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Carlo Molinaro

~ poesie e altre cose

Carlo Molinaro

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BRERF

23 venerdì Gen 2026

Posted by carlomolinaro in poesie

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eros, relazioni

non dovrebbe esserci niente di male
nel chiedere un pompino a un’amica
chiedere non è peccato, si diceva

il femminismo dovrebbe concordare su questo
ma forse esistono femministe BRERF (*)
che invece condannano

si dirà che bisogna capire se è il caso
con indagine attenzione empatia
nella bella empatìa, ìa ìa ò

ma alla fine le cose, dirsele
è una buona soluzione, piaccia o no
siamo fatti di linguaggio

lo devo ammettere persino io
che non amo poi tanto il linguaggio
anzi talvolta ne dichiaro l’inesistenza

su un altro piano, c’è chi gioisce
o quantomeno è indifferente
davanti alle cose più atroci

gente che muore di freddo qui
gente che muore di guerra là
qualcuno ucciso perché non s’è fermato

con sufficiente prontezza o s’è trovato
indebitamente in un luogo privato
pam pam fanno ben se l’è cercato

ma anche chi lotta contro tutto ciò
chi lotta contro tutta quella crudeltà
askatasuna vuol dire libertà

ma di chiedere un pompino non so
abbiamo delle impronte difficili
radicate molto dentro

io un cunnilinto a un’amica
anche una che non m’attraesse
particolarmente, lo farei

così per farle piacere, per tirarle
su il morale, e poi probabilmente
alla fine mi piacerebbe comunque

perché è un piacere il dare piacere
se proprio non c’è qualcosa contro
di fastidio o repulsione

ma forse c’è più spesso di quanto non si creda
fastidio o repulsione, ci può essere persino
della semplice presenza di qualcuno

però un’amica, un amico, non so
almeno nel chiedere non dovrebbe
esserci niente di male, poi chissà

se no alla fine antagonisti o borghesi
si è dentro le stesse pastoie/paranoie
per chi ci prendi non siamo mica troie

ma appunto, non so, non so com’è
questo che ho scritto è forse stupido
ma non ironico, io dico sul serio

come per tante altre cose, dico sul serio
e finirà che mi rinchiuderanno
ma sono vecchio, ormai forse la scampo

(*) Blowjob Request Excluding Radical Feminist

Ines e il cazzo

23 sabato Ago 2025

Posted by carlomolinaro in prosa, racconti

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relazioni, scenari

A Ines piaceva il cazzo. “Ma tutti i cazzi?” – le domandavano. “No, ma, come dire, ontologicamente, come uno che è appassionato di francobolli e li colleziona, di sicuro non gli piacciono tutti allo stesso modo, ma il genere, la categoria”.

Tuttavia, Ines forse non avrebbe inserito in questa sua passione una parte redditizia, se non le fosse accaduto di restare pregna, naturalmente d’ignoto, e di essere perciò brutalmente scacciata dalla sua famiglia, una famiglia arretratissima, se si considera che si era già negli anni Settanta del XX secolo.

Non si perse d’animo, si spostò dalla cittadina di provincia in una grande città, dove partorì e lasciò il bambino in adozione anonima. Qui, entrata in contatto con una signora che gestiva un certo giro, Ines decise che una percentuale dei cazzi che accoglieva poteva essere assoggettata a un pedaggio, tale da permetterle di vivere bene.

“Se non ti piace il cazzo” – pensò fra sé e sé – “fare la puttana è una pena, ma se ti piace può essere un buon lavoro, migliore di altri e più fruttuoso. Tutti dovrebbero fare lavori graditi. Ma è impossibile: chissà se a qualche inserviente di reparto di geriatria piace la merda dei vecchi, eppure devono pulire quei culi”.

Con il diploma che aveva delle superiori, avrebbe potuto fare la segretaria o la stenografa (esisteva ancora, per poco, quella mansione) e pure senza diploma avrebbe potuto fare la commessa, o le pulizie, ma tutte queste ipotesi le parevano decisamente peggiori.

Da puttana avrebbe potuto anche iscriversi all’Università, studiare, laurearsi. “Ne ho di studentesse nel giro” – le aveva detto la ruffiana, una signora simpatica che si accontentava del trenta per cento, che non è tanto, se consideri che è un ruolo rischioso, proibito da leggi ottuse.

Ma non aveva voglia di studiare. Il liceo lo aveva finito per miracolo, giusto un attimo prima del pasticcio – i suoi genitori erano proprio degli stronzi, una sua amica, in una situazione simile, il padre l’aveva mandata ad abortire in segreto in Svizzera e poi tutto tranquillo. Fin dai tredici anni Ines si era interessata più ai cazzi che ai libri, e anche per questo non era la figlia che avrebbero voluto. Forse la gravidanza era stata un pretesto per cacciarla via. Raro l’amore nelle famiglie.

In quell’anno, in Italia era vietato l’aborto ed era vietato gestire puttane, la seconda cosa lo è ancora, il progresso ha un’andatura zoppa.

I primi appuntamenti furono alcuni a casa della ruffiana e alcuni in albergo: a casa della ragazza era meglio di no. Dopo un mese di tirocinio, Ines era soddisfatta. La signora sapeva selezionare bene i clienti, tutti diversi fra loro ma gentili. Andare sul marciapiede sarebbe stato molto più rischioso. Come in tutti i lavori, c’è modo e modo.

Le disse una collega: “Sei molto bella e sei una debuttante di vent’anni, ma attenta che non dura molto”. La ruffiana invece la rassicurò: “Almeno fino ai quaranta guadagni bene e dopo, se non hai scialacquato, vivi di rendita”. E aggiunse: “Conta molto scegliere bene gli uomini, con me puoi stare tranquilla”.

La signora dava buoni consigli: “Se qualcuno s’innamora e ti vuole come amante fissa, tu non dargli troppo spazio. Digli che può venire tutte le volte che vuole, ma pagando, non si fanno abbonamenti. E gli altri, quelli di cui t’innamori tu, che vedo che ti piacciono i ragazzi, stai attenta, non lasciarti prendere, non diventare schiava. Ricorda che una puttana è più libera di una moglie”.

A volte la ruffiana lamentava il giogo delle leggi, leggi che facevano un favore ai criminali: “Tu dovresti poter dire a tutti: faccio la puttana, lavoro con la signora Luisa che mi trova dei buoni clienti. Lo dovresti poter dire anche ai ragazzi che ti piacciono, così li selezioni in partenza: chi come puttana ti disprezza o ti vuole cambiare, alla larga. Invece, io rischio la galera e tu la schedatura di polizia, e bisogna stare segreti. Bel mondo di merda, mia cara”.

Merda o no, Ines continuò a trovarsi bene, fece la puttana per un quarto di secolo, non si mise con nessuno ma si fece amiche e amici, e poi intorno al 2000, mentre alcune cose della società stavano contraddittoriamente cambiando, aprì un negozio di tessuti, e adesso è da poco che è in pensione. Al bambino lasciato in adozione non pensò quasi mai, non aveva proprio la vocazione della madre.

Driade 2019

08 lunedì Apr 2024

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore, bellezza, cose di dentro, relazioni

Benché il pretesto fosse fare foto
non eri una modella quel giorno nel bosco:
eri una driade, così come nei campi
eri un bambino inventato a matita
e nei baci sull’uscio eri la sposa
lieve per il non essere esistita.

Eri una driade, come un’Euridice
sopravvissuta a morsi di serpenti
ma con veleno rimasto nel sangue
– e dubitosa di canti d’Orfei
sposati in brevi nozze, inadeguati.

Ti ho vista felice soltanto nel tempo
che non ha calendari, soltanto nello spazio
che non ha mappe né punti cardinali.

Qui tutto questo è vietato: il registro
non contempla driade né bambino inventato
né sposa inesistita, e il calendario
è rigoroso ed è bene orientato.

Ho sperato che potessimo resistere
più tempo, come certe ruote storte
che pur carpiandosi reggono carri
in viaggi inutili, solo per un monito
a cocchieri, o nei raggi piegati
per un alito a lucide pozze segrete.

Non valeva la pena, vero? Un Pan
feroce e ottuso insegue le driadi
che per salvarsi si mutano in anime
– ogni altra figura è posseduta.

Che Pan si secchi nell’irto dei boschi
pietrificati, lo soffochi il puzzo
delle carni timbrate dai macelli.

Tu con le ninfe non viste sei volata
dove non so e non sapere è salvezza.


Scritta l’8 aprile 2024.

Alla faccia del non essere

29 venerdì Mar 2024

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore e morte, cose di dentro, relazioni

Avevo intuito che sei capace
di troncare una relazione
per mesi, per un anno, e tornare
a riallacciare come fosse passato
un giorno o due, così quando l’hai fatto
con me anche a me è sembrato
d’averti sentita ieri – il dolore
che pure avevo provato feroce
per il tuo abbandono, s’è dissolto
in un attimo al sentire la tua voce
riparlarmi. Poi però sei andata
più lontano, so che adesso è diverso:
hai traversato il mare-che-non-c’è
che fa non essere chi ci s’immerge
cioè tutti, alla fine. Però
(alla faccia del non essere) credo
che in qualche modo tu richiamerai:
ci vorrà tempo o forse ci vorrà
lo svanire del tempo, ma tu
ne sei capace, tu richiamerai.


Scritta il 26 marzo 2024.

Sulla corriera per Chivasso

10 giovedì Ago 2023

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore vissuto, cose di dentro, relazioni

«Ti bacio il cazzo e ti diventa duro»
– dice sulla corriera per Chivasso
una ragazza sedicenne forse
all’amico che esprime in confidenza
le sue ansie, i suoi blocchi – «funziona
vedrai, stai tranquillo». È amorevole
la dolce sorridente e per davvero
forse funzionerà, o quantomeno
migliorerà le cose. Avessi avuto
io così ragazze accanto, quando tutto
pareva arduo e fosco, sui vent’anni
“relazione” escludeva “erezione”:
funzionava soltanto in solitudine
il mio cazzo. L’avesse baciato
una ragazza così come quella
della corriera per Chivasso, parlandomi
di tranquillità, parlandone sul bus
ad alta voce, con naturalezza
senza badare agli altri passeggeri
in ascolto! Non ebbi per mano
la dolce sorridente, era opprimente
e buio il mondo, nonostante qualche
lampo di Sessantotto: con nessuno
né femmina né maschio né giovane né adulto
parlai mai dei problemi del mio cazzo.
E non c’è da scherzare, rischiai
la morte da alcolista, chiuso dentro
un’anima straziata e un cazzo molle:
due cose inconfessabili. Ci vollero
decenni, poi le cose migliorarono:
ma forse un bacio di una sedicenne
sul mio cazzo (funziona, stai tranquillo)
m’avrebbe regalato una diversa
giovinezza da giovane, chissà.
Chissà. Comunque lodo questi tempi
e non quelli, lodo che si parli aperto
e non vergognoso, lodo la ragazza
che sulla corriera per Chivasso
con fresca voce alta sorridendo
offre a un timido cazzo un bacio bello.


Scritta il 10 agosto 2023.

Benevola

18 martedì Lug 2023

Posted by carlomolinaro in Senza categoria

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relazioni, scenari

Cadrà nel mio settantesimo compleanno la trentesima
luna piena da quella, tu avevi trent’anni. Si gioca
con i numeri e con le fantasticherie
innocue, forse. Si poteva davvero stare insieme?

A volte scattano piccoli relè (sono andati in disuso
i relè, mi pare) che neanche li vedi e deviano
il corso di tutto. Avresti fatto contenta
in qualche modo mia madre, la razzista
che le vuole alte bionde e piemontesi.

Sciocchezze, lo so, frammenti di sciocchezze.
Perso per perso, vado a ruota libera.
Oggi nella calura ho incrociato due tizi
massicci e truzzi, uno diceva all’altro: “ecco,
ecco, proprio, è quello che dicevo
anch’io, hai ragione, io l’ho sempre detto:
se a trentacinque anni sei messa così…”
Aveva il dicente un cane tracagnotto.

Non si giudicano pezzetti di frasi isolate
colti nel tempo d’incrociarsi per strada:
chissà qual era il contesto. Eppure
mi ha dato una ferita, certo piccola, chissà
come è messa la trentacinquenne
che quei due truzzi sempre avevano detto
e che forse non ha loro dato retta…

Sul bus c’era una giovane donna
tutta velata, i capelli nascosti e una veste
fino ai piedi, ha tirato fuori una tetta
per allattare il bambino, in questo caso è concesso
perché il motivo è buono, già immagino
il borghesazzo che benché infastidito
(queste immigrate sono come conigli
e potrebbe stare a casa) avrebbe finto
tenerezza per criticarne delle altre
(sono diabolici): “queste donne hanno princìpi
e le tette le usano per la cosa giusta
mica come bla bla zinne fuori troiazze
ragazze tik tok che poi non si lamentino
se le stuprano, signora, non ci sono più valori”.

Sono un po’ malmostoso, lo so. Su un altro bus
c’era un enorme nero in carrozzina
sembrava un monumento, era gioviale
e opimo (opimo si può dire?) gli è caduto
il telefono e un ragazzo lo ha raccolto,
grazie, poi gli è caduto lo zaino e io
gliel’ho raccolto, grazie, simpatico
la carrozzina era tecnologicissima
ma non c’è un’app per raccogliere le cose
che cadono per terra, c’è darsi una mano.

Scattano piccoli relè. Se per un tragico
incidente tu fossi rimasta orfana
a due anni (povera bambina che disgrazia)
saresti ancora viva? Se nel settantasei
anziché mio padre fosse morta mia madre
che è ancora viva, sarei tutto diverso?

Cazzate. Sono piccoli relè, che neanche li vedi:
comandano scambi in fasci di binari:
ogni deviazione esclude tutte le altre
per sempre, è definitiva, si vive
solo una vita, talvolta neanche quella.

Si poteva davvero stare insieme?
Di certo io l’avrei voluto ma
non è accaduto, punto. Mi ricordo
che in quei mesi con tutti gli errori
che commettevo da stupido, tu eri
benevola con me, li ho qui davanti chiari
i tuoi sguardi benevoli, come
se fosse adesso – non era poco, sai?

Quanto a quella che a trentacinque anni è messa così
speriamo che i truzzi non le facciano del male.


Scritta il 18 luglio 2027.

Notte di San Silvestro

01 domenica Gen 2023

Posted by carlomolinaro in poesie

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cose di dentro, relazioni

Parafrasando Ungaretti, non ho nessuna voglia
di tuffarmi in gomitoli di strade, o feste
rumorose con cibo: me ne sto
con qualche yogurt, un sacchetto
di patatine, del succo di frutta
e con te: nel ’18 brindammo
da soli in casa e fu l’anno migliore.

Ora sei dappertutto e in nessun luogo:
mi pare di sentirti: se è illusione, pazienza.

Quelli a cui voglio bene
sono, chi più chi meno, in buone compagnie
o qualcuno da solo perché preferisce:
mentre gli altri, gli ignoti, fanno musica e botti
che spaventano i gatti.

Io sto bene qui, nella casa che guarda
sul parco e sul presepe di piccole luci
della periferia. Sono passato
poco fa al bar di via Cravero e già erano
tutti storditi, le voci troppo forti:
mentre a me serve essere attento e lucido
per cogliere le tracce rarefatte
che un poco, nell’aria, mi salvano e ci salvano.

La felicità è una cosa seria
come e più del dolore, ma capisco
che si fa come si può, e confondere tutto
è un’idea, una soluzione per campare
e va bene, se va – può tenere in sicurezza
l’anima, aprire valvole di sfogo
all’angoscia, alla consapevolezza.

Poi è come è, o è come non è:
non importa, sto bene qui al riparo
da ogni bene o male, da ogni gesto.

Ti tengo stretta – lo so, non è vero
ma per un indicibile prodigio
t’immagino senza immaginare:
in occhi a cui non servono figure
mani che sentono senza toccare
musica senza toni né misure
pienezza a cui non serve la parola…

È ovvio che non lo posso descrivere.
Me lo fai un sorriso? Mezzanotte.
Qui, dove il tempo si misura, arriva
un anno nuovo. Ti tengo stretta, amore.


Scritta nel 2022.

Il battito

29 giovedì Dic 2022

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore, cose di dentro, relazioni, riflessioni

[In restless dreams I walked alone
…
Silence like a cancer grows
…
Take my arms that I might reach you
…
mi metto di notte a sentire canzoni
che ti piacevano, ogni tanto lo faccio:
che cosa dovrei fare?]

Fra un pentimento e l’altro ti fidavi:
poggiavi l’orecchio sul mio petto nudo:
ci ascoltavamo il battito del cuore:
non ben formata la pelle, passava
la pulsazione dalla madre al feto:
eravamo indistintamente un insieme
rassicurante, ma l’acqua si rompeva:
i miracoli hanno prezzi da usurai:

il nido sicuro e la corona di spine
sono intrecci di rametti somiglianti
e fra un angelo e un demone c’è solo
uno sbalzo di luce a tradimento
che confonde le sagome e le ombre:

e più semplicemente la mia vita stava tutta
nell’addolcirsi o no del tuo respiro:
l’amore intero è un amore ammalato:
per essere vissuto va ridotto in frammenti:
ho creduto e hai creduto che intero ricucisse
i pezzettini in cui t’eri tagliata
ma è cosa per un dio, non per bambini piccoli

e grida, da dentro, il dio offeso: “chi ti ama
è usurpatore, impostore, non gli credere”:
e l’ira ti prendeva, tuttavia
fra un pentimento e l’altro ti fidavi
poggiavi l’orecchio sul mio petto nudo.

Fossimo potuti essere, dio mio
soltanto due ragazzi – ti ricordi
gennaio 2020, ai bagni pubblici
di via Vanchiglia, perché nel nuovo alloggio
non c’era ancora il gas, la doccia calda
io fuori ad aspettarti “non è male,
sono puliti” – hai detto, ti ricordi?


Scritta nel 2022.

Bla

10 giovedì Nov 2022

Posted by carlomolinaro in poesie

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relazioni, riflessioni, scenari

Non sono grandi poesie, vado a capo per pudore.
Come, per pudore? Così, non so: perché
la poesia ha veli, anche per finta;
o per altri motivi. Ieri tua madre
mi ha mandato un messaggio: hai portato tu
un’orchidea e un lumino sulla tomba?
No, è da un po’ che non ci vado, in quel piccolo
cimitero. Vedi! Hai ammiratori ignoti.

Al cimitero vado poco, ma a te
(ovunque al non mondo tu sia o non sia)
penso ogni giorno, mi fai compagnia
e dal pensiero di te, di noi, si sviluppano
altri pensieri. Sarà perché domani
mi opero di cataratta, ma ho pensato
a cose mediche od ospedaliere
e da lì ho pensato agli schemi, tu dicevi
«mi schiacciano le aspettative di tutti»:
gli schemi sono un principale delitto
dell’umanità. Da bambino mi portavano
(ho sempre avuto denti pessimi) da un dentista
che riteneva che l’anestesia
danneggiasse le gengive, perciò non la faceva.

E trapanava profondo! Era un omone
zitello che nel tempo libero andava
a scalare le montagne, forse era lo yeti.
Resistevo, ma una volta m’è scappato
un lieve gemito e ho battuto piano la mano
sul bracciolo, e mia madre, che assisteva
alla scena: «Vergógnati!» mi sibila subito
e tornando a casa ha ribadito: «Meglio
morire che far vedere il dolore».
Nello schema, un poco militare
per il maschio è così, o così era.

Molti anni dopo fui ricoverato
per una polinevrite alcolica e va bene
che era colpa mia e andavo punito
in quanto sbevazzone, però
la sera del primo giorno di ricovero
telefonai a casa, col gettone, e mia moglie:
«Ma telefoni già?» come a dire: hai paura
dell’ospedale? Non è cosa virile…
Comunque poi non avevo paura
volevo solo fare due parole.

Sto alternando passato prossimo e remoto
un po’ a cazzo, non so perché, lascio così.

E dunque? E dunque niente, le aspettative
degli altri schiacciavano te e schiacciavano me
però io, trasognato, quasi non mi accorgevo
tu invece sì e soffrivi di più
forse, non so. Ti sei fermata a trent’anni
e io la vita l’ho svoltata sui quaranta
(svoltata: un poco: quello che si può)
sono problematiche diverse, lo so
ma non potevi aspettare ancora un po’?

Non puntiamo il dito, madri e mogli sono vittime
a loro volta delle aspettative, gli schemi
sono il delitto più grande che c’è.
Tu potevi essere una tranquilla parrucchiera?
La storia dice: chiaramente no.
Io non so nemmeno, nemmeno oggi che cosa
sarei voluto essere, so solo
che non ero ciò che ero, la vita
è un complesso arzigogolo. Con te
ci si capiva, però non è bastato
a rimanere insieme, né t’è stato d’aiuto
per salvarti dall’abisso, e invece stanno insieme
coppie che manco sanno l’uno l’altro chi siano
festeggiano le nozze di diamante
senza mai nemmeno una piccola confidenza:
forse hanno ragione, è la scelta vincente.

Noi non avendo un’uniforme, sul campo
di battaglia ci sparano tutti
e noi, se sparassimo, spareremmo a caso:
perciò occorre disertare, stare in margini
di fiumi o boschi o quartieri o marciapiedi
o bla, bla, bla
non lo so cosa occorre, blatero, bla.

L’avevo premesso che non sono grandi poesie,
non è una scusante, lo so, non dovevo
lasciar trapelare un dolore dal dentista
e tante cose, cose, tante cose.


Scritta nel 2022.

Incontro

10 giovedì Nov 2022

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore vissuto, cose di dentro, relazioni

Venirti incontro quando esci dal lavoro
in un punto stabilito, per un giro
o una commissione prima di cena
amica, è una cosa ordinaria
non strabiliante, ma è bello, e guardando
il cielo che anche lui per abitudine
normalmente imbrunisce, in disegni
di bianco e azzurro e rosa, ho pensato:
tutto questo è prezioso, mancherà
quando più non sarà – e più tardi
da solo in un incrocio silenzioso
è passato un nero in bicicletta
con quel ronzio delle bici di oggi
di ruote grosse, così tanto diverse
dalle bici di una volta, è passato
con il suo zaino di schiavo di consegne
ed è filato via, ho attraversato
da marciapiede a marciapiede, su un lato
gli sterpi da un incolto, tutto questo
è ordinario, non è strabiliante
ma è prezioso, svanirà, mancherà.


Scritta nel 2022.

Un filo strecciato

04 giovedì Nov 2021

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore, bellezza, cose di dentro, relazioni, riflessioni, scenari

tenere un filo strecciato dagli altri per seguirlo
bei colori d’autunno stamattina ieri pioggia
quelli che mi dicono che la tua malattia era insanabile
lo fanno per guarire me dai miei sensi di colpa
ma non è questo, non ero il tuo psichiatra
sulla schizofrenia fiumi d’inchiostro
un altro punto di vista più interno condividevamo
certo ti ho raccontato quel sogno a quattro anni
l’incubo in cui mia nonna mi tagliava in due
all’altezza della cintola con una sega da taglialegna
(tuo fratello taglialegna, il più grande, dicevi)
e mia madre guardava e approvava poi la nonna
“non riesco, c’è l’osso” non riusciva a dividermi
in due, resisteva la colonna vertebrale
mi svegliai terrorizzato ma rimasi nel letto in silenzio
non raccontai nulla a nessuno
a te il taglio arrivò a compimento? mia madre mia nonna
tua madre tua nonna le chiare foreste
le selve oscure sono poi lo stesso bosco
in luce diversa, può darsi
tenere un filo strecciato dagli altri per seguirlo
non ti convinsero a prendere farmaci adeguati
meglio la morte che una vita sedata
meglio l’anima salvata
se tutti applicassero, ahahah, ora sono io che rido
nelle ossa dilaniate, se tutti applicassero
quel principio, meglio morti che sedati
suicidio di massa, suicidio di massa!
quanti vedo già morti per ancora non morire
nei tuoi incubi ti davano merda, cibo infetto
distruggevano ogni cosa che facevi
ti strappavano, tu l’erbaccia, era incubo o realtà?
il dolore toglie nitidezza al confine
tenere un filo strecciato dagli altri per seguirlo
è difficile o impossibile, mi confondo
eri stata tagliata in minuscoli pezzetti
e che il vento li raccolga e che il regno dei ragni
cucia la pelle e la luna tessa i capelli e il viso
è solo una canzone di De Andrè
(forse ora il polline di Dio, di Dio il sorriso)
cercavo di stare attento io a non cucirti addosso
vesti improprie, miei sogni, eri bellissima
nel cappotto grigio al fiume o nuda sul letto
o sul limite del pianto davanti alla stazione
o abbracciata nel bosco o in attesa del bus
in corso Belgio, eri bellissima sempre
anche quando t’infuriavi eri bellissima
nei miei occhi ma i miei occhi
ti vedevano intera, innamorati componevano
ciò che invece restava non composto
le tue ferite sarebbero guarite, speravo
e ne abbiamo cercati di dottori della psiche
anche costosi, ma con nessuno è partito
il percorso di salvezza – era possibile?
tenere un filo strecciato dagli altri per seguirlo
ora non riesco, due anni fa eravamo al mare
di novembre, mi chiedevi cibo buono
io non so cucinare
ti guardavo spesso con sconsolata impotenza
però anche speranza e invece adesso, adesso…
tra bambini feriti tagliati a metà
ci si capisce ma non basta, il tuo sguardo
triste mi rimproverava di non essere un padre
che con autorevole amorevolezza ti guidasse
a comporre te stessa nel tuo modo (non l’altrui)
a riordinare ciò che s’era scompigliato, pulire
ciò che mani sporche avevano sporcato
e gioire con te della tua lucentezza
io solo un poco meno spezzato di te
(“non riesco, c’è l’osso”)
stupefatto da sogni da poesie illusioni
non potevo: “i tuoi quadretti, le tue
visioni idilliache… non mi vedi?” mi sgridavi
aguzzavo la vista ma continuavo a vedere
come vedono i bambini, in un misto d’incanto
com’eri bella e preziosa e la tua lucentezza
emergeva dai gorghi, le tue rare poesie
più belle delle mie, scrivevi bene
più chiara che tanti scrittori di successo
ma diosanto questo mondo è un tritatutto
schiaccia nobili destrieri, figuriamoci una farfalla
ferita che muove piano, debole, le ali
intessute di fratture, sottili, spolverate
d’immense meraviglie indecifrabili
tenere un filo strecciato dagli altri per seguirlo
ho avuto il dono di vederti ma vorrei
che tutto esplodesse, per lo spreco e il sopruso
per lo schifo, la merda, il cibo infetto
avvelenata soffocata schiacciata
sì, c’era in te una malattia della psiche
e troppa, troppa, troppa sofferenza
che non riuscivi più a controllare
sulla schizofrenia fiumi d’inchiostro
ma in uno sguardo più ampio, dallo spazio
in cui ora mi concedo di sognarti
(intera, lieta di tutta te stessa)
forse appare che al mondo i malati
sono i sani, i compatti, è chi come niente fosse
avvelenato soffocato schiacciato
ridacchia, spettegola, fa la coda al mercato
non t’ho salvata mentre tu mi hai salvato
c’è un bel sole, stamattina, dove sei?


Scritta nel 2021.

Almenoché

14 martedì Set 2021

Posted by carlomolinaro in poesie

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relazioni, scenari

Ho ritrovato ancora messaggi, una videolettera
dell’aprile del duemiladiciannove:
mi sono accorto che in tutto il nostro tempo
non c’è mai stata nemmeno una bugia
né tua né mia.

Quel mattino eri andata in palestra:
ero contento se facevi qualsiasi cosa.

La vita è un compromesso, chi non lo sa?
Quel famoso io che sono guai se non è solido
cresce fra come è e come occorre che sia.

Non le piace studiare non le piace lavorare
e nemmeno fare la puttana
cos’è, un’artista? dobbiamo mantenerla?
crepi! – la piccola infelice borghesia
ringhia la sua saggezza:

se non ti piace, fingi almeno che ti piaccia
per il tuo bene! – starai meglio, sforbiciando
capelli alle signore – potrai chiamarti
non parrucchiera ma hair stylist, wow!

Oh, ragazza, credi di essere l’unica?
Lo sai che devi guadagnarti da vivere?
(loro ti sono dentro, sei tu stessa che ti parli)
(e ti condanni)
(“abbandonò il campo di battaglia
traditrice ingrata”)

Vuoi fare la barbona? finisci male…
L’artista? sei capace? a quanto vendi?
Ti piacciono succhi di frutta costosi.
Abbiamo tutti il peccato originale:
il peccato: l’alienazione, la finzione
l’accettarsi per come non si è.

Bella mia, chi ti credi di non essere?
Abbiamo tutti i nostri peccati
Abbiamo tutti i nostri
Abbiamo tutti
Abbiamo
Abbiamo
Abbiamo

La morte ma non i peccati!
(finsero detto i preti bastardi
da morti male poi santificati)

Scusa. Ti amo, deliro, svanisco.

Ho sperato in qualche modesta soluzione
(anch’io piccolo borghese
– il mio buonsenso piccolo del cazzo –
chi mi credo di non essere?)
modeste provvisorie soluzioni:
sai, quelle vite non proprio felici
(qualche carezza, qualche pastiglia)
dove un colpo di reni ogni tanto
ti solleva alla luce, costruisci
roba che crolla però non crolla subito:
ci sta in mezzo un respiro:
fingi che non sia finto, fingi tanto
che poi è vero, è davvero il tuo bene.

Ma non so. Che la vita è un compromesso
lo sanno tutti, non tutti però
sanno compromessare. Chi non sa…
Io quasi non so più nemmeno parlare.

Mi manchi
(due parole: sufficienti).

Forse davvero hai salvato la tua anima.

Ti ricordi quando dicevi
“almenoché” però poi lo sapevi
che si dice “ammenoché”
“ma mi viene così!” sorridevi

(…)


Scritta nel 2021.

Sceso dal treno

05 giovedì Ago 2021

Posted by carlomolinaro in poesie

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Tag

cose di dentro, relazioni, scenari

Sono stanco di guardarvi negli occhi
attraverso le cornee antiproiettile:
è sempre conflitto, è disfatta senza lotta:
non sono interessato a sopravvivervi:
non trovo anime che in congiunzione
creino vita: e di fini arguzie sterili
non ho più desiderio. Continuate il viaggio
se vi pare, io mi fermo in stazioni dismesse
piccole, erbose, che cadono in macerie:
seguo file di insetti fragilissimi
che con le loro brevi antenne tremule
tentano le fessure, gli spiriti dei solchi.


Scritta nel 2021.

Nuda sulla pianta

20 mercoledì Gen 2021

Posted by carlomolinaro in poesie

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Tag

amore vissuto, eros, relazioni

nuda sulla pianta
dice una canzonetta del ’72
e tu davvero nuda sull’albero
mi sorridevi

io da sotto un po’ in ansia
(a cinque o sei metri di altezza
i tuoi piedi nudi sui rami)
ti scattavo qualche foto

altro che canzonette
eri davvero nuda
eri davvero sull’albero
soprattutto eri contenta

sorridevi davvero contenta
era la primavera del ’19
audacemente nuda
al parco della Mandria

nuda i piedi le mani
le gambe il seno la fica
nuda tutta adagiata
nei gomiti dell’albero

è quasi un anno adesso
che non ti vedo più
guardo le foto
dove nuda sorridi

magra consolazione
le foto ci uniscono
non esisterebbero
se non le avessi scattate io a te

la domanda è
perché tu non puoi vivere sugli alberi?
tu stai così bene nei boschi
così a tuo agio

è una domanda poetica
è una domanda trabocchetto
che può intralciare
tanto lo sappiamo che non puoi

e giù dagli alberi
i problemi – come stai?
ti sei incamminata
per una vivibile vita?

ardo dal desiderio
di rivederti eppure forse
hai fatto bene a troncare
io sono uno che ti può intralciare

io che una vita vivibile
la cerco con chi capita
parlo a vanvera
di tutto m’innamoro e disamoro


Scritta nel 2021.

Al dunque

19 giovedì Nov 2020

Posted by carlomolinaro in poesie

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Tag

relazioni, scenari

Scelgo con cura i francobolli
perché mi viene bene: per compensare
che non so cosa scrivere dentro la lettera:
compensazione scarsa.

Da ragazzino pensavo che
se non mi beccavano per un giorno
era scampata per sempre: un’idea
di prescrizione breve.

In fondo ho sempre sperato
che fra un ritmo, un colore bello
e qualche parola placebo
non s’arrivasse, mai, al dunque.


Scritta nel 2020.

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