L’animale uomo

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Complicati? Sì, ma non è detto
che per gli altri animali sia più facile.
Sono scie olfattive, in fondo, percezioni
anche le nostre, a volte cicatrici
come la coda approssimativa
che rifà la lucertola, sono estri e furori
di calore, agonie non dissimili
che tra le fauci di un predatore
o abbattuti di sete in siccità. Non è
così diverso dagli altri animali, forse
è solo che noi vogliamo dare a questo
sensi, interpretazioni e persino
qui l’estrema follia – soluzioni.


Scritta nel 2019.

Harem

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Non voglio far parte
del tuo harem – dice pacatamente.

Nessuna mai ne ha fatto parte, perché
sono l’uomo meno incline al possesso
che io abbia conosciuto:
è inconcepibile un harem per me,
foss’anche un harem per una sola donna.

Però capisco: nel profondo
dell’ovattato squillante mio mondo
un harem c’è. Vi si entra
dopo anni d’amore condiviso
o uno sguardo improvviso
e non si esce più, è un ergastolo, lo ammetto:
scade al finire della vita – la mia.

Non ha nessuna implicazione concreta:
non obblighi, non limiti, niente.
C’è chi lo abita senza saperlo
e morirà senza averlo saputo.
È tutto quanto dentro la mia testa,
dove l’amore non ha dimensione:
non esiste davvero, perciò esiste tutto intero
e può essere eterno
come eterno è il pensiero.

Non ha nessuna implicazione:
ma lei è sensibile, lo percepisce
il mio harem innocuo segreto
e vagamente se ne infastidisce
e con un sorriso rimprovera: – Sai,
il problema non sono sempre gli altri,
tante volte il problema sei tu.


Scritta nel 2019.

Verso semplici case

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Non risolveremo contraddizioni, ripetiamo
cose già dette (irrisolte) dai tragici
e in modo più tragicamente fastidioso
dai commedianti, dai comici
atroci: non risolveremo, conversiamo
di cose eterne, effimere in noi effimeri
sul fresco d’una riva, troviamo
coincidenze inutili, combinazioni
di brevi sensi parziali, come se
una solidarietà di miopie illimpidisse
orizzonti remoti che non si sa se esistano
davvero: pure, in noi qualche pietra
si disincaglia da angoli di viscere
dove pesava, prende forma, ferisce
gonfiori, un dolore di lama
luccica smascherato, conoscibile,
ce ne rendiamo conto, non parliamo
perché non torni a nascondersi:
si deposita, mentre camminiamo
lungo il fiume, guardinghi come uccelli
senza toccarci, verso semplici case.


Scritta nel 2019.

Poesiuola sbilenca

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Nel periodo che ne prendevo assai, la benzodiazepina
la prendevo non di sera ma di mattina:
non per dormire, ma
per affrontare la giornata, le persone.

Non sono mai riuscito a lubrificare
l’ingranaggio relazionale.
Stride, si arroventa, s’inceppa, a volte grippa
e bisogna rifare il motore.

Quanto all’amore
è stato sbilenco, come questi versi senza ritmo
né misura: qualche esaltazione, qualche avventura
felice, e molte ferite.


Scritta nel 2019.

La perdita del poco

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Quella ragazza che nel Nord
s’è lasciata morire. Ma, più vicino,
amiche depresse
chiuse nel vuoto, o prigioniere
in strascichi di traumi, interminabili.

Lo capisco, non sono deficiente.
Ho la ragione a spiegarmi le cose.

Eppure no, nel nucleo dove vibra
il preverbale, il non razionale,
ecco, non lo capisco, ed è
un limite. Non potrei
essere psicoterapeuta né psichiatra.

Poco fa rincasando ero immerso
in una malinconia
profonda, che permane. Tuttavia
osservavo un tombino di ferro
lavorato a riquadri, bagnato, e accanto
riflessi di foglie
in una stretta, irregolare pozzanghera.

Come si può non desiderare vivere
solo guardando quel bagnato, quella
lucida immagine al suolo
e tutto il resto che brilla, che odora
intorno?

A me è sempre bastato. Ma io
m’accontento di poco, lo diceva
già una ragazza che timidamente
corteggiavo, avevamo sedici anni.

M’accontento di poco:
è vero, non sono sedotto
dall’eccelso né dall’infimo,
non m’attrae né l’abisso né l’empireo,
roba troppo distante.

Amo un sentore di pianura, strade
che accompagnano fossi, filari
d’alberi oppure in città
bagliori di bitume, triangoli
d’ombra da case qualsiasi, modeste.

M’accontento di poco. Da vecchio
penso ora che forse
è stata questa, solo questa la
mia fortuna, mia salvezza – anche se
sarà duro il disfarsi degli occhi,
la perdita del poco.


Scritta nel 2019.

La causa

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Vengono tempi oscuri, per oscuri
motivi: non è chiara la causa 
di questo scuro: pareva che i lumi
prevalessero nonostante tutto,
superate le carneficine
del secolo breve, portati i diritti
nei campi, nelle officine, portata
più libertà nella vita sessuale
e relazionale, in generale
pareva che pur con alti e bassi
la luce prevalesse. La scienza
consentirebbe lavorare meno
tutti, avere il tempo per giocare
e sognare, producendo il necessario
con serenità. Era plausibile
che prevalesse la luce, ma invece
vengono tempi oscuri, per oscuri
motivi. Un’ipotesi è che i giardinieri
si siano allontanati dal giardino:
senza cura costante, negligendo
di rinnovare ogni anno gli innesti,
i fiori fini, fragranti, delicati
tornano presto a inferocirsi in rovi:
furon rosai, ed or si fanno sterpi.


Scritta nel 2019.

Lavaggi

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Dato che non ti sei innamorata
e non vivremo insieme per sempre
ho ripreso a fare lavatrici a modo mio:
un’ora a quaranta gradi
con un goccio di un detersivo qualsiasi
tutto insieme: maglie mutande asciugamani
camicie lenzuola strofinacci calzini.

Ma se ti fossi innamorata
e fossi rimasta a vivere per sempre
qui con me, io per sempre con gioia
avrei fatto lavatrici a modo tuo:
programmi diversi, detersivi scelti,
suddivisioni di tipi d’indumento,
l’ammoniaca diluita, l’amore.


Scritta nel 2019.

I calzini a sacchetto

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Mi resta di te
avere imparato a unire i calzini a sacchetto
tolti dal filo
perché non vadano spaiati.

Altre donne me lo avevano spiegato
senza successo.
Con te ho capito la tecnica, ora
mi riesce facilmente.

Sto scherzando amaramente: mi resta
di te molto altro, compresa
l’indebita speranza
dei riallacci.

Ora che so come tenere unite
le coppie di calzini
e imparo piccole pazienze quotidiane
di fare, rifare le cose.


Scritta nel 2019.

Infine

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M’hai detto infine che niente era vero:
non i baci, né i dialoghi d’amore
lunghi, serrati, con gli occhi negli occhi.
E sul dolore della mia ferita
hai sparso sale d’accuse: “Dovevi
capirlo, non mi hai guardata bene”.

No. Ragazzo innamorato non potevo
capirlo, non potevo e non potrò
capire la tua immotivata recita:
mai ti chiesi né un bacio né un abbraccio
e per ore parlammo dolcemente
in confidenza intima, profonda
più che ogni altra mai provata prima.

Infatti ancora non credo che tu
sia stata attrice: ho percepito amore
limpidamente. Però se mi dici
che così è stato, lo devo accettare.
Ti amerò da lontano mentre tu
troverai, te lo auguro, te stessa:
la tua vita, il tuo luogo, la tua strada
e soprattutto la felicità.


Scritta nel 2019.

Notte a Vercelli

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Da molto non dormivo nella casa natale.
Isolata, ha rumori che non identifico
e m’inquietano: sono abituato ai litigi
talvolta furibondi dei vicini, al camion
dei rifiuti che passa all’una di notte
puntuale, a motori nella strada e musiche
arabe o romene, commerciali,
dalle mansarde intorno, talvolta
sirene d’ambulanze, di pompieri
o della polizia, e i passi per le scale.
Qui invece c’è un vuoto ronzante
di scricchiolii, talvolta un rigurgito
in un tubo, e fragori lontani
di lavori, o di scontri, non lo so.
C’è sospensione come d’ospedale
o scuola, che un medico o un maestro
passa, non passa, lo attendi, lo temi:
non saprei dire. In giardino uccelli
cantano, ma tutto è un soprassalto:
sto vigile, non ho idea per che cosa.
Lo spreco del tempo, che avviene
forse dappertutto, è più protervo qui,
è più indiscusso, come un militare
arrogante sbadiglia un potere
molle, mortale. È partito il frigorifero,
credo, non sono sicuro. Si sta
come bambini non lavata la faccia,
in un travaso di sonno nel giorno
che preme doveri. Sì può avere paura
di rompere un bicchiere o non trovare
un interruttore e sentire, ci sia
o non ci sia, un ghigno compiaciuto
per l’errore o l’inadeguatezza.
In una finta silenziosa perfezione
indesiderabile, invasiva
ogni respiro è colpa e malattia
e della gioia non c’è da fidarsi:
qualcuno ha predisposto molte trappole
con polpette all’amore che fanno scattare
la tagliola. “Stiamo nei primi mali”
è il motto della gente di qua.
Incombono nell’ora rallentata
cose urgentissime, ansiose
che ci si guarderà bene dal fare.
Poi sì, c’è un vento lieve che muove
le foglie della pergola, una luce
bionda s’infila, agirò in qualche modo.
Forse va tutto bene, sono io
che, come sempre, non riesco a capire.


Scritta nel 2019.

Mestre, 15 maggio

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Stazione di Mestre, su una panchina
di pietra rimasta per sbaglio (il potere
dei consumi desidera vietare
che ci si sieda senza esborsare)
accanto a un nero ragazzo che beve
acqua da plastica, aspetto
il mio treno nel freddo del mattino.
Scende una lieve pioggia. Partono
treni in continuazione, per varie
destinazioni, diversi destini.
Poco fa sul bus 2 ero l’unico italiano;
ho preso un cappuccino in un bar
cinese, ho imbucato le mie cartoline
di carta e inchiostro e francobollo, sono
entrato in stazione con l’abituale anticipo
di un’ora circa: non amo rincorrere
treni con ansia. Ora il nero s’è alzato
e s’è seduto un bianco, che scrive
come me su un telefono. Siamo
qui, restiamo o andiamo ciascuno
per suoi motivi, siamo tutti indifesi
dai colpi del tempo, della sorte, chissà
che cosa sperano quattro ragazzi
che parlano forte, in cima alla scala
del sottopassaggio, o una signora placida
con la valigia a rotelle, o altri due
ragazzi con gli zaini e con gli sguardi
che a me paiono incerti e diffidenti
ma sono quasi certamente sguardi
normali di ragazzi di mattina.
È così assurda questa consuetudine
dei giorni, delle cose, tutti questi
cuori che pulsano sotto le costole
e che si fermeranno, ma ora
nutrono sogni, speranze, rancori
e amori e rabbie e fughe e inseguimenti:
una ragazza corre verso un treno
che già fa stridere i freni su un binario
due marciapiedi più in là: lo prenderà?


Scritta nel 2019.

Le abiure

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Ora che un sito benemerito antico
di foto molto erotiche ed esplicite
ha fatto una versione castigata
per Instagram, dove le modelle
sono coperte quanto basta a placare
le regole del social, ma l’idea
è una vetrina da cui rimandare
all’erotico del sito originale,
ho scritto per chiedere
che rimettessero in tale vetrina
una modella bellissima
pubblicata una dozzina di anni fa:
detesto che si perdano le tracce
delle cose più splendide del mondo.

Mi hanno risposto con solerte gentilezza
(i siti porno sono umani e gentili
assai più che gli enti pubblici
o le compagnie telefoniche o i notai)
che di norma non ripubblicano
foto così antiche, perché le modelle
generalmente si sono ritirate
e hanno famiglia. Capisco.

Ma che tristezza questo rinnegare
l’eroico erotico passato, rientrare
nel rango della buona moglie e madre
come nell’Ottocento! Sono poche
quelle che non si piegano all’abiura
della vissuta libertà sessuale:
che non chinano il capo sotto il giogo
del ritorno nei ranghi di un sociale
bigotto, ottuso, privo di colore.

Quella vissuta libertà sessuale
preziosa, femminile, concedeva
di avere uomini per qualsivoglia
motivo: amore, simpatia, denaro,
gioco, avventura, sfida, godimento:
e di mostrarsi nude in ogni modo:
dal vivo, in foto, in video, in riva al mare
o in locali notturni: solo nude
o praticanti sesso come attrici
in cinema e teatro, immortalate
in documenti da tenere con studio
di conservazione, come beni
culturali, che non vadano dispersi.

Quella vissuta libertà sessuale
è un valore che andrebbe difeso
per tutta la vita, raccontando fiere
i molti amanti ai figli, mostrando
con orgoglio ai nipoti le foto
a cosce aperte della gioventù:
e continuando a essere libere,
in ogni età e condizione, di fare
sesso con chi ti pare, nel segreto
di una camera o davanti a fotocamera
indifferentemente: come vuoi.

Alcune, lodevoli, perseguono
una vita così, di coerenza
luminosa, di sfida ai bacchettoni
che vorrebbero il mondo tutto nero.

Ma per la maggior parte c’è l’abiura,
finisce l’ora d’aria, si ritorna
nella cella che da tre millenni
è allestita alle donne. Tristezza.


Scritta nel 2019.

D.

Tag

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Vedendo che scendevo lungo il corpo
per leccarle la fica, mi ammonì:
«Guarda che io non mi lavo mai».
Affermazione enfatica, però
era effettivamente odorosissima.
Molto mi piacque e io piacqui a lei:
anch’io non mi lavavo quasi mai.

Tempi lontani: avevo quarant’anni,
lei venticinque, i profumi di pelle
erano buoni e buone le follie
giocate insieme, vero o no che fosse
l’essere insieme: non ci pensavamo.

Oggi un’igiene mentale e anche fisica
è imprescindibile: non è gradevole
la puzza ai vecchi e anche le follie
si perdonano meno che ai ragazzi.
Non ci sto bene in questa età, ma è
un oggettivo dato, è la realtà.


Scritta nel 2019.

Lo strano animale

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Cammina lo strano animale
dentro un solco scomodo. Uscirne
deviando di lato, è impossibile;
tornare indietro è difficile
e raramente è desiderabile.
Va avanti, perciò. Quasi sempre
la terra è dura, non cede
di un millimetro, punge, ne emergono
rovi che feriscono la pelle
e radici d’inciampo, si aiuta
lo strano animale coi piedi, con le mani
e con altri movimenti, goffi, del corpo
per adattarsi e proseguire.

Gli accade talvolta
di trovare un tratto più morbido, forse
per piogge recenti o falde sotterranee.
Qui un poco cede la superficie
e c’è, a coprirla, un’erba tenera. Lo strano
animale prova allora a plasmare
il solco, dove ciò pare possibile:
schiaccia con le mani, con le natiche
il suolo, dilata le gracili scapole,
molto scompostamente si dimena
finché la forma del percorso obbligato
combacia meglio alla forma del corpo
dello strano animale. Così
sta comodo, è un momento di riposo.

Ma è soltanto un momento. Bisogna
ripartire, sia perché la cuna
sprofonda troppo, avvolge, imprigiona
pericolosamente, sia perché l’erba
tenera pare lamentarsi: togliti,
non vedi che mi soffochi – e sia
perché andare è il destino
dello strano animale, pur sapendo
che in un punto qualsiasi del solco
(qualsiasi, ma non lontano e di accertata
presenza, ineluttabile) la trappola
mortale si aprirà e lo inghiottirà.

Così arranca lo strano animale
nell’assegnato solco, solleva
talvolta il capo, vede nuvole, fiori
sui cigli alti, è la sua consolazione.


Scritta nel 2019.