Una legge fisica

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Un anno e mezzo, t’ho lasciata entrare
dove nessuna era arrivata mai:
quasi nulla di me restava fuori
dal nostro amore, avevi permeato
dell’anima le viscere e anche tu
parevi aperta, dicevi segreti
che nella vita tua a nessuno prima:
diventavamo lo stesso cortile,
la stessa scena d’infanzia, ogni cosa:
e i baci e i corpi intrecciati nel sesso
e l’infinito dialogo, seduta
sul mio grembo non ti staccavi mai,
cadevamo nel sonno sfiniti.

Ora, è una legge fisica. Chi resta
in superficie se va via si porta
un po’ di pelle, che presto guarisce.
Chi entra dove sei entrata tu
nell’abbandono lascia un guscio vuoto,
lo spazio frantumato: in un dolore
fuori controllo, indicibile, ho creduto
d’impazzire, provo adesso a riunire
dei pezzi, andare oltre, ma perché
tu non ritorni? Si era così belli!


Scritta nel 2020.

Il sogno non è sogno

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mezzo assopito sul letto dopo pranzo
(dopo pane e formaggio e un pomodoro)
in uno stato a cui mi abbandono
volentieri, io mi sentivo fiamma
mi sentivo fiamma sulla stoppa del corpo
dentro, fuori, su tutta la pelle
era piacevole, mi sentivo organismo
vivente, una volta tanto in pratica
mi sentivo ciò che sono, è rarissimo

mi sentivo piano bruciare, mi sentivo
consumare l’ossigeno benevolo, pensavo
che in pochi minuti senza lui
mi sarei spento, e così mi spegnerò
quando in presenza di danni al sistema
non più superabili né recuperabili
il capo farà un cenno: «è sufficiente,
la chiudiamo cosi» e lui, cioè io, svanirà
nel nulla o in qualcosa di cui non ho idea
mentre gli altri cominceranno a scomporsi
in armonia, tutto sommato: gli enzimi
e i batteri, fino a un attimo prima
coordinati, collaborativi, «liberi tutti»
grideranno, mangeranno, si mangeranno
i tessuti, le cellule, faranno qualcosa
di nuovo in cui io non avrò più parte:
l’insieme generato da un incontro
fra due cellule seminali seminerà
sfacendosi altre vite microscopiche

mezzo assopito sul letto dopo pranzo
ero in pace con il prima, con il dopo
e con l’adesso, poi mi sono riscosso
tornando alle consuete gioie e angosce
e le vaghe risposte a cui dare domande:
entra il sole dalla finestra aperta
faccio il caffè, sto un poco sul terrazzo


Scritta nel 2020.

Roma 2000

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Mi tengo in pizzeria sulle ginocchia
una fiorente giovane mignotta.
Dall’ampia scollatura della maglia
si sporgono le zinne seminude
nel solco fra le quali hanno sborrato
gli amanti numerosi e generosi
per tutto il pomeriggio – ma la sera
è riservata a me: dopo la cena
sul letto spargerà i biondi capelli
e tutta s’aprirà al mio penetrare
nell’abbraccio dolcissimo d’amore.


Scritta nel 2020.

Dovere morale

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Mi diceva un’antica
amica, giorni fa: «Non esporti
troppo, ti fai del male e non scalfisci
il pensiero delle masse e del potere».

Ma io adesso oppormi
lo sento un mio dovere.

Pur essendo vecchio
(così vecchio da più non sperare
in baci di ragazze, quasi unico
balsamo vero, non-mediato, al tragico
scivolo verso il nulla della vita)

pur essendo, dicevo, molto vecchio,
tuttavia nacqui che già da otto anni
era passato il venticinque aprile,
già sbiadivano le bandiere rosse
in stelle e strisce, in scudi crociati
(Stalin, lo so, sarebbe stato peggio:
c’erano idioti a invocare il baffone
quasi non fosse bastato il baffetto):
in schiene chine a produrre, produrre
smettendo di sognare, di pensare.

Nacqui al riparo da fucilazioni
e rastrellamenti, ebbi pure una casa
borghese, un bel giardino dove in pace
impazzire nei solitari sogni:
ebbi pane e molto più: gli studi
pagati fino alla laurea, poi
un lavoro, noioso ma un lavoro.

Mio padre due campi di prigionia,
la dieta di Kartoffeln, la fuga con l’amico
vero, coraggioso, dei tempi del paese,
i bagni nelle rogge fra le rane.

Anche per questo, io adesso oppormi
lo sento mio dovere. Un dovere morale.

Sparare al distanziamento sociale
e al riavviarsi del porco capitale:
spingere le persone ad abbracciarsi
bocca su bocca, a non credere ai nuovi
falsi profeti, a lavorare solo
quello che basta, a non fare carriera:
e fermarsi sul fiume a guardare
l’acqua che si fa d’oro nella sera.


Scritta nel 2020.

Il fiore non è sogno

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Né sa né sogna di essere fiore
il fiore, né gli importa d’esser frutto
domani, o nulla. Mi sono sognato
io senza sonno in un sogno di sogno
senza sapermi, toccandomi come
si tocca un altro sogno e un altro ancora
e ancora, incastonati, combaciati:
ha istanze ora la cosa che non so
di essere ma sono – non è fiore
né frutto né potrei mai disegnarla
eppure è e perché è svanisce.


Scritta nel 2020.

Realismo

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Forse nulla è accaduto davvero
tranne ciò di cui c’è scalfittura
su un oggetto, o c’è parola che
per bocca di qualcuno mi ritorna,
o cicatrice che sotto le dita
sul mio corpo la sento, però
in questo caso non è proprio certo
che io sappia cos’è. Forse nulla
è accaduto davvero tranne ciò
che mi racconti tu quando ti credo.


Scritta nel 2020.

Un odore dorato

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C’è un odore dorato che si spande
quando c’è il sole e una finestra è aperta:
lo prende anche la mia pelle, io
benché in un’altra stanza: è come uscisse
da sotto la camicia, da un abbraccio
che di certo ci fu, senza ricordo:
sigarette di adulti dietro un muro,
sugo d’erba schiacciata fra le dita
nella furtiva infanzia, già colpevole
di cose imprecisate, ma beate.


Scritta nel 2020.

17 sera

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Scende la sera, diciassette marzo,
con la mestizia. E dire che è arrivata
oggi una lettera a penna da un’amica
e sono uscito, un poco, in bicicletta
e c’era il sole caldo, primavera.

Non è soltanto quest’isolamento
nel morbo che dilaga: è che mi sento
distante io: chi chiamo, non risponde
e chi vorrei non c’è, comprese forse
certe parti di me. Non so perché.

Mi devo abituare a qualcos’altro,
pur così vecchio? A nuove relazioni,
a un me che non conosco e mi spaventa?
A nuovi adattamenti senza scelta?
Può darsi. Ora nel cuore ho la stanchezza.


Scritta nel 2020.

I due mestieri

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a una brava modella e brava puttana
amabile, amata

Amo le foto più troiose, questa
che contemplo ora, tutta nuda ma
molto truccata, non il nudo naturista
d’altre tue foto, nuda appena spogliata,
si vede ancora il segno dell’elastico
delle mutande: facciamo due scatti
svelti, posa niente studiata, che mostra
i fianchi (divinamente) sgraziati,
due o tre scatti per ricordo, ma subito
affrettiamoci al giaciglio, è per questo
che t’ho ingaggiata – un quarto d’ora
dopo le foto la tua bocca abbocca
al glande del cliente, abbastanza
di riguardo ma non primo nel giorno:
la tua vulva già sente di condom
ma a lui non gliene importa, eccitato
da tutti insieme i tuoi odori e umori
gode il morbido reciproco leccare
ogni piega del corpo, s’immerge
nel tuo seno, nel grembo, al momento
opportuno tu prendi un nuovo condom
e sul pene lo srotoli, allora
lui su te monta e te lo infila dentro
l’ampia lustra fessura e dopo qualche
colpo lo preme sull’ano cedevole
e facile vi penetra, restandovi
con altri forti colpi fin che può
mentre sinuosa tu ti muovi e mugoli:
ne esce infine, e dal preservativo
si libera e al tuo viso accosta i glutei
e tu l’ano e lo scroto con la lingua
percorri e chiudi il cerchio riabboccando
finché il piacere esplode e un lungo spruzzo
di perlaceo sperma ti ricama
la faccia, dagli zigomi ai capelli.

Su un tavolino preventivamente
ha messo sei biglietti da cinquanta
ed è contento e sei contenta tu
del buon guadagno per il buon lavoro
nemmeno dispiacevole: sorridi.


Scritta nel 2020.

C’è qualcosa che non c’è

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Stanchezza. Non è l’epidemia
per drammatica che sia.
Certo gioverebbe far l’amore
con alcune mie amate
ma quelle ormai sono cose passate.

C’è qualcosa che non c’è.

Ho creduto aver preso colore
invece era soltanto colorante
per scoprire al microscopio
me stesso trasparente:
invisibile, forse inesistente.

Due chiacchiere? Magari
un amico, ci fosse, però
ho le parole a nausea: meglio
qualcosa guardare, ascoltare
canzoni, ancor meglio silenzi.

C’è qualcosa che non c’è.

Il miraggio di neve disciolto
non ha dato alla luce colline
pronte al fiore ma un vuoto
nero deserto: perché le colline
erano tutte, esse stesse, di neve.

Un giro per i bar
a viver vite altrui?
Non è ammesso, per via
di questa epidemia
– ma nemmeno ne ho voglia.

C’è qualcosa che non c’è.

Mi scagliassi con furia o passione
sul tuo corpo animale, nell’urto
sentirei sulla pelle la sistole
d’un condiviso cuore? Lo saprei
distinguere dal battito del sogno?


Scritta nel 2020.

Rio

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Scorsero pensieri, scorsero
abbracci, baci, scorsero
lacrime, sorrisi, sensazioni,
scorse sperma dal mio pene
alla tua vulva, alla bocca,
scorsero notti e mattinate
sul nostro vivere insieme,
scorse rabbia, scorsero tremiti
e illuminazioni, scorsero
le mani sui corpi, sui capelli,
scorse la speranza e scorse
– così mi parve – amore
fra ombre e sguardi, ma io
non scorsi in te qualcosa
che avrei dovuto scorgere
per nascosto che fosse: così
fra noi più nulla scorre
tranne il tempo che separa.


Scritta nel 2020.

Alla larga

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Quando mi fanno ragionamenti che
dovevo stare alla larga da te
penso ai lunghi dialoghi d’amore
seduta in braccio o quando
m’insegnavi come fare il bucato
perché fosse fragrante, penso
quando piangevi e in lunghe passeggiate
per la campagna poi risorridevi
bellissima, più bella del sole
che imbiondiva i campi, più bella
dei campi biondi al sole. Se ora
t’è rimasto, di noi, solo del male
hanno ragione, ho sbagliato
qualcosa o tutto, ed era meglio se
abbracci e baci non fossero stati:
fossi rimasto alla larga, lontano.

Mi sforzo di ammetterlo, la testa
sembra arrivarci, benché a stento, confusa
da un’opaca tristezza e dall’ansia:
come stai, cosa fai? Del cuore
non parliamo: lui ti rimane accanto
senza logica o dubbi. Mi sento
(per fare una metafora moderna)
come una memory card a cui manca
almeno uno dei piedini d’oro
coi quali si connette con l’esterno:
così s’inceppa lo scambio dei dati,
non riceve né manda. Così
mi sento io, ma tu, come ti senti?


Scritta nel 2020.

Lainghiana

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(poesiuola schizoide)

Allora poi forse
quando facevamo l’amore
c’era il tuo corpo sul letto e al soffitto
era volata via la tua persona
a guardare in scissione sofferente
il tuo corpo annuire, baciare.

E io a non accorgermi! – è che
ho un io incorporeo, è da fuori
che mi vedo vivere, anch’io
ero là sul soffitto a guardare
i nostri corpi, però con piacere:
è da sempre il mio modo naturale.

Insomma sul letto non c’era nessuno
di noi, c’erano corpi in una scena
per me gloriosa, da guardare in estasi
con gioia – per te no, una scena
deplorevole in cui non conoscevi
te vera, tutta intera.

Peccato non poterci innamorare
là sul soffitto, dove (non sapendo)
stavamo insieme, più che i corpi sul letto.
No: siamo scissi, ma in modo diverso,
ciascuno ha i suoi frammenti, ricomporli
– se mai riesce – è un fatto personale.


Scritta nel 2020.

Alla fine del compito

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Se tu fossi stata felice con me
saremmo stati felici in due:
la massima umana perfezione
– e invece quasi certamente
non lo sei stata mai, nemmeno
nei momenti in cui sembrava.

È durissima ammetterlo, è come
quando alla fine del compito in classe
di matematica – ardua materia –
mi pareva di averci azzeccato
stavolta e invece all’ultimo calcolo
non quadra, ed è finito il tempo.


Scritta nel 2020.

La quattro stagioni

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La casa è silenziosa, fioca
la luce, fuori il morbo, tonfi
e scie di copertoni sull’asfalto
viscido, e la gente: perlopiù
zoomorfa la immagino, deforme
come in quadri d’Altan.

La casa è silenziosa, vuota
– ma piena di ricordi sgretolati
non soltanto dal tempo: un acido
ulteriore li scioglie in una melma
informe, ne sbava
come pioggia su acquerello
il colore, che era buono e amabile.

Mio figlio l’altro giorno mi parlava
di Heidegger, il pensiero, la memoria
che non è solo del passato:
non so se ho capito ma so
che in una vacua penombra neppure
la memoria m’è più tesoro né
mi giova il sogno. Forse
ciò che s’è vissuto ha destino
simile al corpo: s’ammala, imputridisce.

Donne con cui qui ho fatto l’amore
lo revocano, partono, alcune
ora mi dicono uomo da poco,
insensibile, molestatore. La morte
è meno crudele, uccide e basta, questa
è invece morte retroattiva, terge
via ciò che s’è, nella vita, dipinto
di meraviglioso.

Il morbo ha chiuso il ristorante cinese:
cercherò una pizzeria, guarderò
il forno, i vetri, le tovaglie, le sagome
delle persone, soltanto le sagome:
siano paesaggio e basta, non disturbino
con coglionate la mia solitudine.

Me la cavo da me: una bismarck
con l’uovo al centro che mangio per ultimo
o una quattro stagioni, è da tanto
che non la prendo, la quattro stagioni.


Scritta nel 2020.