Un aroma di appena sfornato

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Sul marciapiede, stanco, qualche goccia
di pioggia. Da una panetteria
un aroma di appena sfornato, e tu
sei dentro e sei dappertutto
in una tenerezza insopportabile.
Non ce la faccio, c’è una lisi dell’anima
del pensiero, del linguaggio:
la luce è scissa in fotoni disgregati
che polverizzano appigli, profili.
Ogni forma possibile ferisce
ciò che tu sei ovunque tu sia.
Per non cadere, lavoro questi gusci
d’insetti predati, disseccati o marci.
Ma perché non cadere? Vorrei porgerti
il pane che preferivi. Dove sei?


Scritta nel 2021.

SUL COMPLOTTISMO

Un mio scritto pubblicato su un blog amico.

Epidemia di Vita

di Carlo Molinaro

Rubano il tuo pane, poi te ne danno un pezzettino, poi ti ordinano di ringraziarli per la loro generosità. Quant’è grande la loro insolenza!
Ghassan Kanafani, Poeta Palestinese

Si è derisi se si parla di poteri forti, si è derisi se si parla di complotto. Beh, proviamo a cambiare le parole: al posto dei poteri forti mettiamo un’oligarchia mondiale, e al posto del complotto mettiamo l’andamento della situazione geopolitica planetaria. È all’incirca la stessa cosa.

A voi pare davvero un’ipotesi da manicomio che in un secolo in cui i governi, tutti i governi del mondo, devono chiedere il permesso all’alta finanza e all’alta economia anche per fare una scorreggia, ci sia una cabina di regia (più o meno coesa, più o meno organizzata) al di sopra di tutto?

A me, sinceramente, sembra l’ipotesi più probabile, la più scientificamente adatta a spiegare lo “stato delle cose” nell’epoca in…

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La superficialità e la disattenzione. Queste
erano due fra le cose che odiavi di più.
Ma non come le odiano a parole
gli snob che ostentano in ogni salotto
(portano come un distintivo sul petto)
la loro presunta profondità e attenzione.

Tu le odiavi soffrendone in silenzio:
sulla tua pelle le ferite invisibili
aderivano ai traumi nei tessuti interni
a te stessa incomprensibili, remoti
e vicinissimi, urlanti: un sussurro
ti passava solo, negli occhi, di rimprovero.

M’arrivano nei cuori delle notti
rivelazioni d’attimi con te
come frammenti di poemi sacri
tardivamente intesi, ricomposti:
sul limite del sogno mi risvegli
e ci parliamo ancora. Dove sei?


Scritta nel 2021.

30 ottobre, sera

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(sono seduto in casa davanti alla tastiera e allo schermo
che hanno sostituito la penna e il foglio
fuori il grigio si fa più scuro e penetrante
viene la sera, è già sera)

mi sento accadere dentro quel percorso inesorabile
che accresce la solitudine nel volgere del tempo
non è colpa né di altri né mia
almeno su questo, nessuna fazione

un’inquietudine immobile, in un certo senso quieta
lascia indietro il pregio del silenzio e delle voci
in svariate finzioni per un’arte di vivere
chiusa, in realtà, fra copertine o sipari

apre al ballatoio di una casa abbandonata
dove altre leggende, scritte o tramandate
dicono di feste abbozzate, di corpi
conciliati da aromi, da musiche, vini

ma la sola verità della commedia è l’inserviente
che con aspro rumore ripone le sagome
che formavano, combinate, sotto i fari un salotto
con pareti di libri, o mestoli, o tendine

per non disilludere è meglio scivolare
da una porta di lato, quelle che aprono alla fine
su vicoli stretti, nascosti alla facciata
qui carezzare muri ruvidi, sognare

(forse esco ancora, magari al chiosco un caffè
se è ancora aperto, uno dei ragazzi è via
e gli altri due chiudono prima perché
quando si è in meno, si fa come si può)


Scritta nel 2021.

La festa dei morti

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Già s’avvicina la festa dei morti – i morti,
questa strana parola: se esistono ancora
non sono morti, se non esistono più
perché dar loro un nome? Due vecchie
al chiosco di corso Taranto discutono
di fiori: “la rosa dura troppo poco, meglio
il crisantemo o la margherita”. Valutano
la durata di un vaso di fiori
davanti al nulla o all’eterno o a chissà.

Forse cederò a ritornare al cimitero:
per fare qualcosa, aggrapparmi a un’usanza.
Ma tu, se sei, non sei lì certamente
e di ciò che sta nella bara zincata
ho orrore e terrore: la tomba murata
(follìa!) allunga la putrefazione:
meglio sarebbe la nuda terra, o il fuoco.
E i loculi… T’hanno messa al quarto piano:
dove li attacco i fiori, eventualmente?

Anche nel piccolo cimitero di montagna
(in sé quasi bello) han fatto i condominî.
S’avvicina la festa dei morti – e i nati
provvisoriamente ancora non morti
fanno cose, da mostrare a sé e agli altri.
È umano. Io però ti sono accanto
in ogni istante e mai, non credo nulla
e credo che nel nulla che non credo
ci troveremo, amore. Dove sei?


Scritta nel 2021.

La mantide, la scolopendra e il ragno

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Quando s’incontrano una mantide e una scolopendra, l’esito è incerto.
Scatto, potenza, velocità, fortuna.

Talvolta la mantide riesce con le sue potenti tenaglie a bloccare la scolopendra, impedendole il morso velenoso, e con le fauci la taglia in due, e la svuota, mangiando come da un vasetto aperto la tenera polpa bianca che stava sotto le squame. La mantide si sazia e sul terreno resta della scolopendra un guscio secco spezzettato.

Talvolta invece la scolopendra resiste alla presa e contorcendosi raggiunge con la bocca il ventre molle e grasso della mantide, vi inietta il veleno, lo perfora, lo apre, ed è lei a mangiare dal buco aperto la tenera polpa bianca. La scolopendra si sazia e sul terreno resta della mantide un guscio secco spezzettato.

Se l’incontro è fra una mantide e un ragno, la questione è differente. Il ragno, anche piccolo, è vittorioso sempre se la mantide, volando, s’impiglia nella sua tela: in un attimo viene avvolta di fili, ripiegata, immobilizzata, e poi lentamente succhiata viva fino all’ultima goccia di umore. Se invece l’incontro avviene a terra, solo ragni molto grossi e velenosi hanno qualche possibilità di cibarsi di carne di mantide – altrimenti, è il ragno a diventare cibo.

Ada, la fidanzatina del ricco rampollo beota, era una scattante piccola scolopendra che bene difendeva il suo amore, ossia la sua fonte di sostentamento. Da pochi mesi una mantide, una gran figa che era partita all’attacco per accaparrarsi il generoso principino, era stata intercettata e, dopo una breve lotta, spolpata. Il pettegolezzo aveva rapidamente portato in giro l’immagine del guscio secco della mantide abbattuta, e Ada la scolopendra ne era uscita rafforzata: altre pretendenti ci avrebbero pensato bene, prima di provarci.

Tuttavia Asia, una modella di rara bellezza nonché abilissima porca d’alto bordo, ritenne di potercela fare. Gli affari non andavano bene, pochi e avari erano sia i fotoamatori sia i clienti d’alcova. Il ricco rampollo era un’ottima occasione: spremerlo bene, per qualche mese almeno, onde risollevare il bilancio. La mantide Asia si fece sotto, cominciò a strusciarsi sul rampollo, e a piacergli.

Ada immediatamente le fu addosso. La velocissima scolopendra puntò al ventre della mantide, che però fu più fulminea, bloccandola fra le chele. La centipede, esercitando tutta la sua forza, riuscì ugualmente ad avvicinare le fauci all’addome dell’avversaria. Furono attimi drammatici: la scolopendra si contorceva, si divincolava, la mantide non riusciva a immobilizzarla del tutto. Il rostro dell’irta scorpioncina sfiorava la pelle della verde predatrice, la quale a sua volta cercava di infilare la bocca tagliente fra i segmenti del corpo squamato.

Prevalse infine la potenza della mantide: lentamente dilaniata, la scolopendra si divise in due monconi. Era finita: la mantide se la divorò con gusto. Asia aveva tolto di mezzo la tenace fidanzatina a lungo mantenuta dal rampollo; non le restava che volare sul principino, e ricavarne il massimo, grazie alla sua bellezza e alla sua sensualità di navigata puttana.

Ma un’altra pretendente aveva seguito fin dall’inizio tutto l’evolversi della faccenda, tifando per la mantide. Michela, una donna ragnetto, una giovane studentessa molto interessata al rampollo, odiava Ada, ma sapeva di essere troppo piccola per poterla affrontare direttamente e sottrarle la preda. Un ragnetto nulla può contro una scolopendra.

Così Michela, sul percorso che necessariamente portava al principino, tessé una potente ragnatela: inutile contro le scolopendre, ma molto efficace contro le mantidi, insetti alati. La divoratrice Asia certo non se l’aspettava, né avrebbe potuto vederla. Spiccando il volo dal terreno dove erano rimasti segmenti secchi della spolpata Ada, puntando veloce sull’ormai conquistato rampollo, la mantide s’impigliò nei viscosi fili e ne fu avviluppata. Lesta la donna ragnetto la avvolse in trame sempre più strette, schiacciandola. Poi, con calma, la svuotò, aprendole il ventre, e riducendola a spezzettati frammenti sparsi.

Fra la ragazza scolopendra, la ragazza mantide e la ragazza ragno, vinse dunque quest’ultima. La morale non c’è, perché questi intrecci d’interessi sono tutti immorali, ovviamente. Il ricco rampollo beota farebbe meglio a svegliarsi, e innamorarsi di un’innamorata davvero, magari donando ai poveri tutti i suoi beni così è più tranquillo. Ma che l’amore esista non è un dato sicuro, e poi è più divertente la lotta fra insetti e altri piccoli animaletti.

Su un treno una sera d’ottobre

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Che meraviglia sono i treni e la notte e il vento
Cristina, i vagoni merci carichi di cereali
a cigolare sul primo binario, in attesa, eppure
tutto questo non basta, nemmeno più conta.

Non so paradisi senz’erba e ferrovie, traversine
pregne di piscio, creofenina, radici:
non so luoghi vivi d’una vita che non sia
questa che vivo, che viviamo, che hai vissuto:
coglionate i nirvana, la perfezione immobile
dei teologi di tutti gli orizzonti. Sono in treno
stasera e manchi, manchi, ti vedo arrampicarti
sugli alberi o rubare una maglia al mercato
o ridere, piangere, correre: ma queste sono cose
di qui, sono le cose che scompaiono al corpo
quando la morte lo ferma e lo scioglie, la morte
è dunque davvero la fine di tutto, la sua cappa
di maga nera, ciò che è ritrascina nel nulla?
Non lo sopporto. Non di tutto! Sia la fine soltanto
di ciò che so pensare, immaginare! Merda!
Sia la fine di me solamente!

Contemplo gli occhi rotondi degli scambi
delle rotaie, Cristina, vorrei che fossi qui
tu dentro il limite in cui ci abbracciavamo
ma invece oltre, fuori c’è, ci sarà… che…

Queste poesie mi abortiscono tutte:
ne sono contento, è anchilosato il mio utero,
il seme caduto è d’un gene che trascende
ogni mia gestazione, tutto esplode più grande
e se muoio di parto è la morte migliore:
muoio di cose a me molto maggiori,
innascibili, immense: poterti trovare
in sagome di treni, dietro il vento.


Scritta nel 2021.

Fili di spazio e tempo

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Mentre un colombo camminava accanto ai piedi del bambino
sull’asfalto irregolare rugoso come un tronco del marciapiede
e il sole s’era appena spento dietro le cupole degli alberi
e sul marciapiede c’erano rametti spezzati e foglie accartocciate
e appoggiato su una panchina il bambino scortecciava con le unghie
un rametto raccolto a terra, meticolosamente, e lo osservavo
nell’attento lavoro, ho visto per un attimo i fili di spazio e di tempo
solitamente invisibili che tutto percorrono avviluppandoci:
assomigliavano ai fasci dei muscoli in certe illustrazioni anatomiche
o a lunghi capelli galleggianti su onde o a intrecci di ferro sottili
o a lunghe ragnatele fluttuanti o alle nasse in cui i pescatori
catturano per ucciderli pesci lucidi guizzanti o a tratteggi a matita
per simulare chiaroscuri in disegni su banchi di scuola, assomigliavano
a vasi capillari d’interscambio di qualcosa, non so dirlo preciso:
di certo ci tenevano e prendevano e sostenevano e imprigionavano
mentre il bambino finiva di ripulire il rametto dalle scorie
trasformandolo in un bastoncino nitido e io seduto osservavo:
poi passato l’attimo non li ho più visti perché sono invisibili
i fili di spazio e tempo, è stato un errore di un sistema o degli occhi,
il bambino era stanco, avevamo camminato molto a lungo
dalla scuola materna per il fiume verso il parco, cominciava
a ciondolare, a fare ostruzionismo e volere la mamma, perciò
ci siamo incamminati verso casa, ho sentito ancora un poco
sul viso i fili, come quelli dei ragni che volano in certe stagioni.


Scritta nel 2021.

Una sensazione sul bus

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Confusamente, annusando la pioggia
vivace e sul bus la gente viva, il ritmo
della strada, le strisce delle gocce
pensavo a come è tutto questo scorrere
e a ciò che c’è e a ciò che manca insieme
confusamente, che anche ciò che c’è
manca e anche ciò che manca c’è
in un gioco di vortici o di porte girevoli
ma sono inadeguate queste similitudini
meglio non provarci nemmeno, è solo
che ho sentito voglia di vivere e insieme
voglia di morire, quasi fosse lo stesso
ma non so spiegare, un baciarsi e inseguire
autobus nell’oltretomba, tenersi per mano
qui nella vita con la pace d’essere morti
un sorriderci oltrepassati i cimiteri
però di qui, osservando un vecchio al bar
che sfoglia un giornale, ma da un’altra parte
fantasmi uscire bambini vociando
da una scuola, sotto alberi mostruosi
che abbracciano universi accovacciarsi
fare pipì, guardarla tiepida fumare
– ma niente, no, non lo posso spiegare
è stato un attimo, una sensazione sul bus.


Scritta nel 2021.

Un momento quasi sopportabile

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La barista Elena, minigonna cortissima
a fiorellini antichi e scollatura generosa
su generose poppe, si china al tavolino
e mi dà il cappuccino sussurrando:
“Ti ho messo il cucchiaino piccolo
perché quelli grandi sono tutti occupati”.

Così all’aperto nel bar di periferia
penso alle cosce, alle poppe e ai cucchiaini
piccoli liberi e ai grandi occupati
(in che senso? non li avrà ancora lavati…)
ed è un momento quasi sopportabile.


Scritta nel 2021.

Il frastuono

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C’è mancanza di finezza nel disegno di oggi:
si salva qualche bustina di zucchero con alberi
tratteggiati in leggerezza. Persino Topolino
è più aggressivo: linee spesse, tinte forti, contrasto
e non sfumatura. I francobolli commemorativi
che ancora emettono benché più nessuno
spedisca lettere, sono orrende patacche
pubblicitarie. Non ricami ma strutture di tubi
grossi, protervi, è questo il disegno di oggi:
non discorso ma urlo, solo urlo, le automobili
di sera tengono gli anabbaglianti anche dove
è illuminato a giorno e le luci di posizione
basterebbero e in molti bar, non tutti per fortuna
ti inseguono musiche che sono colpi di martello.

E anche in questo non posso non pensare
(lo so, può diventare un’ossessione)
a te così fine e così fina, sussurravi sottovoce
parole precise come miniature d’amanuensi
o taglienti come lame di Toledo, tu nitida
pittura fiamminga su carta velina e insieme
dipinto impressionista tentato con gessetti
da un madonnaro su un lastrico scabroso:
tu filigrana fragile preziosa, tu altre cose
che non so dire e che nessuno ha detto:
tu elegante nel pianto e composta e severa
fino all’ultimo gesto dilaniato – i tuoi sorrisi
conservo nello scrigno provvisorio
del mio cuore, delicatissimi prodigi:
li difendo, per un poco, dal frastuono.


Scritta nel 2021.

Almenoché

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Ho ritrovato ancora messaggi, una videolettera
dell’aprile del duemiladiciannove:
mi sono accorto che in tutto il nostro tempo
non c’è mai stata nemmeno una bugia
né tua né mia.

Quel mattino eri andata in palestra:
ero contento se facevi qualsiasi cosa.

La vita è un compromesso, chi non lo sa?
Quel famoso io che sono guai se non è solido
cresce fra come è e come occorre che sia.

Non le piace studiare non le piace lavorare
e nemmeno fare la puttana
cos’è, un’artista? dobbiamo mantenerla?
crepi! – la piccola infelice borghesia
ringhia la sua saggezza:

se non ti piace, fingi almeno che ti piaccia
per il tuo bene! – starai meglio, sforbiciando
capelli alle signore – potrai chiamarti
non parrucchiera ma hair stylist, wow!

Oh, ragazza, credi di essere l’unica?
Lo sai che devi guadagnarti da vivere?
(loro ti sono dentro, sei tu stessa che ti parli)
(e ti condanni)
(“abbandonò il campo di battaglia
traditrice ingrata”)

Vuoi fare la barbona? finisci male…
L’artista? sei capace? a quanto vendi?
Ti piacciono succhi di frutta costosi.
Abbiamo tutti il peccato originale:
il peccato: l’alienazione, la finzione
l’accettarsi per come non si è.

Bella mia, chi ti credi di non essere?
Abbiamo tutti i nostri peccati
Abbiamo tutti i nostri
Abbiamo tutti
Abbiamo
Abbiamo
Abbiamo

La morte ma non i peccati!
(finsero detto i preti bastardi
da morti male poi santificati)

Scusa. Ti amo, deliro, svanisco.

Ho sperato in qualche modesta soluzione
(anch’io piccolo borghese
– il mio buonsenso piccolo del cazzo –
chi mi credo di non essere?)
modeste provvisorie soluzioni:
sai, quelle vite non proprio felici
(qualche carezza, qualche pastiglia)
dove un colpo di reni ogni tanto
ti solleva alla luce, costruisci
roba che crolla però non crolla subito:
ci sta in mezzo un respiro:
fingi che non sia finto, fingi tanto
che poi è vero, è davvero il tuo bene.

Ma non so. Che la vita è un compromesso
lo sanno tutti, non tutti però
sanno compromessare. Chi non sa…
Io quasi non so più nemmeno parlare.

Mi manchi
(due parole: sufficienti).

Forse davvero hai salvato la tua anima.

Ti ricordi quando dicevi
“almenoché” però poi lo sapevi
che si dice “ammenoché”
“ma mi viene così!” sorridevi

(…)


Scritta nel 2021.

Le due Mini

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Quando annotavi le due Mini uguali
e le suorine, per le strade in collina
erano forse tempi più leggeri
o è stato tutto sempre, in fondo, uguale?

Certe cose che bastavano, non bastano.
È un maturare, o è che la vita
chiede una dose crescente di droghe
per sopportarla, man mano che s’invecchia?

È un positivo evolversi, un conoscere
o uno stordirsi con sogni più astuti
per sostenere la consapevolezza
via via più forte del nulla che è in tutto?

Domande, domande… Ma sono, come allora
contento se ti vedo, se ci sei
e se sorridi o ridi. L’umore del mondo
è, come il nostro, un sottile mistero.


Scritta nel 2021.

Nella casa sul mare

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Sono tornato nella casa sul mare
due anni dopo. Tu stavi rannicchiata
nella poltrona, ti guardavo, parlavamo:
altre volte volevi stare sola
e allora uscivo in giro per la costa
cercando di distrarmi con visioni.
Niente era facile, mai. Però c’eri
e c’era la speranza, ed eri bella
ed eravamo in qualche modo uniti:
commilitoni d’una strana guerra
per i deserti e i nemici improvvisi.

Abbiamo fatto tante cose insieme:
più di quel che sembrasse, ora che osservo
quel tempo terminato. Terminato.
Osservo il mondo ora privo di te:
io che ci faccio? Mah, niente, direi:
tranquillamente la morte è vicina
senza ch’io debba cercarla o provocarla.
Che esista o non esista, verrò presto
nel luogo dove sei, saremo accanto
sapendo o non sapendo, come prima.


Scritta nel 2021.