Improvvisamente

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Improvvisamente tutto è bello:
il sole che riflette strisce
sul telefono di mio figlio,
l’ombra del palo sul tavolo,
il tappeto colorato appeso
alla staccionata:
tutto insomma, tutto:
io non posso sopportare questa bellezza
né la sua mancanza
e allora tolgo di qui me stesso:
mi trasformo
in striscia in riflesso in tappeto
in figlio:
provo a essere
ciò che non sono capace né di avere
né di non avere:
provo a essere
improvvisamente tutto bello.


Da Rinfusi, Genesi Editrice, 2011.

Yoga

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tu
un’amica mi ha detto che adesso
simpatizzi per il veganismo
e già so che fai yoga e acroyoga
ami la bellezza e la natura
forse stai attenta a non calpestare un insetto
forse hai uno sguardo buono
anche per ragni e scorpioni
questo è molto bello
ma
vorrei farti notare che quantomeno
dal punto di vista scientifico biologico
sono anch’io – al momento – un essere vivente
e sono in ansia per te
una parola me la potresti dire
o concedermi almeno lo sguardo buono
che forse concedi ai ragni e agli scorpioni
che tutto sommato credo di essere
meno velenoso di loro
e più in ansia di loro per te
anzi guarda secondo me
ai ragni e agli scorpioni di te
non gliene fotte un cazzo


Da Le cose stesse, Matisklo Edizioni, 2013.

La scusa

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Il cielo grigio al terrazzo è una scusa:

siamo a fine novembre, quale cielo
pretenderesti? La malinconia
non è questo sfilarsi di stagioni
dalla matassa della vita: è
perderle nella svoglia d’un lavoro,
sentire muta l’anima che ieri
cantava, non sapere se domani
potrà cantare ancora e soprattutto
perché non canta oggi: dubitare
della canzone stessa.
È impallidito
l’intonaco dei giorni. Non è stato
il tempo a consumarlo, ma l’assenza:
è tinta delicata, è arricciatura
da mantenere e ritoccare spesso
con spatola e pennello. Ciò che dura
non è perché sia forte o resistente:
è perché c’è una mano che amorosa
ripara, aggiusta, ricolora, inventa:
disegna ghirigori sulle crepe
per farne un gioco, una scoperta nuova:
un arabesco da sgranarci gli occhi.

Il cielo grigio al terrazzo è una scusa.


Da Una città, Edizioni Manifattura Torino Poesia, 2010.

Ti leggevo poesie nudi nel letto dopo l’amore

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Ti leggevo poesie nudi nel letto dopo l’amore:
non avevamo vent’anni, non era tanto tempo fa,
era oggi pomeriggio e avevamo più di cent’anni
fra te e me. Ti leggevo poesie nudi nel letto:
non è un ricordo lontano perso nelle nostalgie,
era oggi pomeriggio con un cielo grigio e azzurro
mescolato dal vento – e i colori vivaci sul terrazzo.
Non avevamo vent’anni, non era un tempo lontano,
era oggi pomeriggio ed era la prima volta
in vita mia che leggevo poesie nudi nel letto,
tu la prima volta che qualcuno te le leggeva,
e sono nudo al tavolo adesso che scrivo
mentre tu sei quasi addormentata sulle lenzuola spaiate
di due verdi diversi, recuperate insieme
per questa casa che sembra di studenti squattrinati.
È di oggi pomeriggio la luce sui coppi dei tetti,
le mansarde di fronte abitate da slavi e magrebini;
se dico questo secolo intendo dire il ventunesimo,
il nostro: nel Novecento non t’ho conosciuta ma ora
ti ho letto poesie per la prima volta nudi nel letto,
le lenzuola spaiate di due verdi diversi
spinte via dalle gambe, fresche ancora del nostro sudore.


Da Una città, Edizioni Manifattura Torino Poesia, 2010.

Piccola Torino

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fuga fuga scrittori in fuga col cranio fracassato a porta palazzo dolcezza di agrumi
su camion da sicilia oppure odore capri anacapri cardi anacardi cardinali
addolcite con prati verdi aiole linee austere palazzo madama e madamine
corrusche con le occhiaie interminabili malati terminali agonia di granchi
nelle umide casse al mercato del pesce bianche trombe scosciate majorettes
dalla collina in primavera effluvio d’erba cipollina con matte castagne
d’autunno viale thovez salesiani e albergo a ore con cioccolatini mattutini
quando corso regina nero e giallo come il culo di una vespa punge e muore
sotto il tailleur metamorfosi a rovescio la farfalla s’imbruca e s’inlarva e s’ignora
la signora sul sedici che sfreccia nella così detta feccia senza torinesi a bordo
era un dolce ricordo una sera in corso bologna l’amica non resisteva più
e accovacciata rimboccata smutandata davanti a un fiat fiorino fa pipì
e da superga nel festante coro lascia un nuovo decoro ai castellani buoni
che osservano lo spazio che s’incurva dalla mole giù giù fino ai murazzi
luccicanti di scaglie roteanti luci azzurre con profumo di lustre conchiglie
da cui venere incompresa nasce al prato di via artom con saggezza di condom
al meglio che non coglie nessun film per via roma griffata di stronzette
l’angoscia è un’onda immonda che l’afferra e lo circonda minacciosa
e gli manca qualcosa torino laboriosa torino volontaria che toglie anche l’aria
amore mio l’amore è sempre un gesto inconsulto talvolta anche un insulto
torino che non svela torino che querela torino è una candela precaria
quando il sole la pulisce quasi più non riconosce le sue luci intubate nel falso
cortese galante gentile dura e fredda col guanto col fucile col torbido dei preti
con la disperazione dei poeti e delle troie annegate in buonismo e cioccolate
da baratti scandalosi fra parenti fastidiosi e inquietanti presenze d’eminenze
mimetici avvocati annotati a notai bottegai arricchiti analfabeti devoti ma
soffia un vento che consola intermittente arginando il terrore lungo un viale
ossidato d’argento fottuto di tristezza seduto su una panca di piazza statuto
dove tutto sembra chiuso si riapre si scioglie all’improvviso sorride e l’accoglie
così riprende fiato così grato di gioia riprende la fuga la fuga la fuga


Da Entro incerti limiti, Edizioni Joker, 2001; poi ristampata in La parola rinvenuta, Genesi Editrice, 2006.

Ma se noi

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Ma se noi
facciamo un giro con la Vespa
quando la scrocco a mio figlio
e facciamo i lavoretti
per pagare le bollette
e ti preparo colazione
con il burro di soia
e troviamo le cose per terra
e ci baciamo
e guardiamo accendersi il campanile
e ceniamo a un’ora qualsiasi
con mozzarella e pomodoro e basilico
ma se noi
parliamo di tutte le cose del mondo
e ci buttiamo sul letto
a un’ora qualsiasi
e facciamo l’amore
e andiamo la sera nei posti
dove si sente la musica gratis
e la poesia
e ci mandiamo gli esse emme esse
se appena un giorno restiamo lontani
e ci diciamo gli odori
e ci diciamo gli altri amori
ma se noi
la casa è piena di scatoloni
e lo yogurt del discount da un euro al chilo
a un’ora qualsiasi
facciamo l’amore
e ci addormentiamo nudi
e ci stupiamo che sia passato il tempo
ma pazienza lui passa
noi per mano
noi
tu
tu come puoi pensare
che ci manchi qualcosa?


Da Le cose stesse, Matisklo Edizioni, 2013.

Le nude

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Vedere ragazze seminude o nude
belle ragazze seminude o nude
che danzano nude o danzando si spogliano
o seminude giocano in luci e colori
in un locale con musica e gente
o nude giocano a pallavolo
su una spiaggia naturista
o nude posano per un fotografo
– è bello, non rompetemi le palle:
non rompetemi le palle
con i vostri discorsi volgari maschilisti
o sussiegosi femministi
che in questo caso – è curioso, no? –
vanno a parare allo stesso dispregio.

Non rompetemi le palle:
dire che queste cose fanno schifo perché
anche la tivù di Berlusconi le fa
è come dire che Dante fa schifo
perché anche Bondi le poesie le fa.

Belle ragazze seminude o nude
che danzano nude o danzando si spogliano
è un patrimonio dell’umanità
che l’Unesco dovrebbe tutelare:
affascinava ottomila anni fa,
finché c’è vita affascinerà.

E la ragazza che lo fa
– io la guardo con vasta gratitudine –
aggiunge al mondo un tocco di splendore
ruba un poco di luce
contro il buio vorace che noi tutti
attende con il suo sogghigno stronzo.

Vedere ragazze seminude o nude
nell’armonia del corpo in movimento
è bello, non rompetemi le palle
né rompetele a loro – guardatele piuttosto
e se siete fortunati baciatele
e anche fidanzàtevici
purché dopo fidanzate non diciate loro
di smettere di danzare seminude o nude:
se avete quell’idea piuttosto astenétevici.


Da Le cose stesse, Matisklo Edizioni, 2013.