Il contatto

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Quando scivolai la prima volta
con la lingua giù verso la sua fica
nel tardo autunno del novantaquattro
disse Diletta: «Attento che io
non mi lavo mai». «Mai» era iperbolico
però aveva davvero un sapore
alquanto forte, che tutto mi gustai.

Era il crepuscolo del tempo dei fiori
e del relato necessario fertile
letame: un tempo che m’ero perduto,
in giovinezza, per motivi miei.

Oggi persino presso i benzinai
self service sono disponibili guanti
di plastica usa e getta, come se
anche la benzina fosse infetta.

Non ci sommergeranno gli immigrati,
sappiàtelo, razza d’idioti,
ma l’assenza d’odore, i detergenti,
i detersivi, l’igiene e la plastica
che toglie al dito il tatto delle cose
sporche e vere, il contatto con la vita.


Scritta nel 2018.

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Posso scrivere

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Certo, posso scrivere
del confine fra due colori diversi
dell’asfalto d’un marciapiede,
o fra i due colori diversi
dell’areola e della pelle
in vetta a un seno. Posso scrivere
di quest’odore di tigli tardivi
che in via Monte Rosa si mescola
a qualcosa di farina, di forno;
o delle scritte sui muri
qui per tutto il quartiere, variopinte.

Posso scrivere, posso descrivere:
non c’è un passo di via
che non contenga storie inebrianti,
geografie di brecce, resoconti
di capelli ventosi, di chiazze di piscio
divinamente odorose d’abisso.

La realtà genera il sogno e lo distrugge
nello stesso minuto: ha indosso
ogni donna una nuvola grigia
sugli occhi, sul corpo – e quando t’accorgi
ti dice: «La porto da sempre,
tu non la vedevi».

Posso scrivere, posso descrivere
e farlo con perizia, come un mastro
di restauro posso togliere con garbo
le incrostazioni, mostrare
percentuali dell’intima lucente
molata superficie delle cose.

(Certe volte vorrei morderti l’anima
come un hamburger, come fanno tutti
squarciando, divorando, lacerando
con goduria bestiale
il perfetto disegno di te
per bere il sangue, vivere, morire.)

Rallento con la Vespa in corso Belgio,
sfioro l’onda dell’erba che si sporge
sui binari del tram e su di me
con voglia di carezza.


Scritta nel 2018.

Lidl

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Alla Lidl giovani fragili, duri,
avevano tatuaggi e bambini
e ragazze che a una certa distanza
discutevano di cose, avevano
canottiere sgargianti, ridicole
con scritte inappropriate
e musi chiusi tra sfottò e disagio:
avevo la sensazione che potessero
spaccarmi il naso con un pugno
per futili motivi o cadere
per caso lì fra i banchi, come nulla
fosse: i bambini su passeggini
abarth con marmitte sfondate, c’era
una tensione infelice, su qualsiasi
argomento sembravano pronti
a inveire, scongiurare.

Ho pagato alla cassa, attaccato la borsa
al gancio della Vespa. A un semaforo
un giovane in un’auto affiancata
dal finestrino aperto mi ha chiesto:
«Sei italiano, vero?» «Sì» ho risposto
e lui: «Si vede dalla pelle
che non sei marocchino». Avrei
voluto approfondire il senso
di questa strana osservazione, ma
il rosso di corso Tortona non dura così tanto.

Non sono andato a casa ma a sedermi
su una panca del lungopò, non avevo
alcuna fretta che venisse sera.

Qui sulla panca con urgente calma
scrivo – e osservo un’anatra sul fiume
che si fa portare dalla corrente in retromarcia:
guarda il fiume che la insegue.

È gonfio e ondoso il fiume nel colore
giallo dell’ultimo sole sugli alberi.
«Poldo, guai a te se mangi le porcherie
sulla riva del Po, brutto maiale» grida
una vecchia sgraziata a un cane bianco e nero.

Alla Lidl ho comprato i cornetti all’albicocca,
sei pezzi a zero e novantanove e la spremuta
cento per cento arancia. Forse
ho male interpretato quei giovani
con tatuaggi e bambini, non c’era
infelice tensione, facevano la spesa
e poi a casa ai bambini, magari, una carezza.

È che sono vecchio. Lascio scendere la notte
poi riprendo la Vespa e filando
col mio fanale acceso per i viali
già quasi vuoti, vado a casa anch’io.


Scritta nel 2018.

Non diremo mai

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Siamo giusti: non possiamo certo dire
che siano fascisti, anche se un po’
ce l’hanno con gli ebrei, questi ebrei
tutti un po’ banchieri, un po’ tedeschi,
le lobby, si sa. Ma non possiamo
certo dire che siano fascisti, anche se
per prima cosa vogliono chiudere
i campi rom e bloccare l’accoglienza
ai dannati dell’Africa, insomma
un po’ ce l’hanno con i negri
e con gli zingari. Però non possiamo
– siamo giusti – certo dire
che siano fascisti, anche se
hanno un ministro della famiglia
che ama il patriarcato e odia
i gay, le lesbiche, i diversi: insomma,
un po’ ce l’hanno con gli omosessuali.
Ma – siamo giusti – non possiamo certo dire
che siano fascisti, anche se mostrano
simpatie per Paesi che imbavagliano
intellettuali e giornalisti scomodi,
insomma, un po’ ce l’hanno
con i dissidenti. Ma noi siamo corretti
e no, non possiamo certo dire
che siano fascisti, anche se
ce l’hanno con gli ebrei, i negri,
gli zingari, gli omosessuali,
i diversi e i dissidenti: è tutta
una coincidenza, siamo in tempi
postmoderni, stimolanti, ricchi
di grandi novità, perciò – siamo giusti –
non diremo mai che siano fascisti.


Scritta nel 2018.

Nell’acquata

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La chioma densa degli alberi gonfia
il vento, ed è forte l’odore dei tigli
in piazzetta Vigliardi Paravia.
Piove. Fuggono vecchie affannose
sulle stampelle, va adagio nell’acquata
una ragazza vestita di rosso,
nude le gambe. S’impenna primavera
in questa larga dolcezza tumultuosa
così ovunque, così velocemente
che ciò che il cuore sente
si chiama, dal principio, nostalgia.


Scritta nel 2015.

Quotidianità

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In questo postamore stamattina
– che non ti vedo da una settimana –
volevo giocare a ricordare la nostra
quotidianità: è importante, dicono,
la quotidianità, e noi ne abbiamo
avute, di giornate quotidiane:
dopo il lavoro, in una casa insieme,
cenare, dormire, preparare
la colazione, leggere qualcosa
o solo stare vicini, tranquilli.

Eppure non mi viene in mente niente.
La casella «quotidianità» – in tanti
anni – rimane vuota. La volevo ricordare
e non sono riuscito.

Come si spiega questo? Un’ipotesi
è che tutto con te sia stato eccezionale:
un po’ sopra le righe, ma non priva
di fondamento. Però tu che sei saggia
smorzando i toni farai riferimento
al vizio mio d’ammantare di gloria
ogni cosa che m’è piaciuto fare
– ma anche in questa versione
è un’ipotesi forte, vuole dire
che con te tutto m’è piaciuto fare
– non annoiarsi al Brico è vero amore.

Non so. Comunque, niente quotidianità.
Forse l’unica cosa collegabile
a sedimenti di quotidianità
è che a volte (ma abbastanza spesso)
se non ci sei mi manchi.


Scritta nel 2018.

Vi amo ancora

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Vi preferivo quando prendevate
più cazzi nelle fiche: tu anche cinque
nel medesimo giorno, mi dicesti;
tu una decina nell’estate; tu
ogni sabato sera un cazzo nuovo;
tu sette amanti in aggiunta al marito;
tu quasi tutti i ragazzi del giro
per piacere e per gioco; tu qualcuno
anche per soldi e molti per amore;
tu tre uomini oltre il fidanzato;
tu avventori in locali di striptease;
tu fotografi senza fotocamera
in camere d’hotel, tu i musicisti
e i poeti nottambuli nei bar;
tu quindici compagni di liceo;
tu un po’ chiunque ti passasse a tiro
e avesse buono sguardo e buon odore.

Questa poesia d’amore collettivo
è dedicata a soavi mie ex
(fra i molti cazzi ci fu pure il mio)
e ad altre che ho soltanto vagheggiato
(fra i molti cazzi il mio non fu compreso).

Vi ho amate tutte d’amore entusiasta,
forse poco maturo ma entusiasta:
siete le cose buone della vita.

Vi preferivo quando prendevate
più cazzi nelle fiche: ora che siete
(salvo rare eccezioni) diventate
più sagge e caute e attente e riservate
e avete pochi cazzi o addirittura
uno soltanto, fidanzato o sposo,
vi amo ancora, perché siete belle
sempre e io sono un amante fedele.

Vi preferivo quando prendevate
più cazzi nelle fiche ma capisco
che la vita ha periodi, stagioni
– e vi amo ancora: che ci siate state
o non ci siate state, voi restate
tutte in eterno le mie fidanzate.


Scritta nel 2018.

Nightclub

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La ragazza sul palco spalanca le cosce
ad angolo piatto a formare un segmento
di retta che per punto medio ha la fica
e i ginocchi agli estremi. Una striscia di pelo
sta come una penna al di sopra del solco
glabro roseo. Appoggia le dita
sui grandi labbri e con mossa studiata
li tira aprendo il sipario su un varco
profondo e ombroso, poi tira di più
e il varco si rivela una voragine
a forma di losanga. È il compimento
d’uno striptease armonioso: danzando
la ragazza ha lasciato cadere una vestaglia
rossa, è scesa in sala a farsi togliere
da un uomo il reggiseno, è risalita
sinuosamente sul palco ad agitare
le grosse poppe con le grosse areole
brune sporgenti, è ridiscesa in sala
lasciando a un altro uomo il perizoma
e nuda tranne le calze e il reggicalze
e le scarpette a spillo è risalita
per il finale panoramico. Replica
le mosse sullo spigolo del palco
in tre punti diversi: vuole offrire
a molti spettatori la visione
ravvicinata della fica slargata.

Poi fa un inchino e sparisce fra gli applausi
dietro la quinta del piccolo teatro,
ma dopo due minuti ricompare
da un’altra porta, ha la vestaglia rossa,
va al banco del bar, due uomini l’abbordano,
parla e ride, con uno riscompare
nella porta, una porta che va
a camerini e camere, mentre
sul palco già appare un’altra ragazza.

Mi spiega un avventore: «Queste troie
fanno ognuna cinque numeri per notte
sul palco e cinque volte vanno in camera
se trovano chi paga. Io preferisco
stare a guardare, non ho soldi da spendere
e poi chiedono troppo, sono tutte
vacche sventrate, alla fine». Distratto
annuisco: «Sì, anch’io guardo soltanto».
Ma non ho voglia di conversazione,
lo pianto in asso, m’avvicino al bancone
per un cocktail analcolico e comunque
con la ragazza della vestaglia rossa
qualcosa ci farei, pare graziosa.

[lettura a voce qui]


Scritta nel 2018.

Mentre

Tag

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non basta dare forma
per trovare un senso

la circonferenza del mio pene potrebbe
dare fuggevole forma reale
alla tua rima vulvare e questo
sarebbe comunione di piaceri
e sogni forse, ma non senso, mentre

la forma che si dà con le parole
è un artifizio, una fantasticheria
credi, ne sono esperto:
al di fuori del delirio
non esiste concetto

sul tram tre è salita una triste
gozzuta giovane obesa incappucciata
trainante un greve fardello a rotelle
di roba del mercato

vorrei massacrare le suore e le islamiche
per aiutarle a fare più perfetto
il loro sacrifizio
ma siamo grumi nient’altro che grumi
basta il tempo a massacrarci, mentre

la bolla dell’anima
è sigillata in rossa ceralacca
dalla sua stessa citolisi, mentre
la nostra maculata concezione
s’autorizza previa firma
di dimissioni in bianco: dunque

in quest’ergastolo di libere parole
sputiamo nel piatto dove mangiamo
assaggiamo la saliva
che così benevoli dispensiamo:
facciamoci nausea, mentre
qualcosa di noi, indicibile, s’allaccia

le brune areole lustre di sperma
della puttana all’ottavo cliente
cinge il braccio del vento
a icone aurate di maternità,
a sgusci di farfalle da crisalidi
o viscere a coltelli d’assassini,
alle dita che non ti tratterranno
e a tutto il resto, tutto, tutto il resto

non basta dare un senso
per trovare forma


Scritta nel 2018.

Ruoli

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Queste piogge d’aprile fanno il Po
più tumultuoso, stamattina: i rami
bassi sfiorano l’onda, vi s’immergono.

Su una panchina accanto, una ragazza
disegna il fiume con una matita
sul foglio bianco ruvido d’un album.

Io con la penna disegno a parole
il fiume e lei. Non ritengo che lei
includa me nel suo disegno, invece.

Quanto al fiume, lui scorre e non disegna
altro che sé, scavando la pianura.


Scritta nel 2018.

Sulla panchina di pietra a Leinì

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Sulla panchina di pietra a Leinì
credo pian piano di capire il senso
di non scriverti più. Non c’è mai stato
nessun destinatario di nessun
mio scritto – scrivere è stato per me
camminare da solo in un paesaggio
da me creato, con speranza folle
che persone di carne s’incarnassero
nelle mie ombre fulgide e potessi
amarle come fossero me stesso
(secondo l’evangelico dettame).

Tu mi sei parsa buona incarnazione
ma avevi, giustamente, altro da fare
che riempire i miei calchi col tuo oro.

Continuerò con l’unico mestiere
che ho in dote: raccontare dei miei viaggi
in terre di fantasmi sfolgoranti
e oscuri numi: riconoscerete
talvolta (con inquieta sensazione)
frammenti vostri e mi direte «bravo»
– tenendomi a distanza di rispetto.


Scritta nel 2018.

Psycho

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mio padre a dodici anni per prendermi in giro
(souvent pour s’amuser les hommes)
(souvent pour s’amuser)
mi metteva davanti, da una rivista qualsiasi
due foto di ragazze
una bella e snella
l’altra goffa e cicciotta
e mi diceva: «se te ne intendi, qual è la più bella?»
io lo vedevo bene qual era
ma con il dito gli indicavo l’altra
per farmi dire
«tu non capisci niente»

mia madre in auto canticchiava una canzone del nonno
(c’est une chanson qui nous ressemble)
(qui vous ressemble)
una filastrocca che tradotta in italiano
diceva
quando piove è nuvolo
quando piove è nuvolo
quando piove è nuvolo
è nuvolo quando piove
io rannicchiato sul sedile posteriore
rimuginavo
e concludevo che sì, era vero
mentre non era vero il contrario
sempre quando piove è nuvolo
ma non sempre quando è nuvolo piove
e tratta questa esatta conclusione
cominciavo a cantare
quando è nuvolo piove
quando è nuvolo piove
quando è nuvolo piove
e mi interrompevano severi
«no, no, Carlo, non hai logica»
ma io lo facevo apposta

ahi quanto è dura e selvaggia e aspra e forte
la lotta per non essere voi
padre madre nonno
padri madri nonni
la vostra bellezza standard
(con il mio viso ben truccato con la maschera che ho)
la vostra logica aritmetica
(con tenerezza e con furore)
il vostro annuire
(fino a che sembri verità)
il vostro dileggiare
(perdonatemi se con nessuno di voi non ho niente in comune)

ancora oggi
ogni volta che parlo
ogni volta che sorrido
mi uscite da dentro come vermi

parlate cose che non parlo
sorridete cose che non sorrido
fate cose così orribili sul mio volto
che la ragazza che corteggio
ci dovrebbe sputare

ne deriva, signori, una qualche insicurezza
e un grandissimo dispendio di energia
nella lotta intestina
cosicché, perché ne avanzi da donare
è tripla la fatica
però non mollerò
io sono io non voi


Scritta nel 2015.

Esempi di felicità

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la voce d’un’amica o fidanzata
nell’androne, sapere che
sta per entrare, la palla
che rimbalza sul palo e supera
la linea bianca, è gol,
quattro righe d’un libro
che appena lette consuonano
a un mistero mio antico,
un referto di non malattia,
la rassicurazione d’un sorriso
in un incontro, il glande che scivola
in una fica desiderata, un sorso
d’acqua dopo una corsa
nel sole, una vaga sensazione
profumata in un autobus,
aver finito di lavare i piatti,
un inaspettato limonare
con la ragazza al parco, tre
versi scritti che suonano bene,
un semplice distendersi del corpo
nel pomeriggio, dopo uno yogurt
e infinite altre cose, tutte
piccole, brevi, trasognate, incerte
nessuna mai garantita
né ripetibile


Scritta nel 2018.