Lainghiana

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(poesiuola schizoide)

Allora poi forse
quando facevamo l’amore
c’era il tuo corpo sul letto e al soffitto
era volata via la tua persona
a guardare in scissione sofferente
il tuo corpo annuire, baciare.

E io a non accorgermi! – è che
ho un io incorporeo, è da fuori
che mi vedo vivere, anch’io
ero là sul soffitto a guardare
i nostri corpi, però con piacere:
è da sempre il mio modo naturale.

Insomma sul letto non c’era nessuno
di noi, c’erano corpi in una scena
per me gloriosa, da guardare in estasi
con gioia – per te no, una scena
deplorevole in cui non conoscevi
te vera, tutta intera.

Peccato non poterci innamorare
là sul soffitto, dove (non sapendo)
stavamo insieme, più che i corpi sul letto.
No: siamo scissi, ma in modo diverso,
ciascuno ha i suoi frammenti, ricomporli
– se mai riesce – è un fatto personale.


Scritta nel 2020.

Alla fine del compito

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Se tu fossi stata felice con me
saremmo stati felici in due:
la massima umana perfezione
– e invece quasi certamente
non lo sei stata mai, nemmeno
nei momenti in cui sembrava.

È durissima ammetterlo, è come
quando alla fine del compito in classe
di matematica – ardua materia –
mi pareva di averci azzeccato
stavolta e invece all’ultimo calcolo
non quadra, ed è finito il tempo.


Scritta nel 2020.

La quattro stagioni

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La casa è silenziosa, fioca
la luce, fuori il morbo, tonfi
e scie di copertoni sull’asfalto
viscido, e la gente: perlopiù
zoomorfa la immagino, deforme
come in quadri d’Altan.

La casa è silenziosa, vuota
– ma piena di ricordi sgretolati
non soltanto dal tempo: un acido
ulteriore li scioglie in una melma
informe, ne sbava
come pioggia su acquerello
il colore, che era buono e amabile.

Mio figlio l’altro giorno mi parlava
di Heidegger, il pensiero, la memoria
che non è solo del passato:
non so se ho capito ma so
che in una vacua penombra neppure
la memoria m’è più tesoro né
mi giova il sogno. Forse
ciò che s’è vissuto ha destino
simile al corpo: s’ammala, imputridisce.

Donne con cui qui ho fatto l’amore
lo revocano, partono, alcune
ora mi dicono uomo da poco,
insensibile, molestatore. La morte
è meno crudele, uccide e basta, questa
è invece morte retroattiva, terge
via ciò che s’è, nella vita, dipinto
di meraviglioso.

Il morbo ha chiuso il ristorante cinese:
cercherò una pizzeria, guarderò
il forno, i vetri, le tovaglie, le sagome
delle persone, soltanto le sagome:
siano paesaggio e basta, non disturbino
con coglionate la mia solitudine.

Me la cavo da me: una bismarck
con l’uovo al centro che mangio per ultimo
o una quattro stagioni, è da tanto
che non la prendo, la quattro stagioni.


Scritta nel 2020.

Coleridge/Baudelaire

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L’ho ucciso per salvarlo, l’albatro
caduto sul ponte fra gli scherni
dei miei compagni d’equipaggio.
Ero io. Mi sono appeso al collo
per vendetta, morto, me stesso.

Dal carico dell’arido rancore
m’ha sciolto in parte un inconsapevole
amore per la gioia, la bellezza
di tutto ciò che vive, l’innalzarsi
d’una preghiera priva di parole.

Ma porto dentro la maledizione
che a bene dire sempre mi costringe:
narrare lo splendore d’ogni cosa
a passanti, su strade vuote, senza
rivolgermi al mio spettro che mi segue.


Scritta nel 2020.

La spazzola

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Le persone non sono quadretti
m’hai detto un giorno strappando una foto
e Pasolini: «Solo l’amare, solo il conoscere
conta, non l’aver amato,
non l’aver conosciuto».

Ora che tu mi consideri morto
come potrò conservare i momenti
meravigliosi che abbiamo vissuto?
Se li rinneghi, non sono esistiti:
pur se in me vivi germogliano ancora.

Parlarne è uno sberleffo.
Resta un dolore muto, irrilevante
al modo che irrilevante è la tragedia
dell’insetto schiacciato
che la spazzola toglie dal vetro.


Scritta nel 2020.

Ø

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gestire il vuoto io ero abituato
ma era un vuoto sempre stato vuoto
erano stanze finestre cortili
spazi che da bambino non riempivo
se non di sogni perché tutto l’altro
erano cirri in cieli lontanissimi

tu mia nube odorosa m’abbandoni
è un vuoto che mi trova impreparato
è come entrare in casa dopo i ladri
riconoscere sagome, mancanze
dove c’erano cose, dubitare
che davvero ci fossero, impazzire


Scritta nel 2020.

Osservando un balcone

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Appese alla ringhiera
una maglia rossa, una maglia nera.
Il sole. Non è ancora il tramonto.
Oltre la portafinestra, una stanza:
se ne vedono oggetti.

C’è chi si consola fumando la pipa
in una casa fra i campi. Le rive
con gli alberi. I vicini
di cui non fidarsi. Ciascuno
ha il suo orto. Una bottiglia, un cane.

C’è chi si consola vagando
fra case di sobborgo. Le rotaie,
i bar poco illuminati. L’erba
nelle crepe. I passanti, le ombre
indistinte. Le voci da un androne.

Ma per ognuno in ogni luogo brucia
il giorno: al secco fumo rosseggiante
è mescolato un umido di cenere.
Più bellezza raccogli più ne perdi:
così ti beffa la felicità.

Eppure mite, indomata una donna
toglie dalla ringhiera
la maglia rossa, la nera, si ritira
in un riparo di sedie e pensieri
semplici, misteriosi.


Scritta nel 2020.

L’incavo

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L’incavo d’un petalo di rosa
non ho un modo normale di vederlo:
né l’incavo del tuo orecchio
né altro. Non ho un modo normale,
un modo buono: che tu dici: è buono.

Guardare, contemplare
rispettosamente attendendo
la sfioritura, il corso di natura.

O mordere! Brucare il fiore
perché muoia subito, diventi
un sapore nei denti, un ricordo
ancorato nel corpo, nella mente
a morire con me.

Abbiamo addosso bellezze formidabili
e orrori orripilanti. Tutto questo
sta prima, non ha nulla da spartire
con le umane relazioni, tardive
sovrapposizioni, divine
costruzioni di spirito, di verbo.

L’incavo d’un petalo di rosa
sfiorarlo, un compromesso. Annusarlo.
Toccarlo. Ma se è ala di farfalla
già è danno. Astenersi. Il tuo orecchio
baciarlo: è la maniera
che abbiamo escogitato.

Tutto è sempre incompleto:
riempire il vuoto è un impulso di morte.
L’albero non ha gli occhi né le mani:
forse in ciò è la sua pace.

Ma io ho gli occhi, e bruciano
di visioni, ho le mani, e tremano
insicure, vogliose. Non le sfama
il pane d’un amore che milioni
d’anni di cure e manipolazioni
han reso inconoscibile.

I gatti non è vero che sanno
cosa fare: è che non c’è bisogno
per loro di sapere. Io umano
devo sapere: essere nocchiere
dell’occhio, della mano.

L’incavo d’un petalo di rosa
si fa demone in me, demone che
ribelle costruisce paradisi
da cui precipitare.

Stai lontana da me, è la scelta migliore.


Scritta nel 2020.

Capodanno 2020

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Cominciano i botti. Un anno fa
eri con me, in questa casa, qua.
Io nutrivo sogni impropri, tu
a volte sorridevi, poi cambiavi
fra il bacio e l’ira, fra il dolce
dialogare e il silenzio più duro.

Sono qua ora da solo. Sto bene
da solo, non vorrei nessun’altra:
per sbagliata che fosse la storia
m’ha pervaso, m’ha intriso.
Archivierò questo pieno di vuoti
che sento in petto, andrò oltre, vorrei

solo che tu fossi felice, tu.


Scritta nel 2019.

Cinema e letteratura

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Il film è semplice, quasi una commedia.
Titoli di testa, stazione
di campagna, sguardi, si studiano.
Automobile, declivi, una piazzuola
a caso, curiosi, nervosi.
Stacco. Altra campagna, camminano
fra campi assolati, promana
calore la terra, casolari
oltre un rado orizzonte di rive.
Dissolvenza. Altri ambienti, uffici,
ambulatori, vie, piazze, caffè.
Fiume, lungofiume. Sguardi
si ascoltano, a lungo si ascoltano.
Stacco. Città. Stazione
più grande, le mani si toccano,
al treno un bacio, inatteso, improvviso.
Dissolvenza, messaggi. Non so,
forse so, non capisci, capisci?
Stacco, appartamento, divano letto.
L’amore, il non amore. Dissolvenza.
Casa, cucina. Abitano insieme
ora provvisoriamente. Poltrona.
Dialogo d’amore, furore, mangiare.
Uscire, parco, le scatta foto fra gli alberi,
al chiosco dei panini sottofondo
musicale sbagliato, carrellate
avanti, indietro, panoramiche inquiete.
Impossibile vivere insieme,
luce nel bagno, porte, bicchieri
tolti dal tavolo, spalle, tensione.
Stacco. Altra casa, altre case.
Fermata di tram, parole, ascoltare
pianti fughe aggressioni, brevi intarsi
di collera e dolcezza. Come d’uso
nella cinematografia contemporanea
titoli di coda repentini, niente
epilogo, si lascia all’intuizione.
Il film è semplice, quasi banale.

Ma il romanzo da cui è stato tratto
per intero nessuno l’ha mai letto.

Per intero nessuno l’ha mai scritto.


Scritta nel 2019.

La sedia

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S’è sfasciata di colpo la sedia
a cui volevi rifare il sedile
con una sagoma di legno buono.
Poi non hai abitato più qui:
ho commesso miriadi d’errori
e rifare il sedile sarebbe
stato vano: han ceduto, tarlate,
le gambe dietro. Che botta
mi son preso sul culo. Speriamo
che ora tu abbia delle sedie migliori.
Pure, un Natale fa, accudivi
quasi fosse la nostra questa casa.


Scritta nel 2019.