Il rumore

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Quando cerchi di discernere un rumore
che ti sta a cuore
che è per te un segnale
è allora che t’accorgi di quanti
rumori ci sono nell’aria:
non ci avevi, prima, fatto caso,
non era che un sottofondo normale.

Ma quando cerchi di discernere un rumore
che ti sta a cuore
li senti tutti, anche i più sommessi,
i più deboli o lontani:
alcuni ti confondono, assomigliano
al tuo e allora vorresti
che tutti tacessero, tranne
il rumore che ti sta a cuore,
quello che tendi l’orecchio per sentire.


Scritta nel 2017.

 

Nudità e corsetteria

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La nudità totale ninfale
è la mia preferita assoluta-
mente nelle fanciulle, però
mi piace pure qualche corsetteria,
qualche accessorio a volte.

Le scarpe col tacco appuntito
sono belle soprattutto se posso
osservarne le suole, se i tacchi
fendono l’aria rasente i miei lombi:
non sono scarpe da camminare, sono
ampolle da capovolgere
su altari di fresche odorose lenzuola.

E un reggicalze con le sue bretelline
congiunte all’orlo opaco delle calze
senza le mutandine
fa un tabernacolo per inquadrare
la soffice particola
che di tutto è l’origine e il fine.

La nudità totale ninfale
è però il massimo: è lo spirito
che scende non nel tempio celebrante
ma in un posto qualsiasi, imprevisto, improvviso
come un refolo d’aria da un valico:
gli uomini presi dai loro pensieri
non s’accorgono, ma spesso
si volta lesto, curioso, un bambino.


Scritta nel 2017.

Notte di Ferragosto

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A Torino, notte di Ferragosto, i suoni
sono diradati: meno motori, più voci,
qualche tonfo, un aereo che passa, lo sciacquone
dei vicini di casa, più voci,
forse un uccello notturno al terrazzo,
un frullo m’è parso,
una radio da un’auto che apre la portiera
per far scendere una donna, più voci,
m’arriva persino il lusso
d’un suono di pianoforte da una finestra
aperta, gialla: ho mestiere abbastanza
per ambientarvi una notte in pochi versi,
volendo, ma
non m’interessa più. La domanda è che cosa
avvicina o allontana le persone,
qualcosa di mutevole che talvolta
allontana chi aveva avvicinato o
viceversa, benché il viceversa
mi sembri più raro. Prima, rincasando, ho visto
quattro neri all’angolo a far nulla, in piedi,
un quinto passa in bicicletta e li saluta
nella notte lucida, veloce: che cosa
li unisce? Ridono e domani
uno sgarbo potrebbe far luccicare coltelli,
la donna scesa dall’auto ha salutato
gaia, potrebbe già piangere stanotte
per un messaggio, per un malinteso. Che cosa
avvicina o allontana le persone, alterna
l’indifferenza all’ansia, il desiderio
alla repulsione? Quale ricercato valore
fa sopportare la monotona vicenda
dell’angosciosa quotidianità – e d’un tratto
non sopportarla più? Quale braccio di sentimenti
cinge le persone che chiacchierano, litigano,
si salutano in un intricato fibrillare
d’impulsi opposti, di capovolgimenti
accettati con rassegnata
serenità rabbiosa, come in natura lepri
che brucano l’erba e se scende il falco, scende
– ma contemporaneamente, contraddittoriamente
fanno progetti, mutui, promesse d’amore
quasi tutto fosse eterno e stabilissimo?

Notte di Ferragosto, ora più sommessa,
un rumore imprecisato, forse un portone
– sono molti i rumori indecifrabili
in qualsiasi notte o giorno – più voci
da lontano, forse un bambino
pone istanze a una madre, ma è
solo una congettura, una scena
da immaginare. Non so nulla delle vite
e dei loro perché, del prendere e lasciare
e gioire e soffrire di cose a me incomprensibili.

Una voce e un viso mi bastano per
costruire mille vite che tutte vivrei
veramente, interamente
– ma è che anche una poesia, se mi viene in mente
e scorrono le parole in testa ma non posso
scriverla subito, abortisce.
Così è dei sogni: anticipando
una realtà, la bruciano: nulla mai accadrà
di ciò che si sogna. Bisognerebbe non sognare,
forse è così che fanno le persone
che chiacchierano all’angolo in circolo:
nulla immaginano, nulla s’aspettano
e consentono dunque alle cose di avvenire
– però è strano, perché fanno i mutui, i progetti,
le promesse d’amore, io non capisco.

Fa niente. Ora è davvero silenziosa la notte,
mi metto a letto. Nel socchiudere gli occhi
è eterno ogni amore, senza alcuna promessa:
vivo ogni vita che davvero vivrei.


Scritta nel 2017.

Testimoni

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Quando sbadiglio mi metti
l’alluce in bocca, poi sentiamo
il carillon che ti regalai, dici,
quando fingevo d’amarti.

Ma io non fingevo, t’amavo
e t’amo ancora. Domandalo
ai letti, alle case, alle panche, ai soffitti,
all’erba piegata dal vento, ai canali,
alle biciclette, ai jukebox, ai rondoni,
ai campanili, ai pullman, ai tubi,
alle tazze, alle strade sterrate,
ai vagoni, ai caffè, alle stazioni,
ai baci e agli abbracci: vedrai
che, unanimi, lo confermeranno.

Le cose vedono meglio di noi.


Scritta nel 2017.

Bell’amore

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Una ragazza – non imparziale, lo ammetto, perché
mi vuole bene e gliene voglio – guardando
una tua foto ha detto:
«Bella Eva e bello il tuo amore per lei».

Ecco, ho pensato in un breve sospeso
commosso sogno o delirio: se tu
trovassi bello non me – che è impossibile – ma
il mio amore per te, che gioia sarebbe!

Se tu trovassi bello questo amarti
che ha preso in me misura di respiro
ti ci potresti specchiare, sorridere:
non ricambiare l’amore, sorridere.

Sorrideremmo, ed è tanto. Non credere
a chi dice che non avrebbe senso.
Nella muta vacuità dell’universo
l’unico senso lo creiamo noi.


Scritta nel 2017.

Mamma mi prude la schiena

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sul tram tre una bambina dice
mamma mi prude la schiena
lo dice benissimo, non in bambinese
né in affettato adultese
né in televisionese, no, dice proprio
semplicemente
mamma mi prude la schiena
lo dice come è naturale che sia detto

con tutto che è vestita da bambina borghese
{borghese è tutto, tranne qualche
emarginato [ma (solo) qualche]}
con gonnella rossa sbuffante
e maglietta con principessa bionda

assomiglia moltissimo alla madre
sono belle le bambine che assomigliano alla madre
cioè, non è che siano belle
ma è bello <è divertente> che assomiglino
e possono poi essere anche belle

al padre no, non è così divertente
per una femmina assomigliare troppo al padre
è controproducente, può avere
tratti troppo virili, grossolani

assomigliano al padre le tre sorelle E.S.
in particolare la più piccola, T.
ma anche E. sta sviluppando con il tempo
un germe in tale direzione
non però in modo preoccupante

non dovrei andare a parare sempre lì
perché non dovrei?
paro dove mi pare
e divago quanto voglio divagare
[con tutte le parentesi che voglio]

maledetta tastiera che resta indietro al mio pensiero
le lente tastiere di Dover
ascoltando la bambina sul tram tre
mamma mi prude la schiena
ho pensato che vorrei rinascere
con un’altra lingua
e un altro corpo e un’altra voce

ho assimilato così tanti accenti e sintagmi
che le parole non mi sembrano mie
[le decido io, eppure]

ecco per esempio questo «eppure»
io da ragazzino non dicevo «eppure»
così come inciso, «eppure»-punto
e poi ho cominciato a sentirlo
e poi a dirlo
è ciò che voglio veramente?

anche
«è ciò che voglio veramente?»
è frase non del tutto mia
l’ho assorbita da qualche gergo

vorrei raschiare via tutte le parole
e come un giardiniere
liberate le aiuole
farle ricrescere dai semi,
dai semi antichi, farle rigermogliare
dalla loro preistoria
come sono veramente

dev’essere un mio problema remoto
perché da ragazzino m’ero inventato una lingua
– dico da ragazzino per evitare il TSO
ma a essere sincero
ci lavoravo su ancora verso i trent’anni –
una lingua solo mia, perfettamente inutile
ma perfettamente aderente
a me

poi ho smesso, per fortuna
ho smesso per via del <perfettamente inutile>
era però divertente
era complicatissima e affascinante

l’inverso del sempliciotto esperanto
non una lingua per comunicare con tutti
ma una lingua per comunicare con nessuno
difficile, inutile, divertente

poi ho voluto farmi capire
e sono pieno delle parole vostre
dei vostri accenti, delle vostre inflessioni
mi sono rivolto all’esterno
un poco

un caffettino, relazionarsi
si faccia attenzione
la mancanza d’empatia si manifesta

certe volte che capogiri, che capogiri
cade in vertigine il mio scheletro muto
spolpato

com’era Cenerentola, che le sorellastre
quello è mio, quell’altro è mio, ladra
la lasciano nuda
(nuda di un nudo disneycompatibile)
perché s’era vestita di roba scartata da loro
ma pur sempre loro

voi tutti potreste spogliarmi
delle parole che vi ho rubato:
io ne ho di mie, di veramente mie?
non lo so più

le parole, razionalmente lo so, dovrebbero essere
di tutti e di nessuno
come la donna di malaffare
(dio mio quanto amo le donne di malaffare)
di Max Manfredi:
di tutti e di nessuno,
come una lingua, come un altare

però non so
nella donna mi ritrovo se la abbraccio
avesse anche abbracciato e abbracciasse
un milione di altri uomini
fra le sue cosce riconosco me:
lei, di tutti e di nessuno, fa esistere me

la parola se non la riconosco
come generata da me in millenaria ontogenesi
non la so decifrare in voi, in te
nell’improbata filogenesi
parallela (parallela? come verificarlo?)
<difficile spiegare, difficile>
ed è capogiro, abisso, decomposizione
oltre che ovviamente
incomunicazione

{psichiatricamente potrebbe essere un io fragile il mio:
l’io forte avrà forse – che cazzo ne so? – un nucleo
invariante [plasticamente invariante? (è sensato?)]
che permane “io” nel sansebastianico martorio
di verbifrecce altrui, schizzi di carne e sangue, permane
– no, non lo visualizzo, è una cazzata}

{pure, come dicevo, se potessi rinascere
con un’altra lingua, un altro corpo,
altre parole, altra voce, altro tutto, sarei io, iissimo:
ho allora un mio solido nucleo
preverbale, prelinguistico, preformale,
precarnale, prepsichico, preontologico, lasciamo stare, boh}

nello smottare rovinoso dei sociali sintagmi
m’annovero disperso, smateriato:
è troppo abile il nemico
nell’espropriarmi l’anima
avocandola al suo lessico deviato

la palla candida che voglio lanciare
me l’annerisce mentre ancora ce l’ho in mano:
la lascio, inutile, cadere

mamma mi prude la schiena
l’ha detto bene però la bambina
sul tram tre, ho sentito quella schiena
prudere, normale, come fosse
prima d’ogni linguaggio
schiena davvero

poi cambierà anche lei, ma per oggi
è stato così


Scritta nel 2017.

Lode

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[…] se ne dai a lui quanto è a bastanza
non si vuol gettar via quel che t’avanza.

Angelo Poliziano, Rispetti, XVI

Lodata sia la donna ch’offre i baci
e i toccamenti e le carezze e il conno
aperto a molti, senza parsimonia:
accresce al mondo la felicità.

Lodata sia la donna che si fa
chiavare sì ma non chiudere a chiave:
decide lei con chi, quando e perché:
accresce al mondo la fraternità.

Lodata sia la donna che si dà
spazio e tempo a godere ed esplorare
la vita in sorridente libertà:
accresce a sé medesima la gioia.


Scritta nel 2017.

Variante del pazzo su Catullo

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( disse il pazzo: )

T’amo e t’odio. T’amo perché sei tu,
meravigliosamente tu. T’odio
perché non sei una fragrante ventenne
appena sbocciata a primavera
e dunque distorci l’immagine
in doloranti contraddizioni.

M’amo e m’odio. M’amo perché son io,
presuntuoso ed egocentrico. M’odio
per il ventre gonfio, il petto floscio,
il disagile barcollare
con cui distorco l’immagine
in doloranti contraddizioni.

La bestemmia della vecchiaia
non la so accettare
– e con essa non accetto
il mondo, gli dei eventuali,
la realtà, le cose.

(La luna e la vita non sono mai piene:
terminato di crescere, declinano.
La luna ogni mese rifà il giro,
la vita no.)

Bene. Detto questo, viviamo.
Respiriamo l’odore che mandano gli spigoli,
l’apparizione d’un colore all’angolo,
il tepore che sa restituire
la notte in piena estate.

( :disse il pazzo )


Scritta nel 2017.

Mondi perduti

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È che la famosa frase
d’un film di fantascienza
citata qua e là
«ho visto cose che voi umani»
in punto di morte, io credo
la potrebbe dire chiunque
il genio come lo scimunito
come un passero, un albero forse:
abbiamo tutti visto cose
che soltanto noi, soltanto noi
– ed è un rimorso strano, scomparendo
non averle sapute raccontare
davvero bene, così bene che l’altro
le vedesse anche lui.


Scritta nel 2017.

Overflow

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Ogni parola gliene evoca un’altra,
almeno un’altra ma più spesso
tre, cinque, dieci a cascata
e no, non è ricchezza, è un pandemonio
in cui si perde, in cui tutto
perde significato, per il troppo pieno
– significato sono le caselle vuote
ben disposte, senso è ciò che manca –
si perde, si gonfia, dalle strette pareti
dei vicoli del labirinto
scendono voci d’assassinî lenti:
stoiche sirene per motivi incomprensibili
servono sugo a tritoni in mutande
e i muri quasi si piegano a dire:
sei tu che sei voluto stare fuori.

Arranca, cerca un angolo più scuro
in cui pisciare senz’essere additato,
lo distrae per un attimo fra i ciottoli
un fiore giallo, basso, innominato.


Scritta nel 2017.

Disse

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tutto mi spaventa quindi sono tranquillo, disse
l’abisso della libertà
m’angoscia meno dell’abbraccio
del determinismo: se tutto va in nulla
è a modo mio che mi voglio divertire

toccare con la lingua la volontà d’un dio
toccare con la psiche la vulva d’una donna
sono modi di cessare il viaggio, disse
ma il viaggio cessa anche senza che si faccia
nulla di tutto questo

diamo un poco di ritmo, diamo
un poco di ritmo a questi sobbalzi, disse
è a modo mio che mi voglio divertire
mentre siamo sul carro diretti al cimitero
creo mondi fantastici

signorina, lo vuole un mondo fresco
intanto che aspettiamo qui in quest’afa
che il nostro numero appaia sul pannello?
ci so fare, vedrà, glielo modello
su misura, le calzerà a pennello

tutto mi spaventa quindi sono tranquillo, disse
non ho cortili di cui avere nostalgia
né radici rassicuranti: mia madre pianse
nel vedermi innamorare
dell’abisso, io non la consolai

viaggio talmente scombinato, disse
che se pure decidessi di voltarmi
non saprei verso dove; scenderò
a una fermata imprevista qualsiasi
senza idea di che strada ho percorso

ma contento, abbastanza contento
d’aver fatto donne con odori di donne
e città con ombre di città e sentieri
con suoni di sentieri e me stesso
con strisce luminose di me stesso

e amori distillati come essenze
da vite di bellissime ragazze
da restituire: ne mettano due gocce
sul collo, si respirino, diventino
l’infinità che sono


Scritta nel 2017.

T’estimo

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probabilmente non leggi nemmeno
ciò che ti scrivo
e se leggi penserai com’è prevedibile
che ti scrivo
subito dopo averti incrociata
stamattina in corso Belgio
5 luglio 2017 ore 10 circa

lo porti ancora nel marsupio
a un anno e due mesi
sì lo so
i bambini anche quando camminano
a un tratto si stancano
e rischi di doverlo trascinare

sei sempre bellissima

tutto quello che t’ho scritto
in quasi nove anni
l’avrai buttato via
o forse lo conservi in un dossier
per un’eventuale denuncia per stalking

sai che stalking
ammetto che da quando
qualcuno m’ha detto dove abiti
ho un poco spostato il baricentro
delle mie contemplanti passeggiate
(fin da bambino ho amato girare
trasognato da solo, guardare
il mondo con amore)
dal Valentino verso la penisola
fra lungopò Antonelli e la Colletta
(ho sempre amato la Dora Riparia
grigia, selvatica)

ma non mi sono mai appostato
(inglese to stalk, «appostarsi»)
né mai mi sognerei
di suonare al tuo citofono

che tu non mi voglia sposare lo capisco
ci sono mille validissimi motivi
che tu non mi voglia parlare
lo capisco di meno

tu con me
sei peggio dell’embargo degli USA su Cuba
nella guerra fredda
¿qué he hecho yo para merecer esto?
non lo so

sei sempre bellissima

ti penso senza quasi più parole
non so che lingua usare
de toute façon
mi querida
t’estimo


La poesiuola è stata scritta subito dopo la fugacissima visione. Ripensandoci, forse è difficile che il bambino nel marsupio avesse un anno e due mesi. Sembrava più piccolo. Forse è il bambino di una tua amica. Ma non ho potuto osservare bene. Sto cercando di rassegnarmi all’idea che tu non vorrai mai passare del tempo con me. Ma è una rassegnazione difficilissima, forse impossibile.

 

Scritta nel 2017.

Ciò che si vede adesso

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anche nelle cose più semplici
non si finisce mai di penetrare
c’è sempre un senso oltre

talvolta ho intuizioni
su versi di canzoni
dopo decenni che le ascolto

e questo è un esempio banale
immagina le vite
immagina le persone

d’altronde l’universo finirà
eppure a un certo punto
fa bene amare odiare innamorarsi

così proclamando eterno
senza ieri né domani
ciò che si vede adesso


Scritta nel 2017.

L’intima trasparenza

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Sotto il piccolo triangolo di pelo
il doppio nastro di carne fa un riccio
distratto, casuale, come i nastri
per legare le tende se, slegati,
pendono da un chiodo e in un punto
si scostano segnando una figura
d’ampolla o di losanga.

Quella piccola asola, quel varco
fu aperto da lingue, dita, cazzi
in quantità notabile, da uomini
e qualche donna, persone svariate
in svariate situazioni. Ne uscirono anche
due bambini, finora, da semi
di due privilegiati.

Io la tua fica la posso osservare
solo in fotografia, come chiunque altro
nei tuoi servizi di modella erotica:
i tuoi occhi e le tue spalle invece,
il tuo collo, le mani, il tuo seno
li ho guardati intento, restandoti accanto
nei minuti concessi.

Anch’io, non lo nego, vorrei penetrare
fra le labbra, varcare la porta
del tuo ventre di donna. Ma so
che già sarebbe gioia di miracolo
se guardandoci in viso tu scorgessi
di quest’amore che ti dico e scrivo
l’intima trasparenza.


Scritta nel 2017.