Il vento nero

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Il vento nero
non dipende da me, non lo posso
evitare né causare.

Non viene dal pensiero: io posso pensare
a te intensamente, ricordare, persino
immaginarti, sognare – e non succede.

Di colpo succede, in qualsiasi momento:
parte forse da un minimo variare
di qualcosa di piccolo, si scatena, porta via
tutto da dentro.

Mi ritrovo – è difficile spiegare –
con la gabbia toracica vuota:
le costole come resti del fasciame
di una nave distrutta
dall’uragano.

Nessun organo più, né cuore né altro:
spazio deserto, mancanza
assoluta, mancanza di te
nel più intimo luogo, nel sacro del corpo
dove eri venuta ad abitare.

La pressione fa implodere in quel nulla
lo spirito, l’anima, il mondo, non so:
è solo buio, non esisto, cado
nel vento nero.

Il vento nero
finito il suo mestiere
si allenta, si calma, con spasimi ritorna
la pulsazione, il peso delle viscere
consueto: è il corpo di un vecchio che si mette
a sedere, si alza, compie azioni nel giorno
e pensa, sogna, spera di trovarti
per indulgenti varchi, si concede
la domanda del folle: dove sei?


Scritta nel 2022.

Fioca luce

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la poesia dove scrivi della vita
che Mai dovrà varcare quella soglia
dove si scorge una fioca luce calda…
Impostore!

l’hai illustrata con una foto allo specchio
a lume di candela, nella casa
di corso Belgio, è una bella foto:
la fioca luce calda rischiara
il tuo volto duplicato nello specchio, in cui
è duplicata anche la fiammella:
eravamo insieme, ti ho aiutata
a scattare la foto, a elaborarla:
oh, l’idea ce l’aveva data l’Enel
non ti aveva ancora allacciato la corrente:
per questo, non per romanticismo
stavamo a lume di candela:

erano le ultime sere prima del tuo chiuderti
in una solitudine lunghissima
e poi

(sono stato l’impostore, la soglia, lo specchio
o molto meno, nulla? di certo
non capivo mai niente, me lo dicevi tu)


Scritta nel 2022.

Dasein

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Una doccia, la roba in lavatrice, la guardo
girare nell’oblò, ricordo una volta
che t’eri incantata tu a guardarla, adesso
la lavatrice è qui, gira ancora, tu no.

Ho messo, nel risciacquo, del bicarbonato.
Volevi panni lindi, senza odori.
Perché io scrivo queste stupidaggini?
Non so. C’è vuoto. L’essere non è.


Scritta nel 2022.

Già maggio

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Già maggio. Un’inflessione della voce
o i semplici rilievi di un palazzo
su un angolo, percorso dal tuo passo
lieve, deciso. Le luci. La brezza
dal fiume alla tua gonna, un gesto, un cenno
del capo, aprirsi gli occhi. Ogni sorriso
costava tanto e lo valeva tutto
il prezzo da pagare. S’è dissolto
non lo spazio né il tempo, ma qualcosa
che a tempo e spazio teneva la mano.


Scritta nel 2022.

Nello schianto

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Non posso darmi pace. La bambina
siamo riusciti, qualche volta, a curarla
e qualche volta tu sei giunta a credere
(in brevi lampi) che io potessi amarti
dunque che tu potessi essere amata.

Poi no, prevalevano voragini
incolmabili, e stare abbracciati
era come sul sedile di un’auto
senza guida, lanciata verso un muro.

E quando irrompevano i tuoi mostri
come combatterli? Non avevano artigli
né zanne né fauci né rostri
ma le tue labbra pallide, le mani delicate.

Mi hai fatto scendere, tutti hai fatto scendere,
sei rimasta da sola nello schianto.


Scritta nel 2022.

Dissipazione

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Sei partita. Mi osservo decadere:
è più lungo il mio soggiorno. Non dico
manchi bellezza in quest’isola sferica
che tra altre sfere rotola nel vuoto.

Non manca: ma ogni incanto è assottigliato
in esile pellicola, non basta
ad avvolgere il grumo del dolore
questo miraggio d’acque, di riflessi.

Un sopore, o sensazioni forti
primarie, erotiche, vulve allargate
come vele, un rivolo di sperma
fra un seno e un ombelico, può sospenderlo.

O una rabbia, un sanguinare. Rivendica
la carne il suo dominio, il cordone
che nutre e tiene in schiavitù il pensiero:
vola in astratti cieli! – finché pulso.

“Ogni incanto”, “miraggio d’acque” – smettila!
Le tue finzioni cessano al cessare
della trachea, del fegato. L’eterno
è silenzioso, umile, nascosto.

Sei partita. Mi osservo decadere.
Qualche cosa, nel tempo, devo fare:
rivederti salire fra i rami degli alberi,
allungare radici in speranze di falde.


Scritta nel 2022.

Nessuna parola

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la sofferenza dà l’insofferenza
ci si arrabatta, manca l’essenziale

faccio errori scrivendo sui tasti
la mano è annoiata dalla mente
è stanca di seguirla in parole
che per quanto si regoli la lente
rimangono sfocate

alla Biennale del 2019
may you live in interesting times
mi pareva un buon augurio, invece
mi hanno spiegato i dotti
che è un malaugurio cinese
perché pare sia meglio la noia

e sono arrivati gli interesting times
questi anni Venti sono una catastrofe
e per beffa sul danno c’è la noia
repetita necant

mi sento addosso tutte le sciocchezze
che hanno detto e che ho detto
volano come detriti di una bomba

nessuna parola si salva
nessuna parola ci salva


Scritta nel 2022.

Serale

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Il rimpianto della tua filigrana
mi fa apparire l’arte grossolana:
la nostalgia di te così fina
– porcellana, fragranza mattutina.

Perché ti sei perseguitata tanto?

Alla finestra ho lasciato che la notte
venisse: come sono fuggitivi
– eterni – i colori del crepuscolo!

Ho nella testa voci stereofoniche
da punti nuovi, scrivendo imbroglio i tasti.
Una bambina tra un orecchio e la nuca
poco fa mi gridava, in sussurri, qualcosa.

Negli occhi ho una culla vuota, un banco
di scuola vuoto, un orto vuoto, un prato
vuoto, vedo il tratto lacerato
in ogni traccia di tempo e di spazio
anche dove non sono mai stato.

Mi butto sul letto. La casa è cambiata
ma il letto è quello dove t’ho abbracciata:
nelle mia braccia ti sei rannicchiata
allora – ora ti cerco ed è impossibile.

Come nessuno ci siamo parlati
e un poco so, un poco so con paura
perché ti sei perseguitata tanto.
“Se sai ma non è tuo, potrai averne cura”
mi dicevi con ultime, nitide, parole.

Non nitide le mie. È grossolana
la mia mente colpita, la tua filigrana
è meglio se la lascio raccontare
all’ingemmata erba, al bosco, al mare.


Scritta nel 2022.

Il mondo è piccolo

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Nel cortile dell’asilo una nuova maestra
mi viene incontro: “Ma… ti conosco?”
mi chiede, si chiede. Per facilitarla
abbasso un momento la effe effe pi due:
“Sì, sei Carlo… Scrivi le poesie…”

Lo confesso. Intanto è accorso
il nipotino e spiego: “Inoltre sono
il nonno di questo”. Poi senza
arrampicarmi su ipotesi improbabili:
“E tu…?” “La mansarda! Sono venuta
ad aiutare mia sorella a fare le pulizie
nella mansarda che stavi preparando
per la tua compagna”.

Ricordo in un lampo. La mansarda.
Che stavo preparando. Certo, la volevo
perfetta: fare io le pulizie non poteva
bastare, lo sapevo. Ingaggiai
la pulitrice. Che stavo preparando
per la mia compagna. Compagna.
Senza accorgermi, pentendomi già
mentre lo dico, le sussurro: “È morta”.
“Lo so”. Lo sa. È contenta però
di rivedermi. Dice poche altre cose
fra cui “il mondo è piccolo”.

Mentre di colpo ci rivedo seduti
(faceva caldo) sulle scale fuori
dalla mansarda, di sera, a parlare
come fanno i ragazzi negli androni
io non lo so se sia piccolo il mondo:
in un empito acuto di rimpianto
ho una visione: abbiamo camminato
così tanto, in un tempo così breve.


Scritta nel 2022.

Nimis

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Fin dal primo giorno, non è un modo di dire
fin dal primo sguardo, dalle prime parole
dal primo giro su stradine di campagna
è stato chiaro che nulla era facile:
e verso sera in quel primo giorno insieme
ti ho accompagnata dal tuo psichiatra
che è una cosa abbastanza originale
per un primo giorno insieme.

È stato chiaro che nulla era facile
ed è stato chiaro che io m’innamoravo
fin dal primo giorno, ma non è una scusante:
mi potevo astenere, allontanarmi
o tu potevi allontanarti, invece
ci siamo avvicinati, così dopo qualche mese
tu mi hai concesso di viverti accanto
e io non ti ho preservata dal male.


Scritta nel 2022.

La fede del cane

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non è che non la sento primavera:
i panni colorati, il verde nuovo
mi colma di rincorse, di respiro:
non è per debolezza che sto fermo
lasciando che soltanto il cuore salti
per i campi del sogno e del ricordo:

sto fermo ad aspettarti, in ogni luogo
vegliando pronto, con i sensi tesi
e nessuna ragione da spiegare
né qualcosa da fare:

è semplice, sto fermo ad aspettarti
con la fede del cane che rimane
quando i parenti sono andati via
sul confine di ghiaia del cancello:
pulsano, sotto, vene di radici:
faranno scudo al buio della notte


Scritta nel 2022.

Acque

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ci sono i ricordi belli – non sembrano ricordi
le ore a scavare in noi con parole e carezze fino a trovare
qualcosa che brilla, un ristoro, una falda
preservabile, per un poco, dal torbido:
portarla in superficie, alla fontana
per bere

ma anche, senza parole, il bacio
improvviso alla stazione, accaduto
fra ragazzini timidi, insperato
o sperato come si sperano le cose impossibili:
nelle labbra appena socchiuse una cascata
impetuosa, un rovesciarsi di sistemi stellari
liberati a spumeggiare
come, spostate le pietre, un torrente

e ora la fiumana limacciosa
trascina resti di devastazione
da un cielo buio, non disseta, lascia
secchi rami, radici divelte:
ho un nido di topi nella gabbia toracica, è pegno d’amore
allo schiantarsi delle vele nere
ti sogno, in una luce


Scritta nel 2022.

Sottilissima

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Ogni alba ti contiene, ogni tramonto.
O tu, sottilissima, ogni alba
contieni, ogni tramonto. Sottilissima.

Tramontano parole e non ne sorgono
a nessun orizzonte. Mi allontano
quando riesco, dal mal dell’intelletto
perché in me un taglio, confuso, ti veda.

È meglio sfarinarmi nel franare
di scisse alture odorose di te
che opporre terrapieni, fondamenta
di palazzi ammirevoli, vuoti.

Le mani aperte, bambina, sei tu
casa e strada, sorella, montagna
e bosco – la tua carne è diventata
ciò che già era: la restituzione
a un cielo della luce a te maltolta:

un’iride sensuale in cui rinviene
– come uno stelo al presagio dell’acqua –
il disegno perduto del crinale.

[Sottilissima. Scusa il mio grosso
cercarti in vita, nel peso del sogno:
nel vizio, ancora, di raffigurare.]


Scritta nel 2022.

Loculo 22

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Il loculo 22, quello accanto al tuo
è libero, ho pensato in un quadretto-delirio
di prenotarlo (si affittano? o come?)
per farmi tumulare accanto a te
ma al quadretto-delirio si oppongono
tre (almeno tre, forse di più e magari
le più importanti mi sfuggono) obiezioni

1) non è detto che tu vorresti, la nostra
è stata una relazione con scontri
e muri solo in parte abbattuti
e i momenti più intimi, più belli
erano sempre nell’ombra di un’ombra
dunque potrebbe essere
uno stalking postumo
roba da farti incazzare di brutto

2) detesto le tumulazioni, i cimiteri
non sono il vero luogo, se si è
dopo la morte, si è, spero, altrove
in luoghi belli, vasti, impensabili
il cimitero è solo un simbolo
così, per chi rimane, per un po’
e comunque meglio la terra o il fuoco
che le casse di zinco moderne
non so chi le ha inventate

3) creerei un bel problema a chi
dovrebbe occuparsi della cosa (i figli?)
il trasporto, le pratiche, i cazzi
e mazzi, in un momento magari
già difficile, boh

Dunque niente. I quadretti… Cristina
quanto ci siamo visti? A volte
mi dicevi che non ti vedevo
e che ognuno si rifugia nel suo mondo
immaginario. Anche altri me lo dicono.
La verità, la realtà, è qualcosa
di accettabile, di sopportabile?

Mi sembra di averti conosciuta
in una sfera profonda emotiva
più che chiunque altra e forse è vero
ma questo non vuol dire che sia molto.
Lo scolaro che prende sempre quattro
la volta che prende cinque e mezzo
si esalta, ma non ha la sufficienza.

Certe notti mi parlavi per ore
e ti ascoltavo attento e innamorato
ma ho imparato? Non solo le parole
ma anche certi fremiti, un tremore
della mano, un sussulto
del capo, ha ogni cosa un alfabeto
che non credo sia innato.

Eravamo entrambi spaventati
dalla vita, dall’essere, ma in modo
diverso. Ce lo siamo spiegato?
In parte… La tua frase che dicevi
spesso, “confessare di esistere
è una condanna a morte”, l’ho capita
o è scivolata a combaciare
con un sentire mio, deviandosi
in quadri miei, già sedimentati?

Ognuno parla solo di sé stesso?
E pure su ciò, con scarsa competenza?
Possono le anime toccarsi
senza usarsi violenza?
Tu forse non lo credevi possibile
– non esiste amare! – ne hai tratto
la conseguenza. Non lo so, non so niente.

Ogni parola che entra demolisce
qualcosa in noi, ci vorrebbero città
interiori robuste, resilienti
non di rigido fragile cristallo
come – forse, forse… – la tua e la mia.

Ci voleva più tempo o sarebbe
stato sempre impossibile. Credo
– questo lo credo – di averti amata.
Lo credo io. E credo che anche tu
per brevi tratti abbia amato me.
Così come si può. Lo credo io
e non è sufficiente, nulla è mai
sufficiente. È un sei meno meno
forse concesso con manica larga.

Se esiste il paradiso, è un luogo dove
gli alfabeti si baciano e i cuori
senza nessun bisogno di difendersi
né di aggredire, capiscono:
esplorano e si lasciano esplorare
fino in fondo, con gioia.
E si trovano belli, come sono.
Sogni, sogni, sogni, sogni!

Perché non ci vediamo al lungodora,
alla panchina della prima notte?
A poter fare qualche passo ancora
nei boschi delicati, pian piano
vedendo meglio i rametti, le gemme
le zolle tonde, i buchi delle talpe
il sottosuolo misterioso, scavarlo
piano – attenta, ti tengo, mi tieni
la mano…

È tutto da impazzire. Non è certo
inscatolando la vecchia carcassa
putrescente nel loculo 22
che ti starei vicino, ma succede
di delirare, per non sgretolarsi
del tutto – ugualmente ci si sgretola
contro l’inconfessabile esistenza
si va via, si va via.


Scritta nel 2022.

Ipoludio

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I.

Non riuscirete a delimitare l’abisso
col nastro bianco e rosso
dei vostri delitti e dei vostri cantieri.
Non riuscirete a
mettervi in sicurezza.

«Non era possibile.
Non era nostro compito.
Non è colpa nostra!»

Alla luce improvvisa che s’accende
veloci blatte sparite nei buchi
di coscienze rattoppate
cartonati di saggezza
ologrammi di buonsenso
a perdita d’occhio le quinte di bontà.

Che fosse o non fosse possibile.
Che fosse o non fosse mio compito.
È colpa mia.

Lo schianto crepa il timpano del tempio
e inclina le colonne del teatro.
La pazienza di Nemesis trascende
i cori in musichetta dei call center.

«Elaboriamo il lutto, brainstormiamo
un seminario ad appianare tutto.»

Né s’elabora né appiana.
Cade e ricade il sangue senza fine
da quando un uomo lo sottrasse al Caos
innocente terribile. Gli diede
valore, per poterlo calpestare.

Nemmeno esiste il lutto, esiste Hybris
e chiama dalle ossa dilaniate.
Ascolto e attendo, qui mi fermo, voi
fate come vi pare.

II.

Non fu sottratto veramente al Caos
il sangue: ne fu fatto copia/incolla
con un rudimentale vecchio software
sopra fogli di senso, di legami
a cui fu dato nome realtà:
un nome, appunto, realtà, perché
la si potesse riconoscere. Il Caos
immune a ogni germe del bisogno
di riconoscimento, senza specchi
continuò a scandire: né sensi
né legami gli servono, s’insinua
in pomeriggi di fauni postmoderni
e guida glandi in vulve o in ani, bocche
su bocche, su capezzoli, benché
filosofie e poesie l’intralcino
spesso in scontri fatali. Ma questo
non ci interessa, noi siamo linguaggio
e come del cervello la corteccia
conta per noi della vita e della morte
la veste di parole, sottile, arbitraria
quanto basta per credersi
brevemente, accidentalmente libera.

Questa veste talvolta uccide prima
che il Caos, senza sapere, dia alla morte
il suo turno nel giro. Da scheletri d’insetti
(indenni, tranne se li contempliamo
d’ogni angoscia o dolore)
né Hybris chiama né attende Nemesis:
l’increata divina che credere creata
da noi è intollerabile, rimane
in altri spazi. Ma, ripeto, questo
non ci interessa, noi siamo linguaggio
che muore come animale al macello.

III.

S’io fossi gatto m’acciambellerei
e la tua morte dimenticherei
come la mia. Discorso vano: sono
uomo e urla da ossa dilaniate
di donna Hybris, il taglio nell’anima
(che esista o non esista è irrilevante)
mi è pena e mi consola, non governo
il Caos ma porto a Nemesis nell’ombra
con i migliori colpi di timone
il fantasma di nave naufragata
nei cui fasciami un sole immaginario
eterno si nasconde. Sia o non sia
possibile, sia o non sia mio compito
è mia colpa, io qui mi fermo, voi
fate come vi pare.


Scritta nel 2022.