• About

Carlo Molinaro

~ poesie e altre cose

Carlo Molinaro

Archivi della categoria: poesie

BRERF

23 venerdì Gen 2026

Posted by carlomolinaro in poesie

≈ Lascia un commento

Tag

eros, relazioni

non dovrebbe esserci niente di male
nel chiedere un pompino a un’amica
chiedere non è peccato, si diceva

il femminismo dovrebbe concordare su questo
ma forse esistono femministe BRERF (*)
che invece condannano

si dirà che bisogna capire se è il caso
con indagine attenzione empatia
nella bella empatìa, ìa ìa ò

ma alla fine le cose, dirsele
è una buona soluzione, piaccia o no
siamo fatti di linguaggio

lo devo ammettere persino io
che non amo poi tanto il linguaggio
anzi talvolta ne dichiaro l’inesistenza

su un altro piano, c’è chi gioisce
o quantomeno è indifferente
davanti alle cose più atroci

gente che muore di freddo qui
gente che muore di guerra là
qualcuno ucciso perché non s’è fermato

con sufficiente prontezza o s’è trovato
indebitamente in un luogo privato
pam pam fanno ben se l’è cercato

ma anche chi lotta contro tutto ciò
chi lotta contro tutta quella crudeltà
askatasuna vuol dire libertà

ma di chiedere un pompino non so
abbiamo delle impronte difficili
radicate molto dentro

io un cunnilinto a un’amica
anche una che non m’attraesse
particolarmente, lo farei

così per farle piacere, per tirarle
su il morale, e poi probabilmente
alla fine mi piacerebbe comunque

perché è un piacere il dare piacere
se proprio non c’è qualcosa contro
di fastidio o repulsione

ma forse c’è più spesso di quanto non si creda
fastidio o repulsione, ci può essere persino
della semplice presenza di qualcuno

però un’amica, un amico, non so
almeno nel chiedere non dovrebbe
esserci niente di male, poi chissà

se no alla fine antagonisti o borghesi
si è dentro le stesse pastoie/paranoie
per chi ci prendi non siamo mica troie

ma appunto, non so, non so com’è
questo che ho scritto è forse stupido
ma non ironico, io dico sul serio

come per tante altre cose, dico sul serio
e finirà che mi rinchiuderanno
ma sono vecchio, ormai forse la scampo

(*) Blowjob Request Excluding Radical Feminist

Alcune poesie scritte nei primi cinque mesi del 2025

26 lunedì Mag 2025

Posted by carlomolinaro in poesie

≈ Lascia un commento

Tag

amore, amore e morte, cose di dentro, scenari

ARANCE GROSSE

Ha sbucciato un’arancia.
Lo intristisce la sera, vorrebbe
una luce perpetua, ma non quella
dell’eterna sedazione – il niente
lo sgomenta: dove torna a camminare
il moscerino schiacciato? In nessun posto?
Solarità, anima viva e mobile
com’è che può non essere per sempre?
Un moncherino l’esistenza?

La pastiglia per la pressione, dice il medico
che allunga la vita. Ha comprato
delle noci e del succo di pera
da togliersi la voglia, la sera
lo intristisce, gli potrebbe giovare
un sapore di donna, foss’anche
un’entraîneuse che gli sbattesse
un capezzolo in faccia, ma costa
e non gli piace l’ambiente, gli ricorda
i doppi messaggi di una madre inadatta.

L’amore è nulla senza l’entusiasmo
che trae da sé, per un poco svagina
dalle cuoia mortali. Qualche pensiero a volte
a una simile uscita s’avvicina
ma è smascherato ormai. Abbaia un cane
su un balcone. La sera primattrice
recita un mostro viscoso in un dramma
del cui copione nessuno s’assume
responsabilità, il dio, il fato, il big
bang, la gangbang, Evelina
Boabang fu una penfriend in gioventù
con aerogrammi leggeri del Ghana:
sarà ancora tra i vivi?

Arance grosse, quattro fa più di un chilo:
due euro all’In’s, ne sbuccia una seconda.


UN ORZO NOTTURNO AL BAR SOPHIE

Prendo un orzo notturno al bar Sophie.
Un barbone entra, camminando
con difficoltà, si siede, ordina
un caffè, dispone le sue cose
intorno al tavolino, mangia
brandelli di cibo tolti da sacchetti:
passerà qui una parte della notte
con modica spesa
e senza il timore che qualcuno
voglia assisterlo troppo.
Il barista, straniero, viso buono
gli serve il caffè con garbo, poi
chiude meglio la porta, fuori
è freddo, ma ugualmente un uomo
compatto sta seduto nel dehors.
Un altro è appena uscito, impugna
la bicicletta e va. Il barista mette
un po’ di musica, è ospitale qui:
si fa quel che si può. Mi sento bene
come dove non si scaccia né trattiene:
le mie filosofie, leggo una pagina
d’un libretto, bevo l’orzo, aspetto
ancora un poco, poi pago
un euro e trenta, esco in strada, vado
per la piazza, lentamente, verso
il privilegio caldo della casa.


LIBERA NOS A VERBIS

Nel vuoto largo un vento
muove un sedimento di parole:
non lo alza, soltanto
lo muove, quanto basta per confondere
la visione del suolo.

Parole grasse, pesanti:
non si sollevano. Noi
stiamo in piedi, in silenzio.
Non si sollevano, ma
hanno un cupo riverbero
brulicante di bachi. Sappiamo
di non possederne altre. Se parliamo
o anche solo pensiamo, sono quelle
che cadono squamandosi
dalla pelle, la nostra, dalle mani
e dalle labbra: contribuiamo
al molle verminaio.

Poi non ce la faccio più, ti dico
che oggi all’Aldi avevano
il succo di frutta che ti piaceva
e l’ho comprato, lo berrò.
Sorridi forse
mentre dal guano vibra: smorfiosa
costa caro quel succo, si rituffa
un lombrico pedante, pare innocuo
ma echeggia: uccidetela, uccidetela.

Libera nos a verbis, Domine:
allontana questo calice di merda
borghese, popolare, risaputa:
così tanta ne abbiamo bevuta.

Squama la mia voce, velleità
sminuzzata da becchi di chiocce
giù al verminaio. Se restiamo
in piedi in silenzio, potremo
svanire in luce?


ASSOPIRE

Quando mi concedo di fantasticare sull’oltre
ogni volta mi sembra più impossibile: stasera
(mi vergogno) pensavo che quando parto
(e già che sia partenza è fantasia)
potresti venire sulla porta a prendermi
(che pretesa) – che poi potrebbe essere
anche un fantastalking interdimensionale
molto scorretto, chi l’ha detto
che vorresti? Magari lì ci sono
angeli bellissimi, bisex, o preferisci
stare da sola o che altro, chissà.

Ma mettiamo che sì (è fantasticheria):
mi prendi e… andiamo? quanto spazio!
mi tieni la mano? abbiamo mani?
va bene anche puntini luminosi
(sì, le fatine di certi cartoni, lo so)
ma mi stai accanto? che ansia
di perderti… Ma è assurdo, l’ansia, di là!

Il fatto è che il montaliano fil di lama
non è un inconveniente, della felicità:
ne è la condizione. Per gioire
che ci sei devi potere andare via:
se no è tutto finto, è un simulacro.

No, vedi (vedi! ti parlo…) è davvero
inimmaginabile, ma teniamo buono che
proprio nell’inimmaginabilità
(invisibile velleità) magari sta
della nostra – dura di lingue e immagini –
catena, l’anello (nascosto) che non tiene…
Anche questo è fantasia, dai, va bene,
sono un po’ stanco, mi sento assopire.


VALUTERÒ

(poesiuola con pubblicità indiretta
del Pritt ma non mi pagano)

Lo stucco veneziano di questa casa
in cui sto ormai da quattro anni e mezzo
sconsiglia i chiodi, se provi a piantarne
viene giù un palmo d’intonaco, dunque
ho adottato i patacchini gommosi
Pritt Multi Tack per tappezzare
di donne, come sempre m’è piaciuto,
le pareti: da bambino c’era la carta
da parati e le incollavo, cosa che
dopo qualche sgridata fu concesso
(«tanto quella vecchia tappezzeria
sarà presto da cambiare, lasciamolo fare»);
nelle prime case di Torino i chiodi, poi
ci fu una pausa nel tempo del matrimonio
perché la moglie, sa Dio perché, non gradiva
mie amate alle pareti, poi, finito
il matrimonio, di nuovo chiodi, l’alloggio
di via Pinelli al trasloco l’ho lasciato
che era tutto un puntaspilli. I patacchini
vanno bene, all’inizio, però hanno
una scadenza, si seccano, e adesso
è tutto un cadere di foto come foglie
d’autunno che ha forse un valore simbolico
nel mio autunno: a volte di notte
sento un fruscìo nel silenzio ed è una foto
che scivola giù al suolo. Vabbè,
basterebbe rinnovare i patacchini
(manutenzione ordinaria) ma forse
è un segnale, meglio mettere le foto
in un album e alle pareti pochi poster
perbene, con magari le montagne
come le sale d’aspetto dei dentisti.
Così fra l’altro non dovrei stare attento
(in foto molte donne sono nude)
nei video social in casa, alle inquadrature
per schivare indiscrezioni o censure.
Eh, la saggezza, la maturità.
Farò così. Forse. Però non so…
A me che non sopporto che finisca
nulla, praticamente, anche una foglia
morta, naturalissima, mi dà
malinconia, ecco, a me piace
che le pareti di casa contengano
almeno in immagine le donne
che in una vita, in un modo o nell’altro
dalla sveltina al profondissimo amore
è sempre, nel buio del vivere, un lucore –
m’hanno donato gioia… Valuterò.


…

egli ondeggia, ti cerca, non sa
o teme di poter sapere
quanto sei tu nel sogno e quanto
è solo lui, brandello di
ego vagante in gurgite vasto
ego narrante, narrazione spettacolo
che non s’interrompe, finché
viene la rinnegata, inenarrabile, la
smascherata, la non vista, a togliere
il proprio stesso velo, che mai ebbe
e fu celebrato, rinvenuto in
luoghi di culto adorni, vieni
tu aggraziata, tu anima, afferra
la sua mano, estrailo
dalla guaìna delle sue sembianze
di proporzione aurea di specchi
infidi, spezza come pane i suoi
occhi, fanne sanguinare un pegno
ignoto a lui, di verità, di te


QUALCOSA

Non ti tiene viva il libretto
con le tue poesie e i tuoi disegni
né ti tiene viva la memoria
mia o d’altri, che sbiadisce e poi
muore a sua volta, e tantomeno
ti tiene viva una lapide, una tomba
o una fotografia. Potrei
illudermi che il vento, gli odori
delle piante e del fiume, il bosco
ti tenesse viva, un poco, ma tutto
muore, scompare, anche il sole
e il firmamento e gli universi, polvere.

Per non bestemmiare a sangue
nero, rovente questo essere
friabile, ingannevole, bisogna
postulare qualcosa: non
pensare né immaginare (il pensiero
e le immagini muoiono)
ma postulare, in una necessaria
matematica, qualcosa
di cui nulla dire, ma qualcosa.

Intanto, consolarsi, sognare
e parlarti e ascoltarti
con la libertà (che tu e io bene sappiamo)
provvisoria (senza coinfini) dei bambini.


DIPINTO, AUTORITRATTO

Guardo un tuo dipinto, non necessariamente
autoritratto, ma in qualche modo sì,
e mi viene in mente di quando mi dicesti
che saresti voluta entrare nella casa di tuo padre,
dove c’erano tue fotografie, non per rubarle
ma per cancellare da ognuna il tuo volto
e lasciarle lì, senza volto. Mi spiegasti
anche come preparare un acido adatto
per scolorire senza bucare la carta, tu
sovente i colori te li facevi da sola, quando
dipingevi, mescolando sostanze
come i pittori del Rinascimento.
Ne parlavi col tono di un progetto serio
e ti seguivo intento, da complice serio
e poi ci capitò di essere in quella casa
noi due da soli, ma non lo facemmo.
Lasciare il corpo senza volto, ne dissi
alla mia psicoterapeuta che rimase
impressionata, ma certo questo fatto
che le tue cose le raccontassi io
alla mia psicoterapeuta, non serviva
a granché, e trovare psicologi per te
non era facile, ci abbiamo provato.
Cancellarti, perché ti cancellavano:
era uno dei demoni e pochissimo valeva
il mio sporgermi per essere una teca
a contemplare e serbare il tuo essere
e ascoltare e difendere, amare.
Niente. Guardo il tuo dipinto, è
un buon lavoro, eri brava, ora lo sai?


ONORE ALLA COMPAGNA GUGLIELMINA

Ce ne sono stati. A parte uno
che si chiuse in garage e s’asfissiò
con l’ossido, ma lo conoscevo
poco, la prima fu Guglielmina
che al paese, in cascina, si sparò
nel settantuno, a sedici anni
con il fucile da caccia. Veniva
in un cortile dove raccoglievamo
roba usata per venderla e finanziare
la lotta proletaria, uno del gruppo
mi disse: “è morta, s’è sparata”
“mi spiace, era dolce”, risposi
e lui: “no, era una stronza”.

Al cimitero del paese non c’è
più la tomba, non c’è niente e Google
dice “nessun risultato trovato
per Guglielmina G****”
io da allora ci penso ogni tanto
era dolce, non era una stronza
e noi poi chissà
che cosa finanziavamo
con la nostra raccolta di rottami
ci facevamo troppo poche domande.

Quindici trenta sessanta o novanta
sono vite, non è la durata
a distinguere, almeno su questo
non appoggiate le vostre prestazioni
e se memoria resta sia giardino
di querce e primule, sia germogliare
di semi e moncherini in riva al fuoco:
vite voglio ricordare, sono stanco
voglio ricordare vite:
la morte sa ricordarsi da sé.

Capelli lisci, ombrosa, forse veniva
al cortile della rivoluzione
soltanto per trovare compagnia:
non si era compagni? Fra le astratte
solitudini dure, si proclami:
onore alla compagna Guglielmina
caduta sotto il piombo di un nemico.


PLEBAGLIA

Una ferocia molle, urticante
di vermi o larve sostiene la dura
ferocia delle spire del serpente
di cui applaude i morsi micidiali
raccomandandosi: noi, anche noi
pungiamo, da tastiere o wine bar
col tuo veleno: non ci abbandonar!


LE SCARPE NUOVE

le scarpe nuove vanno, sono io
che vado non molto, rigido, malfermo
nell’orrida vecchiezza

che non sarebbe obbligatoria, volendo
la vita
fra il troncare e il lasciare che si sfilacci
ogni scelta è rispettabile

e il trobar clus non è ricercatezza
ma necessità, perché ormai si perseguita
tutto ciò che non è magnifico
ottimista amorevole progressivo

trobar clus per non trovare chiuso
ogni varco d’immaginazione
(che poi nella vecchiezza
è quel poco che resta) – bisogna
tornare ai volantini appiccicati
alle fermate, anonimi, dove
si può inneggiare a qualsiasi
brigata o ritirata

invece appiccicano anche lì
banalità o pubblicità o velleità
o sono io che ho gusti troppo difficili

ma questa molle dittatura polipartisan
sostenuta da un festoso/tedioso Lumpenbürgertum
consumato di consumi
e da scorie di chiese residue
capitali di capitali
fondate su strati di angosce rese inerti
da opportuni trattamenti
per la nostra sicurezza
che stanchezza

anche il trumpo come il duce può fare cose giuste
tipo uscire dalla calza oms
omsa, che gambe
ma ciò non toglie che sia un assassino

le Kessler sono politicamente scorrette?
e perché non posso pubblicare le tette?

avrei stimoli di lotta
però un po’ contro tutti
che è troppo vasto e sono debole
già fatico a infilare un cappotto
figuriamoci l’armatura del cavaliere errante

erro su qualche bus
i miei piccoli errori
finché una parola di non glassato affetto
o una nuda bellezza
m’adesca a volere un giorno un giorno ancora

poi non so, le scarpe nuove
sono state un buon acquisto, leggere
ma calde, ben foderate, anche un minimo
eleganti, che non guasta


RIEMPIRE E INCARNARE ED ESSERE

Un vuoto lo si può
riempire e incarnare ed essere
contemporaneamente
e ciò che filtra è semplicemente
la voce di un angelo
che fa il suo mestiere:
annuncia – ma in lingua difficile.

Così gli abbracci abbracciano abbracci
passati o mai stati, mancati
e presenti, a riempire
e incarnare ed essere ciò che sono
sul nulla inconciliabile: il corpo, le stelle.

Il resto, è anestesia
che fa sempre meno effetto.

21 febbraio 2025



POETI?

Poeti? Non siamo
soprammobili, abbiamo
desiderî e bisogni
non molto edificanti, mischiamo
a macerie pisciose i sogni lievi
dell’erba, a volte ruvida
a volte molle, selvatica:
adatta a rotolarsi, godere
brevi ferocie dolci, ferirsi
e cercare balsami
in occhi, in odori di donne
amate o di passaggio, lasciamo
l’urbanistica del mondo
ai geometri saggi, guizziamo,
detestiamo le chiacchiere belle
e se ci innamoriamo
è per sempre anche solo un minuto.


26/27

È limpida, stellata questa notte
senza luna – era piena la luna
quattro anni fa. Vegliamo in silenzio:
c’è della pïetà nella vertigine
del cielo, nei germogli
annodati sui rami, si protende
un vuoto ventilato sull’opaco
coagulo del mondo: qui è tutto.


LA SERA PER CRI A GARESSIO

Poi mi è sembrato che fosse tutto inadeguato
e confuso, sgangherato
ciò che si diceva, soprattutto da me
prolisso sempre, ma anche dagli altri
nella sera, e dopo un attimo
di disagio ho pensato: è meglio
così, ci mancherebbe
che riuscissimo a dire cose
adeguate, precise, centrate:
tali da ridurti a un discorso dicibile.

No! Ma è bello, io credo (a me sembra bello)
portare a gente diversa, riunita
perché il deserto rallenti di crescere
il suon della tua voce
sottile ponte verso l’infinito
che da prima sapevi e ora sei.


L’APRÈS-MIDI D’UN VER

Grosse nuvole gonfie, larghe
come giovani pregne dopo il coito
mutano e sulle colline la loro ombra
è veloce. Scissioni?
Quale materia c’è da scindere?
Io sono un bruco che osserva da un albero
e, mancata forse una metamorfosi, ma
non è detto che fosse prevista,
aspetta che le zampe perdano
presa, per vorticare giù
ad annullarsi, come le foglie, ma le foglie
lo fanno meglio, più linde, colorate:
sanno senza ribrezzo marcire o seccare.
Materia? Potresti piovere da queste nubi
e sarebbe di vita la lunga traiettoria
a fecondare. Io sono rimasto
fra le squame del tronco, l’orizzonte
si svasa in linee sottili, illusorie
di oltre, oltre, o è una scatola
di vetro, il gioco crudele di un vivarium
dimenticato in un seminterrato?
Ne sei uscita? Ti potrò raggiungere
cadendo nel becco aperto di un nidiaceo
io cibo-corpo che la madre uccella
amorevole porta alla sua prole?
Scissioni? Non sono che ferite
e suppurazioni, rimescolamenti
da cui nulla si stacca veramente.
Io sono un bruco che osserva da un albero
ma non è vero, sono un uomo seduto
dentro una casa a morire per intero:
non saprò nemmeno se è solo un disegno
sulla lavagna, se passa la bidella
a cancellare. Ti potrò raggiungere?


DÄMMERUNG

Questa penombra in cui mi hai lasciato
sta sotto il buio e sta sotto la luce
o nemmeno, non so più proprio dire:
attraverso, raggiungo dove vivono
persone in albe e tramonti e nugoli
d’astio, di guerra, di veleni che
però qualcuno amorevolmente
dirada con abbracci, con discorsi.
Ma questa descrizione non descrive.
Prendo tredici gocce d’ansiolitico.
Ti vorrei domandare delle cose.


È QUESTA LA SPERANZA

“Se troverai un fidanzato
sarà proprio contento di baciarti la bocca”
scrive un commentatore/odiatore
ad Ambra che si diverte a contare
quanti uomini ha fellato in un anno
e un altro: “Sai che ci sono malattie
trasmissibili anche nei rapporti orali?”

La concentrata grossolanità
del male: 1) monogamia come aspirazione
indispensabile ma ora compromessa;
2) possibile compagno che verrà disturbato
da chi è già stato nella bocca di lei
(e presumibilmente in altre parti
del corpo, ora di lui esclusiva proprietà);
3) uso del panico di una peste improbabile
a scopo di morale repressiva.

[Corollario: il fidanzato “la bacia”
(le altre cose le fa con le sgualdrine)
e può essere schifato che in bocca
ci sia stato dell’eiaculato – magari
c’è anche un po’ di omofobia, in questo.]

Intanto dopo le mascherine e le fiale
il Potere della spaventosa sicurezza
darà corredi di sopravvivenza
(per tre giorni, non pretendere troppo)
in possibili guerre da nemici imprecisi.

Uno solo è lo scopo: che tu non sia libero:
perché da libero il Potere
non ti può possedere.

Credo però che i commenti ad Ambra li scrivano
dei vecchi ultratrentenni: nei più giovani
vedo crescere una percentuale
che al terrore al possesso e alla morale
si saprà ribellare, che saprà
con libertà baciare, disertare
e volare più in alto: è questa la speranza.


PANCHINA

Sulla nostra panchina arcobaleno
qualcuno dorme al sole. Per adesso
non l’hanno resa ostile con ostacoli.
Qui abbiamo mangiato le albicocche
dal sacchetto di carta, qui hai riso
e pianto ed era bella nonostante
tutto la vita, la morte non so:
ne parleremo dopo, se potremo.

[piazza Vigliardi Paravia, 28 marzo 2025]


UNA FOTO NON SCATTATA

L’ho pensato, quando stravaccati
armoniosamente sul letto
ad ascoltare un discorso
le due ragazze avevano i capelli
mescolati insieme, dolcemente
e sotto il viso di una il mio libro
che le avevo regalato
l’ho pensato – di scattare una foto, sarebbe
stata bella, ma forse anche
un po’ egocentrica (per via del libro)
e soprattutto avrebbe
disturbato il momento, così
non l’ho scattata.

1° aprile 2025


ECCO IL PONTE

Sente, o sento – decide
se usare la terza o la prima:
questione formale, captatio
di pass letterari, vaffanculo –
sento un’ansia, una colpa
(una propria mancanza
e di fatto, a sé, un mancare)
di non saper riempire
un vuoto transfrontaliero
dall’anima-corpo al corpo
infinito, vago come un’impronta
non impressa eppure… Qui
per fortuna si distrae, sul bus
diciotto gli si sono messi accanto
due ragazzi all’acqua di colonia:
decidono dove andare, al parco
tranquilli, e gli eserciti, uno
ha gettato pomodori alla Meloni
e free Palestine, dice che
se rimettono il militare fugge
in Francia, io faccio ancora in tempo
a filmare la Dora, ecco il ponte.


QUI

La lavanderia a gettone
in piazza Barcellona
c’è ancora, funziona. Bene-
dire o maledire è sempre
soltanto un dire, non basta.
Quando indovinando la pizzeria
ti ho raggiunta, mi hai
guardato male, come
un persecutore, ma eri uscita
così disperata! Avevo paura
di lasciarti cadere. Il bar
dove hai pianto, quello
non c’è più, ha chiuso. Ti ho
tenuta stretta per ore
quella sera. Quando
ti rasserenavi gli occhi
era aprirsi tutti i cieli del mondo.
Ora cammino rigido, trovo
piccole trasparenze
e anche sorrisi, assediati
da mostri scuri
che vorrei come un bambino
scalciare, ma è sempre
soltanto un dire. Un nero
ora in un altro bar gioca alla slot
e un vecchio tiene il palmo
su un bastone, tu lo sai che qui
è tutto pieno di anime ferite.


(PIOVE, È MARTEDÌ, PARTO PER CEVA)

c’è gente normalissima che dice
non faccio nulla se non prendo il caffè
io se mi sveglio preso da un’idea
dimentico cibi e bevande fino a sera
che poi la fame, signori occidentali
è dal terzo giorno, l’ho provato

ma la mia non è una virtù
un cappuccino, benché aumentato
a un euro e cinquanta, lo trovo
(piove, è martedì, parto per Ceva)
mentre un’idea a prendermi
e sostenermi, è più rara

un’idea, non intendo un ideale
non intendo cose sane o edificanti
anche un’idea criminale va bene
o un entusiasmo spicciolo
persino un poco incerto, ma esistente
a prendermi e sostenermi

per il bambino che gioca è un sopruso
la chiamata a cena e ha ragione
se fai ciò che vuoi fare non esiste
ora di cena, finché non avrai fame
ma è un sopruso a cui poi ci si abitua
come a tutti i soprusi del buon vivere
(piove, è martedì, parto per Ceva)

ma ecco viene la vecchiaia, detestabile
faccio più errori a scrivere
(il cervello, le dita, l’intontire)
e anziché contemplare infiniti
la si passa a pagare interminabili rate
del dentista e l’affitto, perché gli incisivi
servono a sognare di ancora piacere
a una ragazza, e una casa
per rimandare l’ammalarsi

ed è vanità dire tutto è vanità
noiosi i buoni come noiosi i cinici
trovassi in fondo al cortile quattro tubi
per fare una capanna in cui essere dio
e poi fare l’amore, è importante
nessun animale ha una vita post-sessuale
tranne noi e i pet che abbiamo condannato
amorosamente a essere come noi

la vecchiaia detestabile, mi sembra
vecchio anche il mondo, post-moderno
post-industriale post-umano
si scrivono i post
sui social, anche in questo momento
e le bollette di luce gas e rifiuti
si vive perdendo il tempo che non c’è
si fa quel che si fa

e la natura, poi, non è vero che il leone
divora la gazzella perché deve vivere
la divora perché è feroce e crudele
e come effetto secondario vive
e così noi…

“la condivisione è un atto politico”
c’è scritto nella fotina Whatsapp di Alice
giova credere che ancora ci sia vita
e non proiettare le proprie magagne
sul mondo, che ha le sue

vado persino alle manifestazioni
per Gaza e contro il decreto sicurezza
e contro il patriarcato, ci dev’essere
ancora vita, ciò non toglie che
la vecchiaia sia detestabile, inutile
addolcire, ma parlo per me

d’altronde ho bisogno più di idee che di caffè
è un egoismo autoconservativo
cerco qualche simile, qualche
abbraccio, scrivo sciocchezze, smetto
che devo uscire per prendere il treno
non è che devo, è che ho l’idea di farlo
e lo faccio
(piove, è martedì, parto per Ceva)


ALLE FOTOGRAFIE

Dicono che i morti con il tempo assomiglino
alle fotografie, ma tu non puoi, tu hai troppe
dimensioni: non hai assomigliato
mai a niente, nemmeno a te stessa.

Compari intera, certe volte, accanto.

Poco fa per il viale hai ripetuto
quel versosera che parlando lieve
d’una cosa qualsiasi, t’eri immersa
con l’aggrazio d’una piccola lucertola
nel tuo sorriso in luce e ombra, indietro:
benevolmente accettandomi all’interno
del tuo cerchio a camminare e
risucchiandomi in te, in quel sorriso
che non si può né dire né dipingere
né tantomeno rinchiudere in foto:

quel sorriso che rende inammissibile
non solo il tuo dolore e la tua morte
ma ogni dolore, ogni morte, tutto.


XXVI APRILE

Malumori, scontri, piccole
tempeste in mari di – letale – indifferenza.
Già retorico “letale indifferenza”, l’afasia
s’avvicina, per vecchiaia e
[in]sofferenza – venticinque
aprile sui “social”, non riesco
a mettere pollici alzati a foto d’epoca
di piazzale Loreto, ma non
perché io sia un sensibile angioletto:
tutt’altro, ma ecco, vi direi:
giocate con qualcosa che non sapete:
il corpo appeso all’ingiù, che sia
di un Homo sapiens colpevole di
genocidio o di un Sus scrofa
condannato a ragion di prosciutto
o di un Homo sapiens femmina
lacerata da inquisitori o di un Felis
catus impiccato per gioco
è molto eccitante! – fa presto
a dare dipendenza. Fingete
voi di no? È il pericolo maggiore.

La gradazione alcolica del sangue versato
è più che il centerbe dei monaci con cui
mi sbronzavo ragazzo masochista.
Non c’è nessun bisogno
di ordinare ai soldati il massacro:
viene da sé, come il sorriso quando
incroci gli occhi di un amico.

Sono così stanco! Vorrei rannicchiarmi
in abbracci di ragazze, non serve
amore, basta già percepire
un sospendersi dell’ostilità.

È su un filo di lama il non ferire
come la felicità, è un’imboscata
sviata non per sempre.

Che berciare! Qualcuno dirà
che Mussolini o Hitler o il pedofilo
stupratore non è Homo – la specie
come fosse un merito – qualcuno
che certe cose qualcuno se le merita
(ha sterminato un popolo o indossa
la minigonna) – io sono così stanco.

Le massime, la vita. Ho scritto libri,
piantato alberi e generato figli:
secondo non ricordo più che cazzo
di saggezza orientale, sarei
perciò davvero un uomo – ma è ridicolo:
vorrei, semmai, colmare ancora qualche
donna di sperma, in bocca o sulla pelle.

Fischia il vento fra gli ossi fino al lago
del cuore, che si perde nelle crepe
della terra, va giù nella falda
del dolore, del sogno, di chissà.
Nulla, probabilmente.

Oh anime belle, oh anime violente,
oh anime senz’anima, oh!
Io sono stanco, lasciatemi stare:
non è importante. Questa sera forse
vado a sentire un concerto in un posto
e la musica, il cielo, la gente…


UN RUBINETTO

Eliseo, un cassiere dell’In’s
è gentile, sorride spontaneo
e ha una rada barbetta, mi passa
l’insalata novella già lavata,
lo yogurt vegetale e il succo
di pera, una cena completa:
poi esco e non so bene come sia
il mondo, in corso Taranto c’è il solito
che chiede un euro e c’è il verde degli alberi
nuovo ma non del tutto, m’assopisce
una serenità senza motivo, viceversa
vorrei spaccare il mondo (ma non
per vanagloria, anche in segreto) oppure
morire e questo comunque accadrà:
ho trovato per terra un rubinetto:
non so dove incastonarlo, lo appoggio
sulla scatola di legno di un gioco sciangai
che non apro da prima del trasloco.


1969, 2025

Lo stato d’animo psicofisico di certe mattine
non è diverso dai sedici anni, c’è una patina
sugli occhi o sul mondo, non so a quale lato
aderisca e una nausea a dover cominciare
a far cose mai piene, un po’ assurde, come se
fosse un dovere minimale alzarsi
e vivere, mentre altro, altro, altro…

È il 1969, è il 2025, però adesso
è più vicina la scadenza, ho una valigia
di noia e gioia e dolore e smarrimento
e meno forza nelle gambe per andare
sia pure, come sempre, senza meta:
e gli occhi e il cuore e il cazzo, gli essenziali
strumenti umani, sono meno pronti.

E il mondo, gli ideali? La vittoria
del Vietnam non portò che dittatura:
rieducare puttane addirittura
come la più feroce inquisizione
d’un’azione cattolica, e l’America
difendeva capitali, non diritti
e oggi sappiamo che così fan tutti:
però succede qualcosa di buono
in qualche casa di periferia.

E ogni tanto mi sveglio, m’infurio
o mi sostiene un qualche desiderio
o una rabbia o un amore, che tutto
fosse inutile infine lo sapevo
già da bambino (“è un bambino vecchio”
dicevano gli adulti indifferenti)
e allora avanti, avanti, piedi flosci,
anime rotte eppur bisogna andar:
con-qui-stare la nostra sepoltura
dove splende il sole-che-non-c’è.

(Nel cortile in via Mercanti bei ragazzi
e ragazze grazie a dio un poco nude
ridevano, saltavano, si davano
spintoni con il ritmo della musica:
giocavano così come si lotta
da cuccioli di maggio, ed è normale:
affronteranno il tempo
delle nuove galere
e ad aspettarli fuori rimarranno
i nuovi sogni, le nuove primavere.)


LA NATURA

Sul bus ventisette due vecchiacce
inveiscono contro le erbacce
che andrebbero falciate
e contro gli immigrati
che infestano, e se li arrestano
rispuntano il giorno dopo
come, del resto, le erbacce
nella madida bella primavera.

Loro invece, come me, sono vecchie
e non rispunteremo, io però
canticchio: evviva le erbacce
e abbasso il giardiniere, evviva
le ragazzacce, abbasso
chi le vuole prigioniere.
La natura è feroce di suo:
perché ancora volete infierire?


CANT ESPIRITUAL

Lo spirituale? Era Marta che usciva
dall’ampio bagno del vecchio club Arci
con riflessi di sperma al decoltè
e a seguirla un ragazzo, mai lo stesso:
e dopo un’ora era un altro a passarci
e lei non si puliva, a mezzanotte
aveva poppe lucide, glassate
mentre beveva un gin fizz al bancone.
Ma questo mica sempre! Solo se
era uscita di casa in armonia
e buon umore: di giorno insegnava
in una scuola, non è sempre uguale.
Nel vecchio club certe notti suonava
qualcuno bravo, la chitarra, il piano:
io leggevo talvolta qualche verso.
Una o due, oltre a Marta, dispensavano
grazia soave nel bagno del club:
un gioco al volo oppure una premessa
d’un proseguire in camere, in alloggi.
Marta però di più, non si discute:
era lei la regina che nutriva
di cibo spirituale l’Arci club.
Spirituale, perché non si sapeva
né se né come né quando né chi
e nemmeno perché: era un mistero
di bellezza di quelli che il rosario
mai osò contemplare. Poi quel tempo
è passato. Invecchiato io potrei
come dicono dire: “non ci sono
più gli Arci di una volta” – ma confido
che ci sia altro, che forse non vedo:
nei circoli serali come in cielo.

[Marta è un nome di fantasia. Il contenuto di questi versi è frutto dell’invenzione dell’autore. Ogni riferimento a luoghi o persone o fatti realmente accaduti è da ritenersi puramente casuale. Il Cant espiritual del titolo è quello celebre di Joan Maragall, che si pone una domanda a mio avviso fondamentale per l’inimmaginabilità dei paradisi d’ogni religione: «què més ens podeu da’ en una altra vida?»]


DICE

(Gli dice: se non l’avessi incontrata,
non sarebbe stato meglio per te?)

China il capo. Per lei forse
sarebbe stato meglio, il destino
è spostato da piccole cose
e ho colpe.

(Insiste: non guardare a tue colpe
né al destino di lei, dico per te
se tu non l’avessi incontrata:
non avresti provato il dolore che provi.)

Scuote il capo. Incontrarla per me è stato
la più grande fortuna della vita:
essere stato con lei, accanto a lei:
un dono inaspettato, immeritato.

(Ancora insiste: ma avresti incontrato
forse altre, in altri amori più sereni
e non meno profondi, e più felici
e più lunghi, non avresti conosciuto
il vuoto, la tragedia.)

Adesso è spazientito: sono cose
semplici, ma faticose a dire, perché
mi fai stancare? Il dono è stato
lei, non gli amori sereni e felici:
non c’è nulla con cui lo scambierei.

(Non la smette: se tu non l’avessi
conosciuta, non potrebbe mancarti
quel dono! e altri avuti ne avresti
forse migliori, come puoi negarlo?)

Si arrabbia quasi: tu non fossi nato
non ti sarebbe mancata la vita:
non avresti saputo. Ma sei nato.
Io per la mia fortuna l’ho incontrata.

L’amore, se esiste, è questo che fa
insostituibile ciò che è stato ed è e sarà:
oltre il piacere o il dispiacere, è
la cosa in sé, la cosa in te, il miracolo
di una vita che mentre è la vita
mortale, è già altro per sempre:
contiene tutto, non si scambierebbe
con altro perché non c’è dell’altro
fuori da lei e me: e se nel tempo
del calendario fosse solo un giorno
insieme, è un giorno che non può finire.

È un dono irrevocabile, non è
una merce da rendere al negozio
perché non calza bene, ma non è
nemmeno una stazione d’un cammino
ascetico per renderti migliore
in scale verso qualche paradiso
meritocratico, né la costruzione
d’una via via più sana relazione:
non è un progetto, un domani, un sarà,
né un ricordo, né un ieri, né un fu:
non è un se avessi, un se fosse: è un è.

Però mi stancano queste parole:
lo vedi, non lo so bene spiegare:
sono contento di averla incontrata.
È preoccupante cercare di spiegarlo.
Non è ovvio che ognuno e ogni cosa
è insostituibile in eterno?

Le parole confondono. Più parlo
meno sono sicuro. Uno spirito verboso
ha separato inferno e paradiso
dimenticando che l’inferno è il paradiso
per chi se ne innamora e il paradiso
è l’inferno per chi se ne annoia:
questa è roba reale.

Sull’indicibile le parole ronzano
come le mosche sulla merda o sul miele.
Non lo posso evitare, mi fermo
in un punto qualsiasi
per la stanchezza, non la compiutezza.


QUESTA BREVE SCONNESSA VITA QUA

Mi scrive un amico stamattina
“dobbiamo essere toccati da tutto”
e penso: purché il tocco sia leggero
o l’anima abbia pelle di rinoceronte
altrimenti non passi la notte;
e un’amica mi scrive stamattina
“mi sembra tutto faticoso
e una vita da criceti sulla ruota”:
i Whatsapp che ricevo di mattina
non è roba da poco. Nel frattempo
un papa qualsiasi, antifemminista
e proselitista, è normale, mi mandasse
lui un Whatsapp, lo troverei banale.
I vangeli sono fiabe ma qualcuno
citasse almeno Matteo 10, 34-36:
no, sono buonisti da centro commerciale,
il buonismo crudele. Tutti i popoli abitano
su terre in cui hanno distrutto e sterminato:
Homo sapiens è una specie auto-predante
e benché sia scoraggiante
è da qui che dobbiamo partire
(se lo vogliamo) per fare, per sentire,
per essere toccati.
All’amica dei criceti ho risposto
ungarettianamente alleggerendo:
“si sta come in gabbietta
sulla ruota i criceti” – ma è difficile
davvero, è difficile. Aggiustare
le cose in questo mondiccio di mezzo
dominato dall’inesistentissimo linguaggio
forse è impossibile: o si fugge in un etere
silente e pieno di … … … … (ciò che
darà sostanza a parole come “amore”
o altre meglio, pronunciate da nessuno)
o si fugge nell’odore altrettanto silente
di un pube di ragazza da leccare
per me ormai pure arduo da trovare.
Ma sono casi estremi, sono casi sopra e sotto
(non importa quale sopra e quale sotto)
il rigo: dentro il nostro pentagramma
la musica obbligata è parole parole
pace pace amore amore libertà
tutta roba rosicchiata da tarli inammissibili
e ci si dà nella migliore delle ipotesi
una mano a sopportare, navigare
questa breve sconnessa vita qua.


IL NERO D’OLTRE LUNA

Sugli sposi, per zoppe praterie
scende un nero di cielo d’oltre luna
piena, futuro, presente, passato.
Inonda: hanno sperato attraversarlo
fino a rive, ma non ci sono rive
quaggiù e riverbera il nero (lontana
la fredda luna) su un rosso incupito
da caligini a tutti gli orizzonti.
Non si distingue risacca da onda
nel mare che dovrebbe dare vita:
la fioca luce è di pesci d’abissi
irraggiungibili? È forse un fondale
questo pianoro di solchi d’inciampo?
È per un gorgo che sono arrivati
qui gli sposi delle nozze impossibili
promesse un tempo in un sogno di boschi
incamminàti, non incamminàti?
Per zoppe praterie si chiude un nero
da zolle storpie, dove il germinare
s’è strozzato in errori. Separàti
prima della pienezza degli abbracci
da coltri e vomeri d’agricoltori
d’altre colture, si ritroveranno
su praterie dove sicuro è il passo
a ogni viluppo d’erba, liberissimo?
Non lo sappiamo. Il nero d’oltre luna
è ciò che pare sia comparso un attimo
durante la caduta, il resto è ignoto.


GLI ABBRACCI

Vanno e vengono gli abbracci, il desiderio
di darne e averne oscilla, senza un ritmo
che tolga ansie e raddolcisca attese.

Lo imparo eppure non lo imparo: il grano
d’amore che c’è in ogni relazione
sguscia negl’incavi dei labirinti
che c’erano sui tappi delle bolle.

Ed è subito molto, è inutile cercare
(e poi perché?) di farlo stare piccolo.
E può svanire…

Tu dimmi qualcosa, anche solo una sillaba
per tranquillizzarmi. Non è un diritto, lo so:
infatti te lo chiedo per favore.


SORELLA

Qualcuno dice
che dovrei lasciarti andare:
è morta, lasciala stare. Qualcuno
sembra dirlo per mio bene, come se
fosse un sollievo la dimenticanza.

Qualcuna, donna, pare infastidita
in femminismo estremo
da (cito) “una sorella parlata da un uomo”:
tu che sorelle non ne hai mai avute
e credo mai cercate.

Non mi arrabbio, vedo la sofferenza
(la loro) in queste frasi; quanto a noi
potremo forse discorrerne ancora:
la morte è solo una contraddizione
perché o non è morte e tutto vive
per sempre, o se è morte allora tutto
è già morto, poiché morirà:
non se ne esce, a me piace pensare
che noi potremo forse ridiscorrerne.

Intanto in questo intervallo che s’accorcia
(e vorrei meglio accorciare, prima che
diventi storpia bavosa vecchiezza:
ma questo pare sia vietato dirlo
nel magnifico mondo del progresso)
ti penso e cerco e (benché in sogno) vedo:
ne abbiamo attraversati di grovigli
e il mondo resta un nido
di rovi e di serpenti – fra le spine
e le spire c’è qualche sorriso
scappato via per sbaglio e tu e io
di che reggimento siamo, sorella?


STRANO STRANIERO

«Da dove arrivo?» – pensa – «Non ho
una terra d’origine, un luogo
a cui voler tornare. Si direbbe
che io sia uno di qui, così è scritto
sui documenti e in qualche
vago ricordo, mai primario. Eppure
non è mia lingua madre questa in cui
da sempre mi dibatto cercando
di capire e capirmi, di amare e amarmi.»

Così pensa. È uno strano straniero
visibile e invisibile, non sa
mai se ha compreso, se è compreso:
si muove incerto, timoroso, nemmeno
a sé stesso sa dire le cose:
è attratto, è respinto, non sa
come fare, si arrangia, va in giro.

La sera per Cri a Garessio

28 venerdì Feb 2025

Posted by carlomolinaro in poesie

≈ Lascia un commento

Tag

amore e morte, scenari, voce

Poi mi è sembrato che fosse tutto inadeguato
e confuso, sgangherato
ciò che si diceva, soprattutto da me
prolisso sempre, ma anche dagli altri
nella sera, e dopo un attimo
di disagio ho pensato: è meglio
così, ci mancherebbe
che riuscissimo a dire cose
adeguate, precise, centrate:
tali da ridurti a un discorso dicibile.

No! Ma è bello, io credo (a me sembra bello)
portare a gente diversa, riunita
perché il deserto rallenti di crescere
il suon della tua voce
sottile ponte verso l’infinito
che da prima sapevi e ora sei.


Scritta il 28 febbraio 2025.

Alcune poesie scritte nell’ultimo quadrimestre del 2024

05 domenica Gen 2025

Posted by carlomolinaro in poesie

≈ Lascia un commento

BUS 21

In via Scialoja volevo prendere il 52
ma c’era il 21, raro, e ci sono salito
per provarlo. Fa corso Venezia, che una volta
erano due vie con in mezzo la ferrovia
che adesso è sepolta. Passa anche
davanti a un posto dove hai dormito due notti
quando non sopportavi più casa mia
– non sopportavi più di abitare con me –
e cercavamo, quanti alloggi cercavamo
con me come improbabile garante
“è mia nipote” “sono un suo amico”

ma intanto continuavamo a parlare per ore
sulle panchine, e ti accompagnavo
e venivo a prenderti in stazioni, bagni pubblici
o mansarde d’emergenza, era intatta
la nostra intimità, ti aiutavo
a trovare un posto che non fosse con me
io che con te avrei abitato sempre:
mi viene in mente una canzone di Vecchioni
però è diverso, non ti aiutavo ad andare
ma a rimanere viva, non sono riuscito.

Sai, credo che ci amassimo, senza poterlo sapere
“forse non lo sai ma pure questo è amore”
per restare a Vecchioni, ma è diverso anche lì:
è tutto diverso, sempre tutto è diverso.

Passando davanti a quella specie di collegio
in corso Venezia, ci ho rivisti entrare
poi io tornare, portarti del mangiare
nella camera, e il mattino dopo a prenderti
per altri giri che si doveva fare.

Brillava ancora della luce, brillava
con fatica, attraverso rovi fitti
come quelli che avvolgono i castelli nelle fiabe
per incantesimi di streghe – ma brillava.

Cerco di respingerla la domanda banale
ma nell’ingrigire della sera, un’altra
sera, con un poco di vento
dopo il caldo del giorno mi sale
nell’empito sciocco d’un pianto: perché
l’hai fatto?


CHE NE DICI?

Quinto piano, ma la discesa nel cortile
(Torino finge di essere piana)
lo fa sesto. C’è un basso fabbricato
che poteva disturbare, e forse la scala
appoggiata alla ringhiera ti è servita
per una più sicura traiettoria
che lo evitasse, giù giù fino al profondo
del piatto cemento, disadorno, illacrimabile.

Perfezionista! Eppure ti hanno portata
viva all’ospedale, le sirene nel coprifuoco
della notte di luna piena limpidissima.
La morte ha lavorato due o tre ore
per prenderti, ma giocava sicura:
non era rimediabile il macello.

La grammatica vorrebbe il passato
remoto: cosa rende remoto il passato
più della morte? Ma non riesco. Sono stato
con te su quel balcone, è l’ultimo
posto insieme, prima che tu escludessi
dalla tua vita me e poi te stessa.

Ieri ho notato che l’ultima riga
dell’ultimo biglietto scritto a mano
prima del volo, “voi fate come vi pare”
può assomigliare al “va bene?”
sul biglietto dello scrittore
di cui condividi le iniziali
(anche lui il 27 e luna piena).

E non ci si può credere (tu sì)
ma scrivo queste cose tristi e inutili
e anche leziose, futili
per distrarmi da un nero più nero
per lenire un dolore più dolore
che nel silenzio cresce insopportabile
– è strano, forse è omeopatico, tu
che ne dici?


SERA, CASA

È scesa la sera, ho dato
l’acqua alle piante sul balcone:
il fico, la conyza, le belle di notte,
la portulaca, un rampollo di quercia,
i gladioli, la calancoe, la stipa, le patate,
la menta e altre di cui non so il nome
portate dal vento.

C’è musica dal festival nel parco
della Confluenza, la finestra è aperta
sulle quinte del mondo, su una sparsa
rappresentazione rumorosa
di nulla e di tantissimo, dovrei
fare qualcosa?

Passa una sirena d’ambulanza
– no, forse polizia, è più rabbiosa.
Dovrei fare qualcosa?
Non chiudo porte, lascio scivolare
(inerte) la battaglia delle cose.


RITROVAMENTI, MONDI

La bellezza non manca, è l’erba
nelle scanalature del marciapiede
dove scorre, ora che piove, dell’acqua.
Ma sono stanco, di me, delle parole.

Stendermi su queste mattonelle
fra cui fugge la pioggia, fuggire
anch’io, inabissarmi per tornare
dal nulla in forma d’erba, esprimere
senza necessità un colore: morire
un poco dolcemente, che pretese.

Nemmeno questo credo. Svanirà
persino il sogno, il mare del dolore
ha soltanto illusioni come approdi.
Basta sciocchezze. Ora nel bus su un foglio
che traspare da una borsa di plastica
retta da un uomo triste, si legge:
oggetto: richiesta pagamento.

Basta sciocchezze. Si va come tutti
in questo gioco d’orrore e compiacenza
che non è gioco. Rimanga modesto
come l’erba il mio fantasticare
ritrovamenti, mondi.


DI GIORNO

Ogni tanto ti vedo, in un voltarmi
soprattutto di giorno, di mattina
sei una fantasma diurna, solare

invisa ai demoni, ai rapaci oscuri
famelici: la luce ti dà forma
e trasparenza, che hai sempre avuto

e così lieve mi parli e mi tocchi
che con tutta la scienza e la ragione
io non ci credo che tu non ci sia.


COMUNIONE

la cosa migliore
ancora meglio che fare l’amore
era, lo sai, guardarti dopo, sul letto
rischiarata dormire nel miracolo
che benevolo illuse

breve, per sempre
ieri ho cambiato le lenzuola
sono fresche, profumano, dai
sotto le specie del vuoto e del silenzio
io lo so che ci sei


NON SONO UN BUON CONSOLATORE

L’amica migliore invecchia e deve
ancora lavorare, è stanca, domanda
perché tutto ciò, il senso, io non so
rispondere, ovviamente, passano
i giorni e spesso ciò che faccio mi sembra
un passatempo nella sala d’aspetto
d’un aeroporto, in attesa del volo
verso il nulla. Poi può bastare un soffio
di odore fresco da un vicolo
a tirarmi su per un minuto, questo
può bastare a me, però non consola
né risponde. Lei è sempre anche bambina
come tutte quelle con cui sono riuscito
ad avere relazione, e i bambini non li inganni
con le buone intenzioni e i buoni sentimenti.

Eppure guai a chi non viene ingannato!
Il vero è insopportabile, l’apparir del vero
fa miseri cadere – ma, certo, si possono
fare cose, ieri abbiamo parlato
bevendo qualcosa di questa follia che monta
verso una guerra e tutti sono imbambolati
come fosse ineluttabile, io le ho detto
che un secolo fa dovevano almeno fare
la fatica di montare i giovani su ideali d’odio
(il maledetto tedesco, il maledetto inglese
secondo i turni) e adesso invece basta
muovere automi con levette in alto
e sfruttare sadismi generici – però
forse dicevo per dire, non so, dicevo
per distrarre in angosce planetarie
l’angoscia personale, poi non so davvero:
l’uomo è crudele da sempre, rispecchia
la natura che a sua volta è crudele
e totalmente priva di ogni senso o scopo.

Poi la vita è bella, è bella, siamo riusciti
a inventare la bellezza e persino l’amore
che se ti prende ti trasforma in un breve
dio, e la dialettica, litigare solleva
e la contemplazione e la filosofia
e l’arte e la poesia e vari altri rimedi:
anche il canottaggio, mentre scrivo ricevo
messaggi da nipoti che vincono gare.

Sì, nasciamo e moriamo come i lombrichi
o i conigli, peraltro ho visto conigli felici
mangiare assorti foglie di erbette e catalogna
e vedo te, e me, e loro, e noi
con questo bisogno di essere e non perderci
mi concedo il sogno di paradisi di conigli
celesti erbette eterni abbracci amorosi
e nessuna morte, nessuna, nessuna:
non è che ci credo, lo sogno, d’altronde
chi ti dice che non sia sogno tutto
eccetera eccetera, adesso mi fermo
perché il pensiero non m’invischi
(via, via dalla rete da pesca del pensiero)
e comunque no, non sono un buon consolatore:
l’amica migliore invecchia e deve
ancora lavorare, speriamo che incontri
spesso qualcosa che la faccia sorridere.


LA PICCOLA DISPERSA

La calda luce fioca
dai vetri del palazzo
è vietata alla piccola
dispersa. Poi, esiste
quella luce solenne
o è un trucco?

Perché lei è fuori?
Per che colpa o mancanza?
Ne ha un vago sentore
ma non lo sa dire.

Ci sono fuochi tiepidi
nell’umido velato
dell’insidioso bosco.
Chi li accende? Perché?
È trappola, è conforto?

L’odore punge, eppure
fra i rovi e lo scosceso
è buono, è suo: esiste?
Accoglie, quel chiarore?

La piccola dispersa
senza nessun sentiero
cammina, s’incammina.


1° OTTOBRE 2024

Nella luce grigia un vecchio
si sveglia lentamente, osserva
la finestra, sente torpide sul letto
le gambe deboli e qualcosa
in gola, si alza, lo prende
un terrore sottile di ogni morte
ma soprattutto, lo ammette, la sua:
la strage più vicina di bambini
è quelli dentro, che giocano ancora
e non sanno che è già quasi finito
persino il ’24, chi l’avrebbe mai detto:
e teme il restringersi, il passare
per informi penombre, prima: meglio
sarebbe cadere d’un tratto, a capofitto
in quell’orrido immenso, pensa
che ha avuto, immenso, un amore
tardivo che nell’orrido abisso
si è lanciato via dal labirinto dei dolori
o chissà, e ha portato con sé
molto di lui: se solo riuscisse
a credere di raggiungerla, ma dov’è
tutta l’erba seccata negli autunni?

Esce, compra in farmacia dell’aspirina
e prende un cappuccino sotto gli alberi
“va già bene” “com’è?” “tiriamo avanti”
è tutto così assurdo, guarda i vecchi
che vanno lenti, le ragazze veloci:
la radio del chiosco dopo la musica dice
che Israele invade coi carri armati il Libano
e nel viale gli schiavi in automobile
premono verso il lavoro, è tutto
così assurdo, guarda intorno smarrito
la gente “siamo tutti persone” ma cosa
significa? perché nessuno urla
e se uno urla lo chiudono in reparti?

Cammina, va a sedersi più in disparte
all’Arrivore, verso il fiume, qui
c’era una volta un campo nomadi, adesso
è prato e alberi e qualche panchina
più solitaria, più lontano dalle prefiche
e dai motori, l’erba è verde come fosse
primavera, si dirizza nella brezza
e c’è un’appena percettibile fessura
d’azzurro su nel grigio: lo spiraglio.

Si dà dell’egocentrico: è soltanto
che sono vecchio io, tutto procede
in meraviglia e crudeltà millenaria:
nel tardo Medioevo ritornando
dal Santo Sepolcro i principi cristiani
per non perdere il gusto del massacro
ordinavano bambini, da rubare
ai contadini e li immolavano in sevizie:
fioriva intorno asfodelo e lupinella
e certamente qualche innamorato
incantato sognava la sua bella:
posso sognare anch’io, questa mattina
qui – pensa il vecchio, sognare
che è viva tutta l’erba che è vissuta
e lei e io e tutto il sangue versato
sarà rubino d’un’aurora mistica
o altre sciocchezze così, confortevoli.


UH!

Bello questo breve tornare di sole sulla collina
dopo un giorno di pioggia, gli ho fatto
un video dal balcone; più bello osservare
accovacciata a gambe aperte sul prato
una ragazza pisciare – occorre scrostare
qualcosa che mio malgrado m’ha incrostato:
anche quando dico “non ho bisogno
di piacere a nessuno” so che invece
ho bisogno di piacere a qualcuno, ho capito
che sono io il mio ipocrita lettore, pur avendo
deposto tutti quegli arnesi arrugginiti
(la noia, il pugnale, il peccato, l’errore)
con cui ancora giocava Baudelaire.

A mani nude e anima nuda resto
ugualmente ipocrita lettore, un censore
con brevi trasgressioni, fessure
nel manto opaco dell’approvazione:
detta anche (per eufemismo) riconoscimento
o accettazione, o salvezza: oh, la cerca
chi si dà fuoco col gasolio in piazza
o è crocifisso o contempla la medaglia
dei quarant’anni in Fiat o un bambino
che ha appena massacrato o generato:
uh, tu le sais, hypocrite Dieu, mon semblable!

Già è cambiato il cielo, s’annebbia, nessuna
ragazza è qui a mostrarmi uno scroscio
di scintillante piscio, dall’altra finestra
denti di monti in una riga chiara
sotto sbuffi di grigio si disegnano
per un attimo ancora, bello è anche
questo grido finale del giorno, migliore
sarebbe esserci labbra d’una donna
per un bacio, un pompino, la mia mano
accarezza sé stessa e si trova cangiante
instabile, ora fresca di ragazzo
ora molle di vecchio, ora già putrida
inesistente. Le parole, l’essere,
uccidere tutto per essere innocente!

(Avere almeno il coraggio di chiuderla qui
senza quegli altri versi dopo, attenuanti.)


TEMPO, GRIGIO

Il cielo è grigio ed è tutto troppo
poco ed è troppo, posso descrivere
questo grigio, è diverso da ogni altro
ha sul crinale della collina un bagliore
che non è proprio un bagliore, è più
il punto dove una ferita sbiadisce
e quasi guarisce, staccandosi dal lembo
scuro ancora d’una futura cicatrice
e più su le sfumature sono penne d’uccelli
appena visibili, o nemmeno, inventati
e già non ci sono, e più in basso
gli alberi fitti sono un grigio più torbido
e si scende così fino ai tetti delle case
color mattone polvere, ma questo
cos’è? È solo un mattino grigio
diverso ma uguale a tutti, che ognuno
se alza gli occhi lo vede o non lo vede
e nulla cambia, qualcuno inciampa, qualcuno
è malato, ci sono i pensieri, i bambini
gridano, un cane abbaia in automatico
quando passo al settimo piano, è sospetto
chi non prende l’ascensore, c’è il dolore
e c’è questa cosa che non c’è ma si può
rappresentare a piacimento, con talento
o senza, un drago? un drago fauci aperte
che tutto inghiotte e nulla è più, un vento?
un vento cattivo che tutto cancella
persino la terra su cui ha cancellato
baggianate, fratelli artisti, baggianate
basta dire il tempo, senza aggiungere
vorace che è superfluo, il tempo procace
casomai che ci attrae nel suo turgido grembo
a nascere (se no dove?) coi suoi falpalà
di nubi grigie o azzurre o anche rosa o cobalto
per far rima con alto, poi ci scaccia
ma prima ci schiaccia, per gioco, come rospi
sotto tacchi a spillo di signorine distratte
un drago? un vermicone aspirapolvere
che succhia pure le parole, così scrivo
moncherini consumati, qualcuno
ne salva poche, stagliate, e va via prima.


LEGGERE L’OROLOGIO

Ho imparato a leggere l’orologio
e il calendario, so che fra un’ora sarà buio
anche se adesso, oggettivamente, non lo direi.
Il cielo inganna e la notte viene di colpo
o al massimo con un breve segnale
straziante di tramonto colorato
ma se piove o il cielo è coperto, nemmeno.

Questi calcoli non cambiano nulla:
si fanno per giocare, come gli anagrammi
divertenti di un nome o togliere le foglie
da un tavolino per metterle in tasca.

Tu arrivi quando arrivi e quando arrivi
già da prima ci sei. Ora è comparsa
la luce della casa in Liguria d’autunno:
t’avevo messa a dormire nell’unica stanza
la cui finestra non dava su un abisso.

Quando volevi stare sola uscivo
come un fantasma, la sera ti mettevi
accanto alla vetrata, confusa col mare:
“è bello, qui” dicevi, sapevamo di essere
nel paese che sta sotto la diga crepata
e sapevamo disperderci e aspettare
senza nessuna sicurezza di trovarci
sapevamo molte cose, molte cose, niente.


IL NIPOTINO A LEZIONE DI CANTO

Dei suicidi non hanno pietà, scrive
Ilaria, citando forse De Andrè, e infatti
resta lo stigma, come per le streghe
e le puttane: nel Seicento sarebbe
stata bruciata sul rogo: ammazzarsi
era punito con la morte, nel caso
non fosse, il reprobo, riuscito a morire
di sua mano: un paradosso tragico.

Se invece c’è riuscito, ringhiosi
non possono colpirlo, ma gli negano
ciò che possono, sacrata sepoltura:
«sta bruciando all’inferno», dichiarano
nel loro millantare millenario
i brutti sacerdoti. Ma Cristina
annota l’attimo prima del volo:
«io ho salvato la mia anima».

E scrive Monica: «non voglio essere
ricordata come brava ragazza»
e tutto è stanco e confuso, mi sono
fatto adesso, di malavoglia, la barba
per non spaventare le maestre del nipote
che vado a prenderlo a scuola.
Meno si crede più si urla, per essere
spaventapasseri al nulla avvoltoio.

È pïetà riannodare la vela
mentre si squarcia, fare dei ricami
per abbellire il corso del naufragio.
Ma poi non tiene: ogni confortatore
ti viene a noia se avverti distinto
lo stacco del fasciame, il duro irrompere
dell’acqua nera dove ammutolisce
ogni speranza o sogno o rimorso o ricordo.

Ma sì, per oggi prendo il nipotino
e lo porto a lezione di canto, cantare
lo fanno anche gli uccelli, si avvicina
a quell’idea di un ponte-che-non-c’è
verso un altrove-che-non-c’è, qualcosa
di novissimo, di là da ogni stupore
o parola o pensiero: che io per consolarmi
mi dico: è naturale che non so.


SERA, PIOGGIA, 26 OTTOBRE 2024

La pioggia lava via del dolore?
No, ma può servire
cominciare con una frase banale.
Abbassare le ali.
Dopo una masturbazione, disteso
una ventina di minuti di benessere:
resta il modo migliore.
Poi cena, due cachi che li chiamano loti
e si diventa lotofagi.
Una fatica mentale entrare nel supermercato
ma, signori, il cibo c’è ed è vicino.
Come si può!
Solo in certi momenti le parole
sgorgano e si compongono da sole:
è comodo, non ho che da trascriverle
in fretta, prima che perdano forma
et voilà la poésie. Intera.
Scrivere solo in quei momenti! Peraltro
non v’è certezza che non ci sia inganno:
è insidiosa la divina ἔκ-στάσις.
No, mi tocca scrivere anche in altri
momenti, più artificiosi, come adesso, come
una masturbazione
(che va studiata, soprattutto alla mia età:
magari un porno adatto, o pensieri
ma i pensieri inciampano, introducono
disturbi) per una ventina di minuti
di benessere. Sopore buono, non sonno.
Sopore, sapore. Solo un’imitazione
di quando m’assopivo in pomeriggi
da bambino e sentivo un odore
metafisico (sì, metafisico)
che mi portava in luoghi miei, sicuri.
Era breve anche allora, è sempre breve:
il grosso del tempo è la persecuzione
delle sciocchezze e della morte.
Le sciocchezze! Quante, quante!
Ora non devo cedere alla tentazione
di elencarne: è fare il loro gioco e poi
mica si è d’accordo su quali cose lo siano!
E qui, e là, e là, e qui, così, cosà, sussù, mavà.
La pioggia lava via del dolore?
Potessi ancora guardarti dormire
accanto a me nel letto: è stato quello
il sublime, nel mio piccolo: sublime
(lo definisco) è ciò per cui dici
nonostante le sciocchezze e la morte:
“sono contento di essere nato” – è solo
la mia definizione, nel mio piccolo.
Abbassare le ali
per consapevolezza o per proteggere.
Ogni tanto la mente, per fortuna, va via
e lascia spazio.


ROSE MARIE KENNEDY, AHOO DARYAEI

D’altronde, una sorella di John F. Kennedy
fu lobotomizzata perché esuberante
“cattiva ragazza”, a 23 anni, con la sua
“condotta sessuale libera e disinvolta”
danneggiava l’onore della potente famiglia.

Era il 1941. Nel 2024 la
“condotta sessuale libera e disinvolta”
che sia in privato o in pubblico, che sia
tanti ragazzi a scuola o spogliarsi su un palco
o essere poligame o fare del porno, che sia
star nude al fiume o amare altre donne, che sia
per gioco o arte o guadagno o lavoro
o protesta o inclinazione o carattere, che sia
insomma in qualsiasi modo/motivo (dovrebbe
essere insindacabile il modo/motivo), la
“condotta sessuale libera e disinvolta”
poco è perdonata dalla tetra maggioranza
a ogni donna. C’è gente che ha voglia
di ayatollah e taliban oggi qui
da noi, d’altronde se no
perché avremmo un governo fascista volgare
vomitevole vergognoso ma anche
tanti “compagni” bacchettoni, orribili?

Sarà difficile creare un movimento di solidarietà
(la maggioranza non lo vorrà:
altri lo abbatteranno con i se e con i ma)
per la ragazza di cui nemmeno si sa
con certezza il nome, Ahoo Daryaei
è al momento soltanto un’ipotesi.

L’hanno già portata, pare, in manicomio
e hanno già trovato uomini della sua famiglia
a dire che è pazza, squilibrata, d’altronde
succedeva in Italia negli anni Cinquanta
(mentre io nascevo) che molte, moltissime
ragazze chiuse in manicomio (documentatevi!)
lo fossero per nient’altro che una
“condotta sessuale libera e disinvolta”.

Abitano, i persecutori persiani
anche dentro gli avventori dei nostri bar
(fighetti in centro o malavitosi
in periferia è uguale) – abitano
nelle nostre famiglie con televisione
e pure nelle scuole – abitano
nel frastuono dei centri commerciali
ammiccanti ma corretti, abitano
dappertutto. Sarà difficile
creare un movimento di solidarietà
per la ragazza in mutandine e reggiseno
sulle scale dell’università
di Teheran, o per Gaza che è lo stesso
massacro del potere, benché
lo capiscano in pochi…

Sono scarso nella cosiddetta
poesia civile, perdonatemi, ma questa
cosa dovevo scriverla, pazienza
se ogni parola è svuotata e rivoltata
e dà nausea, inutile sussulto.


PENNE RIGATE

Occorre usare parole ruvide
perché la glassa della retorica
ci metta di più
a farle sdrucciolevoli.

È, in questa feroce melassa
di rancore odio e bacetti
una battaglia persa:
ma guadagniamo tempo.


SEI TU DENTRO GLI SPASMI IMPROVVISI?

Mi è compulsivo scindere o agglomerare
le parole in modo improprio, ho scritto
nel titolo di un video “con corde” e subito
ho pensato “concorde”, mi sono sentito
frastornato e subito “fra stornato” ho pensato
e i traumi, in tedesco Traum è sogno, ho pensato
trasognato, tra sognato e non sognato, certo
il pezzo di carta sulla porta
che dice che sei morta
mi sembra di no, è rimasto impigliato
fra cornea e retina, dove non c’è
interpretazione – dice così? Oh, sciocchezze:
le morti piovono, “i bambini di Gaza”
e l’odio verso le ragazze nude
sui social e tutta quell’intontita
sciatteria “non puoi essere femminista
se difendi la Palestina che è islamica
e opprime le donne” – ma cosa dicono?
dicono così? ogni frase è un cigolio
d’applausi e ostilità ma soprattutto
vigliaccheria, schizoide è il mondo
non tu – ma schizoide sedato, gli hanno
fatto prendere le loro medicine
– è stato facile, va bene così, mi è più chiaro
adesso che fra le ossa fini
dilaniate non potevi respirare senza ridere
e provo a ridere, ogni tanto mi viene
un’inspirazione improvvisa violenta
uno spasmo del petto come un sospiro isterico
non è importante, forse
sostituisce l’ispirazione
delle parole morte, les feuilles mortes
un colpo di vento, un colpo
senza parole, che passa indescritto
e s’attenua così, come un’ansia nascosta
o un ruscello insabbiato, ho pensato
ai ragazzi al fronte, Trento e Trieste, corso Belgio
il Piave e la Dora, gli inganni, sedemmo
ancora presi a un miraggio di spacco
aperto verso diserzioni possibili
– ecco, bastardo, arriva il ritmo del verso
e si unge di tutto quello schifo
che lustra il lusso dei muri, se lo rompo
tace – fosse almeno silenzio
ma brum, brum, brum
dentro e fuori la testa
neanche più intonate sono queste sirene
ti prendono con gancetti duri
e faccine, aderiscono al velcro dell’anima
e la strappano via, come salvarla?
io non lo so, poso lo sguardo su un ramo
da cui giallissime svolano foglie
o fra le cosce d’una giovane sul bus
ci dev’essere, ci… no, non è che ci deve
essere, può, forse può
– sto diluendo, mi faccio ribrezzo
sei tu dentro gli spasmi improvvisi?


FORTUNA

Stasera, dopo una giornata bolsa
ho pensato che tu non sei stata
l’amore che succede una volta sola
nella vita, no, tu sei stata l’amore
che se non si ha una fortuna pazzesca
nella vita non succede, si sta senza.


IL CEDRO DI CHIERI

Mezza luna stasera, la mezza che rimane:
sta calando, in un cielo stellato, guardavo
oggi Andrea guardare un albero, mi è
balenato che gli alberi potessero tenervi
in salvo, eravate arborei, io invece
solo uditore, osservatore, inviato
nel paese straniero, chissà come
ti potevo tenere, così quasi analfabeta.

Ma nulla ha retto: l’amore è una resina
rara, di buon odore, può unire le dita
alle dita e le anime insieme, giocare
a impiastricciarsi, ridere persino
e credere, sperare. Siamo stati al cinema
e a una mostra ed è strano, sono cose
da farsi, in guerra, fuori dai rifugi?
Ora, dopo la bomba, dove sei?


ASCOLTA I TUOI RECLAMI
(lettura di poesie al bar Sophie)

Ho organizzato
una lettura di poesie (tre,
scelte a caso, va bene)
di Andrea Gruccia
da “Blu oltreamore”
al bar Sophie, ma senza farmi accorgere:
al tavolino, con un cappuccino.
È andata bene, nessuno ci ha badato.
Uscendo in strada ho sentito
come avere dimenticato
qualcosa, non avere pagato:
mi sono fermato
un tratto, ma no
l’euro e quaranta alla barista
l’avevo dato, giusto, senza resto.


NESSUNO AL SICURO

Dopo ogni attentato adesso scrivono:
“Nessuno è più al sicuro”
ma quando mai si è stati al sicuro
negli ultimi quattro miliardi di anni?

Non sono convinto
che abbiano scritto sempre così.
Piazza Fontana, piazza della Loggia
e la stazione di Bologna, scrissero
“Nessuno è più al sicuro”?

È difficile andare a vedere
sui giornali di allora, non ancora
digitalizzati, ma mi sembra
che non scrivessero così.

Eppure ci stava: una banca, una piazza,
una stazione dei treni, chiunque
poteva passarci: nessuno al sicuro.
Ma non c’era ancora l’ossessione.

Adesso c’è, e ci fregano alla grande
con la paura onnicomprensiva.
Ci assicurerebbero, pagando, anche il culo
contro i danni da diarrea ai pantaloni.

E su tutto, su tutto, seminano terrore:
la bomba, il virus, il ladruncolo in bus
e persino una lesbica è nemica
del tuo stare bene
del tuo stare bene
nella gabbia, con un tozzo di pane
da fotografare con lo smartphone:
non uscire mai, mai, mai:
pensiamo a tutto noi.


ZOAGLI, DICEMBRE ’24

Dalle piante che crescono qui intorno
Andrea ha spremuto una foglia di aloe,
ne esce un gel che fa bene a tante cose,
e una di eucalipto, esce un aroma.

Abbiamo guardato il tramonto a Camogli
e parlato di cose: di te, della fine
del sistema solare, gigante rossa, nana bianca,
dei colori delle case nei paesi,
di ragazze anni Settanta, di focaccia,
degli odiatori di Ambra Bianchini,
di una motocicletta, di bellezza, a Genova
abbiamo parlato con una puttana in vico del Pelo
e con un barbone, ex giardiniere, a Brignole
e abbiamo cenato in un cinese a Chiavari…

Ti ricordi, in questa casa sulla scogliera
stavi seduta sulla poltrona accanto
alla finestra, era novembre, ti stavi
allontanando, avvicinando, facevamo
pochi giri, la spesa a Rapallo.

Diranno che è eccessivo ossessivo o ridicolo
ma non importa, ci sono io e non loro
nella mia pelle e distintamente sento
che hai diviso il mio tempo: c’è un prima
e un dopo averti conosciuta, appartiene
a ogni cosa, a ogni senso o ricordo.

Il mio tempo. Ma il tuo? Tu l’hai troncato
e questo è impossibile, si dovrà ricucire
quando anch’io sarò polvere, o dopo,
quando il sole sarà gigante rossa
e cenere la terra, o ancora dopo,
quando nulla sarà e quindi tutto.

Il cielo è stellatissimo e la sera
benché invernale è mite, sarebbe
divino stare con te sul balcone:
tu con il tuo cappottino all’antica,
io con il vecchio montgomery verde
per cui un poco mi prendevi in giro:
lo uso ancora, è piegato sulla sedia.


PARTIRE LEGGERI

Confessare di esistere è una condanna a morte
(C. P.)

quella condanna a morte
del confessare di esistere
può essere sgomento, confessando
(a sé, all’altro) confessando
accorgersi che
ciò che confessi esistere
non esiste più
(è esistito?)

esce come sangue
da ferite il sentire, non c’è
realtà – inutile
il taglio, il dolore

così anche un’idea
appena prende forma
(o quasi, o sembra che)
altra idea la deforma
in un perenne silenzioso allarme:
gratificarsi di questo (progresso?)
è una simulazione

dubito ergo frangor
in un bordo dello spettacolo
si stacca pelle da pelle

vorrei confessare
ma non mi ricordo
e allora sì, un naufragio
farsi macchia di sartie

divenire, svanendo, il mare
a cui fissavi l’occhio
già senza corpo, già
fluttuante, in qualche modo
che qui non si può dire

– può essere! – non so
interpretare, è clangore
di opposti o di confusi
mi stacco dalle cose
ed è forse bene partire leggeri
al viaggio-che-non-c’è



SEGNALI

Cerco segni, come il bambino cerca
le tracce di una madre, o surrogati:
quella madre che sei tu stesso ancora
eternamente, come non è stato:
un ricordo che crei l’essere stato.

Segni, segnali, una traccia di stella
o il muoversi modesto di una foglia
o un conosciuto odore, connessioni:
anche voci da muri, lo schioccare
di un mobile di legno. Qualche cosa
da cui trarsi, a cui trarsi, per tenersi
da questo retrocedere nel buio.

Bagliore in cui trovare delle forme
che, riconosciute, aprano il varco
d’una rivelazione: è qui il paese
di te e dei tuoi, qui vale il passaporto
tenuto in serbo in un luogo sicuro
con il tuo nome, il suo, i vostri nomi:
è davvero così, non potevate
sapere, ritornate nell’abbraccio:
scioglierlo non fu colpa ma il passaggio
dei mari lunghi, amore, libertà.

Amore, libertà. Cerco segnali
ma il buio si fa denso come il corpo
e più non mi distinguo dalle pietre
che la valanga sgretola, dai molli
lombrichi inghiottiti, dal racemo
spogliato che marcisce nella pioggia:
non mi distinguo più da me. Perché
ho il dono di sentirmi essere nulla?
Non è contraddittorio? Così cerco
nei sussulti ostinati, dei segnali.

Correr-se als pits

05 domenica Gen 2025

Posted by carlomolinaro in poesie

≈ Lascia un commento

Tag

eros

Ha le tette tinte con dieci mani di sperma
la puta catalana del Raval: la prestazione
più economica è questa, sborrare
fra le poppe, lui masturbandosi senza
toccare lei, solamente spruzzando:
poi esce dal separé ed entra un altro
e benché costi poco è conveniente
per la guarra perché ciascuno dura
pochissimi minuti. In certi pomeriggi
qualche ragazza si dedica a questo
specialisticamente: ne passa
dieci di fila, senza lavarsi, soltanto
spalmando un poco lo sperma: da qui
la situazione che ho scritto al primo verso.

E queste poppe laccate dal seme
di dieci uomini a strati mi pare
un’immagine di grande potenza
erotica, la ragazza dovrebbe
(a volte lo fa) posare per foto
sorridendo sovrana e sontuosa:
rallegrata del frutto nel suo seno
raccolto, coltivato, guadagnato.


Scritta il 5 gennaio 2025.

1° ottobre 2024

01 martedì Ott 2024

Posted by carlomolinaro in poesie

≈ Lascia un commento

Tag

cose di dentro, riflessioni

Nella luce grigia un vecchio
si sveglia lentamente, osserva
la finestra, sente torpide sul letto
le gambe deboli e qualcosa
in gola, si alza, lo prende
un terrore sottile di ogni morte
ma soprattutto, lo ammette, la sua:
la strage più vicina di bambini
è quelli dentro, che giocano ancora
e non sanno che è già quasi finito
persino il ’24, chi l’avrebbe mai detto:
e teme il restringersi, il passare
per informi penombre, prima: meglio
sarebbe cadere d’un tratto, a capofitto
in quell’orrido immenso, pensa
che ha avuto, immenso, un amore
tardivo che nell’orrido abisso
si è lanciato via dal labirinto dei dolori
o chissà, e ha portato con sé
molto di lui: se solo riuscisse
a credere di raggiungerla, ma dov’è
tutta l’erba seccata negli autunni?

Esce, compra in farmacia dell’aspirina
e prende un cappuccino sotto gli alberi
“va già bene” “com’è?” “tiriamo avanti”
è tutto così assurdo, guarda i vecchi
che vanno lenti, le ragazze veloci:
la radio del chiosco dopo la musica dice
che Israele invade coi carri armati il Libano
e nel viale gli schiavi in automobile
premono verso il lavoro, è tutto
così assurdo, guarda intorno smarrito
la gente “siamo tutti persone” ma cosa
significa? perché nessuno urla
e se uno urla lo chiudono in reparti?

Cammina, va a sedersi più in disparte
all’Arrivore, verso il fiume, qui
c’era una volta un campo nomadi, adesso
è prato e alberi e qualche panchina
più solitaria, più lontano dalle prefiche
e dai motori, l’erba è verde come fosse
primavera, si dirizza nella brezza
e c’è un’appena percettibile fessura
d’azzurro su nel grigio: lo spiraglio.

Si dà dell’egocentrico: è soltanto
che sono vecchio io, tutto procede
in meraviglia e crudeltà millenaria:
nel tardo Medioevo ritornando
dal Santo Sepolcro i principi cristiani
per non perdere il gusto del massacro
ordinavano bambini, da rubare
ai contadini e li immolavano in sevizie:
fioriva intorno asfodelo e lupinella
e certamente qualche innamorato
incantato sognava la sua bella:
posso sognare anch’io, questa mattina
qui – pensa il vecchio, sognare
che è viva tutta l’erba che è vissuta
e lei e io e tutto il sangue versato
sarà rubino d’un’aurora mistica
o altre sciocchezze così, confortevoli.


Scritta il 1° ottobre 2024.

Le serrande

03 martedì Set 2024

Posted by carlomolinaro in poesie

≈ Lascia un commento

Tag

amore, cose di dentro, scenari

Dove va questo semigiovane obeso,
mezza cicca in bocca, la barba di ieri,
la borsa degli attrezzi a tracolla
e un’altra borsa in mano, la giubba
blu? Va forse ad aggiustare una serranda.

Lo riempirei di botte. Mentre io
non posso parlarti né sentirti, non posso
scriverti né sapere come stai, lui va
ad aggiustare una serranda, come se vivessimo
in un mondo normale
con serrande da aggiustare.

Gli spaccherei quella faccia di sebo
inespressiva, non contenta non triste,
gli schiaccerei sui denti quella cicca:
va ad aggiustare una serranda
così, come fosse normale, come se
esistessero davvero le serrande
e le cose

mentre io non posso scriverti né parlarti,
non posso vederti, non posso
sapere come stai. Lo ucciderei.


Scritta il 1° settembre 2018.

La puttanella di Monte Mario

31 sabato Ago 2024

Posted by carlomolinaro in poesie

≈ Lascia un commento

Tag

bellezza, eros, scenari

La puttanella
di Monte Mario
quando c’è un uomo
apre il sipario.

Questi quattro quinari di poesia non eccelsa
ma, va detto, tecnicamente perfetti
erano la didascalia di una fotografia in bianco e nero
su un giornaletto porno degli anni Settanta.

Non era nemmeno una foto di grande formato
occupava solo un quarto della pagina
il paginone era riservato alle prime dive emergenti.

L’anonima puttanella di cui poco sappiamo
forse Monte Mario era solo per la rima
dischiude appunto la rima
vulvare, usando l’indice e il medio
della mano destra mentre sta accovacciata
a gambe aperte
nuda tranne le calze e il reggicalze
che erano (sono) una sorta di livrea.

La metafora del sipario è calzante
(nelle riviste porno lavorarono autori valenti):
la ragazza apre i labbri della vulva
come lembi d’una cortina di broccato
aprendo un ampio boccascena che fugge
in quinte umide ombrose
verso il nocciolo profondo dell’intreccio
d’ogni umano teatro.

È un gesto che sempre m’ha eccitato e commosso
(eccitazione e commozione si assomigliano, sono
vibrazioni ribelli del corpo e dell’anima).

Non so se Neruda ce l’avesse in mente scrivendo
«te pareces al mundo en tu actitud de entrega»:
io lo interpreto così, la poesia appartiene a chi legge:
veo entrega (y mundo) en ese coño abierto.

È un gesto sacro, solenne, non volgare:
il volgo ad altro è votato, non lo pratica.

Quell’apertura di sipario invita
a entrare in scena, soltanto in fantasia
come nel caso della foto porno
in bianco e nero, oppure per davvero
in amicizia o amore o in altri casi
versando un obolo, nulla di male:
spesso si paga il prete per la messa.

Al teatro Alcyone, sempre anni Settanta
un operaio che lo frequentava
ed era valente fresatore e semiologo
mi spiegò che delle otto, nove, dieci stripteaseuse
che si succedevano sul palco, quelle che
si aprivano il gioiello con le dita
le ritrovavi nell’attiguo bar
pronte a salire in camera, era un segno.
Non ho verificato la sua tesi.
La realtà è assai più complicata
– l’idea era comunque suggestiva.

La puttanella di Monte Mario
immortalata ad aprire il sipario
avrà avuto dieci anni più di me
quindi adesso, se in vita, è un’ottantenne.

Vorrei dirle che m’ero innamorato
che il giornaletto a lungo ho conservato
poi, lo sappiamo, quasi tutto va perduto.

E l’autore dei quattro quinari?
Io con versi non credo migliori
quel gesto l’ho cantato, per esempio
in un libro dell’ottantotto
che adesso, con i potenti mezzi
della modernità
metto la foto della pagina qua.

E nella realtà? Qualche compagna
e qualche amica e amore me l’hanno concesso
dal vivo e da vicino il gesto bello
– è un gesto solenne e commovente davvero:
non c’è nessuna ironia nel mio dire:
se per vostra convenzione la dovete inventare
fate almeno il favore
di non attribuirmela.

E qualche modella, delle dieci o dodici
che nella vita mi sono concesso, perlopiù
modelle “da fotoamatori”, qualcuna
aveva come tutto portfolio
un selfie nello specchio, una si meravigliò
che volessi fare delle foto, insomma
simpatiche ragazze, guadagnavano
qualche soldo così, non osai
(timido) chiedere l’apertura del sipario:
un paio lo fecero spontaneamente
e fecero bene.

La puttanella
di Monte Mario
quando c’è un uomo
apre il sipario.

Andrebbe messo in qualche antologia.
Ci sono antologie di tutti i tipi.
Ritrovare l’originale non dovrebbe
essere impossibile ma è difficile:
è roba di prima dei motori di ricerca.


Scritta il 31 agosto 2024.


Le nove e mezza e una foto di Cristina

07 mercoledì Ago 2024

Posted by carlomolinaro in poesie

≈ Lascia un commento

Tag

cose di dentro, scenari

Le nove e mezza. Il cielo
ha ancora una luce sua
ma non abbastanza per illuminare le cose.
Finisce il giorno. Non ho
voglia di cena, ho mangiato un biscotto:
e scrivere, non dovrei scrivere, ma
non so che cosa fare.
Andare ancora in giro, sono stanco.
Ho sistemato due vasi sul balcone:
la portulaca e una quercia:
adesso sono grandi uguali
pur avendo destini d’altezza diversa.
Ho guardato qualche minuto di porno
ma non riesco nemmeno a farmi una sega.
Un libro, un film, non ho nessuna voglia.
Così scrivo, è un riempitivo.
Posso scrivere anche sgangherato
o forse no: un ritmo, un’eleganza
sempre mi giudica e attrae
e se la manco provo fastidio e colpa
come colui che tradisce sé stesso.
Rinunciare, rinunciare
a queste pretese. Riguardo una tua foto
(cerco sempre, alla fine, tue cose)
che non abbiamo messo nel libro
perché non eravamo sicuri se fosse
una foto scattata da te o a te:
nel libro abbiamo voluto mettere
solo roba fatta da te, un criterio
doveroso e rigoroso. È pur vero
che anche la modella è autrice delle foto
(odio i fotografi che non la citano col nome,
benché a volte sia lei a non volerlo)
ma se avessimo aperto
alle foto dove agisci da modella
(alcune sono dei capolavori)
nascevano problemi perché nelle migliori
sei nuda, naturale, bellissima
e per alcuni questo genera problemi
che sono poi i soliti, come altri più gravi
ma simili, è quasi un unico problema:
il problema dell’inadeguatezza
non di te al mondo ma del mondo a te.
Questa che oggi riguardo mi piace
perché evoca molto, è una ragazza (vestita)
che scende, sì, diciamo, in una selva oscura
con rami secchi, eppure non sembra
andare incontro al male: c’è una luce artificiale
debole, che rende visibile
la scena, ed è spettrale ma non proprio spettrale
– non sono obbligato a trovare aggettivi.
Scendi, forse sei tu nella foto e la scattò
qualcuno, scendi ma sei esploratrice, fiduciosa
che ci sia, lì dentro, un cammino
non smarrito, forse solo nascosto.
Un bosco buio dà sempre timore
(io mi ci perdo in pochi passi) ma tu
eri e sei creatura di bosco, credo l’unica
di cui lo si può scrivere
senza che sia né lezioso né retorico.
Così ho scritto, mi sono fatto aiutare
da te ancora, sono passati tre quarti d’ora
e adesso il cielo è nero, non c’è più
quello squilibrio delle nove e mezza
che aveva luce ma non dava luce.


Scritta il 3 agosto 2024.

La bambina che guarda l’oltremare

24 mercoledì Apr 2024

Posted by carlomolinaro in poesie

≈ Lascia un commento

Tag

libri

La bambina che guarda l’oltremare
scrive un libro poetico politico.

Non è il santino di una sventurata
ma una goccia di sangue sull’ago che intesse
piccoli punti sparsi di colore
sulla sbiadita tela universale.

I bambini di Gaza sul fondo del Sand Creek
confessare di esistere è una condanna a morte
I bambini in miniera con gli occhi di cobalto
confessare di esistere è una condanna a morte
La mano alzata davanti al manganello
confessare di esistere è una condanna a morte
L’operaio che ferma, ferma ancora la macchina
confessare di esistere è una condanna a morte
Le bambine spose, le bambine in tivù
confessare di esistere è una condanna a morte
I pastori schiacciati ai confini degli imperi
confessare di esistere è una condanna a morte
L’allucinato che infine, sulla porta, grida
confessare di esistere è una condanna a morte
Moltitudini, moltitudini, moltitudini invisibili
confessare di esistere è una condanna a morte

Le donne chine dietro i veli o le cortine
se hai un’anima a ciel sereno, ti divoreranno
Le donne chine nei centri commerciali
se hai un’anima a ciel sereno, ti divoreranno
Le donne chine nei laboratori
se hai un’anima a ciel sereno, ti divoreranno
I bambini che nascondono il viso nel braccio
se hai un’anima a ciel sereno, ti divoreranno
Gli impauriti che piano, piano sopravvivono
se hai un’anima a ciel sereno, ti divoreranno
I pazzi nei cerchi delle solitudini
se hai un’anima a ciel sereno, ti divoreranno

La bambina che guarda l’oltremare
è stanca. Si avvicina alla risacca
schiumosa – la vorrebbe attraversare –
se hai un’anima a ciel sereno, ti divoreranno.
È quello che mi succede.
È quello che mi succede.
È quello che mi succede.

Anime seppellite, anime nascoste
che tirano avanti fra un conto e un tradimento
fra un rancore sedato e un accomodamento
fra un discorso sul calcio e uno sciottino
dopo il lavoro, fra lo schermo azzurrino
del televisore e lo stretto paralume
sul comodino ikea, ori sotterrati
non crescono

E invece l’anima deve poter essere.

La bambina che guarda l’oltremare
si è tuffata nel mare del dolore
da cui non si riemerge in questo mondo.

I bambini di Gaza sul fondo del Sand Creek
Il Sand Creek che lo stupra un nome inglese
Le bambine stuprate fra chiese e moschee
e sinagoghe e fiocchetti in tiktok
e tavoli da pranzo e trincee e botteghe
I bambini ipnotizzati dal cobalto
e dalle buone o cattive maniere
Le maniere, le miniere, sappiate:
confessare di esistere è una condanna a morte

La bambina che guarda l’oltremare
ha scontato la pena anche per noi.
Noi vittime e assassini, intercambiabili in
uno sguardo stupito
sbarrato dentro

Guardo attonita e inerme la mia essenza
che scorre tra le fughe del pavimento e si secca.
Guardatela anche voi (tutti i corsivi sono versi suoi)
– ma esercitate bene, prima, gli occhi:
non ci sono aiutini, non è da faciloni.

La bambina che guarda l’oltremare
scrive un libro poetico politico.


Sulla porta

23 martedì Apr 2024

Posted by carlomolinaro in poesie

≈ Lascia un commento

Tag

scenari

(Questa cosa inutile, irrilevante, devo
concedermi di scriverla, forse – non c’era
chi potesse avvisarmi, non è strano.)

Quaranta passi. C’è qualcosa sulla porta.
Forse un avviso, magari dell’acquedotto:
sospensione dell’acqua per lavori.

Trenta passi. Sembra un annuncio funebre.
Ma potrebbe anche essere pubblicità
strampalata, di qualsiasi cosa.

Venti passi. È un annuncio funebre.
Sono cinque piani, tre alloggi per piano.
Qualche vecchio condomino, fra tanti…

(Il bambino nascosto fra le viscere
ha già capito, invece, e si copre
gli occhi col braccio, ancora un istante.)

Dieci passi. Non è la foto di un vecchio.
C’è del biondo, e del rosa di un vestito.
Forse non vedo bene, non c’è luce.

Cinque passi, tre passi, un passo. Lettere
grandi, in corsivo, mi pare, non so.
L’occhio le sparge, non le tiene insieme.

Unitamente ai parenti tutti annunciano
la nascita al cielo di – di anni trenta
anticipatamente quanti si uniranno…

Il nome grande, in corsivo, poi
devo averlo letto, però non ricordo,
sono finite tutte le parole.

(Questa cosa inutile, irrilevante, devo
concedermi di scriverla, forse – non c’era
chi potesse avvisarmi, non è strano.)


Scritta il 23 aprile 2024.

Driade 2019

08 lunedì Apr 2024

Posted by carlomolinaro in poesie

≈ Lascia un commento

Tag

amore, bellezza, cose di dentro, relazioni

Benché il pretesto fosse fare foto
non eri una modella quel giorno nel bosco:
eri una driade, così come nei campi
eri un bambino inventato a matita
e nei baci sull’uscio eri la sposa
lieve per il non essere esistita.

Eri una driade, come un’Euridice
sopravvissuta a morsi di serpenti
ma con veleno rimasto nel sangue
– e dubitosa di canti d’Orfei
sposati in brevi nozze, inadeguati.

Ti ho vista felice soltanto nel tempo
che non ha calendari, soltanto nello spazio
che non ha mappe né punti cardinali.

Qui tutto questo è vietato: il registro
non contempla driade né bambino inventato
né sposa inesistita, e il calendario
è rigoroso ed è bene orientato.

Ho sperato che potessimo resistere
più tempo, come certe ruote storte
che pur carpiandosi reggono carri
in viaggi inutili, solo per un monito
a cocchieri, o nei raggi piegati
per un alito a lucide pozze segrete.

Non valeva la pena, vero? Un Pan
feroce e ottuso insegue le driadi
che per salvarsi si mutano in anime
– ogni altra figura è posseduta.

Che Pan si secchi nell’irto dei boschi
pietrificati, lo soffochi il puzzo
delle carni timbrate dai macelli.

Tu con le ninfe non viste sei volata
dove non so e non sapere è salvezza.


Scritta l’8 aprile 2024.

Alla faccia del non essere

29 venerdì Mar 2024

Posted by carlomolinaro in poesie

≈ Lascia un commento

Tag

amore e morte, cose di dentro, relazioni

Avevo intuito che sei capace
di troncare una relazione
per mesi, per un anno, e tornare
a riallacciare come fosse passato
un giorno o due, così quando l’hai fatto
con me anche a me è sembrato
d’averti sentita ieri – il dolore
che pure avevo provato feroce
per il tuo abbandono, s’è dissolto
in un attimo al sentire la tua voce
riparlarmi. Poi però sei andata
più lontano, so che adesso è diverso:
hai traversato il mare-che-non-c’è
che fa non essere chi ci s’immerge
cioè tutti, alla fine. Però
(alla faccia del non essere) credo
che in qualche modo tu richiamerai:
ci vorrà tempo o forse ci vorrà
lo svanire del tempo, ma tu
ne sei capace, tu richiamerai.


Scritta il 26 marzo 2024.

Mattino freddo

03 domenica Mar 2024

Posted by carlomolinaro in poesie

≈ 2 commenti

Tag

amore e morte, cose di dentro, impegno civile

Il vento strappa il fumo dai camini sui tetti.
Affrontare il disagio, dottore, affrontarlo
come una malattia psichiatrica? Non dico
che non serva, in qualche caso, in emergenza
qualche farmaco e, di più, ascoltare, farsi carico
dell’anima intera anche a costo di perdere
la propria (perderla, trasformarla) ma dottore
questo non lo può fare nessun professionista
né clinica pubblica né privata né istituto:
non ci si gioca l’anima per una parcella
o per uno stipendio, ci vuole un’amicizia
di quelle che accadono una vita su tre
o innamorarsi in quel modo con l’amore
che accade forse una vita su cinque e dunque
con il massimo rispetto, dottore, è un palliativo
tutto quello che si fa, la psichiatria, i servizi
e ben vengano, sia chiaro, è qualcosa
d’altronde ogni cura, a ben vedere, è un palliativo
perché la morte non la ferma nessuno
però adesso mi sono disperso, ciò che volevo dire
– la pausa della pioggia fa scoprire un po’ di fiume
fra gli alberi nudi inchinati dal vento –
sul disagio, ecco, è che il pazzo, il vero pazzo
è chi si trova a suo agio in questo mondo feroce
e il vero delirio è raccontarsi che va bene
questo massacro, questa sopraffazione
che quando vedi e senti non puoi mica sopportare
e allora gli occhi li socchiudi o li punti
verso un angolo calmo, un riquadro di terra
concesso al tronco di un albero in un viale
ma chi ha bisogno di boschi, boschi interi
si stanca, è sfinito per dolore, non riesce
più a vivere, non riesce, non riesce e non c’è
una soluzione, ci si dibatte o si rimane immobili
nella fiumana di melma e acqua e sangue
che nutre, a riva, i fiori del rimpianto.


Scritta il 3 marzo 2024.

(la voce a te dovuta)

25 domenica Feb 2024

Posted by carlomolinaro in poesie

≈ 1 Commento

Tag

amore

(la voce a te dovuta)

{[Il pensiero che a te sia dovuta
la voce, mi ha portato a rileggere
Salinas e ho scoperto che il titolo
di Salinas è un verso di Garcilaso:
allora ho preso in prestito
le Egloghe alla biblioteca civica:
«mas con la lengua muerta y fría en la boca
pienso mover la voz a ti debida»
anche da morto, con la lingua fredda
vuol muovere la voce a lei dovuta
(«tra le ossa fini / dilaniate non potevo
respirare senza ridere» rispondi):
che noia questi Rinascimentali:
non amano donne, non amano persone:
amano l’amore proiettato:
un’immagine priva di sostanza
composta e ricomposta in una sorta
d’anatomia ideale, pornografica
senza corpo né anima: su questo
fanno versi eleganti, sofferenti
per finzione gloriosa, non contaminati
dalla volgare vita vera, roba
di servi e di bordelli.]

[Ah! Esagero, forse, sì, ma è che
a me non frega niente dell’amore:
sempre ho scritto di te, per te, con te:
molto incerto del mio sapere amare,
del mio sapere cosa fosse amore:
se c’è, sei tu che me l’hai fatto essere
vivendo e nominando: quando hai detto
«Carlo, il tuo amore per me
m’insegna ad amare me stessa», quando
hai detto «Carlo, ti sei innamorato
di me» – ecco allora
è esistito amarti, innamorarmi.
Non in concetti astratti, tantomeno
nei voli vani della fantasia
è, se esiste, l’amore: è, se è, là dove
lo fa essere, dicendo, la tua voce:
parlare amore è parlare di te.]}

La voce a te dovuta
non posso restituirla
con i miei versi, con le mie parole
d’inciampo e d’impotenza:
perché è la voce rubata con sgarbo:
perché è la tua, la voce a te dovuta.


Scritta il 25 febbraio 2024.

← Vecchi Post

Iscriviti

  • Articoli (RSS)
  • Commenti (RSS)

Archivi

  • gennaio 2026
  • novembre 2025
  • agosto 2025
  • Maggio 2025
  • aprile 2025
  • febbraio 2025
  • gennaio 2025
  • novembre 2024
  • ottobre 2024
  • settembre 2024
  • agosto 2024
  • Maggio 2024
  • aprile 2024
  • marzo 2024
  • febbraio 2024
  • gennaio 2024
  • novembre 2023
  • ottobre 2023
  • settembre 2023
  • agosto 2023
  • luglio 2023
  • giugno 2023
  • Maggio 2023
  • febbraio 2023
  • gennaio 2023
  • dicembre 2022
  • novembre 2022
  • agosto 2022
  • luglio 2022
  • Maggio 2022
  • aprile 2022
  • marzo 2022
  • febbraio 2022
  • gennaio 2022
  • dicembre 2021
  • novembre 2021
  • ottobre 2021
  • settembre 2021
  • agosto 2021
  • luglio 2021
  • giugno 2021
  • Maggio 2021
  • aprile 2021
  • marzo 2021
  • febbraio 2021
  • gennaio 2021
  • dicembre 2020
  • novembre 2020
  • ottobre 2020
  • settembre 2020
  • agosto 2020
  • luglio 2020
  • giugno 2020
  • Maggio 2020
  • aprile 2020
  • marzo 2020
  • febbraio 2020
  • gennaio 2020
  • dicembre 2019
  • ottobre 2019
  • settembre 2019
  • agosto 2019
  • luglio 2019
  • giugno 2019
  • Maggio 2019
  • aprile 2019
  • marzo 2019
  • febbraio 2019
  • gennaio 2019
  • dicembre 2018
  • novembre 2018
  • ottobre 2018
  • settembre 2018
  • agosto 2018
  • luglio 2018
  • giugno 2018
  • Maggio 2018
  • aprile 2018
  • marzo 2018
  • febbraio 2018
  • gennaio 2018
  • dicembre 2017
  • novembre 2017
  • ottobre 2017
  • settembre 2017
  • agosto 2017
  • luglio 2017
  • giugno 2017
  • Maggio 2017
  • aprile 2017
  • marzo 2017
  • febbraio 2017
  • gennaio 2017
  • dicembre 2016
  • novembre 2016
  • ottobre 2016
  • settembre 2016
  • luglio 2016
  • giugno 2016
  • Maggio 2016
  • aprile 2016
  • marzo 2016
  • febbraio 2016
  • gennaio 2016
  • dicembre 2015
  • novembre 2015

Categorie

  • altre cose
  • poesie
  • prosa
  • racconti
  • Senza categoria

Meta

  • Crea account
  • Accedi

Crea un sito o un blog gratuito su WordPress.com.

Privacy e cookie: questo sito usa cookie. Continuando a usare questo sito, si accetta l’uso dei cookie.
Per scoprire di più anche sul controllo dei cookie, leggi qui: Informativa sui cookie
  • Abbonati Abbonato
    • Carlo Molinaro
    • Unisciti ad altri 66 abbonati
    • Hai già un account WordPress.com? Accedi ora.
    • Carlo Molinaro
    • Abbonati Abbonato
    • Registrati
    • Accedi
    • Segnala questo contenuto
    • Visualizza sito nel Reader
    • Gestisci gli abbonamenti
    • Riduci la barra
 

Caricamento commenti...