Le cinque e mezza

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È sorta la stella che annuncia il mattino.
Dunque il cielo è sereno. Apparirà fra poco
la prima luce a disegnare nitido
lo spigolo nero dei colli, poi il sole
dentro quel nero troverà le cose,
il paesaggio per un nuovo giorno.
Vorrei che non accadesse, che restasse
quest’attesa sospesa. Mi basta
osservare dal letto la piccola stella
che sale, mentre tutto è ancora buio.
C’è già rumore di traffici sotto,
gente che va al lavoro di buon’ora.
Ma è notte ancora, provo a ridormire
con una stella soltanto negli occhi:
lì chiudo, spero torni qualche sogno.


Scritta nel 2022.

Il fischio

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Quand’esci di stazione dopo il treno
che ha portato chi non ritornerà
quella in cui esci non è la città
di prima: era la tua, lo era: adesso
non la conosci, vorresti andar via
com’è andata via lei – perché rimani
se a lei è stata così inospitale?

La pura carne come il puro spirito
fugge al dire. Potrà venire a noia
quest’infangare parole nel mezzo
cercando appiglio, pretesto, rappezzo.

Allora sì, bisognerà partire.


Scritta nel 2022.

Chiamatelo, Gianni

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Al mercatino domenicale in corso Taranto
un uomo su una carrozzella, spinto da un altro uomo
ha la testa riversa, la bocca non gli si chiude bene
grida: “Gianni, Gianni, chiamatelo, Gianni, chiamatelo!”
incrocio lo sguardo, non è meno che la guerra.
Gianni è mio padre, morto giovane, era medico
provo a dirgli nella mente: “Se puoi fare qualcosa…”

Su una bancarella vendono vecchie foto
prese da chissà quale cassetto o soffitta:
vite un poco ricordate, poi non più:
disperse fra dischi, grattugie, monete
bamboline, libri gialli, paralumi.
Penso che non dovrei, però ne compro quattro
a un euro in tutto, le guardo abusivo.

Un gruppo sfocato con una barca a riva;
due donne sedute, una rivista in mano;
una coppia al mare (dietro, per caso, una ragazza di spalle);
una donna su un declivio, con un cappotto scuro:
quest’ultima ha dietro, disegnata a matita
una donna nuda con le cosce bene aperte:
sarà una fantasia sulla medesima?

Chiamatelo, Gianni. Ma nulla esiste, abbiamo
ciascuno un universo immaginario
crudele, piccolissimo, infinito
volatile ed eterno ed è tutto, al di là
non si può figurare, se si prova a figurare
s’inciampa nella ragione, ragione
che fa la guerra in ogni dimensione:
guerra di mondi personali, incompatibili.

Ma se fosse pensabile non sarebbe salvezza
dalla nostra condanna di pensare:
l’orizzonte del mare del dolore
è al di là del mio sguardo, mi abbandono
a una mite speranza. L’uomo a cui non si chiude
bene la bocca, gli daranno da mangiare
adesso a pranzo? Dove sei, dove siete?


Scritta nel 2022.

Il sei di marzo

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Il sei di marzo. Un anno, il funerale:
la prima volta che rimasi ore
nel piccolo paese: con te viva
era sempre di corsa, di sfuggita:
non era bene incontrare parenti
a cui giustificare chissà che.

Avevo dovuto certificare al Governo
che andavo alle esequie di una persona cara
e non essendo congiunti non è detto che valesse:
sai, non hanno ancora smesso con quelle stronzate
anzi han fatto di peggio, ci prendono gusto
i maledetti. Al casello di Ceva
la polizia fermava a caso, la scampai.

Precedetti, sono ansioso, di almeno due ore
l’arrivo della bara da Torino. Vietato accoglierti:
tutti in chiesa da prima nei posti fissati
distanziati, mascherati. Il prete disse
parole non banali, che ci si conciliasse
e fosse rispettata la tua scelta.
Ti cercavo e ti sentivo in ogni angolo.

Ma dalla chiesa al cimitero fra i boschi
si camminò vicini, io senza mascherina
vicino a non so chi. Poi la scena, il loculo
aperto, la bara dentro, il lavoro
di muratura, mattoni e cazzuola:
che strana usanza, ma in fondo che importa?
Tu eri già parte di tutte le valli.

Fu conflitto lungo, fra te e il tuo paese
ma fu anche l’infanzia, l’erba, il sogno
la passeggiata fino al lavatoio.
Per questo l’ho adottato – ti dispiace? –
e lo conservo in cuore, fra le cose
che, benché poco, tengono di te
un suono, un odore, un battito degli occhi.

Non è un granché la cronaca. Un bisogno
di commemorazione, le date, si fa
quel che si può, lo scenario del mondo
è cupo e stretto, non ti può contenere
e infatti sei altrove, ma di questo
non so dire, solo in lampi di grazia
fulminea confondermi, sentire
per davvero l’infanzia, l’erba, il sogno
la passeggiata fino al lavatoio.


Scritta nel 2022.

Il manifesto sul portone

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annunciano
annunciano la nascita
annunciano la nascita al cielo

si capiva da lontano dalla grafica e dalla posizione sul portone
che era una morte

mi sono sforzato di guadagnare qualche attimo ancora
un vecchio nel condominio, magari

no, non usano quella formula per un vecchio
nascita al cielo
casomai cristianamente mancato

la foto e il nome non si mettevano a fuoco
ma ormai sapevo
ha preso forma la riga sotto
di
di anni
di anni 30

avevo notato da lontano la luce spenta
lassù nel cucinino – sarà uscita
non sempre in casa, bene, non…

il tuo nome era bello, in carattere grande
il tuo nome è sempre bello
scritto, detto o pensato
è sempre bello

ho visto tutto
malore o incidente ipotesi remote, scartate
ho visto il volo
poi nulla

nulla
il mondo, un anno dopo, non è ancora ricomparso
non del tutto, qualche tratto
che non si unisce

e le parole, come quelle insegne
con pezzi spenti RIST NTE
ERIA

manchi negli alberi, nelle lavanderie
a gettone, nelle vie
ci sono fessure da cui spira
qualcosa di te o così credo

se qualcuno mi dicesse “voglio uccidermi”
lo guarderei muto
non ho argomenti per incitare a vivere
e ogni conforto è soltanto un ferire

ah, certo, il sole sorge
e le gemme si aprono di nuovo
in foglioline, come tu ci fossi
ma ci riguarda, questo?

ti trovo in sogni o in allucinazioni
ti sento nell’angolo acuto
dove, per poco, l’occhio non arriva
e dovrebbe

stasera, si parlava d’altro con un’amica
m’è apparsa la vita
intera, chiara
nessun modo per dirlo
nemmeno la più vaga allusione metaforica

indicibile intera
forse dunque, in quell’attimo, vera
senza rischio di volerla confessare
senza vesti d’inganno

la porto con me nel residuo labirinto
dove pareti di spesso vetro mandano
figure doppie, sbiadite
a nasconderne altre all’infinito

crollerà, crollerò, dove sei?


Scritta nel 2022.

Alle Chiosse

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ho pranzato da nonna Miranda
giù alle Chiosse, dopo la messa
mi hanno fermato, invitato, ho esitato
ho accettato, spero non ti dispiaccia

nessun pettegolezzo, tranquilla
ho parlato e ascoltato, con meno disagio
di quel che prevedessi: il pranzo
domenicale dalla nonna, agnolotti
cinghiale e patate, ho parlato di te
cose belle, la tua sensibilità
la tua nitidezza fine, le fratture
forse un poco agiografico, ma ci sta

ho saputo alcuni pochi dati nuovi
(“mamma ti perdono”, le dicesti al telefono)
ho abbassato gli occhi per non guardare piangere
alcuni, tardi, ora tutto è impossibile
ma ho percepito che le parole
venivano comprese, così

mi venivano in mente le frasi banali
da non dire e non le ho dette
“se ci fosse stato più dialogo”
da non dire perché è come dire
“se ci fosse la pace nel mondo”
non c’è mai stata, dalla preistoria
ci sarà una ragione

poi ho preso congedo, mi sono fermato
per due passi a Priola, sotto il cielo
limpidissimo, nuvole veloci
alle cime dei monti

ho atteso lì il previsto contrappasso
la spada del tuo mancare
a svuotarmi, dalla gola, il torace
passa, lo sai, ho respirato vedendo
erba sui margini, fioriscono le primule

poi l’autostrada, traffico di gente
che ritorna dal mare, da Savona


Scritta nel 2022.

Allucinazione

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Stamattina presto ho dato un po’ d’acqua
alle piante sul balcone, alle sette e cinquantuno
è uscito il sole dalle colline, limpido:
quando è limpido spara subito raggi bianchi
abbaglianti, ho pensato di farmi un caffè
ma camminando verso il cucinino
mi è parso faticoso lavare la caffettiera
e riempirla e metterla sul fuoco e accendere
il fuoco, così ho mangiato uno yogurt
che è lo stesso, mi sono seduto sul letto
fra miei pensieri e tu ti sei voltata
un attimo a guardarmi mentre ti sistemavi
la maglietta, così ti ho vista, eri seduta
sul mio ginocchio, ti sei chinata
per allacciarti, credo, le scarpe
e mi hai guardato di nuovo, come a dire
“esco, sono pronta”, era tutto normale
tranne il tuo essere un poco trasparente
e non avere peso, hai fatto un cenno
d’intesa come chi esce un attimo e poi torna:
non sei andata alla porta, sei svanita
come è naturale, penso, per le visioni:
eri soddisfatta, forse per ciò che andavi
a fare uscendo, e con un tipo di sorriso
che non è rimasto in nessuna fotografia
perché è di oggi, non di prima, mi hai reso
partecipe, è stato bello stamattina
per un istante – allucinazione? la si può
chiamare così però sia benedetta:
se la salute mentale è perderti del tutto
meglio essere malati, come in fondo
tu e io, trovandoci, siamo sempre stati.


Scritta nel 2022.

Non è successo niente

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Ma è ieri sera che ho fotografato la luna
incendiaria? E il sole dietro Superga, è stamattina?
Ieri, le poesie in piazza Carignano
e quella, per te, al Concertino?
Oggi ho camminato e pedalato molto,
ho portato il nipotino lungo il Po. Oggi, vero?
Non mi è nitido il tempo. Quel bacio
improvviso alla stazione invece
era nel ’18, sì, credo di sì.

La nozione del tempo non l’hanno contestata
quando ero giovane (quando?) e
si contestava il nozionismo, ma…

Questa settimana ripercorre la settimana
di un anno fa, del tuo congedo
improvviso. Improvviso per gli altri
ma per te forse no, quanto a me
ho sempre avuto paura, ricordi
il balcone in via Fabrizi, quel mese
da quello strano tizio
anche lì quinto piano, fumavi
una sigaretta appoggiata alla ringhiera
io ero teso, ansioso che rientrassimo
nella camera, tu te ne accorgesti perché
ti accorgevi sempre, “non soffro di vertigini
e se decidessi, non ho paura, posso farlo”
potevi, hai potuto.

Le date le amo, così un po’ autisticamente
le amo, come Gozzano, però invece odio il tempo:
pensa se le date fossero figurine
che puoi spostare, invertire, scambiare:
ce lo rifacciamo il 18 giugno del ’18?
il 27 febbraio del ’21, lo togliamo
così libera le date successive
ci vediamo domani, che è palindromo?
Scusami. So che le mie fantasticherie
t’innervosivano, a volte.

È che, date a parte, tu non abiti
nel passato, non mi stai nella memoria:
tu mi stai dappertutto, anche in questa
nuova casa, dove non sei mai entrata
trovo strano non vederti – sei in cucina?
ti sei addormentata sul divano?
mi mandi un messaggio? sul telefono
è sempre attivo quel suono diverso
(un trillo lungo) per sapere che sei tu.

È delirio. Il trillo ha trillato
per l’ultima volta nel febbraio del ’21
e irrevocabilmente, irrevocabilmente
non trilla più. Che giorno è oggi, che cosa
sta succedendo?

Che montagna di sciocchezze, Dio mio!
Tutto è più breve e semplice-
mente insopportabile

non c’è nessun anniversario
perché non è successo niente, dormi
tranquilla, ora dormi, bambina
fai un sogno bello, sorridi
non è successo niente.


Scritta nel 2022.

Luna piena

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Ma è già piena la luna? M’ha sorpreso
mentre la sorprendevo appena sorta
verso il tramonto, sul parco Colletta:
e l’ho fotografata, vizio mio.
Allora sono già dodici lune.

È vero, il ciclo della luna dura
meno del mese, perciò m’ha sorpreso.

Dodici lune fa, verso la sera
ero tranquillo, invece avrei dovuto
correre, urlare, sfondare la tua porta
a pugni e calci, fare qualcosa
che non so, perché quella notte
non ti chiamasse a sé la luna piena
riflessa sull’abisso, bianco spettro
nel pozzo del cortile. Dove sei?

Poco in là, gli studenti dell’Artistico
scaricano da un furgone attrezzatura
musicale: la scuola oggi è occupata
e di canti e di giochi sarà viva.

Tu l’hai fatto l’Artistico, poi
l’Accademia, ottimi voti, lasciata
nell’ultimo anno, dicevi per motivi
di famiglia, ma forse era già che
ti vietavi di nascere, fiorire.

Vieni a ballare coi ragazzi! Mostra
fra le tue dita sottili la luna
così che s’accorgano e allarghino gli occhi.
Fai ciò che hai sempre fatto: regala
lievi cose preziose
senza essere vista.


Scritta nel 2022.

Foto scattata alle cinque e mezza della sera del 15 febbraio 2022 al Parco Colletta a Torino.

ἐόν

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Χρὴ τὸ λέγειν τε νοεῖν τ’ ἐὸν ἔμμεναι
scrive Parmenide e Heidegger interpreta
«usa: il lasciar-essere-posto-davanti
come anche il prendersi-cura:
(l’) essente essendo» – interpretazione
profonda e motivata, il pensiero
è pensiero se si rivolge all’ἐόν –
ho finito il libro, lentamente
«Che cosa significa pensare?»

L’errore moderno: definire, ridurre
tutto a risposte, soluzioni, invece
è stato ed è un percorrere, un rivolgersi
ed è vicino al cuore, pensavo tu e io
ci siamo lasciati-essere-posti-davanti
come anche ci-siamo-presi-cura
di noi a tratti, per onde, è difficile:
ma il più considerevole, l’essente
non è potuto essere, era stato
diviso, fratturato. Forse in altri
spazi è ora intero, potrò
– io o qualcos’altro, una parte, non so –
esser davanti, ἔμμεν᾽ὤνηρ
ἐνάντιός τοι, prendermi cura
com’era promesso – è sabato mattina
dalle scale sento urti di porte
metalliche, voci di vicini, cupi rombi
che vanno, indecifrabili νεφέλαι
a confondere, nascondere, schiacciare.

Distolgo lo sguardo, l’orologio digitale
fa le undici e undici, i quattro uno in fila
m’innervosiscono, la loro eleganza
è inutile, nulla dicono, nulla.


Scritta nel 2022.

Sproloquio di contorno a questa poesia.

L’ora

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Aspetto l’ora che il nipotino esca da scuola.
Quando era più piccolo ti mandavo le fotine dal parco
con lui sul passeggino. Era più piccolo
e tu eri viva, rispondevi con cuori sul telefono.
Chi ha inventato il passato, il futuro?
Un colombo mi passeggia sui piedi, un altro
è una sagoma sfracellata sull’asfalto
ma io non credo che ciò che vedo sia reale:
nel reale, al risveglio, sarà tutto dappertutto
un respiro che torna, un abbraccio in un volo
e molto, molto che non so immaginare.


Scritta nel 2022.

Tragitti e saluti

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parole di due amici, indipendentemente
(credo esistano fili misteriosi)
mi evocano tragitti e saluti
e te: la fermata del 15 in corso Belgio

tranne rare eccezioni
(un lento capezzale, o un kamikaze…)
non lo sai mai quando un saluto è l’ultimo

dopo, lo sai
in un dolore umiliato
la morte con la falce insanguinata
ride, punta dritto il dito d’osso
nel tuo rimorso

eri sul molo o sulla nave? è uguale
non hai visto che l’ormeggio s’allentava
già c’è un braccio di mare, nero mare
non ti fa ritornare


Scritta nel 2022.

Ecco, questo è tutto

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mi ritornano i tuoi abbracci
radi, sorprendenti

quando abbandonavi la testa sul mio collo
e ti avvolgevi al mio corpo

le tue mani come foglie
mi tenevano albero, figlio

lo so che forse non significava
così tanto, però era tutto

non il Tutto sontuoso con la T maiuscola
ma un tutto più confidente, vicino
il tutto di quando si dice
in conclusione
“ecco, questo è tutto”

così ora questo è nulla
non il Nulla dei filosofi del cosmo
ma un mio nulla modesto
dove il tuo mancare è quanto basta
a perdermi, svanire


Scritta nel 2022.

31 gennaio, 1983, 2022

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È arrivato il vento di mare a ripulire
Torino, proprio come quel mattino
dopo la notte che nacque Lucia.
Il vento toglie le ultime foglie
(le più testarde) agli alberi spogli.
Lucia è bellissima e ha quattro figli,
sul fiume azzurro si alzano uccelli
che guardo da lontano, dal balcone.
Quando lei nacque, avevo dieci anni
meno di lei adesso, rincorrevo
ogni cosa, ogni donna, forse niente.
Tutto cambia o non cambia, è ritornato
il vento caldo e fa vortici belli
ai crocevia delle vite, dove perdi
la strada e incontri ciò che non cercavi
e che è grazia trovare. Le ombre
salgono ai rami e i rami fanno gemme
predisposte alla luce. È bellissima
mia figlia, è una ragazza misteriosa
con le gioie e i dolori e con tutte le cose
di cui nessuno può sapere niente
come niente si sa del vento, delle sere.


Scritta nel 2022.