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Carlo Molinaro

~ poesie e altre cose

Carlo Molinaro

Archivi della categoria: poesie

Guardo un po’

31 giovedì Dic 2020

Posted by carlomolinaro in poesie

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cose di dentro, tempo

guardo un po’ il sole che sbuca
con forza e con fatica
dalle nuvole che s’aprono

guardo un po’ sullo schermo una modella
che s’apre con le dita una grotta
larga e scura fra i labbri della fica

guardo un po’ il fico che ha perso le foglie
nell’inverno sul nuovo balcone
e l’edera non si decide a crescere

guardo un po’ una matita e due forbici
infilate in un mattone forato
rosolato dal mare che ho reso portapenne

guardo un po’ le mie gambe
aperte sulla sedia
e il pavimento sotto

guardo un po’ il fumo che esce da un comignolo
di metallo lucente su un tetto di fronte
e si disperde dentro il paesaggio

avrei voluto disperdermi anch’io
in tutti questi varchi
m’è mancato il coraggio

solo ho guardato un po’


Scritta nel 2020.

La tua voce nel silenzio della casa

23 mercoledì Dic 2020

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore

quel Natale di due anni fa
fu bello, noi due soli
ci aiutavamo a fare delle cose
mi stavi in braccio nella luce fioca

si era, certo, su un filo di lama
a prescindere dalla felicità
si era così in bilico ma c’era
la tua voce nel silenzio della casa

perdonami se non dimentico, se
sono per te tutti i versi migliori


Scritta nel 2020.

Al dunque

19 giovedì Nov 2020

Posted by carlomolinaro in poesie

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relazioni, scenari

Scelgo con cura i francobolli
perché mi viene bene: per compensare
che non so cosa scrivere dentro la lettera:
compensazione scarsa.

Da ragazzino pensavo che
se non mi beccavano per un giorno
era scampata per sempre: un’idea
di prescrizione breve.

In fondo ho sempre sperato
che fra un ritmo, un colore bello
e qualche parola placebo
non s’arrivasse, mai, al dunque.


Scritta nel 2020.

In cesti fiduciosi

15 domenica Nov 2020

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore

Mentre cenavo da solo nel silenzio
ho pensato che credo di amarti
perché con tutti gli strazi – tu m’eri
aguzzina, m’accusavi di esserlo,
eravamo due bambini col bisogno
di scalciare e con l’altro bisogno
di rannicchiarci come gatti
in cesti fiduciosi che però
per nessuno di noi sono esistiti –
con tutti gli strazi, dicevo
dormirti accanto fu beatitudine
di quella che in qualsiasi vita è rara
e il sesso inconcepibile, la sagoma
vuota d’un taglio omicida o
mancante per agenesia, dicevi
(quel tuo mestiere intermittente)
“sto bene con il sesso a pagamento
perché almeno lo so che cosa accade”
ma non sarebbe stato un espediente
pagarti, che poi io peggio di te
nemmeno a pagamento so, però
dormirti accanto fu beatitudine,
irragionevole pace immaginaria
così reale, le tue braccia esili
sul mio collo, come complici o figli
o qualcos’altro di non insidioso,
di fido all’abbandono, gli occhi chiusi.
Furono belle quelle poche notti
pur con tutti gli strazi – ora nei mesi
di quest’assenza senza fine, credo
di amarti ma non chiedo a te di credermi:
sono iridi d’olio i miei pensieri
su pozze mobili, rilucenti a volte:
forse solo seccandosi, morendo
fissate in un disegno impercettibile.


Scritta nel 2020.

11 novembre

11 mercoledì Nov 2020

Posted by carlomolinaro in poesie

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scenari

San Martino, finestra spalancata
e termo spenti, ventiquattro gradi
qui nella stanza. Benché giustamente
brumoso e tenue, il sole scalda l’aria
con buon profumo d’umido e di foglie.
In fondo al parco ora più chiaro appare
il fiume a mano a mano che la fila
degli alberi si spoglia, lentamente
come una brava stripteaseuse sul palco.


Scritta nel 2020.

Programma

11 domenica Ott 2020

Posted by carlomolinaro in poesie

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scenari

Sono riusciti a far odiare la terra
come infetta: se ti cade il biscotto
non mangiarlo, non darlo al bambino:
è buono solo ciò che sta sigillato
nei nostri involucri, tonnellate
di plastica. Sono riusciti
a umiliarci in labirinti di uffici:
chini, come sudditi, alle porte.

Hanno indebolito il senso d’orientamento
con strade tutte uguali, decifrabili
solo con quei navigatori che vendono.
Sono riusciti a inchiodarci nelle case
con tivù di menzogne e d’idiozie
in facili torpori, come pere d’eroina.
Sono riusciti a vestirci da arlecchini
arancio e argento, sotto pena d’essere
schiacciati da auto, da camion.

Ci hanno ridotti a numeri in attesa
d’incerte cure a incerte malattie.
Ci hanno fatto accettare ricatti piccoli
come l’euro in ostaggio nel carrello
e ricatti grandi, niente scuola
se non sei vaccinato a nostro modo.
Ci hanno trattati da bambini ritardati
con obblighi di caschi, di cinture;
alla stazione ci fanno pisciare
soltanto a pagamento e in certe ore.

Ci fanno la morale: disdicevole
è andare con puttane, sdraiarsi sulle panche
o mangiare del pane nelle piazze;
sul video del computer la maestrina
social vieta capezzoli e parole:
mette concetti all’indice, strizzando
l’occhio agli inquisitori del Seicento.

Ma in compenso sei promosso anche se
non metti in fila due verbi senza errori:
che importa la grammatica, obbedisci
e a tutto il resto ci pensiamo noi:
ti sentirai come un piccolo dio
dentro il cosmo col codice a barre
che ti abbiamo riservato in esclusiva!

Corri al centro commerciale e in farmacia
e sarai bello! Ci hanno convinti
che ciò che non combacia al loro mondo
è malattia o delitto, ma ci curano
se stiamo a testa bassa, con premura.

A volte prendono qualcuno dalla strada
e lo portano nelle trasmissioni
per umiliarlo a recitar frasette
confezionate, lui tutto contento.

Non ci sono più i giullari di una volta
e bisogna arrangiarsi: il giullarato
è collettivo, molto democratico:
vieni, puoi essere scemo anche tu
alla corte del nostro benevolo re
che ti compenserà con un bel gadget!
Ballano professori come orsi
resi schiavi nel circo, chi si umilia
sarà esaltato dalla televisione.

Ora il capolavoro, tutti in maschera
obbligatoriamente in tutto il mondo:
il personaggio da rappresentare
per divertire il nuovo imperatore
non è un demone né un animale
né un deforme né un dio come soleva
fare il teatro antico: no, è per tutti
l’Imbavagliato, eroe del nostro tempo.

Reciti ciò che veramente sei
e non lo sai! Ti conosco mascherina
e tu non ti conosci. Abbi paura
ma la paura giusta, non pensare
alle guerre e alla fame, al pianeta che muore
o all’ingiustizia: l’orizzonte è un virus
al ballo mascherato della globalità
tataratatatta tattà.

[Detto questo, in chiave (auto)critica
mi pongo un problema: chi è
l’imperatore sadico annoiato
che si vuol divertire? Forse il re
come virus s’è scisso, è diventato
un re diffuso, un molto democratico
tiranno porta a porta: forse infine
siamo noi gli aguzzini di noi.

Se ci sia o non ci sia un manovratore
è una questione che lascio agli storici:
io non sono che un poeta vagheggino
narratore di vulve, di fiumi, d’aurore.]


Scritta nel 2020.

I pendolari di Chivasso

09 venerdì Ott 2020

Posted by carlomolinaro in poesie

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Tag

scenari

Mi sono fatto una buona mappatura
dei punti da cui sbucano gli astri
in piazza Sofia, ho stampato un goniometro
perché a occhio, non credere, sbagli.

Ieri la luna l’avrei beccata in pieno
ma in lontananza le nuvole basse
l’hanno scoperta solo dopo sorta
per qualche istante, subito richiusa.

Io se facessi ciò che veramente
voglio, spaccherei tutti i vetri dei pullman
neri, che si stanno diffondendo:
pullman oscuri, forse pieni di alieni
con viscidi tentacoli, o di mafiosi in gita
e invece sono i pendolari di Chivasso
probabilmente, nascosti in quelle capsule
lucide e fredde che li rendono invisibili
e spaventosi.

Molto vivace il cielo stamattina:
il sole va e viene – per modo di dire:
sono le nubi a passargli davanti.

Ma il modo di dire è modo di essere:
in certi giorni il sole non c’è:
veramente non c’è, come nei pullman
neri ansiosi i pendolari di Chivasso.


Scritta nel 2020.

Il budino a cena

03 sabato Ott 2020

Posted by carlomolinaro in poesie

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follia, popolo, scenari

«Il popolo esiste» disse il pazzo
«ed è per questo che sto bene qui
rinchiuso nella clinica, dottore.

Il popolo esiste, l’ho incontrato:
odia i froci e le lesbiche, i matti
e la danza, i saltimbanchi, gli immigrati,
le puttane e i poeti.
Il popolo esiste e vota Salvini
e Meloni, i fascisti, il popolo
esiste e mi ha picchiato.

Il popolo esiste, si rintana
in case fetide o in case di lusso:
case chiuse, non c’è differenza.
Il popolo esiste e sta in agguato:
tremila, mille, cento anni fa
esiste e mi ha picchiato».

Crescendo di tono, era una crisi
delle sue (il dottore chiamò
l’infermiera per la dose di calmante)
il pazzo continuò: «Io sono il servo
tradito e massacrato da altri servi
ossequienti al padrone, io sono il cristo
crocifisso dal popolo, io sono
il monatto seduto sui cadaveri
sopra il carro a Milano e grido evviva
il virus, la moria della marmaglia!»

Poi crollando, prendendo la pastiglia:
«Però non muore mai questa marmaglia,
non è mai morta, dall’età del ferro
o della pietra, da sempre, non so.
Sto bene qui, dottore, mi scende
quiete nel sangue. C’è il budino a cena?»


Scritta nel 2020.

L’ultimo amore

01 giovedì Ott 2020

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore, eros, scenari

Bella ma conflittuale
l’ultima volta, destinata temo
a rimanere eternamente tale.

Oh, una fortuna, da innamorati
(qualunque cosa questo voglia dire)
a io sessantasei, ventotto lei
anni, mi si può invidiare, ma
sono più complicati
(sono in fondo indescrivibili, sempre)
gli amori, tutti gli amori vissuti.

Ora è un anno abbondante che non scopo:
non succedeva da prima della prima
volta, a ventun anni, non precoce.

Tutt’altro che calante è il desiderio
ma non vedo all’orizzonte
possibilità. Ora l’unica donna
a toccarmi è la fisioterapista
per un dolore alla spalla destra.

Beh, normale! Sono vecchio. Potrei
dilapidare un poco di pensione
con una buona solida puttana,
non ci ho trovato mai nulla di male:
sono più complicate
(sono in fondo indescrivibili, sempre)
le relazioni umane, tutto vale.

Oh, sarebbe romantico pure
se rimanesse in assoluto l’ultima
quella di cui così assolutamente
due anni e mezzo fa
con la sapienza d’un adolescente
mi sono innamorato. Ma
tutt’altro che calante è il desiderio.

Quant’è bbello l’ultim’ammore,
ma si spera in un chiù bbell’ancora.
Te o nessuna mai più
Gianni Morandi cantava dal grammofono:
avremmo limonato con chiunque.

Da vecchi tutto diventa ridicolo,
bisogna fingere d’essere saggi,
fare gesti col braccio e con la testa
larghi, solenni, dir così e cosà.

O anche niente. Mah.


Scritta nel 2020.

Pubi

21 lunedì Set 2020

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore, eros, scenari

M’attrassero, m’attraggono pubi di donna
incolti o depilati, più spesso
bene acconciati, come prati di giardini
disegnati in triangoli o strisce, l’erba
più alta o meno alta, regolata
o non regolata, folta o rada, rimossa
intorno al solco: il solco fa da stelo
alla corolla a ventaglio del pelo
o prosegue la striscia: il sentiero
erboso affonda dopo un ciuffo rosa
in una gora lucida odorosa, o invece
niente di questo, soltanto una brughiera
lasciata a sé, col rivolo che scorre
al di sotto della vegetazione
spontanea. Tutte queste varianti
sono buone. M’attrassero, m’attraggono
quelle arature umide, più umide
se le dita d’un sogno nelle specie
delle maldestre mie, vi richiamano
falde d’acque profonde. È sogno
la carne e non è sogno, è terra
celestialmente marcita ed è aria:
nei rari viaggi in cascina bambino
il fieno sì, per i tuffi, ma più
m’eccitava lo strame macerato
levato col tridente dalle stalle.
Dio mio, dio mio, com’è tutto bello
e finisce! Conservo il ricordo
d’occhi fuggenti, schiene magre, colli
che ho massaggiato, seni, fianchi, natiche
e inquietanti illeggibili respiri
(mi senti, amore? ti sento? ci siamo
in quest’incanto o miraggio di fiumi?)
e pubi che una sorte favorevole
concesse, con stupore, alle mie mani
e alla mia lingua e all’insicuro pene.
Poi pure queste nubi di memoria
si sfanno, come in cielo disinvolte
si fanno e sfanno, nel vento, le nubi.


Scritta nel 2020.

Sole e piscio

16 mercoledì Set 2020

Posted by carlomolinaro in poesie

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scenari

Filmai in un bosco una donna pisciare
l’altr’anno in un giorno che parve d’amore,
ora filmo da un bosco il sole levare:
il disco del sole carezza il disegno
del bosco svelando l’intrico dei rami,
il fiotto dorato dal pube rimbalza
su sfoglie di foglie cadute dagli alberi.

Due video curati: ho studiato stamani
sul profilo dei colli il punto preciso
dove sarebbe apparso, per sorprenderlo;
con la ragazza studiammo posizioni
e luci migliori per dare rilievo
ai labbri rosa, al chiaro pelo, allo spruzzo:
arco splendente dalla terra alla fica.

È in un certo senso per me più prezioso
il filmato del piscio: l’amata donna
da mesi è lontana, non mi vuole più:
il sole mi accetta, si lascia guardare
finché gli occhi son capaci di vedere.
Però bando ai fatti miei: in sé e per sé
pari bellezza colgono i due filmati.

[Per due motivi, vi offro quello del sole
e non quello del piscio: mi capirete.]

…da un bosco il sole levare…


Scritta nel 2020.

Lenzuola

06 domenica Set 2020

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amore vissuto

So piegare benissimo da solo le lenzuola
eppure stamattina facendolo
mi sei venuta in mente. Lo sai, pure io
vacillo in ogni gesto, mi assedia
l’immotivatezza: devo sempre inventare
sostegni da afferrare. Ritiro
nell’armadio che era riservato a te
le lenzuola piegate, chissà se
piegate giuste, al tuo giudizio severo.

Continuo a pensare che noi ci assomigliamo,
continuo a sapere che questo non basta.


Scritta nel 2020.

L’ibisco

19 mercoledì Ago 2020

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore, libertà

Che cos’è questo amore di cui tutti parliamo?
E questa libertà, così impossibile in sé?
Che cos’è che ti muove, mi muove, ci muove?
Si finge, ogni tanto, di sapere – fra speranze
e sogni si finge, trepidando, di sapere
qualche perché, qualche affinché. Bisogna
allestire un rifugio, fare scudo alla mitraglia
dell’insensatezza. Quando torna a crollare
si ammette chini che no, non si sapeva.
Ma poi di nuovo, se ancora si è in vita
(che altro c’è da fare?) si imbastisce
la trama d’un’amaca, una tregua, un riposo
in sicurezze immaginarie, sentenze
su cui un poco dondolare, bambini
che si convincono a credere a madri
per dormire senza alcun fondamento
un sonno quieto, inventato nel buio.
Che cos’è questo amore che cerchiamo
come un ignoto oltreoceano, imbarcandoci
su deboli nostri scafi o traghetti prezzolati
di biechi trafficanti, persuasi a confidare?
Quando cedo a parlarne, mille voci
dentro e fuori di me con stridore di suoni
mi deridono, mi accusano, sbeffeggiano
le parole che ancora nemmeno ho pensato
e mi smarrisco. Che cos’è che ti muove?
Che cos’è che mi muove? Dove ha fine
e dove ha inizio lo spazio del moto?
Che cosa so di me stesso, di te?
Strepita nel tinello un televisore, un cane
abbaia in qualche luogo, dalla portafinestra
vedo oscillare nel vento un ibisco: ieri
mi ha detto mia madre: è l’ibisco
che hai piantato tu, però non mi ricordo
di averlo fatto, sarò stato distratto
e solo dai grossi fiori riconosco gli ibischi
da qualche anno in qua, ripeti e ripeti:
mai li distinguerei se non fioriti. Chissà se
porterà pioggia il vento, speriamo, fa caldo.
Qui nella casa natale, a Vercelli, disteso
su un letto che forse fu mio (non ricordo)
inquadro dettagli che non riconosco.
Che cos’è questo amore di cui tutti parliamo?
La libertà che cerco, indefinita? Cosa
ha detto e dice, e a chi, la mia vita?
Il cane tace. Gracchia da lontano
qualche cornacchia, il sole si riflette
sul pavimento. Osservo i tre fori
in fila verticale di una presa sul muro.
Da bambino, ricordo, erano due
soltanto i fori, sporgevano da dischi
di vetro opachi, sulla tappezzeria
verde e dorata, se ci mettevi il dito
era subito lì sotto il metallo, la morte,
nessun salvavita, bisognava essere
bambini furbi a sopravvivere. L’ibisco:
ammettiamo, non me ne frega un cazzo
dell’ibisco, né di tante altre cose.
Che cos’è questo amore di cui tutti parliamo?


Scritta nel 2020.

Oggi due anni fa

10 lunedì Ago 2020

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore, cose di dentro, scenari

memoria di rete, facebook mi rimanda
in forma di ricordi poesie scritte per te
due estati fa, poesie che sono storie
forse nemmeno poesie, ma diario

oggi due anni fa eravamo in campi
della pianura del Monregalese
picchiava un sole implacabile come oggi
e noi a parlare a camminare a non cercare
ombra: parlavamo delle qualità di mais
e sparlavamo delle nostre madri
e puzzavamo di sudore, grondavamo
perdendoci su cigli di fossi seccati
fino a un gruppo di case, ricordo, da cui gente
ci guardò senza interloquire, siamo
in Piemonte, poco sotto le Langhe, Pavese
la bella estate? non so, era tutto
incredibilmente vero accanto a te

quante cose abbiamo fatto di quelle che in genere
solamente si leggono e scrivono! e quante
vissute più di come si possa
scrivere o dire! era tutto così vero
che forse era sogno
e non lo sapevamo: era quel sogno
così abissale che come la morte
nessun vivente lo può raccontare

eravamo scesi dall’altura
di Villanova, per dirti creatura
di bosco è necessario lavar via
la letteratura, lavare
i miei panni in te
creatura di bosco
semplice, increata
futura, primitiva
no, inutile, non ho
parole a dirti, forse nemmeno
tu le hai, e nessuno

[…e questo è un problema, nel mondo
che è tutto lingua e psiche
disturbo post traumatico da stress
personalità borderline
schizoide
creatura di bosco
io isterico istrionico poeta
noi… l’amore? parlavamo delle qualità di mais
e sparlavamo delle nostre madri
e puzzavamo di sudore
credevo che ce la potessimo fare]

avevi pianto fra gli alberi, poi
rasserenata, che cielo i tuoi occhi
scavati fra le nuvole, nei campi
roventi, persi, senza direzione

[ci volevano diagnosi, distacco, ma
ero tutto, di te tutta, innamorato:
avevi catturato
lo sciame sparso di tutti i miei frammenti
nella rete frangibile dei tuoi]

cercammo case e psicoterapie
non eravamo sventati
restavamo a parlarci e ad ascoltarci
per decine di ore
che cos’è la saggezza in amore?
forse noi… ho creduto
di potercela fare

oggi due anni fa eravamo in campi
della pianura del Monregalese
ed eravamo belli come il sole

è, come altri nostri, un ricordo
felice sub judice, dipende
da ora come stai, non ti vedo da mesi
e forse è bene, la massa ingombrante
che non posso non essere (potessi!)
ti zavorrava – mi condanna
il vizioso sillogismo: ogni uomo
è tuo persecutore, io sono un uomo
ergo… – non ho la forza di redimere
tutto un intero genere

ti troverai, amore, ti dirai
creatura di bosco e d’ogni luogo?
buona fortuna, buona
fortuna

oggi due anni fa eravamo in campi
della pianura del Monregalese
picchiava un sole implacabile, noi
eravamo più belli e più forti di lui


Scritta nel 2020.

Hai fatto bene

20 lunedì Lug 2020

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore, cose di dentro

Per il mio compleanno, fra poco, saranno
sei mesi senza te. Vaghissime notizie:
come tu stia, non lo posso sapere.

Io cambio casa. Non so se è perché
qui rimangono, dei quadri colorati
che tu riempivi, le sagome di polvere
alle pareti e il tuo odore, diluito
in frazioni omeopatiche, non perde
efficacia. Ho perso, io sì, i miei poteri
fantasticanti, non trovo più immagini
per metafore né similitudini.

Specchi, pensavo poco fa, specchi
eravamo, di fronte: non le cose
specchiate: gli specchi, all’infinito
moltiplicando un disegno
non sappiamo da dove partito.

Ma non così funziona: nessuno
specchio crea, solamente riflette.

Esistono fantasmi che si svelano
solo specchiati? Era uno di questi
a danzare fra noi, prendendo vita
dal nostro disperato inarrestabile
mandarci la sua ombra, in teorie
profonde come abissi? Il parassita
ci illudeva che noi ci somigliassimo
e a lui somigliavamo.

                                 Hai fatto bene
a fuggire lontano – che dolore
ho nel dirlo… In qualche sconnessura
o crepa, dietro la facciata opaca
io t’ho vista nel buio, io t’ho amata.


Scritta nel 2020.

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