto di ciliegie, belle davvero, sei euro al chilo, mi sono detto ma sì, mi tolgo la voglia, prendo mezzo chilo, che poi non è tanto sei euro al chilo le ciliegie, devi calcolare che è lungo raccoglierle, un po’ come i mirtilli, si lamentano che i mirtilli in città costano un sacco e in montagna è pieno, sì però allora vai tu per i sentieri e vedi quanto impieghi a fare un chilo, io ci ho provato, non siamo sfruttatori, il lavoro si paga, insomma compro le ciliegie e la ragazza al banchetto, mai vista prima, mi chiede se le ho assaggiate, e io le dico che no ma mi fido, e lei dice «io sono Jessica» e fin qui non capisco il nesso ma aggiunge «sono io che le produco», è lei che le produce, cioè i suoi alberi, penso, non proprio lei, lei le cura e le raccoglie, appunto, è un lavoraccio, belle ciliegie davvero, poi mi dice anche il cognome ma ecco che mi è già sfuggito, mi viene Mongrando, Jessica Mongrando ma quasi sicuramente non è vero, Mongrando è un paese che fra l’altro non credo sia da ciliegie, lei mi dice il cognome così poi la trovo su Facebook con la sua produzione di ciliegie, ma io l’ho già dimenticato, niente, potrei mettere in Google «Jessica ciliegie», non so, una volta una storia è cominciata con una ragazza che una sera in un pub mi aveva detto solo il suo nome di battesimo e il suo paese di nascita, non so perché il paese, ma me l’aveva detto, e poi io avevo messo in Google solo quelle due brevi parole, tre lettere il nome e quattro il paese, e avevo trovato tutto tutto, prodigi della rete, ma «Jessica ciliegie» non so se funziona e poi non so se ho voglia di cercarla, è carina ma cosa possiamo fare insieme nel mondo, credo niente, ormai sono maturo e mi pongo queste domande, comunque il cognome mi sa che l’ho proprio dimenticato, la memoria è così, adesso mi è venuta in mente la massaggiatrice che mi massaggiò quando ebbi la polineuropatia nel 1982, Amalia Varano, no non è vero, Amalia Marano, con la emme, mai più vista da allora, perché mi ricordo le cose che non servono? Jessica mi ha venduto le ciliegie e la storia finisce qui, non tutto è eterno, lo sto imparando, lo dirò orgogliosamente alla psicoterapeuta, mi accorgo adesso che scrivendo sono passato dal passato prossimo al presente, è successo dopo l’inciso dei mirtilli, stilisticamente è criticabile però non importa.


Scritto nel 2017.

Amore mio

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Che stanchezza, amore mio, in questa dolce
sera di maggio, tu sei nella tua casa e io
guardo fermarsi il treno, a Vercelli, ci salgo.
Quanta gente sul treno, quanti treni
e quanto tempo, amore mio, che bravura
per dirlo buono, il tempo, per cogliere
queste altre rose, questo ennesimo crepuscolo
che lentamente scompare sui denti dei monti
alla mia destra, mentre il treno corre.
È per te che vorrei sentire buona
questa stanchezza, serbarci una voglia
d’abbraccio inerme. C’è l’ultima luce
sulle risaie, nel tempo che lo scrivo
non c’è già più. Ho faticato a conservare
bellezza in vasi che ho poi rovesciato
dalle finestre, pensando che fosse
mia missione, servizio generoso,
mia redenzione. Amore, che stanchezza:
la gente sale e scende, cerca posto
per sé e le valigie. Io senza bagagli
mi rannicchio vicino al finestrino,
vorrei darti le cose che non ho.


Scritta nel 2017.

Della prostituzione

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Il desiderio di calore di pelle,
di fragranza di seno, d’umidore
di grembo fresco odoroso, di pube
salino, di solco luccicante
come fra palpebre, il desiderio
di fiato nei capelli, d’eco
incarnata d’orizzonti, di guizzo
di membro agli orli, di sapore
di schiena, di collo, di quiete
sussurrata al traboccare, d’umore
versato e colto, il desiderio
che in fondo è semplice, ma più in fondo
è complesso, divino, se non può
appagarsi in miracoli concordi
di reciproca pura attrazione,
allora piuttosto che millantare
confusi ambigui amori
con spergiuri, ridicole finzioni
fintamente credute, volgari sottintesi
in progetti collusi, è meglio, molto meglio
un biglietto da cento, ricevuto o dato,
è onestamente, lealmente, qualcosa.


Scritta nel 2017.

Su una foto d’una festa in campagna

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Sei seduta per terra, accanto
alle tue amiche sul dondolo, spesso
tu sei così, le tue amiche
sembrano più grandi, più mature e tu
– anche se siete della stessa età –
quella che ruzza nel prato, che chiede
e rifiuta, appartata, orgogliosa
bambina. Sei a fuoco
su un piano diverso dal loro, nell’immagine,
diversi sono gli orizzonti anche se
state insieme in una festa in campagna
ai primi d’aprile, che è quasi Pasqua e quasi
il compleanno del tuo secondo figlio.

Sei quella che apparecchia, che va a prendere
la birra in frigo, sei quella che guarda
attenta – eppure no, non guardi davvero,
qualcosa ti distoglie. Mi assomigli,
io ne resto convinto. Le tue amiche
sono colte, hanno lauree e citano
libri che non sai. Hai vissuto più di loro,
sgobbato in alberghi tedeschi, studiato
pose d’arte in atelier di Barcelona,
una ruffiana t’ha portata a Madrid
per cavalieri di riguardo, hai scosso il capo
su sontuosi banchetti, deplorando
lo spreco e il lusso, hai scopato con l’autista
del bus, anziano, mite, e con l’atleta
africano che ti lancia in volteggi
in un settembre di periferia.

Scettica curiosa, nel tuo disincanto
t‘incanti come davanti ai saltimbanchi
la contadina. E hai della contadina
gli occhi larghi, i fianchi sgarbati
bellissimi, bellissimi.

Sei seduta per terra, i capelli
raccolti in un codino. Fai disegni
col dito sulla ghiaia, sogni mondi
dove il respiro unisce nel suo ritmo
la terra e il cielo, poi finisci
di preparare il dolce, lo cospargi
di fiori piccoli, ben disposti in cerchio.

Sono convinto che tu sappia benissimo
quanto ci assomigliamo. Ma la versione ufficiale
definitiva sarà che fu tutto un mio delirio
importuno, l’invenzione d’un ossesso
dentro un’infatuazione. Ha pecche,
da sempre, la storia del mondo.


Scritta nel 2017.

Una breve esistenza

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Sul lungopò ho osservato turbinare
nell’aria i batuffoli dei semi;
più in giù, verso l’acqua, fiori
bianchi a ombrello, non so il nome della pianta.

Il fiume andava lento, sotto il cielo
rannuvolato. Poi mi sono seduto
nel dehors del Family Bar di corso Brianza,
l’unico aperto nella zona. Scrivo
su un tovagliolo di carta. Amo questo,
le case l’erba l’acqua le persone:
amo le cose
e con lo sguardo attribuisco loro
sollevandole in nitida luce
una breve esistenza, prima che
risprofondino nello sfocato
divorare, divorarsi, nella legge
della natura oscura.

Uscito alla porta il barista
fuma una sigaretta, legge
sul telefono qualcosa.


Scritta nel 2017.

Non so fare necrologi

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Non so fare necrologi. Di me
vorrei nessuno s’accorgesse: – Molinaro,
è da un po’ che non lo vedo. – È morto, non lo sai?
– Oh cazzo, ma dai!

E venissero alla spicciolata nei giorni
ai superstiti rari pensieri
spontanei

non valeva in fondo granché
era simpatico a volte, ma stronzo
non si ricordava i miei regali
s’è perso molte cose
parlar amb ell un cop, potser, al final
era molto disturbato, no?
quella volta nell’albergo sul fiume
he was my pen friend when I was young
troppe poesie, solo qualcuna bella
un bambino egoista
si lavava pochissimo i piedi e le ascelle
non ascoltava

pensieri spontanei che proprio in quanto tali
non posso immaginare

e qualche battuta: – L’avremmo saputo
tutti subito, se dalla bara si potesse
scrivere su Facebook…

Non so fare necrologi, né
moltissime altre cose.


Scritta nel 2017.

Carmen technicum

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Il segno disegnato da Saussure
a me pare una macchina celibe:
ha due facce che fra loro comunicano,
significante e significato, ma il significato
non è le cose. Le cose stanno fuori,
appena sfiorate da un debole nesso:
funziona il segno solo dentro sé.
Racconta Franco che Adelaide Petz
von Drauenau diceva che l’osmosi
parola-realtà finisce già in Kant:
ma che faremo dunque? Le cose,
le cose, furibondo folle amore
che anche quando s’apre ti respinge,
che anche se risponde t’abbandona
al tuo gioco di segni, di sogni. Non so:
m’accusano talune femministe
di ridurre a oggetto le donne.
Hanno ragione, a volte, però sbagliano
verbo: non ridurre ma innalzare
a oggetto contemplabile, stupendo
senza limite di lingua o relazione
come un paesaggio, un elefante, un treno,
un vortice di foglie dietro un tram,
l’odore d’una piega di mucose:
l’assoluto ineffabile oggetto
(ma ineffabile è simile a nefasto,
in-ex-fa-bilis, ne-fa-stus
fa- ri, fa-tus, φημί, dal principio
la lingua, beffarda, si autodenuncia
e non si pente) – l’oggetto
vero che siamo, sotto l’essere persone
significanti, celibi: non posso
spiegarlo – è naturale che io non possa,
è come dire l’acqua agitando
dell’acqua con le mani: la parola
resta fuori, ma queste che scrivo
sono parole.

Un dizionario greco-inglese on line
traduce τέχνη con skill, immagino
Efesto che porta un curriculum
a un’agenzia interinale, rimango
ancora un poco a giocare.


Scritta nel 2017.

Meno male

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Meno male che abbiamo
rifatto l’amore,
che poi si muore
e ciò che è perso è perso
– da dieci anni fa
è stato diverso
o anche uguale: il campanile,
la luce alla finestra,
la pelle, tu, il sapore,
io – e come sempre
il mio non sapere che accadrà veramente
finché non siamo
abbracciati nudi
sul letto: questo mio
non capire mai niente,
questa eterna prima volta
con ansia trepidante:
non sarò mai tranquillo
né annoiato – tu
sei così bella ancora.


Scritta nel 2017.

Stare abbracciati

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stare abbracciati in silenzio, sentire
della pelle l’odore, del cuore
il ritmo, e dei pensieri solamente
la musica, il ronzio

lo si può fare il primo giorno oppure
dopo anni di discorsi, di percorsi

quando funziona, tutto si sospende
in una dimensione di bellezza
che né tempo né spazio può toccare:
in due si è superiori agli dei


Scritta nel 2017.

Un altro tipo

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Ci dev’essere un altro tipo d’amore,
una specie d’empatia calda, indifesa
e quasi priva di sagoma, molle
nello riempire le scabrosità, nel colmare
gli spigoli inglobandoli: un sogno che anziché
volare sottile, intatto, con timidi scambi
di luce, si condensa in materia
scura, densa, si plasma in oggetti
conservabili come zuccheriere
per un tempo, in un spazio: oggetti
frangibili come ricordi in ceramica
sulle madie nei tinelli, rinunce
teneramente opache ai polpastrelli
che trepidi o non trepidi ne sfiorano
la forma, la sostanza. Ci dev’essere
un amoroso storpiarsi, rovesciarsi
come teste di polpi battute su pietre
per farle commestibili, un accogliere
la crudeltà dei profili dei giorni,
lo strazio di piccole lame banali
a scorticare adagio, come se esistesse
qualcosa oltre che pacatamente
sarà da non capire, non raggiungere,
recuperando l’inconsapevolezza
innocente, sicura, del lombrico.


Scritta nel 2017.

Liquido ma solido

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La lettura di «Amore liquido» di Bauman mi dà alcuni spunti di riflessione personale. Illumina in qualche modo la mia idea (il mio sentire, il mio delirio) di amore libero multiplo «ma» intenso ed eterno – un’idea (un sentire, un delirio) che mi accompagna fin dall’adolescenza.

Nella società contemporanea «occidentale» si sono attenuate le strutture relazionali solide fondate su legami di sangue (la parentela) o promesse/contratti irreversibili (l’affinità, determinata dal matrimonio pensato come indissolubile).

Queste strutture solide erano molto rassicuranti e costituivano il «pilastro» della società stessa. Ma erano, anche, fondate su una finzione e su una prigionia.

Non si era legati perché si provava un sentimento, ma si decideva che si provava un sentimento perché si era (per sangue o per promessa/contratto) legati. Devi amare il padre, devi amare lo sposo, perché altrimenti è l’inferno, per tutti. «Dover amare»: un delirio più assurdo di qualsiasi fantasia di poeta, ma che ha retto il mondo per due o tre millenni, trasformandosi in necessità sociale, politica ed emotiva. A conferma che la distinzione fra un delirio e millenni di storia dell’umanità è del tutto opinabile (il che già vedo molto ben delineato nei tragici greci – ma non divaghiamo troppo).

L’attenuarsi di questa rigida rassicurante gabbia di strutture relazionali lascia un immenso vuoto. Un vuoto angoscioso. Un vuoto terrificante. Un vuoto meraviglioso.

Le relazioni diventano libere, fondate su ciò che si prova e non su ciò che deve essere (perché stabilito una volta per tutte dal sangue o dalla promessa).

Un subitaneo invaghimento può avere più valore che dieci generazioni di sangue. Ciò rappresenta una minaccia terribile che la società, anche attraverso la letteratura, ha sempre respinto con violenza spietata: gli amanti irregolari devono morire, nella realtà come in ogni poema o romanzo o fiaba o tradizione.

Il sentimento-contratto, sancito dalle discendenze o dal matrimonio, è immutabile, necessitante e rassicurante: sull’altare di tale sicurezza è valsa la pena di immolare ogni diversa emozione, ogni diverso sentire. Conta la conservazione, il rafforzamento, la potenza dell’alveare, non l’interiorità dell’ape. La sicurezza ha ucciso da sempre, da ben prima che gli anarchici lo scrivessero sui muri con lo spray.

Ora però quella sicurezza vacilla, perché il valore si sposta dalla struttura sociale al sentimento individuale, ovvero a ciò che ognuno prova «veramente» (ossia non per finzione derivata da necessità, sangue, contratto). Ciò è meraviglioso e disgregante.

Il sentimento personale è finalmente libero e vero ma, proprio per questo, mutevole e non rassicurante. Ci si trova, appunto, in un liquido, senza nulla di solido (fosse pure una pesante catena) a cui aggrapparsi. C’è ansia, c’è il rischio di sentirsi sperduti, spaesati.

Le reazioni le vediamo. Il potere economico-culturale cerca di trasformare il sentimento e la relazione in un bene di consumo, di depotenziare le emozioni in un discorso di salute/malattia, con tanto di esperti e specialisti che vengono in soccorso. L’altro si riduce a oggetto: va bene finché ti va bene, poi lo butti via e ne cerchi uno diverso, più perfezionato per le tue esigenze. Uno che ti faccia stare meglio. Un meccanismo deprimente, ossessivo, che non può aprirsi a nessuna forma di felicità, ma solo chiudersi in brevi anestesie.

E allora? Non c’è via d’uscita? Si può scegliere solo fra il burattino mosso dai fili delle strutture rigide (solide) del passato e il burattino usa e getta del presente (liquido) consumistico?

Io credo che sia necessario fissare meglio lo sguardo proprio sul sentimento, sull’emozione, su quell’amore che non sappiamo mai ben definire.

Il sentimento d’amore, in tutte le sue sfumature, non è una bagattella romantica ma qualcosa che ci incide con luminosa, tragica, eterna potenza. Se un invaghimento può valere dieci generazioni di sangue, è proprio perché contiene la forza prima, il motore fondamentale del nostro essere. È una forza che agisce e opera da sé, a prescindere da concretizzazioni materiali.

A ridurlo a bagattella da deridere, schiacciare, lavare via, è stata proprio la struttura rigida del patriarcato, del potere del sangue. L’amore (per sua natura anarchico, mutevole e irriducibile) non fondava affatto i matrimoni (le famiglie, i patrimoni): era bensì la più grave minaccia contro di essi. Andava perciò ridicolizzato, annientato, spostato in spazi di delirio, talvolta sublimato in arte, ma sempre dichiarato «irreale».

Solo che ci siamo così abituati a considerarlo una bagattella, una scemenza da poeti e da pazzoidi, che non riusciamo davvero a vederlo in altra luce. Il risultato è che, liberati (in qualche misura) dalle solide (imprigionanti) strutture del passato, ci troviamo a vivere di bagattelle (facilmente trasformabili, dal potere, in beni di consumo, da vendere al dettaglio). Il che è ben triste cosa!

E invece, proprio nel momento in cui lo liberiamo dalla griglia della necessità sociale, dovremmo fissare lo sguardo su quel nostro liberissimo e profondissimo sentire. Dovremmo metterlo al centro. Diamo agli amori uno sguardo amorevole! Lasciamoci modificare, incidere, segnare. È lì (non nel contratto, non nella promessa) la permanenza, la sicurezza. Qualcosa che nessuno può togliere mai più.

So di uomini che dopo mezzo secolo di matrimonio hanno ammesso, con qualche vergogna, che il loro ricordo più vivido era un bacio dato a una passante per caso. Con qualche vergogna, perché «non doveva essere» così. Già. Però «era» così. Veniva riconosciuta, alla fine, la verità.

Ecco, sto arrivando al mio personalissimo (forse delirante) punto di partenza. Amori liberi, anche multipli, anche simultanei, «ma» profondi ed eterni, perché ci costruiscono – e ci costruiscono insieme. Perché sono importanti in sé. I percorsi che generano possono variare, allacciarsi e slacciarsi, intrecciarsi e sciogliersi, ma contengono qualcosa di irreversibile, di perenne. Qualcosa che ci mantiene in relazione anche se una relazione è «finita» nei fatti quotidiani – addirittura, forse, anche se non c’è mai stata.

Sarà delirio, ma mi sembra pure, paradossalmente, l’unica soluzione ragionevole al dilemma della contemporaneità. Se meravigliosamente finalmente crolla lo pseudovalore della prigione sociale rassicurante solida, o troviamo il valore vero nelle scaglie di luce che ci toccano e ci sollevano a nuovi cieli mentre nuotiamo liberi nel liquido, o non troveremo nulla mai più.

Non è facile questa rivoluzione, c’è il rischio che davvero non troveremo nulla mai più. Documentari su Stati sociali assistenziali avanzati (la Svezia) sembrano suggerire che, affrancati dalla gabbia delle necessità incrociate, restiamo in solitudine. Ma allora forse vuol dire che la desideriamo, la solitudine; e che pagavamo il prezzo della relazione solo per avere in cambio una casa, un piatto di minestra e due carezze calde.

Io però spero che vada diversamente. Che si abbia il coraggio di tuffarsi consapevolmente in una vertigine oltre la quale potrebbe esserci un mondo nuovo. Ecco, questa è in sostanza la mia idea (il mio sentire, il mio delirio) di amore libero. Forse la farneticazione di un pazzo, però una farneticazione molto seria.


Scritto nel 2017.

Perché faccio poesia

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ogni tanto in qualche intervista
qualche presentazione
mi chiedono
perché faccio poesia
e non so mai rispondere

oggi una risposta
m’è venuta in mente

faccio poesia perché
non posso vivere solo annusando
come un ignaro animale
ma nello stesso tempo
il mio verbo non crea il mondo

conoscenza senza onnipotenza
sapere senza potere
è una fregatura

ho un linguaggio inutile
devo almeno renderlo bellissimo


Scritta nel 2017.

I tramonti fra Chivasso e la Dora

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«Sei un poeta dei miei stivali», disse,
annuii (è bello annu-i-i, come Minne-ha-ha)
e li osservai, avevano tacchi alti,
massicci eppure snelli, e la guaina
di finta pelle avvolgeva il polpaccio
(un polpaccio palpava una polpetta
in fondo al mare, tutta tentacolandola,
ma lei non cadde in tentacolazione)
fino al ginocchio, calze velate dentro,
provocante abbastanza, le dissi
che volevo provare a sfilarle gli stivali;
«sei un poeta del cazzo», ribadì, annuii,
il cazzo ha una sua importanza, dissi,
fra le altre cose, io davvero vorrei
in te inserirlo, nell’apposita fessura,
come il bancomat nella macchinetta
dei biglietti alla stazione, l’analogia
mi fece pensare ai viaggi, alla pianura,
ai tramonti fra Chivasso e la Dora.


Scritta nel 2017.