Filastroccuzza scemotta

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Scrivo, neanche tanto. Faccio foto
al cappuccino che sta sul tavolino.
Imbratto fogli con tecniche meste.
Non ho voglia di giochi né di feste.
Benché domini il vuoto, di problemi
c’è sempre pieno, che contraddizioni!
Nell’orto i draghi coltivano i meloni
e siamo tutti quanti dei babbioni.


Scritta nel 2022.

Il denaro, la vecchia Peugeot

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Il denaro, il denaro. Quando sei venuta
ad abitare a Torino da me
hai venduto la macchina, era insostenibile
tenerla, e ci siamo detti che a Torino
se ne può fare a meno, ci sono i bus:
nella valle di boschi dove sei nata, no:
tre chilometri a piedi la corriera più vicina
che passa poi cinque o sei volte al giorno.

M’ero affezionato alla tua vecchia Peugeot
ammaccata: andava ancora bene.
Ma un’auto costa, chi ce l’ha lo sa.
La si sarebbe potuta anche tenere
se ci fosse stato il denaro, il denaro.

Ho amici costretti a vendere casa
e altri che casa non l’hanno mai avuta
costretti ad affannarsi, il denaro, il denaro:
affannarsi per vivere e la vita
scorre così, indicibile spreco.

I soldi non danno la felicità:
certo che no, si buttano dai ponti
anche figli d’industriali e divi di successo.
I soldi non danno la felicità
ma la loro mancanza dà problemi.

Dopo varie peripezie avevi ottenuto
il reddito di cittadinanza, qualche gracula borghese
avrebbe pure da obiettare, io vorrei
ritrovare la carabina di mio nonno
per sparare alle gracule borghesi.

Per carità, ci sono sempre stati
i ricchi e i poveri, ma si poteva sperare
in un progresso, invece mi pare
che il solco si allarghi. Il denaro, il denaro:
tutte le guerre si fanno per denaro
e anche lo yogurt lo compro con denaro,
il denaro mette il naso dappertutto.

Quando vado a fare i miei giri per l’urbe e la suburbe
due euro in tasca controllo che ci siano
nel caso che mi scappi da pisciare:
pisciare in città ti costa un caffè.

Che cosa è gratis? Forse respirare
(se non pretendi aria pulita) e l’amore
– ma un tetto e un letto per farlo, già no.
Pare che indietro non si possa tornare:
una volta inventato, il denaro
ha occupato ogni spazio.

Che merda! È così, dai secoli dei secoli.
Non era male la vecchia Peugeot:
l’ho guidata qualche volta, andava bene.
La sera che sei arrivata, piena di borse e scatole
per traslocare a casa mia… Poi, per il tempo
che l’abbiamo tenuta, la posteggiavamo
oltre corso Regina, fuori dalla zona blu
naturalmente. Era solo un’automobile
ma era tua…

Crepino i soldi e le borghesi gracule.


Scritta nel 2022.

Posta

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La tua assenza, combinata
con la crescente ottusa violenza del mondo
e con somme di problemi di persone a me care
fa, come dicono, la tempesta perfetta.

Provo a distrarmi con roba erotica banale
(la più banale è la più efficace
a questo scopo) o filmando soli o lune
da mettere sui social.

Ma ogni cosa riconduce a te
che non ci sei, irrevocabilmente
e dunque togli a ogni cosa l’essere
sostanziale: rimane una recita
che annoia. Non c’è voglia né energia.

La recita è dei crudelissimi potenti
sostenuti dal coro dei rozzi ignoranti.
Quelli che se esci un millimetro dal solco
fanno: uò, uò, ma che, ciài problemi?

E certo che ne ho, deficiente, tu no?

Ma sì, ma no, poi c’è dell’altro, lo so.
Sono arrivate le cartoline
della figlia e del figlio
e un bel pacchetto da Leda Gheriglio:
la Posta qualche volta può salvare.

Provvisoriamente! Ma provvisoria
è ogni salvezza, e in generale tutto.


Scritta nel 2022.

Discorsi al chiosco in un mattino d’ottobre

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Al chiosco di corso Taranto nel tavolo accanto
dice una giovane donna: “Due e ottanta
euro all’ora mi davano, neanche il biglietto
per andarci mi pagavo. Adesso prendo cinque
ma senza un giorno di ferie né permessi
né malattia, e quello se mi vede piegata
in due dal dolore neanche mi dice
di sedermi un attimo, niente, per adesso
resisto, perché la voglio una paga per me”.

“E per un lavoro un po’ migliore
sono in alto in graduatoria
ma non mi chiamano, eppure
non ho figli e nemmeno sono incinta”.

“Al mio amico hanno respinto la domanda
del reddito di cittadinanza perché
s’era dimesso lui dal lavoro, bisogna
che ti caccino via, se vai via tu non vale”.

Io per chi scrivo? Per la cornacchia borghese
che direbbe: “cra, cra, cra, cra, cra
prende due e ottanta ma si beve il caffè
al tavolino, cra, cra, cra, e quell’altro
ha un lavoro e lo lascia e poi vuole
che gli paghiamo noi la vita, cra cra?
Adesso i poveri pretendono di scegliere?”

Non lo so per chi scrivo, ma tu muori
cornacchia borghese dei telegiornali:
che un predato cadavere ti strozzi.

Due euro e ottanta, e non avere figli
e se vai via da un lavoro di merda
poi non chiedere aiuti, fannullone
che sperperi un euro al bar per un caffè.

Discorsi seri si fanno qui al chiosco:
le donne soprattutto, gli uomini
un po’ meno, loro dedicano tempo
a un Allegri, credo uno del calcio
però poi anche alle bollette del gas.


Scritta nel 2022.

È bene che nella notte ci sia un bar

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Le mille pagine dei messaggi salvati
sono un promemoria di errori, miei:
tu li vedevi prima che accadessero
e li lasciavi accadere, mi guardavi
come un cretino o un bambino che è così.

Severa un giorno, poi benevolente,
poi di nuovo severa, disperata.

C’è anche dell’altro, sicuro, persino
dell’amore, in momenti di luce
in cui i bambini-che-erano-così
si facevano complici, negli occhi.

Ma questa sera, in un sabato grigio
sento il peso degli errori sulle spalle.
Metto la testa sul tavolo, come
a scuola per riposo o per castigo
sulle braccia conserte. Se tu fossi
in questa stanza, a toccarmi una spalla!

Non ci sei. Non c’è nulla né prima
che si nasca né dopo che si muore,
è logico, che vuoi? Ma ti parlo.
La logica è un’invenzione contorta
che inceppa un grande mistero infinito.

Avevi antenne più sensibili di quanto
sia normalmente nella specie umana:
vedevi chiaro e dicevi o scrivevi
precisa come il filo di una spada.

Poi a te stessa soccombevi e tutto
s’offuscava, perché non è possibile
guardare così tanto oltre il confine
che recitiamo per sopravvivenza.

Io recito che credo che tu sia
in un bel posto, ad aspettarmi forse.
Guardo i messaggi con i baci e i cuori
ma stasera prevalgono gli errori
di mia colpa, grandissima colpa.

Perché non posso messaggiarti adesso?
Ci sarebbe da dire ancora tanto!
Quante volte non ho capito un cazzo…

E tu capivi così tanto che
non lo potevi con altri condividere
e nemmeno con te. Psicanalisti
dicono che capire è già guarire:
ma è vero solo se a ciò che si è capito
ci s’incastona o ci si sottomette.

Dove sta scritto che vivere è bene?
È una sceneggiatura di commedia
che ci sostiene. Fuori dal teatro
è buio, è pieno di bestie feroci.

No? Non lo so. Non voglio sapere. Non so.

Che cosa importa… Tu sei volata via
e io sto qui davanti a una tastiera
a scrivere, forse per rimandare
la nube nera. Che cosa ridicola.

Calma, calma. Adesso leggo qualche pagina
di autori buoni, mi guardo qualche foto
di donne nude, potrei farmi una tisana
ma è faticoso, magari scendo al bar
di via Cravero, aperto tutta la notte:
è bene che nella notte ci sia un bar.

Perché le cose non si aggiustano in poesie.


Scritta nel 2022.

Maschera

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Scrivevi: non sopporto la mascherina
– era quella del conte e dei draghi, sì, ma
non posso non vederci del più ampio:
avevi tolto così tante maschere al tuo corpo
da restare senza pelle, toccarti
era toccare nervi, sangue, vene:
e forse era illusoria l’epidermide
che accoglieva, ogni tanto, gli abbracci
come fossero veri.

Vorrei urlare ma ciurlano nel manico
gli strumenti, le frasi.

È tutto così vano e altisonante!
Per caricare un video su un social
devo cliccare crea, manco fossi
dio. Non si produce quasi niente di buono
ma si è tutti creatori, creatori di merda.

Come vorrei parlarti! Come mancano
le tue parole limpide, spietate
consolatrici come un temporale
che spezza un’oppressione – ma non ha
spezzato il peso delle tue catene:
ti sei dissolta, per fuggire, come
la nube dopo il dono della pioggia.

È tutto insopportabile. La gente
annuisce alla guerra, gli aguzzini
menano ai campi le anime non salve
nascoste in mascherine fluorescenti:
le sopportano, credono sia cielo:
hanno paura di svelarsi, muoiono
in longeve sbiadite anestesie.

Tu nata in giorni in cui la primavera
diventa estate ed è lunga la luce
hai rifiutato questa luce e l’estate
degli stupri e dei buoni consigli
dalle bocche deformi dei vecchi saputi.

Che fragore! Dal sabba infernale
di queste bolge al neon ti sei tuffata
in un silenzio oltremondano. Resto
qui a vacillare, respiro spiragli
incerti e rari al bordo di voragini
vacue, asfissianti. Ma già perdo il filo
di questa narrazione palliativa
su cui avresti molto da ridire
e che non so concludere: la chiusa
non sarà di mio pugno, apro la mano
e me la appoggio sul viso: nascosta
nel palmo, al riparo, in sogno ti ritrovo
con un odore – e tutto s’abbandona.


Scritta nel 2022.

La tua storia sei tu

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Ho ordinato un’altra copia di «Voci bianche»
e, per gioco, l’ho presa usata, amo le cose
che passano per mani e per vicende
diverse, su percorsi imprevedibili.

È arrivata dalla Germania, nei misteriosi
giri della logistica, dei corrieri. Ha pagine
leggermente danneggiate dall’acqua:
un’inondazione del Danubio o del Reno?

Mi piace leggerti nelle poesie di Andrea
perché le mie non le posso depurare
da me stesso, dall’ego invadente
che provo a lavar via, ma rimangono aloni.

Andrea è un poeta che mi piacque a prima vista
anni prima di conoscere te. Così trovarti
nei suoi versi è come in un paese
per caso, bello: un «tu qui?» detto all’unisono.

Ego o non ego, la tua storia sei tu
fortissimamente: è questo il dovuto
riconoscimento, dovuto e negato
dal mondo insolvente, dal fato, da noi.


Scritta nel 2022.

Incontro

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Venirti incontro quando esci dal lavoro
in un punto stabilito, per un giro
o una commissione prima di cena
amica, è una cosa ordinaria
non strabiliante, ma è bello, e guardando
il cielo che anche lui per abitudine
normalmente imbrunisce, in disegni
di bianco e azzurro e rosa, ho pensato:
tutto questo è prezioso, mancherà
quando più non sarà – e più tardi
da solo in un incrocio silenzioso
è passato un nero in bicicletta
con quel ronzio delle bici di oggi
di ruote grosse, così tanto diverse
dalle bici di una volta, è passato
con il suo zaino di schiavo di consegne
ed è filato via, ho attraversato
da marciapiede a marciapiede, su un lato
gli sterpi da un incolto, tutto questo
è ordinario, non è strabiliante
ma è prezioso, svanirà, mancherà.


Scritta nel 2022.

La fermata Pallanza

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C’era il tuo nome sul citofono.
E la fermata Pallanza proprio davanti:
tu dicevi che il 68 passa meno del 15,
secondo me, dicevo io, passa più o meno uguale.

In certi momenti non lo reggo, è inconcepibile, è
insopportabile, sai? Come puoi
non esserci, in quest’estate troppo calda
che accartoccia le foglie?

Ho le gambe pesantissime, cammino
adagio ma cammino, e dunque in qualche modo
è sopportabile, pare, questo avanzo di tempo
privato di freschezza. Dove sei?


Scritta nel 2022.

Deporremo la colpa

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Che cosa potevamo, piccola, o dovevamo
fare, e non abbiamo fatto? O se invece
(ma non lo credo) nulla c’era che potessimo
fare, come può l’Essere essere così duro
da consentire che nulla ci fosse?
In tal caso lo rinnegherei, restituirei
la cittadinanza dell’Essere, che nemmeno
fui io a volere: mi fu data per nascita.
Ma non lo credo. Mi è più comprensibile
(più tollerabile) che sulle mie spalle
e anche, piccola, sulle tue stia la colpa:
noi la potremo, in qualche screpolatura
misteriosa dell’Essere, deporre:
se ha l’Essere spazi di nostra innocenza
e di nostra speranza, deporremo la colpa
come un dono ed un peso, e sarà qualcos’altro:
qualcos’altro sarà, in cui saremo.


Scritta nel 2022.

Il sepolcro

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Non so chi pregare e non so nemmeno stare
in raccoglimento. Ho bevuto alla fontana
del cimitero e ho riempito la borraccia:
è acqua dei tuoi monti. Parlare con te
o illudermi di farlo, quando viene viene
in qualsiasi luogo e di sicuro
tu non abiti qui, in questo condominio
di scatole d’ossa sigillate in piombo.

Però ogni tanto ci faccio una visita:
è un sacrario di segni, e se l’urne dei forti
a egregie cose pare possano accendere
il forte animo, alla mia debolezza
concedo un rito di pellegrinaggio
così fra noi, per la lapide semplice
che bella e santa a me fa Casario:
non se lo merita? perché, Firenze sì?
i fiorentini, te li raccomando!

Ma, soprattutto, vengo a questi boschi
e a questa valle, dove la bambina
ancora gioca e ride e qualche volta
più grandicella, io l’ho vista ridere
(un privilegio enorme): ti ricordi
la sera che proprio non siamo riusciti
ad accenderla, quella stufa a legna?

Non so chi pregare, va bene così:
se c’è speranza e spazio, ci sarà
e già c’è: mi confondo in un immenso
che non ha certo bisogno di me.

Però mi manchi, manchi dappertutto:
manca un pezzo a ogni cosa. Dove sei?


Scritta nel 2022.

Infinito, variante modesta

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Segue al tramonto del sole il tramonto
di una falce di luna, crescente.
È già luglio. Ho fatto i miei giri
poi non so, me ne sto nella sera
con inquietudine. Vedo meglio forse
con gli occhi chiusi, di modo che scorra
qualcosa che è tutto ed è nulla, non ha
valore né tempo né verbo né immagine:
non posso entrarci, mi lascio lambire
fingendo che sia dolce naufragare.


Scritta nel 2022.

Il canto delle valli

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Non pensarci, mi dicono. Non posso
non pensarci, ma poi perché
non pensarci? Ti vedo arrivare
sotto casa, scesa forse dal quindici
apri il portone, sali a piedi i cinque piani,
apri la porta del tuo appartamento,
entri e chiudi. Non la aprirai mai più.

Ti vedo, non lo so cosa tu faccia
e quanto tempo passi, ma ti vedo:
metti accanto alla ringhiera la scaletta
con le tue braccia agili. Scrivi
l’ultima frase a penna su un foglietto
e lo appoggi sul tavolo con cura.
Forse ormai calma, non ti trema la mano
e c’è silenzio. Ti vedo interamente
pur non vedendo, ti vedo senza il rumore
del flusso vano di immagini che ingozza
quest’epoca gommosa, solitaria.

Ti vedo come sul muretto nella piazza
dove aspettammo che ci mostrassero un alloggio
e si parlava di modeste, ordinarie
cose: ti vedo come la mattina presto
sul lungodora, o a mangiare ciliegie
nello slargo, sulla panca arcobaleno.

Ti vedo come nessuno ha rubato
né in parole né in foto, custodita
in un’aria sospesa dove il sole
svela senza intenzione gli sciami dei corpuscoli.

E vedo la mia assenza, l’impotenza:
gli istanti alla rovescia del salire
ancora quattro scalini di metallo
tu delicata, debole, dolcissima
nell’attimo reale irreversibile
cadere in volo, sciolta, immolata:
“nemmeno i capelli degli uccelli
hanno gli intrichi dei miei”.

Sia benedetto il dolore perché è vero:
il suo ago trapassa il vaneggiare
fatuo che ci stordisce in prigionie
irretite di suoni e di bagliori:
fa sanguinare le nostre parole
e riesce ancora a ricucire mondi.

Sii benedetta, nel dolore, tu
che hai donato penombra e brezza lieve:
ti vedo dove non si trova traccia
di nessuna di quelle che non eri
né di me che nemmeno so chi fossi:
dove c’è spazio in cui si può ascoltare
il canto delle valli, delle foglie,
delle nubi, degli angeli, di noi.


Scritta nel 2022.