Non c’è via d’entrata

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…spesso non c’è d’uscita, lo so
ed è disperante. Ma
non c’è via d’entrata
altrettanto spesso, in situazioni
in rapporti, relazioni
in Paesi verso cui fuggi
in donne, in uomini
in case d’inverno
in lavori, giornate
e persino in sé stessi

«non c’è via d’entrata»
(frase che forse non ho mai udita)
frase che andrebbe
rivalutata


Scritta nel 2020.

Osservando un balcone

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Appese alla ringhiera
una maglia rossa, una maglia nera.
Il sole. Non è ancora il tramonto.
Oltre la portafinestra, una stanza:
se ne vedono oggetti.

C’è chi si consola fumando la pipa
in una casa fra i campi. Le rive
con gli alberi. I vicini
di cui non fidarsi. Ciascuno
ha il suo orto. Una bottiglia, un cane.

C’è chi si consola vagando
fra case di sobborgo. Le rotaie,
i bar poco illuminati. L’erba
nelle crepe. I passanti, le ombre
indistinte. Le voci da un androne.

Ma per ognuno in ogni luogo brucia
il giorno: al secco fumo rosseggiante
è mescolato un umido di cenere.
Più bellezza raccogli più ne perdi:
così ti beffa la felicità.

Eppure mite, indomata una donna
toglie dalla ringhiera
la maglia rossa, la nera, si ritira
in un riparo di sedie e pensieri
semplici, misteriosi.


Scritta nel 2020.

L’incavo

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L’incavo d’un petalo di rosa
non ho un modo normale di vederlo:
né l’incavo del tuo orecchio
né altro. Non ho un modo normale,
un modo buono: che tu dici: è buono.

Guardare, contemplare
rispettosamente attendendo
la sfioritura, il corso di natura.

O mordere! Brucare il fiore
perché muoia subito, diventi
un sapore nei denti, un ricordo
ancorato nel corpo, nella mente
a morire con me.

Abbiamo addosso bellezze formidabili
e orrori orripilanti. Tutto questo
sta prima, non ha nulla da spartire
con le umane relazioni, tardive
sovrapposizioni, divine
costruzioni di spirito, di verbo.

L’incavo d’un petalo di rosa
sfiorarlo, un compromesso. Annusarlo.
Toccarlo. Ma se è ala di farfalla
già è danno. Astenersi. Il tuo orecchio
baciarlo: è la maniera
che abbiamo escogitato.

Tutto è sempre incompleto:
riempire il vuoto è un impulso di morte.
L’albero non ha gli occhi né le mani:
forse in ciò è la sua pace.

Ma io ho gli occhi, e bruciano
di visioni, ho le mani, e tremano
insicure, vogliose. Non le sfama
il pane d’un amore che milioni
d’anni di cure e manipolazioni
han reso inconoscibile.

I gatti non è vero che sanno
cosa fare: è che non c’è bisogno
per loro di sapere. Io umano
devo sapere: essere nocchiere
dell’occhio, della mano.

L’incavo d’un petalo di rosa
si fa demone in me, demone che
ribelle costruisce paradisi
da cui precipitare.

Stai lontana da me, è la scelta migliore.


Scritta nel 2020.

Capodanno 2020

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Cominciano i botti. Un anno fa
eri con me, in questa casa, qua.
Io nutrivo sogni impropri, tu
a volte sorridevi, poi cambiavi
fra il bacio e l’ira, fra il dolce
dialogare e il silenzio più duro.

Sono qua ora da solo. Sto bene
da solo, non vorrei nessun’altra:
per sbagliata che fosse la storia
m’ha pervaso, m’ha intriso.
Archivierò questo pieno di vuoti
che sento in petto, andrò oltre, vorrei

solo che tu fossi felice, tu.


Scritta nel 2019.

Cinema e letteratura

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Il film è semplice, quasi una commedia.
Titoli di testa, stazione
di campagna, sguardi, si studiano.
Automobile, declivi, una piazzuola
a caso, curiosi, nervosi.
Stacco. Altra campagna, camminano
fra campi assolati, promana
calore la terra, casolari
oltre un rado orizzonte di rive.
Dissolvenza. Altri ambienti, uffici,
ambulatori, vie, piazze, caffè.
Fiume, lungofiume. Sguardi
si ascoltano, a lungo si ascoltano.
Stacco. Città. Stazione
più grande, le mani si toccano,
al treno un bacio, inatteso, improvviso.
Dissolvenza, messaggi. Non so,
forse so, non capisci, capisci?
Stacco, appartamento, divano letto.
L’amore, il non amore. Dissolvenza.
Casa, cucina. Abitano insieme
ora provvisoriamente. Poltrona.
Dialogo d’amore, furore, mangiare.
Uscire, parco, le scatta foto fra gli alberi,
al chiosco dei panini sottofondo
musicale sbagliato, carrellate
avanti, indietro, panoramiche inquiete.
Impossibile vivere insieme,
luce nel bagno, porte, bicchieri
tolti dal tavolo, spalle, tensione.
Stacco. Altra casa, altre case.
Fermata di tram, parole, ascoltare
pianti fughe aggressioni, brevi intarsi
di collera e dolcezza. Come d’uso
nella cinematografia contemporanea
titoli di coda repentini, niente
epilogo, si lascia all’intuizione.
Il film è semplice, quasi banale.

Ma il romanzo da cui è stato tratto
per intero nessuno l’ha mai letto.

Per intero nessuno l’ha mai scritto.


Scritta nel 2019.

La sedia

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S’è sfasciata di colpo la sedia
a cui volevi rifare il sedile
con una sagoma di legno buono.
Poi non hai abitato più qui:
ho commesso miriadi d’errori
e rifare il sedile sarebbe
stato vano: han ceduto, tarlate,
le gambe dietro. Che botta
mi son preso sul culo. Speriamo
che ora tu abbia delle sedie migliori.
Pure, un Natale fa, accudivi
quasi fosse la nostra questa casa.


Scritta nel 2019.

Statuto-Statuto

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FOTOPONOT

 

Esco di casa perché sì. Decido
di non prendere nemmeno la borsa.
Metto in tasca portafoglio e telefono.
Così mi riposo la spalla:
pesa, talvolta, la tracolla.
Vado in piazza Statuto.
Penso: magari un dolce da McDonald.
Non è male quella specie di gelato.
Ma decido di no. Vedo un dieci
al capolinea. Sono le dieci e mezza
della sera del diciotto dicembre.
Il dieci ha un percorso che a me pare triste:
vialoni corsoni questura Crocetta.
Ma mi dico: per cambiare!
Lo prendo, poi decido dove scendo.
Passo in piazza Diciotto Dicembre.
Mi stupisco che non sia piena di danze
per il suo onomastico. Viaggio oltre.
Decido all’improvviso di scendere
in corso Stati Uniti. Lo percorro.
Decido di passare al Polski Kot.
Magari è aperto. Infatti è aperto.
Alessandro mi saluta, altri stanno
in disparte. Alessandro mi dice
che mi trova un po’ giù, non so, poi
mi chiede come stanno i figli, i nipoti.
E che potrebbe fare? È gentile.
Mi piace, mi offre un caffè, sto un po’
da solo a un tavolino a leggere
un libro preso da un cesto: un poeta
russo parla di entropia e biciclette
e naturalmente di ragazze. Bevo
il caffè, poi che fare? Andare.
C’è, vicino, il capolinea dell’undici:
altro bus che poco frequento.
Lo prendo con l’idea di scendere
alla stazione Dora, piazza Baldissera.
È deserto. Vado. A Porta Nuova vedo
un taxi che è stato investito da un quattro.
Ci sono i vigili e il carro attrezzi, che botto.
Poi l’undici passa per il centro:
via Venti Settembre, Porta Palazzo.
Non è che uno esce di casa e trova amici.
Queste cose si costruiscono lentamente:
in genere prima è come stanno i nipoti,
è roba formale. O forse è mia colpa
mia grandissima colpa
che il mio problema non sia di nipoti
ma ragazze, malintesi d’amore
e altre cose di questo tenore. I
n centro
l‘undici si riempie. Potrei scendere in centro:
dalla stazione Dora a casa come torno?
Non ho voglia del centro. Ho voglia
di periferia. Un amico mi consigliava
oggi con messaggi su Whatsapp

di cercare delle donne più plausibili.
Se ho capito. Mah. Dove vanno
tutti questi passeggeri dell’undici?
Lo sanno? Io lo so dove vado: da nessuna parte.
Lo so di preciso. Donne plausibili. Ma
forse non ho più stimoli a storie reali.
I malevoli dicono che mai io ne ho avuti:
ma questo è falso. Io agogno la realtà,
adoro la realtà sopra ogni cosa.
Potrei scendere a Porta Palazzo.
No, vado fino alla stazione Dora.
Di lì poi prendo un quarantasei o quarantanove
o vado a piedi o con una Mobike: ci sono
nella vita così tante possibilità!
Ma storie reali forse non ne voglio più:
sono un vecchio stanco, sono
il deserto in cui grida la mia voce.
Certo sull’undici una ragazza c’è:
con gambe velate sotto un paltoncino.
Però non alzo nemmeno lo sguardo,
resto così con soltanto le gambe,
tanto non credo vorrebbe sposarmi.
Non è che esci e trovi le cose.
Ma costruire, arzigogolare
m‘ha sempre dato noia. La sera di pioggia
è bella ed esiste senza tanti complimenti.
E io non mi lamento. Mi godo
il viaggio sull’undici dopo il caffè
offerto da Alessandro, che mi piace:
e qualche volta qualcosa si è detto
di più diretto, ma chissà se vogliamo
davvero dire del profondo, dove
nessuna soluzione esiste mai.
Arrivo a mezzanotte in piazza Baldissera.
Dovrebbe passare ancora un quarantasei
o quarantanove. Due o tre volte mi sono
spaventato stasera d’aver perso la borsa.
Non sono abituato a stare senza, mi devo
abituare a questa e ad altre cose.
Ma di solito la prendo per avere
l‘acqua, la macchina fotografica, i guanti
da bici che mi ha regalato una ragazza.
E che altro? La batteria di riserva
del telefono, l’En, della carta, delle biro.
Ma stasera va bene così senza.
Mi riposo la spalla e il nuovo montgomery
verde comprato usato ha grandi tasche
ed è come se me l’avesse regalato
un’amata donna, perché me l’ha indicato
su una gruccia, al mercato.
Chi mette i soldi non fa differenza.
Guardo scorrere automobili
in corso Principe Oddone, un’insegna Max Home
verde bianca rossa, chi sarà questo Max?
Non m’incuriosisce. Sia chi vuole. Non tutto
m’incuriosisce. Un lontano palazzo
altissimo svetta dal quartiere parco Dora.
Ha una, due, tre, quattro finestre illuminate:
su forse cento o più, che bassa percentuale.
In una lampeggia un albero di Natale.
Son qui che giro nella notte. Non è male.
Passa un nero ciclista del Glovo.
Bisogna essere disabili forte
per farsi portare il cibo in casa a pagamento
mentre è così bello stare fuori.
Il quarantasei, l’ultimo, arriva.
M
i riporta in piazza Statuto, chiudo il cerchio.
A che ora chiude McDonald?

Quasi quasi quella specie di gelato
me lo prendo, se è aperto. Ci vuole
qualcosa di dolce. È mezzanotte e mezza.
Vediamo. C’è! Mi faccio un McFlurry

al bacioperugina.


Scritta nel 2019.

Qui nella notte invernale

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qui nella notte invernale
non ci sono ragioni per dormire
né per fare altro

si sta, così

la casa è troppo piena di cose
due terzi dei libri li potrei regalare
senza neanche accorgermi
e i rimanenti, poi, anche

nella testa invece
c’è poco di concreto
ci sono fantasmi, sogni

perché ricordo così poco?
a tredici anni ero dai preti
in colonia in montagna di luglio
e avevo il permesso di andare a piedi
fino al paese dopo, cinque o sei chilometri
da solo, a trovare mia sorella
che era in una specie d’altra colonia
e di sicuro ci andavo spesso
per camminare, fuggire la noia

so che questo accadeva
però non lo ricordo
non ricordo
né edifici né strade né paesaggi
né compagni di colonia
né mia sorella

ricordo che mangiavo doppia minestra
a volte tripla
perché agli altri a tavola
faceva schifo
io mangiavo anche la loro
penso non fosse cattiva

ma mi rendo conto che era
una cosa ideologica
facevo quello che mangia la minestra
avevo deciso così
per distinguermi dai bimbi schizzinosi
per essere dell’altro
per essere qualcosa

ricordo solo le cose che inventai
(assomiglia a
«non amo che le rose che non colsi»?
non è detto, si diffidi
di facili collegamenti)

qui nella notte invernale
qui nell’autunno della vita
non ci sono ragioni per dormire
né per fare altro

pure le parole sono stanche
il tempo si sfilaccia
«il tempo si sfilaccia»
è banalissimo
devo fare meglio, dire meglio
perché mi amiate
o madri mie che non vedete un cazzo

uhm
ma no
il tempo si sfilaccia
non dormo più di notte
non è propriamente insonnia
è che non ho voglia
di dormire, né di fare altro

forse una cosa la vorrei fare
planare
una volta giù dal mio sopra le righe
entrare nel pentagramma
accomodarmi sul do del terzo spazio
in chiave di violino…

no: sarebbe comunque soltanto un guardare
non desidero planare
l’ho detto così per captare
benevolenza, ma mi sono accorto

ho studiato musica, non ho suonato
ho studiato lingue, non ho parlato
ho studiato amore, non

(sono troppo vigliacco
per completare la terzina:
mi lascio spiragli,
assoluzioni, abbagli)

qui nella notte invernale
non ci sono ragioni per dormire
né per fare altro

l’abbraccio di una donna nel letto
lo prenderei, anche se ormai
so che è una rapina
troverei espedienti
per consentire, addolcire

forse è meglio di no:
non so se per mancanza di talento
o d’esercizio, di scuola
non so svestirmi, lasciar mescolare
disordinati, incongrui
(ma sensibili)
i corpi e l’anima
non so svestirmi
di tutti i miei sogni:
vivere

qui nella notte invernale
non ci sono ragioni per dormire
né per fare altro

forse metto su il giaccone
vado al Carrefour aperto ventiquattr’ore
compro una tavoletta
di cioccolato al latte

ma perché adesso sento le voci
«che schifo, è tanto meglio il fondente»
«latte… non vorresti esser vegano?
ma lo sai quanto soffrono le vacche?»

andate via!
restate con me
forse in brevi silenzi nel buio
il cieco e sordo e muto
può sentire le luci del cuore
può vedere, cantare
tenersi nelle braccia

metto su il giaccone
una tavoletta
di cioccolato al latte
un pochino consola
e il supermercato di notte
è scenario non privo di fascino
per uno sketch d’una decina di minuti

tanto
qui nella notte invernale
non ci sono ragioni per dormire
né per fare altro


Scritta nel 2019.

Dissolvenza

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L’eco è spaziosa dopo i lampi, quando
più non scampi al silenzio della notte:
una nebbia leggera, quieta, inghiotte
il suono, il fuoco, il mare, trapassando

la membrana del sogno, con un blando
vago dolore. Si sono interrotte
le buone furie, le euforie, le lotte
fra docili chimere al tuo comando.

C’è un vuoto qui, un immenso campo aperto
che non rima con nulla. Le parole
cadono come foglie. Un’altra ebbrezza

ora ti culla, un senso in un deserto
di sensi. Lieve, una luce di sole
disegna l’ombra della finitezza.


Scritta nel 2019.

Della morte

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siamo tutti nel braccio della morte
e nella gamba, nel petto, nel culo
della morte – non c’è santi – ci fosse
ancora qualche frantume di piacere,
d’ebbri baci, qualcosa che per mia
faciloneria ho chiamato l’amore
e non so cosa sia, però lo voglio

più il tempo stringe, paradossalmente
più nulla sembra urgente:
finisce e non si rifinisce la vita,
non c’è da lambiccarsi per trovare
un finale a effetto, come in coda a un sonetto:
è un banale cessare, uno smettere
di essere
di

perché ci ossessiona, la personifichiamo
ma è l’esito del parto – non ci sono
personificazioni della nascita: magari
una signora di colorate vesti
in larghi gesti il grano a seminare:
chi lo semina è per poi falciare

c’è da fare nel frattempo, trovare
i sensi, le armonie, aiutare
a trovare, curare – si racconta
che nel braccio della morte
giochino con passione ai dadi
o alle carte, che nascano amicizie
forti, finali, dell’odio talvolta


Scritta nel 2019.

Teatro della sezione femminile

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Pistole, minigonne, scollature,
stupefacenti, macchine da presa,
telefonini e cani: questo vieta
un cartello all’ingresso della casa
circondariale Lorusso e Cutugno.

Motoseghe e tritolo non ne parla
ma forse è sottinteso. Strano è il mondo.
Le ragazze (accollate, in pantaloni)
ospiti della casa, nel teatro
offrono uno spettacolo di pregio.

Mi han dato un «pass», ho passato cancelli
di cui ho perso il conto: percepisco
la discesa in un mondo scollegato,
chiuso, isolato. Gli ambienti puliti
moderni – però è sempre una galera.

Spero che tutte ritrovino vita:
quale che fosse il passato, un futuro.
A questo deve servire la «pena»:
non a «marcire» come blaterava
un indegno ministro e con lui molti.


Scritta nel 2019.

Verbum Domini

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La vita nasce ove non c’è decoro
ed è oscena la morte. La parola
è una pericolante anestesia
in cui deliri di essere dio.

Dolcezza della decomposizione,
ansia, abbandono, ubriachezza, terrore,
rabbia furiosa o la rassegnazione…
Puoi dire ciò che vuoi, ne hai facoltà.

Odori forti, schiume, secrezioni.
Inventare, nel teatro, finzioni
d’anime, spiriti, inferni, nirvana.

Uscir fuori a cercare una puttana
per un reciproco lordo anilinto:
per un amore profondo, convinto.


Scritta nel 2019.

Cacofonia

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Forse è contro la cacofonia
che ho lottato sempre, in dovizia
di malintesi: nelle pause operando
scrutini al vuoto segreto
dove tracce, labili, galleggiano
di materia? dolore? piacere?

Ricordo trappole di sale
per seccare lumache
e salvare insalata. È naturale.
La vecchia sgozzava con gusto le rane
e nello stesso gesto le traeva
da la vagina de le membra loro.
C’era angoscia, decoro.

[Chi ha deciso gli intervalli della musica?
Perché quelle frequenze e non altre?]

La cacofonia provoca la lisi
della membrana: dell’epidermide
selettivamente permeabile
che avvolgendo la psiche, la preserva.
Il frastuono dentro e fuori indistinto
m’indistingue. Ma il silenzio è colpevole.

[Scendi, Simón, da quel ridicolo stelo!
Non Greta, il pianeta è Asperger.]

Tendo l’orecchio al suono delle voci,
alle mani veloci. E poiché non combaci
ti dipingo ed è questo il mio delitto.
Ho pensato di averne il diritto
chiuso fra le mie carte. Non ne sono più certo.

[È noioso il pomeriggio del fauno.
Il tempo inumidito: mollica
di pane per vecchi, screpolato.]

È necessario rischiare infezioni,
accettare una morte da morire.
Necessario non so. Opportuno:
forse «opportuno» è parola migliore.
È tutta opportunista la natura.
{Mi fermo, perché sto sentenziando.}

<…>

Anche accettare di non potere dire
né fare. Lasciar stare. Assorbire
gli stoni con i toni, cautamente.
Dare al nulla quel poco
di qualcosa. Essere per il fuoco
l’indomito artefice, o il legno.
Un pacato placebo. Un espediente degno.


Scritta nel 2019.

Sgomento

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Se dico che il crepuscolo che smuore dietro il tetto della casa di fronte
mi dà sgomento, è perché mi dà sgomento. Mi sono imposto di finire le arachidi
ma poi ne ho lasciate sei o sette. Prima, l’insalata, tranquillo – con due uova.
Prima ancora, ho steso il bucato, tranquillo. Il bucato: in realtà, un lenzuolo
su cui dormivo sparso e scoperto da un mese. Viene l’autunno e conviene
fare il letto in un modo più corretto. Oltre alle arachidi, ho delle pesche sciroppate
che all’In’s ero incerto, le palleggiavo in mano e una vecchia «sono buone»
mi ha detto tutta curva, allora le ho prese, ho cenato tranquillo ma poi
dalla finestra della cucina l’ho visto proprio, l’ho visto smorire il lucore
del cielo dietro il tetto della casa: per un minuto quasi nero, poi nero finito.
Stavo mangiando le arachidi, mi ha dato sgomento, ho sentito in un tremore
cedere strutture del corpo, della mente. Come dire? Sgomento, si capisce
cosa intendo? Le parole, ognuno a suo modo, ricordo qualche «sono sgomento»
per criticare opinioni contrarie alle proprie: sgomento in malafede, assassini
di parole, fottetevi. Ma questo non c’entra. Mi sono imposto di finire le arachidi
ma ne ho lasciate sei o sette, sono venuto di qua in studio e mi sono stupito
di dover accendere la luce: due ore fa c’era il sole! Com’è possibile questo?
Mi dà sgomento. Passerà. Passerà e tornerò di là in cucina, aprirò il barattolo
delle pesche sciroppate, mi pare siano ottocento grammi, io me le sbafo, tutte.


Scritta nel 2019.

Il pazzo e lo yogurt alla vaniglia

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Lo so, dottore, sono sempre fuggito
disse il pazzo – davanti all’insostenibile.
Neanche ho alzato gli occhi per guardarlo.
Mi sono difeso restando bambino
o qualcosa ancora prima. Adesso spero
di morire nel sonno, in un punto del sonno
in cui sogno di non essere mai nato:
unico modo per fare equilibrio.
Quelli che sono cresciuti, che guardano
dentro il muso dell’insostenibile
non ho idea di come facciano, mi creda
dottore: non lo riesco a immaginare.
Ma qui nel cortile, all’ombra dei pochi
alberi rachitici che sfiorano il muro
non si sta male, dottore. Per cena
ci sarà yogurt magro alla vaniglia?
È il mio preferito, un poco mi consola
nell’abisso del buio della sera.


Scritta nel 2019.